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Grandi novità su Katyn: da parte russa un gesto molto atteso

Putin e  Tusk insieme a Katyn in aprile: ecco una grande novità!
Katyn su europa feb 2010
Putin to Attend Katyn Massacre Memorial
Reuters, 04 February 2010
Prime Minister Vladimir Putin and his Polish counterpart, Donald Tusk, will attend a memorial service in April to commemorate the massacre of 20,000 Polish officers by Soviet forces during World War II. The joint visit to the Katyn forest will mark a positive shift in relations for the countries, which have been at loggerheads over the actions of Soviet leader Josef Stalin in 1939, when he clinched a nonaggression pact with Nazi Germany that opened the way for the invasion of Poland and world war. “Prime Minister [Putin] invited him to jointly visit Katyn,” Putin’s spokesman Dmitry Peskov said by telephone. Tusk’s office confirmed in a government statement that he would attend the memorial of the 1940 massacre of the Polish officers in the forest of Katyn and elsewhere. Tusk’s official spokesman told reporters in Warsaw: “Prime Minister Putin underlined that he is aware of how important the Katyn issue is for Poles. Prime Minister Putin said, ‘I believe that our joint appearance at this ceremony will have a very big symbolic meaning.’” Arguments between Russia and the West about who was responsible with Adolf Hitler for the start of World War II cast a shadow over last year’s 70th anniversary commemorations in Poland and still irk relations. Plans to install a U.S. anti-missile shield on Polish soil have also been a thorn in their side. Even though former President Boris Yeltsin admitted in 1992 that his country was to blame for the Katyn massacre, Poland wants more to be done. Poland demands the opening of archives related to an investigation — carried out between 1990 and 2004 — of the massacre, as well as an official rehabilitation of the victims. In September, a senior Polish bishop, visiting the site of one of the graveyards in Katyn, said Poland must forgive Russia for Soviet crimes in order to improve relations.
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Miejsca, gdzie NKWD mordowało Polaków

Fonte

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La (relativa) crescita polacca

Il miracolo polacco
Claudia Astarita, Panorama, Venerdì 29 Gennaio 2010
L’unico Paese europeo in grado di chiudere il 2009 in crescita è stato la Polonia: i dati appena pubblicati dall’Istituto Centrale di Statistica di Varsavia, infatti, dicono che il Prodotto interno lordo del Paese è cresciuto dell’1,7% nell’arco degli ultimi dodici mesi. Una cifra che fa ben sperare anche per il futuro, visto che gli analisti prevedono che la crescita possa raggiungere il tasso del 2,5% per il 2010. Anche lo zloty, la moneta polacca, si è rafforzato: a febbraio dell’anno scorso ne occorrevano quasi 4900 per acquistare un Euro, ora ne bastano circa 4000: un dato importante in vista della prevista adesione alla moneta unica, programmata per il 2012.
Il segreto dell’economia polacca? Un robusto mercato interno, che rende il Paese meno dipendente dalle esportazioni e meno vulnerabile dei suoi vicini dell’Europa Orientale alle fluttuazioni della domanda internazionale. La Polonia, infatti, non solo conta su una popolazione numerosa (trentotto milioni di persone) e ma può anche vantare un’equa distribuzione del reddito, in linea con i canoni dell’Europa occidentale.
Insomma, i Polacchi rappresentano un esercito di consumatori con una significativa propensione alla spesa. Il livello contenuto dei redditi – il salario medio è di circa 800 Euro – ha fatto sì che le spese dei Polacchi si siano concentrate su settori tradizionali, mentre i prodotti di lusso continuano a rappresentare un mercato di nicchia. A trainare l’economia, infatti, hanno pensato soprattutto le compravendite immobiliari, in crescita del 4,7% rispetto al 2008, e l’acquisto di arredi e suppellettili per la casa. Un po’ come in Italia qualche decennio fa. Leggi tutto

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Giornate della memoria

giovedi’ 28 gennaio 2010
Cinema Farnese – Piazza Campo de’ Fiori, 56 – Roma – ingresso libero
C’ERA L’AMORE NEL GHETTO
ricordo di Marek Edelman, l’ultimo comandante dell’Insurrezione nel ghetto di Varsavia scomparso il 2 ottobre 2009
ore 17.00 - proiezione del film “Cronaca dell’Insurrezione nel Ghetto di Varsavia secondo Marek Edelman” (Kronika powstania w Getcie warszawskim wg Marka Edelmana) di Jolanta Dylewska, Pol, 1993, 74′, v.o.sott.it
ore 18.15 - colloquio fra Rudi Assuntino, Francesco M. Cataluccio, Wlodek Goldkorn, Julia Hartwig, Gad Lerner, Adam Michnik, Ludmila Ryba, Paula Sawicka
Durante l’incontro verrà presentato il libro di Marek Edelman “C’era l’amore nel ghetto”, a cura di Wlodek Goldkorn, Ludmila Ryba e Adriano Sofri, pubblicato da Sellerio Editore
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Geografia della vita nel ghetto
di Sergio Luzzato, il Sole 24 ore , 16 gennaio 2010
Il 27 gennaio di quest’anno, il Giorno della Memoria non somiglierà a nessuno dei precedenti per almeno una ragione: perché nel frattempo è scomparso Marek Edelman. Il più rappresentativo degli ebrei sopravvissuti all’insurrezione del ghetto di Varsavia aveva novant’anni al momento della morte, nell’ottobre scorso. Era dunque molto vecchio, ma ancora pochi mesi prima, il 19 aprile 2009, aveva commemorato alla sua maniera il 66º anniversario dell’insurrezione: separatamente da ogni celebrazione ufficiale, percorrendo a piedi (da ultimo, in carrozzella) le strade dei quartieri varsoviti divenuti ghetto sotto l’occupazione tedesca, raccogliendosi a meditare davanti a certe lapidi. Fedele alla memoria dei compagni caduti, ma fedele altrettanto agli ideali socialisti del Bund, il partito operaio ebraico della sua giovinezza: i medesimi ideali per cui aveva da sempre rigettato il sionismo e per cui aveva rinunciato, dopo la guerra, a emigrare in Israele.
La morte di Marek Edelman segna un momento simbolico di svolta nel rapporto fra la storia del ghetto di Varsavia e la sua memoria. Conclude “l’era del testimone”, la stagione di una memoria intesa come esperienza vissuta. Consegna definitamente alla storia i due anni e mezzo intercorsi fra il novembre 1940 e il maggio 1943, durante i quali 450mila ebrei di Polonia vennero rinchiusi in tre chilometri quadrati al centro della capitale, uscendone vivi soltanto per essere gasati a Treblinka. Quest’anno, il Giorno della Memoria deve misurarsi con la scomparsa di colui che della memoria polacca della Shoah si sentiva, a buon diritto, Il guardiano (così il titolo di una riflessione autobiografica di Edelman pubblicata da Sellerio nel 1998).
Ma quest’anno, come per un risarcimento della perdita, i lettori occidentali dispongono di un nuovo, meraviglioso strumento per avvicinarsi alla storia del ghetto di Varsavia. È l’edizione americana di un librone di novecento pagine, uscito in Polonia nel 2001 per opera di due specialisti locali della Shoah, Barbara Engelking e Jacek Leociak. Se in inglese il titolo suona asciutto, puramente descrittivo, il sottotitolo riesce tanto suggestivo quanto esatto: The Warsaw Ghetto. A Guide to the Perished City. Proprio di questo si tratta, di una guida alla città ebraica dapprima riempita e sigillata, poi svuotata e distrutta dagli uomini del Terzo Reich.
Grazie a una varietà di mappe, si ritrovano nel volume i confini geografici del ghetto, la topografia delle strade, il percorso dei mezzi di trasporto. Ma soprattutto si ritrova la dislocazione precisa, infallibile – sembra di stare su Google Maps – di ogni singolo luogo, più o meno pulsante di vita o di morte. Case private, uffici pubblici, sinagoghe, commissariati di polizia, caserme dei pompieri, parcheggi delle ambulanze, ospedali, farmacie, laboratori, scuole dichiarate o segrete, cimiteri, giardinetti, mense popolari, orfanotrofi, bagni comuni e bagni rituali, ricoveri per profughi, uffici postali, buche delle lettere, saloni di coiffure, lavanderie, sartorie, calzolerie, gioiellerie, negozi di alimentari, pompe funebri, imprese artigianali, biblioteche legali o illegali, librerie, stamperie clandestine, teatri, ristoranti ordinari o kosher, scuole rabbiniche, caffè, cabaret, sedi di riunione delle forze di resistenza, depositi di armi, bunkers… per il lettore di questa guida, la geografia del ghetto non ha più misteri.
Ritrovare la storia nel segno della geografia è tanto più importante, in quanto la dimensione spaziale fu costitutiva dell’esperienza del ghetto di Varsavia. Onnipresenti, i muri di recinzione conferivano all’enclave ebraica l’aspetto inatteso di una città orientale. E fino all’estate 1942, pareva che ogni cosa lì dentro succedesse all’aperto, davanti a tutti. Il ghetto brulicava di gente in perpetuo andirivieni, risuonava delle voci dei passanti come delle urla dei gendarmi, vibrava dei traffici nei mercati dell’usato, sussultava a ogni movimento dei militari tedeschi, celava a malapena l’indaffararsi dei contrabbandieri, ed esibiva ininterrottamente – suo malgrado – lo spettacolo della morte: cadaveri nudi sul marciapiede, vinti dal tifo, dalla fame, dagli stenti. Solo nell’autunno del ‘42, dopo la prima ondata di deportazioni verso Treblinka, il ghetto avrebbe assunto l’aspetto di una città non più strapiena ma deserta, non più vociante ma silenziosa. E solo nella primavera del ‘43, dopo il soffocamento della disperata insurrezione, i tedeschi ne avrebbero fatto un paesaggio vuoto, immobile, lunare: il paesaggio che ci è rimasto negli occhi attraverso il film di un superstite del ghetto di Cracovia, Il pianista di Roman Polanski.
Quasi tutte le fotografie del ghetto di Varsavia pervenute sino a noi furono scattate dagli occupanti tedeschi: compresa quella – dolorosamente celebre – del bambino che alza le mani mentre viene trascinato con altri fuori da un rifugio. In compenso, furono gli ebrei polacchi a raccogliere la maggioranza dei documenti non fotografici che hanno consentito a Engelking e Leociak di ricostruire la vita e la morte del ghetto nei più minuti dettagli. Riunendosi intorno alla figura di uno storico di professione, Emanuel Ringelblum, un gruppo di intellettuali fondò allora un’istituzione unica nella storia dell’Europa occupata: l’archivio clandestino del ghetto, dove si radunavano materiali sulla storia del presente destinati alla memoria del futuro.
Diari, poesie, lettere, volantini, carte d’identità, ricette mediche, biglietti del tram, bracciali con la stella di David, menù di ristoranti, quaderni di scuola, disegni di bambini, dépliants pubblicitari, locandine di spettacoli, verbali di riunioni politiche, giornali clandestini, contabilità commerciale, statistiche demografiche: Ringelblum e i suoi compagni ebbero la lucidità di riconoscere in questo il lascito più prezioso che fosse dato ai morituri di trasmettere alla posterità. Dopo l’avvio delle deportazioni di massa verso Treblinka, infilarono migliaia di documenti in dodici contenitori metallici e li seppellirono di nascosto sotto le cantine di due edifici del ghetto, dove vennero ritrovati fra il 1946 e il 1950.
Da duemila anni in qua, i muri hanno rivestito una funzione decisiva nella storia del popolo ebraico: dall’inizio della Diaspora al ritorno nella Terra Promessa, dalla rovinosa distruzione del tempio di Gerusalemme alle misure di sicurezza dell’Israele di oggi, insomma dal Muro del Pianto al muro di Sharon, il destino delle comunità israelitiche è stato spesso quello di una separazione coatta dal mondo circostante. Ma nella tragedia di tale destino, il popolo ebraico ha trovato la forza per non vivere i muri soltanto come un limite: per viverli anche come una risorsa. Facendo degli spazi chiusi mondi aperti, e dei giorni contati giorni regalati. È stato così nella Varsavia stessa del 1940-43, dove gli ebrei reclusi nel ghetto e destinati allo sterminio riuscirono a cimentarsi con le arti della vita.
Uomini più o meno atletici si guadagnavano il pane pedalando, autisti di un mezzo di trasporto rudimentale eppure diffuso: il risciò. Donne più o meno fascinose percorrevano le strade da coquettes, in precario equilibrio su tacchi sorprendentemente alti. Musicisti di rango o di dozzina suonavano nei caffè, agli angoli delle vie, nei cortili delle case. La programmazione teatrale era intensa, in yiddish come in polacco, e capitava che gli spettacoli durassero tutta la notte per aggirare le regole del coprifuoco. Se costretti in casa, molti cittadini-prigionieri si tenevano occupati leggendo, giocando a scacchi, sfidandosi a carte (il bridge la faceva da padrone). Quanto al proverbiale humour ebraico, si tradusse addirittura nella circolazione, in forma manoscritta, di una Guida turistica del ghetto…
Agli ebrei di Varsavia capitava pure di innamorarsi: anche questo, in fondo, un modo per opporre resistenza morale all’orrore della Soluzione finale. Alla vigilia dell’insurrezione, rimanevano nel ghetto soprattutto giovani “single” che avevano appena perduto i genitori, i nonni, i fratelli più piccoli. Ragazzi e ragazze cui il destino aveva sottratto ogni cosa, salvo la voglia di resistere fino all’ultimo, e salvo il bisogno di amare ed essere amati. Studente di medicina, Marek Edelman era uno fra loro. Non avrebbe mai dimenticato certi idilli sbocciati nella Varsavia della morte. Li ha raccontati in conversazioni della vecchiaia, recentemente raccolte da Sellerio in un libro che va letto come il suo testamento, e che va assaporato fin dal titolo: C’era l’amore nel ghetto.
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Barbara Engelking e Jacek Leociak, «The Warsaw ghetto. A guide to the perished city», Yale University Press, pagg. 902, $ 75,00.
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16 gennaio 2010
NOI EBREI POLACCHI
Tuwim e Szlengel – due poeti, due testimonianze
giovedi’ 4 febbraio 2010 | ore 17,00
Teatro Belli – Piazza Sant’Apollonia, 11/a – Roma – ingresso libero
Durante la serata verranno presentati:
Noi ebrei polacchi – saggio di Julian Tuwim con introduzione di Moni Ovadia e uno scritto di Piotr Matywiecki (a cura di Giovanna Tomassucci, Livello 4, 2009)
Cosa leggevo ai morti – poesie e prose del ghetto di Varsavia di Wladyslaw Szlengel, (a cura di Laura Quercioli Mincer, “I racconti di Minima” di Sipintegrazioni Editore, 2010)
Interverranno: Adelia Battista, Julia Hartwig, Piotr Matywiecki, Laura Mincer, Olek Mincer, Moni Ovadia, Giovanna Tomassucci
Info: Istituto Polacco di Roma, Via Vittoria Colonna, 1 – Roma – tel. 06 36 00 07 23 – fax 06 36 00 07 21 — www.istitutopolacco.it/

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Il genocidio di Stalin in Ucraina

Ukraina uznaje Stalina za winnego ludobójstwa
GW, 2010-01-14
Stalin jest winny zbrodni ludobójstwa podczas ukraińskiego Wielkiego Głodu w latach 1932-33 – orzekł w środę sąd apelacyjny w Kijowie. Proces, o który wnioskowała Służba Bezpieczeństwa Ukrainy, rozpoczął się i skończył tego samego dnia. Sąd ogłosił, że ofiarą zbrodni ludobójstwa na Ukrainie padło 3 mln 941 tys. osób. - domanda: queste valutazioni le può emettere un tribunale?
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Yushchenko Praises Guilty Verdict Against Soviet Leaders For Famine
About the great famine in 1933, known among Ukrainians as the ”Holodomor.”
RFE/RL January 14, 2010
KYIV — President Viktor Yushchenko has praised a Ukrainian court ruling that finds former Soviet leaders culpable in the mass famine in Ukraine in 1932-33, RFE/RL’s Ukrainian and Russian services report. The judge declared the case closed after pronouncing the verdict, as all of the defendants are deceased. But Yushchenko said in a statement that today’s ruling is a landmark “that restores historical justice and gives a chance to build Ukraine on fair and democratic principles. At least 3 million Ukrainians are thought to have been died during the famine, which many historians blame on Soviet economic and trade policies. The list of leaders found guilty by the court of organizing “genocide of a Ukrainian ethnic group” and murdering millions of people included Soviet leader Josef Stalin, his close associates Vyacheslav Molotov and Lazar Kaganovich, Soviet Ukrainian Communist Party officials Pavel Postyshev and Stanislav Kosior, and Ukrainian politicians Vlas Chubar and Mendel Hataevich.” Leggi tutto

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La transizione polacca

LA TRANSIZIONE IN POLONIA
PROF. ROBERTO MOROZZO DELLA ROCCA
Ordinario di Storia dell’Europa orientale Università degli Studi “Roma Tre”
Martedì 19 gennaio 2010, alle ore 17.15, a Roma, avrà luogo l’autorevole conferenza dal titolo “La transizione in Polonia”.
L’incontro si inserisce all’interno della prima sessione “L’Europa divisa.
Verso la caduta dei muri” del Corso di Scienze Politiche, Storia e Studi Europei intitolato “Dall’Europa divisa all’Europa dell’integrazione”, organizzato per l’anno accademico 2009-2010 dalla Fondazione Europea Dragan.
Il prof. Roberto Morozzo della Rocca, nell’ambito della riflessione dedicata al ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, si soffermerà sul mutamento del panorama politico e socio-economico della Polonia dopo la caduta del comunismo.
La conferenza, a ingresso libero, si terrà presso la Fondazione Europea Dragan, in Foro Traiano 1/A (vicinanze di Piazza Venezia), tel: 06 6797785.

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Carte, cartine e mappe geopolitiche

IL MONDO IN 200 MAPPE
 Tutte le carte a colori pubblicate da Limes a partire dal 2006 (oltre 200) sono ora disponibili su LimesOnline. Ripercorri la storia e la geopolitica di questi anni attraverso le carte a colori di Limes: dall’Iraq all’Afghanistan, dall’Italia agli Stati Uniti, dall’Africa al Brasile, dalla Cina a EuRussia, dai Mari al Clima.

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Storia della guerra fredda alla radio

Le piccole storie della guerra fredda I: gli anni ‘30 tra Stalin e Woody Guthrie.
Pagine in frequenza, Rubrica settimanale di cultura a cura di Alessandro Forlani
 Alessandro Forlani e Francesco Graziani raccontano in 4 puntate i 40 anni della guerra fredda, che contrappose USA e URSS. Le piccole storie, le canzoni, le voci degli archivi RAI, restituiscono il clima di quegli anni. La prima puntata è dedicata agli anni ‘30, quelli che hanno gettato le basi della grande contrapposizione militare, geografica ed ideologica, che ha diviso tutto il mondo in due parti e anche le società, e a volte persino le famiglie, al loro interno. MP3 della puntata
Le piccole storie della guerra fredda II: gli anni ‘50 tra dissidenti, streghe e banane.

Nella seconda puntata del viaggio sonoro attraverso il quarantennio della paura, ci soffermiamo sul periodo piu’ buio: quello dei gulag sovietici e della caccia alle streghe comuniste in occidente. Vedremo anche come la guerra si estenda a tutto il pianeta, con la prima repubblica delle banane in Sud-America e con la divisione in blocchi di Asia e Africa. MP3 della puntata

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Comunismo polacco fuori legge

Se la Polonia vieta la bandiera rossa
Giovanni Sabbatucci, Il Messaggero, 28-11-2009 – ROMA (28 novembre) – Sta nell’ordine naturale delle cose che un nuovo regime nato sulle rovine di una dittatura si adoperi per cancellare dai luoghi pubblici i simboli e le insegne del regime caduto. Lo abbiamo fatto anche noi quando abbiamo cancellato dalle piazze, dai muri e dalla toponomastica le tracce di vent’anni di dittatura fascista; e quando abbiamo introdotto nei nostri codici, applicandolo peraltro abbastanza blandamente, il reato di apologia del fascismo.
Il pericolo da cui guardarsi, anche in questi casi, è quello di esagerare nella furia iconoclasta e di allargare indefinitamente l’ambito dei divieti sino al punto di sconfinare nella violazione della libertà di pensiero e di consentire ai pubblici poteri forme di intrusione nella sfera privata. E’ un pericolo che i legislatori e i governanti italiani hanno nel complesso evitato, visto che l’obelisco di Mussolini al Foro Italico è ancora al suo posto (in quanto parte di un sito di qualche interesse artistico) e che in qualsiasi bancarella di piccolo antiquariato è possibile acquistare qualche innocuo cimelio del ventennio.
Di questo pericolo non sembra invece essersi accorto il Parlamento polacco. Una legge appena approvata in Senato punisce con pene fino a due anni di carcere chiunque esponga simboli collegabili al regime comunista o li conservi anche in casa propria. Il tutto poi è formulato in termini così vaghi da consentire alle autorità di colpire un’amplissima platea di cittadini, compresa una parte non trascurabile dell’attuale classe dirigente: la Polonia post-comunista, infatti, è stata a lungo governata da ex comunisti dichiarati, e molti di questi siedono ancora in Parlamento nei banchi dell’opposizione. Il che rende le misure adottate alquanto ipocrite, oltre che inquietanti.
Non è in questione, naturalmente, il giudizio sull’oppressione che i polacchi hanno dovuto subire per oltre quarant’anni, soffrendola come una negazione della loro identità nazionale, oltre che della loro libertà. Né possiamo stupirci se, per chi ha sperimentato quel tipo di oppressione, la pregiudiziale anticomunista risulti prioritaria (come per noi quella antifascista). Il punto è che per liberarsi dell’eredità di una dittatura non basta distruggerne o vietarne i simboli. E’ necessario piuttosto cancellare le abitudini e i comportamenti ad essa legati, rinunciare alle pratiche delatorie e persecutorie: anche quando siano dirette contro gli oppressori di un tempo.
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di Jan Bernas — … L’idea di vietare gli emblemi del regime abbattuto da Solidarnosc nel 1989, è sorta da un’iniziativa parlamentare del partito d’opposizione Diritto e Giustizia, che fa capo al presidente e al suo gemello, l’ex-premier Jaroslaw Kaczynski. La proposta di riforma ha raccolto il favore del premier Donald Tusk e del suo partito liberale, Piattaforma Civica, che ha sposato l’equiparazione del nazismo al comunismo e la conseguente messa al bando di tutti i simboli che si rifanno ai regimi totalitari. Un’equiparazione trasversalmente voluta dallo spettro partitico polacco e fortemente sentita dalla popolazione, che ancora non ha dimenticato le violenze e le privazioni causate da quasi mezzo secolo di dittatura.
«I simboli del comunismo dovevano essere vietati così come lo sono stati fino ad oggi quelli inneggianti al nazismo. Non vedo tra questi sistemi nessuna differenza. Il comunismo ha provocato la morte di milioni di persone», ha commentato alla stampa polacca Jaroslaw Kaczynski.
In un contesto politico di scontro aspro e quotidiano, il fatto che la maggioranza e il governo abbiano sostenuto senza riserve una riforma di legge presentata dal principale partito d’opposizione dimostra quanto il passato continui a rappresentare un naturale collante tra tutte le forze in parlamento e più in generale nella società civile. Dal punto di vista politico, la decisione di mettere al bando i simboli del comunismo, oggi, a vent’anni di distanza dal crollo del regime, racchiude una valenza duplice che la Polonia vuole far valere in primo luogo in ambito comunitario e in secondo nei rapporti con la Russia.
Facendo costantemente leva sul fatto di essere stata prima abbandonata dall’Europa di fronte all’invasione nazista e poi sacrificata alle logiche di Yalta, Varsavia spera di influenzare politiche o quanto meno di impedire progetti considerati “pericolosi”. Ne è un esempio il North Stream – il gasdotto russo-tedesco e appoggiato da Bruxelles che poggerà sul fondo del Baltico aggirando la Polonia – già ribattezzato a Varsavia il “nuovo patto Ribbentrop-Molotov”. Rispetto ai sempre difficili rapporti con il “vicino-lontano”, la Russia, è evidente che mettendo al bando i simboli del comunismo la Polonia ribadisce a Mosca la propria indipendenza e piena sovranità. Non è un caso, che alcune settimane fa, il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski abbia proposto di buttare giù l’emblema del potere russo in Polonia. Non un muro come a Berlino, ma il Palazzo della Cultura che dal 1955 svetta nello skyline di Varsavia regalato da Stalin in nome dell’eterna amicizia tra polacchi e russi.
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Comunismo e Nazismo: in Polonia sono illegali
di Gian Micalessin, Il Giornale, sabato 28 novembre 2009
Svolta a Varsavia. Il Parlamento approva a grande maggioranza la modifica del codice penale: i nostalgici adesso rischiano il carcere. Anche cantare inni come l’Internazionale e Bandiera Rossa sarà vietato
Compagni dietrofront. Se progettate un viaggio della nostalgia sui sentieri dell’Europa ex comunista bloccate tutto. O almeno rivedete rotta e bagagli. Eh sì, perché in Polonia per voi appassionati di collanine con falce e martello, magliette con la foto del Che e santini di Lenin rischia di essere assai dura. O meglio assai lunga. Dopo la firma del presidente Lech Kaczynski al progetto di legge approvato dal Senato, i ricordi del vostro amato passato rischiano di costarvi due anni di galera. Per voi, lo sappiamo, sono oggetti del cuore, romantici souvenir di una fede mai cancellata, simboli di una passione mai sopita. Andatelo a raccontare ai polacchi. È gente semplice, prigioniera delle apparenze, legata al passato. Gente umorale, pronta ancora a indignarsi per l’eliminazione di quei 21.857 ufficiali dell’esercito polacco sterminati con un colpo alla nuca nella foresta di Katyn su ordine dell’Unione sovietica di Beria e Stalin. Gente suscettibile che ripensando ai successivi 49 anni passati a osannare i simboli da voi tanto venerati non si dà pace. Così pur di regolar i conti con passato e sentimenti non hanno esitato a modificare l’articolo 256 del codice penale dedicato all’incitamento all’odio. La nuova versione, affidata alla penna del ministro per la parificazione Elzbieta Radziszewska, mette fuori legge «la produzione, la distribuzione, la vendita, il possesso… la stampa, la registrazione e altre rappresentazioni di simboli del comunismo, del fascismo o del totalitarismo». Dunque attenzione, anche canticchiare l’Internazionale o Bandiera rossa dopo una serata a colpi di vodka Wiborowa rischia di farvi risvegliare in carcere.
In verità, cari compagni, c’è poco da scherzare. O almeno non intendono farlo i polacchi. Nella scrittura di quel nuovo provvedimento di legge, affidato non a caso al ministro della Parificazione, c’è tutto il senso di una legge che punta a riequilibrare opere e omissioni della storia europea. Una storia sempre pronta a condannare con sacrosanta indignazione gli orrori del nazismo, ma a concedere acquiescente, romantica, indulgenza a massacri e stragi perpetrate nel nome del comunismo. La nuova legge votata dal Parlamento infila il dito in questa piaga purulenta, fa luce sulla diffusa sperequazione che trasforma in reprobo chi esibisce svastiche e memorabilia hitleriane mentre eleva al rango di simpatico e orgoglioso idealista chi continua a inneggiare ai simboli dello stalinismo. In Polonia, nonostante milioni di cittadini abbiano in passato aderito al partito con la P maiuscola, pochi sono ancora disposti ad accettare la sottile discriminazione tanto cara agli intellettuali della «gauche caviar» di Roma e Parigi. «Il comunismo è stato un sistema terribile, un regime assassino costato la vita a milioni di persone, i regimi comunisti non erano per nulla diversi dal nazionalsocialismo e dunque non c’è ragione di riservare trattamenti diversi ai simboli dei due sistemi» – ricorda lo storico polacco Wojciech Roszkowski. Il parlamento non ha fatto altro che elevare al rango di legge questa interpretazione. La nuova bozza è stata votata a grande maggioranza sia dai deputati della Piattaforma civica, attuale formazione di governo, sia dall’opposizione di Legge e giustizia, il partito del presidente Kaczynski guidato oggi dal fratello gemello Jaroslaw.
«Grazie a questa legge – spiega Jarolaw – i simboli del comunismo sono equiparati ai simboli del genocidio e non hanno più diritto d’esistere». Per non sbagliare il ministro degli Esteri Radoslav Sikorski suggerisce di radere al suolo anche il Palazzo della scienza e cultura, grattacielo di Varsavia donato da Stalin ai polacchi. «Quella demolizione – assicura Sikorski – sarà per la Polonia l’equivalente della caduta del muro di Berlino».

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Victor Zaslavsky (1937-2009)

Victor Zaslavsky
Victor Zaslavsky era nato a Leningrado, oggi San Pietroburgo, il 26 settembre del 1937. Si era diplomato in ingegneria all’Istituto minerario della stessa città e aveva poi preso una seconda laurea in Storia nello stesso Ateneo. Aveva nel frattempo lavorato come ingegnere minerario in varie parti dell’Unione Sovietica, viaggiando e fermandosi in località asiatiche ed europee; in seguito aveva insegnato per alcuni anni Sociologia in Russia. Negli anni dell’adolescenza e della giovinezza, aveva vissuto con grande intensità e speranza il periodo kruscioviano, di cui parlava e scriveva volentieri; ad esso riconosceva di avergli permesso studi assai più completi, liberi ed approfonditi di quanto sarebbe stato possibile prima, sotto Stalin, e dopo, sotto Brezhnev. Ricordava molto chiaramente le discussioni tra studenti nel 1956, sul rapporto segreto al 20° congresso del PCUS e sull’invasione dell’Ungheria.
Dotato di cultura e vivacità intellettuale non comuni, non aveva tardato a diventare docente universitario. Il colpo burocratico del 1964 contro Krusciov e l’invasione della Cecoslovacchia quattro anni dopo segnarono la fine delle speranze di riforma. Lo sguardo critico sulla realtà sovietica, che nell’organizzazione universitaria, soprattutto nelle scienze umane (i cui grandi classici di tutti i tempi erano concessi numerati solo alle persone più fedeli e ideologicamente fidate) era ingabbiata in una camicia di forza ideologica, lo rese presto inviso ai controllori e lo fece entrare nel mirino della censura accademica. Da uomo libero, che aveva da subito compreso l’importanza delle scienze sociali e politiche, egli non si sottometteva docilmente ai “burocrati della scienza” e conservava sempre una profonda dignità e indipendenza nel suo lavoro, cosa che suscitò sospetto fin dall’inizio dapprima nei controllori sovietici, quindi nei “programmatori culturali” di ogni tipo, monopolisti di una qualsivoglia cultura ufficiale e conformista.
Quando il Kgb lo scoprì in possesso di scritti di Solzhenitsyn, nel 1974 venne espulso dall’Università – in parte anche a causa dei parenti già emigrati dall’URSS. Squalificato sul piano professionale, si vide costretto a lavorare come guida turistica. Tacciato di “inaffidabilità politica” – in un periodo di forte recrudescenza della repressione sovietica verso gli intellettuali e la dissidenza – Zaslavsky l’anno successivo decise di emigrare in Occidente con la famiglia. Dopo aver fatto tappa a Roma proseguì per gli il Canada, dove insegnò per 19 anni alla Memorial University di Newfoundland, a St. John’s (dove anche dopo la sua partenza era rimasto honorary research professor, conservando i library privileges, e che alla notizia della morte ha eretto la bandiera a mezz’asta) e inoltre in California, a Stanford e Berkeley, come visiting professor. In Italia insegnò nelle Università di Venezia e Firenze per poi stabilirsi alla Luiss di Roma, dove nel 1994 ottenne la cattedra di Sociologia politica per “chiara fama”.
Zaslavsky può essere ascritto alla dissidenza antisovietica solo in senso indiretto. Lui stesso sosteneva: “Non ero un dissidente, ma solo un intellettuale che pensava con la propria testa.” Non aveva messo in atto in Unione Sovietica il contrasto aperto, la critica attiva, la proclamazione del diritto di resistenza al potere tirannico da una parte e dall’altra non era stato legato al e/o diffuso nel samizdat, tutti strumenti tipici questi dell’azione dei membri di quel movimento intellettuale di fondamentale importanza per la lunga opera di erosione del potere assoluto nell’Urss. La sua fedeltà alla ricerca scientifica, alla verità dei fatti, al rigore dello studio, tanto più valido quando più derivante da curiosità e vivacità connaturate, lo portavano su un terreno parzialmente differente rispetto a quello della dissidenza, che era prevalentemente letteraria. Quello dell’analisi realistica della politica e della società, però, era pur sempre parallelo all’ambito stesso in cui si muoveva il fenomeno del dissenso, con i suoi pregi, i suoi difetti, le sue insufficienze strategiche. Era un campo di studi e d’azione che si caratterizzava per l’uso di metodi e forme di resistenza diverse, seppur gli orizzonti rimanessero gli stessi.
Inoltre, Zaslavsky sarebbe rimasto sempre legato allo stile e al modo di pensare dell’intelligentsija russa, ma con in più una visione molto più marcatamente a tutto campo della cultura, della scienza e del compito dello scienziato e dell’intellettuale. Zaslavsky era legato profondamente alla Russia (alcune pagine degli anni Ottanta ne rivelavano l’attaccamento estremo), come altri maggiori intellettuali suoi conterranei, convinti ma senza facili illusioni o utopismi della possibilità di una rinascita di questo sfortunato paese; e non lo vedrà mai uscire dal suo campo privilegiato di osservazione, mantenendolo sempre al centro del suo lavoro, anche per i problemi e gli avvenimenti più tragici.
Già in Unione Sovietica, dove aveva sperimentato la solitudine dello studioso che non si accontenta dei luoghi comuni o degli abbellimenti ideologici e che invece persegue la ricerca con impegno e serietà, Zaslavsky aveva approfondito la storia della Russia e dell’Unione Sovietica, della loro collocazione nella storia del Novecento, fino a raggiungere livelli di grande profondità, che gli avrebbero consentito in seguito di essere riconosciuto come uno dei maggiori esperti dell’argomento a livello mondiale. Egli inoltre conosceva molto bene i meccanismi politici del sistema sovietico, il modo di comportarsi della burocrazia, degli strati sociali fagocitati dagli apparati della polizia segreta, i meccanismi del consenso, della repressione e dell’inganno permanente. A questa competenza univa quella di storico di grande levatura, che con la sua libertà e onestà intellettuale, ma anche grande umiltà sa accostarsi ai documenti e analizzarli, gestendo un imponente lavoro d’archivio, quando necessario e se possibile. Già nell’Università sovietica dimostrava una sorta di “tranquillità dello studioso”, che conta sui propri mezzi conoscitivi perché ne conosce il valore. Anche se di fatto le scienze umane finivano devastate nel “tritacarne ideologico” sovietico, Zaslavsky conosceva la rilevanza della metodologia della ricerca in questi campi, l’importanza della teoria quale bussola per orientarsi, il valore dell’elaborazione scientifica, che è naturalmente del tutto indipendente rispetto al paese nel quale si vive e che quindi ha rilevanza universale. Da qui sorgeva in lui il culto per l’analisi spassionata e per i fatti, per le metodologie e per le scoperte di altri paesi, ma anche l’impegno morale che determinate ricerche implicano e che proprio per questo vanno condotte con il maggiore rigore possibile.
Date queste premesse, era inevitabile che la sua vita in Unione Sovietica finisse in rotta di collisione con quella di chi teneva in gabbia le discipline che lo appassionavano. Quasi con una sorta di stupore, Zaslavsky scopriva un poco alla volta i meccanismi della censura, dell’asservimento della scienza, della corruzione di giovani menti costrette non a seguire vie indipendenti di ricerca, ma a servire non solo l’agenda degli studi, dettata dai vertici accademici, ma anche forze totalmente estranee alla ricerca. Già nei primi Anni Settanta egli si era reso conto dello stravolgimento sotto il regime sovietico di discipline come quelle sociologiche e dell’oppressione che questi campi di studi e gli Istituti che li praticavano finivano per subire, con ripetute soppressioni e conseguenti repressioni dei loro membri. Le ricerche equilibrate e documentate alle quali Zaslavsky ha sempre tenuto, non avrebbero mai potuto trovare posto in un quadro così cupo e umiliante.
Il periodo sovietico della sua vicenda di studioso è stato fortunatamente piuttosto breve, perché l’emigrazione gli ha consentito di far fruttare al meglio le sue grandi capacità analitiche. Zaslavsky aveva una concezione delle scienze sociali e politiche, così come di quelle storiche, come di discipline che non sono statiche, ma che si sviluppano e che avanzano secondo il meccanismo dell’evoluzione della stessa conoscenza. La rottura di vecchi schemi storiografici, che risulterà evidente nella parte italiana della sua vita e in temi quali il rapporto fra i vertici del Partito Comunista Italiano e il Cremlino, è tutt’uno con questa logica, nella quale era pienamente inserito e che aveva rielaborato a contatto con le discipline di quel tipo soprattutto in campo anglosassone, ovvero al cospetto di una vera comunità di studiosi, abituata a dibattere e a criticare, ad accettare tendenzialmente le autentiche scoperte quando si rivelano tali e a cancellare le strade risultate fallaci, ricominciando umilmente daccapo.
Le premesse agli studi di maggior valore di Zaslavsky erano in ogni caso già state poste in Russia. Quelle tendenze, che lo avrebbero portato all’autentica distruzione di luoghi comuni, a smontare false convinzioni, a tracciare quadri realistici ed esaustivi del sistema sovietico, derivavano dal suo metodo del tutto libero e indipendente, ascrivibile propri al primo periodo della sua attività accademica e forse addirittura alla sua vita di studente che si orientava fra i mille inghippi del sistema universitario sovietico. Sarebbe un grave vuoto non ricordare come quelle radici influenzassero la dolorosa ricerca, per un russo, sulla tragedia di Katyn, sulle sue cause e responsabilità, sulla verità contrapposta a una grande, interminabile menzogna, che fino a oggi ha impedito di rendere giustizia ai polacchi quali vittime di una violenza inaudita. Rendere giustizia mediante la verità storica è stato il culmine del dovere morale sentito da Zaslavsky nell’ultima fase della sua vita, che trova però radici proprio nel suo periodo russo, nel quale aveva già preso coscienza del valore della verità. Le ultime analisi sulla Russia rivelano una profonda comprensione dei problemi della continuità storica, della politica e delle peculiarità della stessa.
Da ultimo, ancora pienamente riferito al periodo russo della vita di Zaslavsky, non va dimenticato l’ambito nel quale si è dimostrato anche scrittore di talento. Alcuni suoi racconti brevi, pubblicati in lingua russa, inglese, italiana, tedesca (ma non in russo!), affondano le loro radici proprio nella vita russa, che appare evidente attraverso il marcato tratto autobiografico. Quei racconti, infatti, sono densi di esperienza vissuta direttamente alle prese con il sistema politico e burocratico sovietico, con la vita quotidiana e le contraddizioni tipica di quel periodo storico e di quella cultura. Proprio dalla Russia quei racconti traggono la loro carica di saggezza, di umorismo, il loro intrinseco valore di testimonianza, questa volta non più fredda e distaccata, ma partecipata e sentita, come sentito da Zaslavsky era il destino della gente descritta in quelle sue belle pagine.
Trasferitosi in Italia, Victor (Vitya per gli amici: da buon russo, non poteva rinunciare al vezzeggiativo) per certi versi s’inserì perfettamente in questo paese, per altri ne rimase rispettosamente a distanza. Aveva imparato la lingua in modo eccellente, i suoi motti di spirito e le sue eleganti locuzioni pronunciate con accento inconfondibile erano assai gradevoli. Era però rimasto cittadino canadese e ne parlava, con un lieve sorriso un po’ enigmatico, in termini che significavano “io sto bene così, che bisogno c’è di cambiare?”
Ciononostante, o forse proprio per questo, la cultura libera italiana gli è debitrice di molte cose. Come una nemesi storica, egli ha contribuito in modo decisivo a smontare le mitologie, positive e negative, costruite dai togliattiani, senza però mai degenerare nell’ideologia o nel livore settario dei suoi detrattori: della “svolta di Salerno” si è già molto parlato, mentre pochi conoscono la vicenda del dott. Vincenzo Palmieri, un medico napoletano che aveva partecipato alla riesumazione delle vittime di Katyn e che per questo era stato pesantemente ostracizzato dal PCI, che non poteva perdonargli l’onestà intellettuale. Per merito di Zaslavsky, la sua vicenda è stata riportata alla luce dopo la guerra fredda, in un libro che è diventato un classico della storiografia internazionale. Al suo funerale, nella sua Università, era presente la comunità degli storici quasi al completo e molti studenti, grati per la sua disponibilità, così diversa dalle chiusure baronali. Tra gli oratori era presente il figlio Sasha, docente di fisica presso la prestigiosa Brown University, che ha pronunciato poche parole, ma profonde ed efficaci, con l’identico timbro di voce e lo stesso accento russo del padre: un vero maestro, che non sarà dimenticato.
Aisseco – Associazione italiana per gli studi di storia d’Europa centrale e orientale
Bibliografia
- Il consenso organizzato, Bologna, Il Mulino 1981
- The Neo-Stalinist State, London-New York, M.E. Sharpe 1982, nuova ed. 1994
- Lo stato dell’economia sovietica : il rapporto siberiano, Centro Gino Germani di studi omparati sulla modernizzazione, 1983.
- (Con A.Pitassio): Introduzione all’edizione italiana di L. Timofeev, L’arte del contadino di far la fame, Bologna, Il Mulino 1983
- (Con R. Brym), Soviet-Jewish Emigration and Soviet Nationality Policy (London: Macmillan and New York: St. Martin’s Press, 1983. Trad. it.: Fuga dall’impero : l’emigrazione ebraica e la politica della nazionalità in Unione Sovietica, Napoli, Edizioni scientifiche italiane , 1985
- Il Dottor Petrov parapsicologo. (Raccolta di racconti), Palermo, Sellerio 1984
- Dopo l’Unione sovietica – La perestrojka e il problema delle nazionalità, Bologna, Il Mulino 1991
- Con G. W. Lapidus e P. Goldman (eds.), From Union to Commonwealth: Nationalism and Separatism in the Soviet Republics, Cambridge University Press, 1992
- Storia del sistema sovietico. L’ascesa, la stabilità, il crollo. Carocci, Roma 1995, nuova ed. 2001
- La Russia senza Soviet, intervista di Antonio Carioti. Roma, Ideazione, 1996
- Con E. Aga Rossi, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, Bologna, Il Mulino 1997, nuova ed. 2007 (Premio Acqui Storia 1998)
- Il massacro di Katyn. Il crimine e la menzogna, Roma, Ideazione 1998, riedito come: Pulizia di classe. Il massacro di Katyn, Bologna, Il Mulino 2006, nuova edizione 2009
- Introduzione e cura di Julia Pyatnizkaya, Diario della moglie di un bolscevico, Firenze, Liberal libri , 2000
- Il nemico oggettivo: il totalitarismo e i suoi bersagli interni. In: AA.VV. GULag. Il sistema dei Lager in Urss. Mazzotta, Milano 2000.
- Lo Stalinismo e la sinistra italiana. Dal mito dell’URSS alla fine del comunismo, 1945-1991, Milano, Mondadori 2004
- Con L. Gudkov La Russia postcomunista. Da Gorbaciov a Putin, Roma, Luiss Univ. Press, 2005
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Addio a Zaslavsky, svelò l’asse Pci-Urss
Lo storico russo denunciò i crimini del comunismo
Antonio Carioti, Corriere della Sera, 27 novembre 2009
Non finiva di stupirsi, Victor Zaslavsky, per il pregiudizio favorevole di cui il comunismo godeva (e in parte ancora gode) nel nostro Paese. Lo studioso di origine russa, scomparso improvvisamente ieri a Roma, era nato a Leningrado (oggi San Pietroburgo) nel 1937 e aveva conosciuto da ragazzo l’atmosfera asfissiante del regime di Stalin; poi da adulto, prima di emigrare in Occidente, era vissuto sotto la plumbea stagnazione brezneviana. Gli era difficile comprendere l’indulgenza di troppi intellettuali italiani verso un sistema dalle evidenti caratteristiche totalitarie. Altrettanto sconcertante gli appariva il tentativo pervicace di negare l’appartenenza organica del comunismo italiano, ben oltre il 1945, alla stessa famiglia politica che aveva prodotto ovunque dispotismo e miseria. Tanto più dopo che l’apertura degli archivi russi, in seguito alla dissoluzione dell’Urss, aveva permesso di osservare da vicino i meccanismi del «legame di ferro» tra il Pci e il Cremlino.
Nel libro Togliatti e Stalin (Il Mulino, 1997), scritto insieme alla moglie Elena Aga Rossi, Zaslavsky aveva certificato che la «svolta di Salerno » del 1944 era stata decisa a Mosca, su impulso determinante del tiranno sovietico, e che l’intervento dell’Armata Rossa in Ungheria nel 1956 era stato non solo approvato, ma anche sollecitato dal leader storico del Pci. Nel successivo saggio Lo stalinismo e la sinistra italiana (Mondadori, 2004) aveva posto in luce come nell’immediato dopoguerra la rinuncia alla via insurrezionale, da parte dei comunisti italiani, fosse riconducibile in larga misura alle scelte geopolitiche dell’Urss. In questo modo, inserendo la storia del Pci nel quadro di un movimento mondiale controllato saldamente da Mosca almeno fino alla morte di Stalin, Zaslavsky aveva portato negli studi sul comunismo in Italia un punto di vista innovativo e spiazzante, corrispondente agli sviluppi della storiografia internazionale. E alcuni non glielo avevano perdonato. Nell’impossibilità di negarne le acquisizioni, supportate da un’ampia documentazione d’archivio, si era cercato di ridimensionarle diffondendo un’immagine caricaturale del suo lavoro, come animato da un anticomunismo cieco e irragionevole. Zaslavsky non se la prendeva troppo. Era dotato di un senso innato dell’ironia che lo rendeva superiore alle baruffe ideologiche. Del resto fuori dai confini dell’Italia, dove aveva a lungo insegnato in prestigiosi atenei (da Stanford a Berkeley), era un autore apprezzato, tanto per le opere di taglio sociologico, da Il consenso organizzato (Il Mulino, 1981) a Storia del sistema sovietico (Nuova Italia Scientifica, 2001), quanto per quelle storiche come Pulizia di classe (Il Mulino, 2006) sull’eccidio di Katyn. Che il provincialismo progressista nostrano trovasse disdicevole la sua avversione al totalitarismo comunista non era un problema suo. Era, anzi è, un problema dell’Italia.
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Morto Zaslavsky, svelò le menzogne del comunismo
Il Giornale, venerdì 27 novembre 2009
Anche se da decenni nel nostro Paese, Victor Zaslavsky non aveva però chiesto la cittadinanza italiana. Era russo e nato a San Pietroburgo, all’epoca Leningrado, il 26 settembre 1937, si era si era laureato lì in storia presso l’Università Statale. Diventato docente, era però entrato nel mirino della censura accademica. Nel 1974 Zaslavsky venne così espulso quasi contemporaneamente ad Aleksandr Solzenicyn nel quadro del «giro di vite» che ebbe al centro la scoperta del manoscritto di Arcipelago Gulag. Più che un’esplicita opposizione insospettiva la sua mancanza di zelante subordinazione. Ebbe a ricordare lui stesso: «Non avevo fatto niente di particolarmente eclatante per essere espulso. Non ero un dissidente, ma solo un intellettuale che pensava con la propria testa». Da allora la «patria del socialismo» non poteva essere la sua vera patria, ma non aveva accettato altra cittadinanza. Ed il tema delle nazionalità è stato appunto centrale nella sua analisi degli elementi critici in seno all’impero sovietico prima e dopo la caduta del Muro. In esilio è stato accolto nelle università di Berkeley e di Stanford e poi alla Memorial University del Canada dove acquisì lo status di «russo naturalizzato canadese», ma la sua seconda patria è stata l’Italia dove già da metà degli anni ’70 collaborava a diverse riviste tra cui «Mondoperaio» che era all’epoca impegnata con Bobbio, Colletti e Salvadori nella contestazione dell’egemonia gramsciana. In Italia dopo aver insegnato nelle Università di Venezia e Firenze è stato in questi ultimi anni docente alla Luiss-Guido Carli di Roma.
Il suo nome balzò alla ribalta infrangendo la frontiera degli esperti e degli studiosi, quando insieme alla moglie, Elena Aga-Rossi, trasse fuori dagli archivi dell’ex Urss la documentazione che dimostrava come la famosa «svolta di Salerno» (la proposta del Pci agli altri partiti antifascisti nel 1944 di entrare nel governo Badoglio) fino ad allora sventolata come la prova dell’autonomia di Togliatti dall’Urss fosse stata ideata da Stalin e da lui imposta ai comunisti italiani. Fu l’origine del saggio Togliatti e Stalin (1997) in cui Zaslavsky e Aga-Rossi ricostruirono sulla base della documentazione inedita la realtà del comunismo italiano.
Questa è solo la punta dell’iceberg di una produzione vasta e importante da Il consenso organizzato (1981) e L’emigrazione ebraica e la fuga della nazionalità in Urss (1985) a Il massacro di Katyn (1998) e Storia del sistema sovietico (2001). Zaslavsky è stato uno dei protagonisti dell’abbattimento del Muro di Berlino nel campo storiografico infrangendo gli schemi della lettura classista del Novecento che è stata dominante soprattutto in Italia. Senza vincolarsi in modo schematico e ripetitivo alla categoria del totalitarismo ha indagato il carattere specifico della realtà sovietica da Lenin a Gorbaciov in quanto «società militare-industriale». È così che ha messo a fuoco il profilarsi dell’implosione proprio nella sottovalutazione da parte di Gorbaciov del fattore nazionalistico.
Zaslavsky ha svolto un lavoro fondamentale sulla storia del nostro Paese, anche come esperto della commissione parlamentare sulle stragi e di cui è testimonianza preziosa Lo stalinismo e la sinistra italiana dove ricostruisce il «doppio stato» che caratterizzò il Pci dai finanziamenti sovietici all’apparato paramilitare clandestino.
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Roma, 27 nov. – (Adnkronos) – Sara’ Vittorio Strada a commemmorare Victor Zaslavsky, lo storico russo naturalizzato canadese che da trent’anni viveva in Italia, scomparso improvvisamente ieri all’eta’ di 72 anni a Roma. Il professor Strada dell’Universita’ di Venezia, considerato il maggior specialista della cultura slava in Italia, parlera’ domenica mattina alle 11 alla Universita’ Luiss di Roma, dove Zaslavsky insegnava.
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Vorrei oggi ricordare ai nostri lettori uno storico di valore che ieri ci ha lasciato prematuramente, quando ancora aveva il mondo davanti, curiosità, libri da scrivere, idee da sviluppare, Victor Zaslasky. Ebreo, era nato a San Pietroburgo negli anni più bui del totalitarismo comunista, da una famiglia bolscevica. Ricordo di averlo udito raccontare delle sue classi, a scuola, di ateismo. Ne parlava con ironia e mitezza, come era nel suo carattere. Allontanatosi dall’URSS, naturalizzatosi canadese, viveva da molti anni in Italia, dove insegnava. Un percorso quasi emblematico dei figli del suo mondo, degli ebrei dei suoi anni. I suoi libri sul comunismo, sulla sua fine e sul post-comunismo, su Katin, sono opere preziose, su cui riflettere. A me, hanno insegnato molto. Anna Foa, storica
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Inutile dire quanto sia rimasto colpito dalla scomparsa improvvisa di Victor Zaslavsky. Anch’io lo conoscevo, avevo discusso con lui di tante cose e partecipato insieme a lui a qualche Convegno internazionale. Era amico del mio amatissimo primo Professore di lingua russa all’Università Cattolica, Jurij Malcev, che è stato fra le vittime più emblematiche della repressione psichiatrica del Dissenso antisovietico. Anche Zaslavski faceva parte di quella galassia di straordinaria dignità, che ha caratterizzato il Dissenso russo.
Gli siamo debitori di opere di grande valore e che ci hanno insegnato tanto, da quelle degli anni Ottanta sul sistema brezhneviano a quelle sui meccanismi politici e sociali del sistema sovietico, a quelle sullo smascheramento, documentato da un serissimo lavoro d’archivio, delle complicità fra i vertici del Pci e il Cremlino, a quella su Katyn, tanto importante per la storia dell’Europa Centrale. Mi ha sempre affascinato e glielo avevo anche detto, la sua capacità di muoversi così agilmente fra le scienze sociali e la storia. 
E’ una perdita irreparabile, soprattuto in un periodo nel quale solo la profonda conoscenza dei meccanismi di funzionamento del sistema sovietico consente di comprendere quanto sta avvenendo nella restaurazione politica della Russia post-sovietica. Lo è perchè se ne va un uomo libero, indipendente, capace di mettere in discussione e di distruggere i luoghi comuni, rappresentante di prima grandezza di quel mondo formidabile che è stato il Dissenso antisovietico. E’ una grave perdita per i nostri campi di studio e ricerca. Alessandro Vitale
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L’Occidentale tende omaggio a Victor Zaslavsky riproponendo alcuni suoi articoli. VEDI:
La primavera di Praga: resistenza e resa dei comunisti italiani
di Victor Zaslavsky, 28 Novembre 2009
- Nel 1968, il Pci, il più grande partito comunista dell’Europa Occidentale, sotto la costante pressione dell’opinione pubblica per i suoi stretti legami con il regime sovietico oppressore, si affrettò a mostrare il proprio sostegno al corso riformista di Alessandro Dubcek in Cecoslovacchia. Il programma dei riformatori cechi apriva al Pci ampie possibilità di rafforzare la propria influenza e fu accolto con entusiasmo dalla sua dirigenza… (Ventunesimo secolo)
Vent’anni dopo la caduta del Muro. Se il mondo non si divide più tra Est e Ovest è grazie a Mikhail Gorbacev
di Victor Zaslavsky, 5 Novembre 2009
- Le celebrazioni per i vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino rappresentano un’occasione per riflettere sul ruolo cruciale di Mikhail Gorbacev nella vicenda culminata con il dissolvimento del blocco comunista. Fu proprio il suo tentativo di modernizzare il sistema a scardinare definitivamente l’URSS.
L’accordo di Ankara. Il gasdotto “Nabucco” è destinato a rompere il monopolio russo del gas
di Victor Zaslavsky, 15 Luglio 2009
- Qualche giorno fa, ad Ankara, i primi ministri turco, ungherese, austriaco, romeno e bulgaro hanno firmato l’accordo sulla costruzione del “Nabucco”. Lungo 3.300 chilometri, il gasdotto trasporterà il gas dal Caspio all’Europa, aggirando la Russia. E Mosca teme di perdere il suo monopolio.
Dopo l’incontro a Mosca. Putin coltiva l’antiamericanismo anche se la Russia ha bisogno di Obama
di Victor Zaslavsky, 10 Luglio 2009 -
I sondaggi dopo la visita di Obama a Mosca parlano chiaro: il 75 per cento della popolazione ritiene che gli Usa vogliano sfruttare la Russia. L’opinione pubblica, tuttavia, deve comprendere che Mosca potrà uscire dalla sua arretratezza economica solo collaborando con l’Occidente.
Migrazioni di massa nel mondo contemporaneo. La nuova etica demografica: tutela dell’identità e responsabilità dei popoli
di Victor Zaslavsky, 23 Maggio 2009
- Come parte del suo giro di vite contro l’immigrazione illegale, due settimane fa l’Italia ha rispedito in Libia una nave carica di migranti. L’agenzia ONU per i rifugiati, il Vaticano e le organizzazioni per i diritti umani, come pure alcune forze politiche italiane, hanno accusato il governo italiano di aver violato il diritto internazionale. Ma in queste accuse c’è una dose considerevole d’ipocrisia.
Perché Berlusconi è il mediatore ideale tra Mosca e Washington
di Victor Zaslavsky, 3 Aprile 2009
- Chi pensa di cambiare la politica russa affidandosi alle minacce e alle sanzioni non raggiunge mai l’effetto sperato. Berlusconi, invece, ha compreso da anni l’importanza strategica del rapporto italo-russo, e per questo ora è nella posizione di far cambiare idea al Cremlino su molte delle questioni cruciali all’ordine del giorno.
I paradossi della crisi russa: calano i consumi ma crescono i prezzi
di Victor Zaslavsky, 10 Marzo 2009
- Alla luce della tradizionale cultura politica russa, con la sua fiducia nella figura dello zar buono, non deve stupire se la popolarità del tandem Putin-Medvedev non sia ancora crollata proporzionalmente all’aumento dei prezzi e al peggioramento degli standard di vita. Con gli effetti della recessione, però, cominciano così ad emergere le prime crepe nella solida base del regime autoritario putiniano.
Medvedev parla di libertà, ma in Russia non ci sarà un nuovo corso
di Victor Zaslavsky, 20 Giugno 2008
- Eravamo studenti del corso di laurea di storia dell’Università di Leningrado, una trentina in tutto…
Perché i russi continuano a volere Putin al potere
di Victor Zaslavsky, 3 Dicembre 2007
- Putin ha vinto la scommessa: il suo partito “Russia unita” avrà alla Duma almeno 315 deputati su un totale di 450. Il partito del Presidente potrà approvare qualsiasi legge, cambiamenti della Costituzione inclusi. L’affluenza è stata del 63%, un dato che segnala un’accelerazione della partecipazione al voto rispetto alle legislative del 2003 di oltre sette punti. Qual è il senso dell’alta partecipazione e della schiacciante vittoria del partito di Putin?
Quale Europa? L’asse franco-tedesco nel processo di integrazione
di Gaetano Quagliariello e Victor Zaslavsky, 7 Gennaio 2007 – da Ventunesimo Secolo Anno V Numero 11, Ottobre 2006 – VEDI tutti gli articoli
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Victor Zaslavsky
L’altro ieri è venuto a mancare il nostro direttore e carissimo amico Victor Zaslavsky.
Per tanti anni, ha insegnato sociologia politica alla Luiss Guido Carli dove ha cresciuto generazioni di studenti nella lettura critica e acuta della realtà. Inestimabile è il contributo che ha portato alla conoscenza e alla riflessione sulla storia dell’Unione Sovietica e del Partito Comunista Italiano. Tra le sue numerose attività, aveva fortemente voluto la creazione della rivista Ventunesimo Secolo, nella quale aveva coinvolto studiosi di diverse generazioni per analizzare l’evoluzione del mondo contemporaneo.
Il dolore di questo momento si addolcisce nel ricordo delle tante manifestazioni di affetto e amicizia che, in modo molto personale, ha sempre manifestato a ognuno di noi.
Oggi, sabato 28 novembre, sarà allestita una Camera ardente alla Luiss Guido Carli (viale Pola 12 – Roma), dalle 15.30 alle 19.00.
Una commemorazione si svolgerà domani, domenica 29 novembre, alle 11.30, sempre alla Luiss Guido Carli (viale Pola 12 – Roma) – La redazione di “XXI secolo
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Con profondo dispiacere partecipo la scomparsa improvvisa del collega Victor Zaslavsky.
Il prof. Zaslavsky è stato uno dei massimi esperti del sistema sovietico, noto e apprezzato a livello mondiale. Con il suo lavoro serio e autorevole e la sua libertà e onestà intellettuale ha arricchito in questi anni il nostro Ateneo, offrendo un contributo scientifico e didattico di grande spessore.
Insieme al suo valore di studioso, ricordo con commozione la sua discrezione e il tratto garbato e sobrio della sua figura. Massimo Egidi, Roma, 27 novembre 2009
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VEDI Victor Zaslavsky a Radio Radicale: in terviste e partecipazioni a dibattiti
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 Ricordo di Victor Zaslavsky
venerdì, novembre 27, 2009
Walking Class ricorda un amico, un uomo di grande umanità e umiltà, un esperto di storia russa ed est europea. Piange la scomparsa del professor Victor Zaslavsky. Lo avevo sentito, per l’ultima volta, poco più di tre settimane fa. Lo avevo cercato telefonicamente a Roma per intervistarlo sulla vicenda di Katyn nell’ambito della serie sui vent’anni dal 1989 che sta pubblicando in questi mesi il quotidiano Il Riformista. Esattamente in questi giorni, vent’anni fa, il nuovo primo ministro polacco Mazowiecki si era recato in visita ufficiale al Cremlino per incontrare Gorbaciov. In quella occasione, il premier polacco si recò anche a Katyn per rendere omaggio agli ufficiali polacchi massacrati dai sovietici durante la seconda guerra mondiale, nei mesi in cui Stalin era alleato di Hitler e adempiva ai protocolli segreti del patto Ribbentrop-Molotov. Zaslavsky aveva pubblicato, per primo in Italia, un libro sulla vicenda corredandolo di documenti usciti dagli archivi segreti di Mosca. Correva l’anno 1999, il libro uscì per la casa editrice Ideazione. Anni dopo pubblicò con il Mulino un’edizione ampliata, ricca di ulteriori documenti nel frattempo venuti alla luce. Gentile come sempre, mi aveva dato appuntamento per il primo novembre, una domenica mattina. Era in partenza per New York e nei giorni successivi non ci sarebbe stato il tempo di parlare. Non ci sentivamo da quasi tre anni, non sapeva neppure che da un pezzo mi ero spostato a Berlino: «Adesso capisco perché non ci siamo più visti in tutto questo tempo». Stava lavorando a un nuovo libro sul bilancio dei dieci anni di Putin, a quattro mani con lo studioso Led Gudkov con cui aveva già pubblicato quattro anni fa “La Russia post-comunista, da Gorbaciov a Putin”. Questo nuovo lavoro ne sarebbe stato il logico proseguimento, e ora la speranza è che il testo fosse già in fase avanzata, in modo da poter leggere ancora le sue analisi sempre equilibrate e documentate. Lo studio su Katyn era stato per lui, russo, quasi un obbligo morale: «Ho sempre pensato che dovesse essere proprio un russo a riportare per primo alla luce quelle vicende», mi aveva detto. Questo era Victor Zaslavsky. Mi mancherà molto.
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Il ricordo. Lo storico esule dall’Urss si è spento a Roma. Insegnava alla Luiss. Il 5 dicembre premiato col «Silone»
Zaslavsky e il coraggio di denunciare i rapporti tra comunisti italiani e sovietici
Setacciò gli archivi russi svelando le bugie del Pci, Il Tempo, 28-11-09
La scomparsa a Roma del professor Victor Zaslavsky (nato a San Pietroburgo nel 1937) toglie alla rada pattuglia degli storici veri, quelli che gli archivi li frequentano davvero, uno studioso di luce e di verità. Proprio negli archivi di Mosca, coadiuvato dalla moglie Elena Aga-Rossi, scoprì la documentazione inedita, che dissolse come neve al sole una delle grandi menzogne del Pci. Zaslavsky, infatti, dimostrò, carte alla mano, che la famosa “svolta di Salerno” del 1944, per decenni decantata come prova inconfutabile della moderazione e del patriottismo di Togliatti, fu, in realtà, dettata da un perentorio ordine di Stalin. I fatti, accertati in maniera inconfutabile da Zaslavsky, procedettero con la seguente successione: nel febbraio 1944 a Mosca Togliatti, d’intesa con Dimitrov, il bulgaro capo del Komintern, redige un testo, sui compiti dei comunisti italiani, indirizzato a Stalin. Togliatti, fra l’altro, afferma: “…i comunisti chiedono la costituzione di un governo democratico provvisorio… essi chiedono l’abdicazione del re…i comunisti rifiutano di partecipare all’attuale governo (Badoglio, ndr)». Nella notte tra il 3 e il 4 marzo 1944, Togliatti il rivoluzionario riceve una lezione di realismo politico da parte di Stalin, che gli ordina la “svolta di Salerno”, spiegandogli che un marxista bada al sodo e non alle forme, quindi non aveva senso pretendere l’abdicazione del Savoia, mentre l’imperativo di quella fase imponeva di riconoscere subito Badoglio ed entrare a far parte del suo governo. Togliatti – come ci ha insegnato Zaslavsky -, coda fra le gambe, modificò profondamente il documento “Sui compiti all’ordine del giorno dei comunisti italiani”, facendo proprie le direttive di Stalin. L’unico a capire che cosa, in verità, celasse l’improvvisa moderazione del leader comunista italiano, sbarcato in aprile a Salerno, fu Benedetto Croce, il quale sul diario annotò: «E’ certamente un abile colpo della Repubblica dei Soviet vibrato agli angloamericani, perché sotto il colore di intensificare la guerra contro i tedeschi, introduce i comunisti nel governo, facendoli iniziatori di una nuova politica sopra o contro gli altri partiti, che si trovano costretti a seguirli…». Le ricerche di Zaslavsky hanno disvelato altri castelli di menzogne, a cominciare dal fondamentale saggio sul “Massacro di Katyn/Il crimine e la menzogna”. Questo lavoro del 1998 consentì, per la prima volta in Italia, di leggere 24 documenti ufficiali, che provano come la strage di Katyn (15 mila assassinati) e dintorni (altre 10 mila persone circa) fu un’efferata operazione di “pulizia etnica” pensata a tavolino e realizzata su ordine di Stalin e Berija, per scongiurare che la Polonia anche a futura memoria potesse ricostituire una classe dirigente di rilievo. Dalla lettera di Berija a Stalin, 5 marzo 1940: «Esaminare i casi secondo una procedura speciale, applicando nei confronti dei detenuti la più alta misura punitiva: la fucilazione. Condurre l’esame dei casi senza citare in giudizio e senza presentare l’imputazione, senza documentare la conclusione dell’istruttoria né l’atto d’accusa». Furono selezionati ed eliminati ufficiali, poliziotti, sacerdoti, professori, professionisti, intellettuali, artisti, economisti, medici, farmacisti, quanti, insomma, avrebbero potuto riformare la testa pensante della nazione. I polacchi dovevano essere ridotti a sole braccia, ma i comunisti non considerarono che proprio quelle braccia, gli operai di Danzica, determineranno il rinascimento polacco e il crolo del comunismo. Grazie allo studioso di San Pietroburgo, ma romano di adozione, è crollato un pezzo di Muro italiano, ovvero la barriera della disinformazione e delle pagine sbianchettate edificata da un’editoria e da mass media infiltrati o succubi della cosiddetta egemonia culturale comunista. L’omaggio migliore da rendere a Zaslavsky sarebbe quello di ricordarlo nelle scuole, adottando nelle medie superiori e nelle facoltà umanistiche almeno uno dei suoi lavori, dall’ «Emigrazione ebraica e la politica delle nazionalità in Urss» (1985) sino alla nuova edizione, 2007, di “Togliatti e Stalin/Il Pci e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca” (con Elena Aga-Rossi). Grazie Victor, uomo di verità e di luce.
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Victor Zaslavsky. Relatore molto apprezzato al Convegno Internazionale “Ignazio Silone e l’età dei totalitarismi” tenutosi nel 2001 a L’Aquila e a Pescina in occasione del centenario della nascita dello scrittore marsicano, lo storico Victor Zaslavsky, professore ordinario di Sociologia Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università LUISS Guido Carli di Roma, pose allora l’accento sul carattere imprescindibile della censura nel sistema sovietico. Essa, nata due giorni dopo la presa del potere di Lenin nel 1917, fu presto ampliata alle branche della cultura, della religione e del privato utilizzando una fitta rete capillare d’informatori e delatori, da far dire ad un noto critico russo che si poteva conversare solo con sé stessi, per crollare, non senza episodi grotteschi, insieme al regime.
Victor Zaslavsky era nato a San Pietroburgo, il 26 settembre 1937. Laureato in Storia presso la locale Università Statale, esule in Occidente dall’Unione Sovietica brezneviana dalla metà degli anni settanta, naturalizzato canadese, specializzato nello studio dei rapporti tra Italia e Unione Sovietica dal 1945 ad oggi, è stato autore di numerosi libri editi in Italia tra il 1984 ed oggi. I più noti sono: Dopo l’Unione Sovietica. La perestroika e il problema delle nazionalità (Il Mulino,1991), La Russia senza soviet (Ideazione, 1996), Storia del sistema sovietico. L’ascesa, la stabilità, il crollo (Carocci, 2001), Lo stalinismo e la sinistra italiana, (Milano, Mondadori, 2004, pp. 275), Pulizia di classe. Il massacro di Katyn (Il Mulino,2006). In collaborazione con Lev Gudkov, ha pubblicato La Russia postcomunista. Da Gorbaciov a Putin (Editore Luiss University Press, 2005), e con la moglie Elena Aga-Rossi, noto professore ordinario di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi dell’Aquila, il volume Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca (Il Mulino, 2007). Collaborava col quotidiano «Il Messaggero» e con «L’Occidentale». Ha collaborato come consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi.
In occasione del ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino(1989-2009), la Giuria del Premio Internazionale, aveva concordato all’unanimità di assegnargli il Premio Internazionale “Ignazio Silone” per aver mostrato con documentati e con ragionati motivi la verità storica a suo tempo testimoniata al mondo con coraggio da Ignazio Silone con l’abbandono della politica militante, proprio dopo aver constatato le menzogna della politica staliniana, con la denuncia, in Uscita di sicurezza, della sconosciuta, per noi, situazione sovietica e con la scelta di una narrativa di denuncia e di testimonianza che se non accerta, come la storia, i fatti, cerca di mostrare come gli uomini li hanno vissuti.
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Oggi su “L’Osservatore Romano”: Il demitizzatore del comunismo: Andrea Possieri ricorda Viktor Zaslavsky. VEDI anche: A colloquio con Viktor Zaslavsky a vent’anni dalla caduta del muro di Berlino. L’insostenibile pesantezza
dell’impero sovietico di
Andrea Possieri

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Victor Zaslavsky contro i silenzi della storia
By Roberto Olla | Novembre 28, 2009
Ho avuto la fortuna di conoscere il professor Victor Zaslavsky, di parlare con lui, di imparare da lui che la modestia e la semplicità devono sempre accompagnare la ricerca storica. Leggi tutto.
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Addio a Victor Zaslavsky, un eccezionale anticomunista
di Andrea Camaiora, sabato 28 novembre 2009
È scomparso venerdì lo storico Victor Zaslavsky, Ordinario di Sociologia dei fenomeni politici alla Facoltà di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli. il prof. Zaslavsky è stato uno dei massimi esperti del sistema sovietico, noto e apprezzato a livello mondiale. Con il suo lavoro serio e autorevole e la sua libertà e onestà intellettuale ha arricchito il dibattito storiografico e politico internazionale.
Victor Zaslavsky è stato un eccezionale anti comunista perché russo. Era nato a San Pietroburgo, o se si preferisce, Leningrado, il 26 settembre 1937. Laureato in storia presso l’Università Statale di San Pietroburgo giunse infine in Italia. Alcuni suoi libri, come Il dottor Petrov parapsicologo (1984), Pulizia di classe, Il massacro di Katyn (2006) e Togliatti e Stalin. Il Pci e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca (2007), andrebbero letti e riletti più volte. Con la sua morte perdiamo un grande intellettuale, uno storico di razza.
Per tutta la vita ha dato testimonianza di quanto grande possa essere l’esempio di un solo uomo per combattere e vincere le battaglie culturali difficilissime. Ha dimostrato il valore intellettuale e civile di chi fa della serietà dello studio e dell’impegno la centralità della sua vita. Giunse in Italia dopo una lunga peregrinazione che lo vide prima negli Stati Uniti, quindi in Canada.
Diventato docente in Urss, era però entrato nel mirino della censura accademica. Nel 1974 Zaslavsky venne così espulso dall’Unione sovietica perché non incline alla subordinazione. In esilio insegnò nelle prestigiose università statunitensi  di Berkeley e di Stanford e poi alla Memorial University del Canada dove acquisì lo status di «russo naturalizzato canadese», ma la sua seconda patria è stata l’Italia dove già da metà degli anni ‘70 collaborava a diverse riviste tra cui Mondoperaio che era all’epoca impegnata con Bobbio, Colletti e Salvadori nella contestazione dell’egemonia gramsciana. Che straordinaria esperienza culturale deve essere stata quella di Mondoperaio! Il nome di Zaslavski e della moglie Elena Aga-Rossi sono legati ad una grande svolta storiografica. Riuscirono a dimostrare, documenti degli archivi sovietici alla mano, che la cosiddetta svolta di Salerno», ovvero la proposta del Pci agli altri partiti antifascisti nel 1944 di entrare nel governo Badoglio fino ad allora sventolata come la prova dell’autonomia di Togliatti dall’Urss, fosse stata ideata da Stalin e da lui imposta ai comunisti italiani.
Zaslavsky è stato uno dei protagonisti dell’abbattimento del Muro di Berlino nel campo storiografico infrangendo gli schemi della lettura classista del Novecento che è stata dominante soprattutto nel nostro Paese e che, a quanto risulta dal silenzio prevalente che ha accompagnato la sua scomparsa, perdura ancora tenacemente nelle redazioni culturali dei giornali italiani così come nelle università. L’Italia dimentica così il «suo» Aleksandr Solzenicyn.
Il professor Zaslavsky ha svolto un lavoro fondamentale sulla storia del nostro Paese, anche come esperto della commissione parlamentare sulle stragi. Lo storico di origine russa, intervenendo ad un convegno organizzato nel febbraio 2005 dalla Fondazione Craxi sulla politica estera del premier socialista italiano, ricordò così il suo arrivo nel nostro Paese: «Nel gennaio del 1975, una volta espulso dall’Unione Sovietica, mi sono trasferito a Roma e la prima persona con cui potei parlare fu Jiri Pelikan (ex direttore della Tv di Stato cecoslovacca all’epoca della Primavera di Praga, poi esiliato in Italia dopo la repressione sovietica e portato da Craxi al Parlamento europeo) che faceva da tramite fra i dissidenti russi dell’Europa orientale e i gruppi politici italiani. Mi disse testualmente: «Ricordati: l’unica forza politica italiana che ha interesse ai Paesi dell’Europa Orientale ed è pronta ad appoggiare il dissenso è il Partito Socialista Italiano». I Socialisti non fecero mai mancare il loro appoggio. Un esempio concreto della loro solidarietà fu la pubblicazione in Italia della rivista dissidente Listy, di cui lo stesso Pelikan assunse la direzione. Nel primo numero speciale, in occasione del quarto anniversario dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia, nel 1972, Bettino Craxi spiegava che lo sforzo del suo Partito per pubblicare Listy era un impegno non solo per impedire che la voce della Primavera di Praga venisse soffocata, ma anche per riprendere il dibattito politico sull’esperienza comunista». Zaslavski ricordò anche che la stessa rivista culturale di riferimento dei Socialisti negli anni ‘70 divenne un punto di incontro fondamentale per i dissidenti dell’Est: «Mondo Operaio rivolse un’attenzione costante al mondo del dissenso nei Paesi dell’Est europeo, alle sue radici sociali, oltre che alle sue prospettive politiche. I numeri della rivista si aprivano sempre più alla collaborazione degli esponenti del dissenso». E non solo: «Allo spirito degli accordi firmati nel ‘75 sugli scambi culturali, può essere attribuito quel grande evento culturale, tenutosi a Venezia nel ‘77, che passò alla storia con il nome di Biennale del Dissenso. L’iniziativa, realizzata grazie all’impegno di Carlo Ripa di Meana, presidente della Biennale, si riproponeva di far conoscere in Occidente le opere degli intellettuali dissidenti dell’Unione Sovietica».
Il professor Zaslavski, tuttavia, era un uomo capace di indagare con forza e in profondità il passato. Certo, avvertiva il bisogno di portare elementi di verità nel dibattito storiografico italiano, viziato dall’egemonia culturale comunista. Negli ultimi anni tentò di spiegare il suo Paese, la Russia, all’opinione pubblica italiana e in particolare di raccontare perché i russi continuino a volere Putin al potere. Lo fece con pragmatismo, senza finti moralismi o pregiudizi ideologici, da vero scienziato della Storia. Il 3 dicembre 2007, ad esempio, commentando i vittoria del partito di Putin della Duma infrangeva stereotipi e pregiudizi consolidati: ‹‹Putin ha vinto la scommessa: il suo partito “Russia unita” avrà alla Duma almeno 315 deputati su un totale di 450. Il partito del Presidente potrà approvare qualsiasi legge, cambiamenti della Costituzione inclusi. (…) Per capire il senso dell’alta partecipazione e della schiacciante vittoria del partito del Presidente Putin, però, vorrei riferire i risultati di due inchieste condotte nel 2007 dall’autorevole Centro Levada di Studi sull’opinione pubblica di Mosca. All’inizio di ogni anno, un gruppo rappresentativo di russi deve rispondere alla domanda «quali sentimenti sono apparsi e si sono rafforzati nell’anno trascorso tra la gente che La circonda?». Nelle inchieste di questo tipo non si chiede mai di riflettere su se stessi ma sulle persone che ci circondano, utilizzando l’intervistato come osservatore-partecipe. Sarebbe utile confrontare i dati del 1998, l’anno quando Putin ha fatto la sua apparizione sulla scena politica, con quelli del 2007. Rispetto al 1998, nel 2006 le risposte hanno registrato l’aumento del sentimento di speranza (dal 13 al 35%), del senso della dignità umana (dal 4 al 10%) e dell’orgoglio nazionale (dal 3 al 6%). Sono diminuiti invece: la sensazione dell’apatia e dell’indifferenza (dal 45 al 39%), del disorientamento (dal 24 al 12%), della rabbia e dell’aggressività (dal 35 al 15%) e della paura (dal 24 al 7%). In un’altra inchiesta gli intervistati dovevano rispondere alla domanda: «Che cosa è più importante per la Russia di oggi: l’ordine, anche se per raggiungerlo si dovrà accettare alcune violazioni dei principi democratici e delle libertà personali, oppure la democrazia anche se le libertà democratiche talvolta possono essere utilizzate dagli elementi sovversivi o criminali?». Il 68% degli intervistati si sono espressi in favore dell’ordine, mentre il 17,5% hanno scelto la democrazia. Ed è proprio qui che sta la base del consenso ottenuto da Putin in questi anni.

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Il lungo 89 in convegno a Trento

Il lungo ’89: la prima giornata
scrive Marjola Rukaj: Un resoconto della prima giornata del convegno ”Il lungo ‘89” tenutosi lo scorso 13 e 14 novembre a Trento e promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso.
il lungo ´89: la seconda giornata
scrive Mauro Cereghini: Gli interventi della seconda giornata del convegno “Il lungo ‘89”, organizzata da Osservatorio e dal Tavolo Trentino con il Kossovo. La costruzione dell’Europa nelle pratiche di relazione tra territori, i risultati di una ricerca sui dieci anni di cooperazione a Peja-Peć.

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Asse Francia-Germania-Polonia col cinema

Industria – Francia/Germania/Polonia. Appuntamento a Strasburgo
Fabien Lemercier, Cineuropa, 26 Novembre 2009 Comincia oggi a Strasburgo la settima edizione degli Incontri franco-tedeschi del cinema, una tre giorni organizzata da Unifrance e German Films con lo scopo di facilitare le coproduzioni e la circolazione dei film tra i due paesi. Un’edizione 2009 che si distingue per una novità: un focus sulla Polonia, che sarà rappresentata da una decina di produttori.
L’evento comincia questo giovedì con uno “Studio preliminare sulla coproduzione franco-tedesca” attraverso un dibattito animato da Olivier Wotling (direttore cinema del sito), Peter Dinges (delegato generale dell’FFA) e Alfred Hürmer (Integralfilm). Seguirà un mercato di coproduzione che include 21 progetti (4 polacchi, 7 tedeschi e 10 francesi). Da notare che 14 coproduzioni franco-tedesche sono state realizzate nel 2008, tra cui tre film scelti nella selezione ufficiale del festival di Cannes 2009 (la Palma d’Oro Il nastro bianco [trailer, film focus], Enter the Void e Le père de mes enfants [trailer]).
Venerdì mattina saranno presentati il credito d’imposta internazionale francese e la nuova legge tedesca sul cinema, oltre a una panel sul “cash flow della produzione, il ruolo delle banche e l’IFCIC”. Il sistema polacco sarà successivamente analizzato da Jacek Fuksiewicz (Istituto del Film Polacco), Maciej Strzembosz (Polish Chamber of Audiovisual Producers) e dalla regista-produttrice Malgorzata Szumowska (Zentropa International Poland). Il pomeriggio si aprirà con un dibattito sulla digitalizzazione delle sale, con gli interventi di Claude-Eric Poiroux (Europa Cinemas), Martin Bidou (Haut et Court/Collettivo degli Indipendenti per il digitale), Stefan Arndt (X Filme), l’esercente Detlef Rossmann (AG Kino) e Johannes Klingsporn (presidente dell’associazione dei distributori tedeschi). Saranno infine affrontate le questioni della protezione dei diritti, della lotta alla pirateria, dell’offerta digitale e della cronologia dei media attraverso un panel che vede la partecipazione, tra gli altri, di Alain Rocca (Universciné – leggi l’intervista). Leggi tutto

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Come i polacchi raccontano la primavera dei popoli dell’89

Interessante libro in cui si parla di tutta l’Europa centrorientale ma non della Polonia con l’obiettivo di far conoscere meglio ai polacchi i cambiamenti e le dinamiche dell’intera regione. Ascolta l’intervista con gli autori alla radio polacca

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Tra Mosca e Varsavia, Katyn

“Accadde nell’89”: sotto questo titolo i lettori de Il Riformista continuano a trovare rievocazioni e interviste legate agli anni del crollo del muro. Oggi è Pierluigi Mennitti a descrivere “l’ombra tra Mosca e Varsavia” attraverso un colloquio con il professor Vicktor Zaslavsky, che torna ad occuparsi dell’eccidio di Katyn. Una vicenda chiave per capire la Polonia, quella legata al massacro di 15 mila polacchi nel 1940, addossato ai nazisti ma commesso dai sovietici, su cui – dice – fu ambiguo anche Gorbaciov.

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Fiera del libro storico a Varsavia

In attesa di saperne di più ecco il sito di riferimento. Grazie a Tiziana Cincinnato per la segnalazione

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il Muro visto dai conigli, il film

Króliki patrzą na ludzi zza berlińskiego muru
rozmawiała Donata Subbotko, GW 2009-11-08
W poniedziałek TVP 1 o godz. 22.45 pokaże głośny film dokumentalny Bartka Konopki “Królik po berlińsku“, który znalazł się na krótkiej liście filmów dokumentalnych mających szansę na nominację do Oscara 2010 – leggi sul film

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1989 vent’anni dopo, dossier

1989, 20 anni dopo
Speciale di PressEurop
Manifestazioni, tavole rotonde, rivoluzioni: nel 1989 l’Europa dell’est ha messo fine al comunismo al potere dalla fine della Seconda guerra mondiale e ha abbattuto la cortina di ferro. Da Varsavia a Bucarest passando per Praga e Budapest, la gente ha così scoperto un nuovo modo di vivere: democrazia, viaggi, capitalismo, libertà di scelta, ma anche disoccupazione, corruzione e immigrazione. A vent’anni di distanza, e nonostante l’adesione all’Unione europea e alla Nato, la transizione non è ancora conclusa.
Berlino, Praga, Varsavia e Bucarest nel 1989.
Ex–Cecoslovacchia La rivoluzione masochista
La pacifica caduta del regime comunista cecoslovacco, il 17 novembre 1989, non è stata caratterizzata dalla tipica eccitazione rivoluzionaria. Jiří Peňás fornisce un’interpretazione psicoanalitica dell’evento.
Slovacchia Tempi duri per la libertà di stampa
La vita dei giornalisti slovacchi non è facile. Ma anche se il governo populista cerca di imbavagliarla con leggi e denunce, la stampa riesce comunque a fare luce su numerosi scandali.
Post 1989 Unione o conformismo?
Secondo Henry Porter dell’Observer, a vent’anni dalla caduta del muro le promesse implicite in quell’evento non sono state mantenute. Anche perché l’UE cerca sempre più di “standardizzare abitudini e comportamenti”.
1989 Non scordiamoci della Polonia
Per il mondo intero è il crollo del muro di Berlino il simbolo della fine del comunismo in Europa. Ma è in Polonia che cinque mesi prima si erano svolte le prime elezioni libere, che avevano spianato la strada al cambiamento. Secondo Jacek Stawiski, però, hanno avuto un impatto meno evidente rispetto alle suggestive foto dell’abbattimento del muro.
Germania Da quando è caduto il muro
Il 9 novembre la Germania unita e l’Europa pacificata festeggiano l’anniversario della caduta del muro di Berlino, simbolo della fine della Guerra fredda. La stampa europea celebra la ricorrenza, ma nota che la scomparsa del mondo bipolare non è stata solo un bene per il vecchio continente.
Germania L’inganno dell’unità
Troppo intenti ad adattarsi a una nuova società, i tedeschi dell’est non hanno potuto saldare i loro conti con la Ddr. E difficilmente si potrà aprire un vero dibattito senza mettere in discussione il mito della riunificazione, osserva lo scrittore Thomas Brussig.
Polonia-Repubblica Ceca Solidarietà underground
Ottobre 1989: esponenti dell’underground polacco e cecoslovacco si ritrovano a Wrocław, in Polonia, dove danno vita a un festival di cultura indipendente. Vent’anni più tardi, la città polacca e Praga ricordano con un concerto e una mostra lo spirito di solidarietà di quegli artisti dissidenti.
Repubblica Ceca Una generazione disillusa
La controversa politica europea del presidente ceco è uno dei segni della crisi e del malcontento che affliggono il paese. Ma qualcosa di ben più grave si è radicato in Repubblica Ceca, “un capitalismo mafioso” che sta incancrenendo la società. L’analisi dell’ex presidente Václav Havel.
Ungheria Campioni di pessimismo
Una recente inchiesta ha rivelato che gli ungheresi sono tra i popoli più pessimisti per quanto riguarda il futuro. Dai perdenti della transizione postcomunista agli ideologi, il sociologo Elemér Hankiss traccia il profilo di questa depressione collettiva.
1989 Il muro è caduto a Lipsia
Berlino e il suo muro sono il simbolo della fine del comunismo in Europa. Tuttavia è nella capitale della Sassonia che il 9 ottobre 1989 il muro ha cominciato a vacillare. Senza la grande manifestazione di quel giorno, ricorda Die Zeit, la storia sarebbe stata diversa.
Scudo antimissile La Russia fa ancora paura
La decisione di Barack Obama di accantonare il sistema di difesa antimissile che George W. Bush voleva installare in Repubblica Ceca e Polonia è stata accolta con perplessità in questi due paesi. La stampa è preoccupata dall’influenza di Mosca nella regione.
Documentari Filmando la frontiera scomparsa
Il documentario La frontiera interiore, girato da due studenti francesi, è una serie di sette ritratti di europei che vivono sul tracciato della vecchia Cortina di ferro. Un film su una regione attraversata da una profonda metamorfosi. L’incontro coi registi.
Romania La prigione di Sighet, mecca del turismo nero
Hiroshima, Chernobyl, Ground Zero, Auschwitz: luoghi che evocano massacri, genocidi, catastrofi e che attirano ogni anno milioni di turisti. In Romania l’ex prigione di Sighet stimola la curiosità dei visitatori in cerca di macabre emozioni.
Seconda guerra mondiale La difficoltà di voltar pagina
Il 1 settembre, vicino alla città polacca di Gdansk, una ventina di capi di governo parteciperà alle celebrazioni del 70esimo anniversario della Seconda guerra mondiale. Nonostante gli appelli alla riconciliazione del premier russo Vladimir Putin, le differenze di vedute su quel periodo continuano ad avvelenare i rapporti tra Russia e Polonia. La stampa tedesca ne è divertita
Repubblica Ceca La spia viene ancora dal freddo

Il 17 agosto scorso sono stati espulsi due membri dell’ambasciata russa a Praga accusati di spionaggio. Il giorno dopo due diplomatici cechi che lavoravano a Mosca sono stati allontanati. Questo episodio illustra le tensioni che caratterizzano ancora le relazioni fra la Russia e i suoi ex paesi satelliti che oggi fanno parte dell’Ue e della Nato.
Atletica leggera L’eredità del doping
In seguito all’unificazione, la Germania ereditò tantissimi campioni che avevano battuto ogni record: non solo in pista e in campo ma anche nel consumo di steroidi. Soltanto oggi, vent’anni dopo, lo sport tedesco sta cominciando a guarire.
Anniversario Il picnic che cambiò l’Europa
Il 19 agosto 1989 diverse migliaia di persone si diedero appuntamento nei pressi della città ungherese di Sopron, lungo il confine con l’Austria, per un “picnic paneuropeo”. Organizzato dal partito ungherese dell’opposizione democratica e dal movimento europeista di Otto von Habsburg, in accordo con le autorità ungheresi, il picnic fu l’occasione per aprire la frontiera per tre ore ed è stato uno dei episodi chiave verso la caduta della cortina di ferro.
Repubblica Ceca-Slovacchia Le gemelle crescono, separatamente

Sciolta il 31 dicembre 1992, la Cecoslovacchia è ancora viva nello spirito di slovacchi e cechi. La Repubblica Ceca tende però a interessarsi meno alla sua gemella e resta più influente culturalmente e linguisticamente, scrive il settimanale Týden.
Croazia Goli Otok, un passato pesante
Campo di rieducazione di Tito per quarant’anni, l’isola croata di Goli Otok ospiterà presto un centro di documentazione e memoria. Per gli ex detenuti, il riconoscimento di ciò che hanno vissuto arriva al termine di una lunga battaglia, scrive il quotidiano olandese Trouw.
Moldavia Scontro di civiltà a Chisinau
Quattro mesi dopo le contestate elezioni, il 29 luglio i moldavi tornano alle urne per le legislative anticipate. Al di là del successo o meno del governo comunista, è il rapporto di forza tra occidente e spazio ex sovietico che è in gioco, sostiene Timpul.
Romania Stato sociale per tutti (o quasi)
Nel 2008 quasi un romeno su due ha percepito contributi sociali. Ottime pensioni e lunghi congedi familiari che lo stato distribuisce generosamente tra i suoi cittadini. Peccato che mentre i ricchi si approfittano del sistema, i disoccupati restano tagliati fuori.
Nostalgia I cechi alla scoperta del mondo
Nel 1989, dopo la caduta del comunismo, dalla Cecoslovacchia cominciarono a partire i bus alla conquista delle città europee e dei loro centri commerciali. Ven’anni dopo, Lidové Noviny ricorda quell’epoca avventurosa.
Europa dell’est Gli ingombranti archivi del comunismo
Nel blocco sovietico, la questione degli archivi segreti della polizia turba di frequente l’opinione pubblica. Da una parte il desiderio di comprendere il passato, dall’altro la tentazione di dimenticarlo: ogni paese affronta la questione in modo diveroo, specie secondo il modo in cui è avvenuta la transizione politica.
Giovani Le figlie del comunismo alla conquista del mondo
Le ragazze che sono nate a metà degli anni Ottanta nei paesi all’epoca comunista sono oggi delle giovani donne attorno ai 25 anni. Con consapevolezza sfruttano le possibilità che vengono loro offerte dal passaggio del loro paese al capitalismo, dall’allargamento europeo e dalla globalizzazione economica. Testimonianza di una generazione oltre il muro che vuole liberarsi dell’etichetta “comunista”.
Presidenza dell’ Unione europea Un’occasione perduta
Tentata dall’euroscetticismo e priva di ambizioni, ecco come il politologo ceco Lukáš Macek giudica la presidenza ceca dell’Unione europea. “I nostri politici non hanno superato l’esame europeo”, scrive su Mladá Fronta Dnes.
Polonia Vent’anni dopo
A vent’anni di distanza i polacchi continuano a discutere sulle loro prime elezioni libere. Su Gazeta Wyborcza Adam Michnik celebra il “lato migliore” del suo paese, mentre Rzeczpospolita parla di un “periodo d’amnesia e di indebolimento del senso civico”.  LEGGI TUTTO

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Sul film “Popieluszko”

EDITORIALE. POPIELUSZKO E UN APPELLO di Ediesse, Didattiche e Innovazione Scolastica, news 10
Il film “POPIELUSZKO: non si può uccidere la speranza” del regista polacco Rafal Wieczynski è da far vedere ai giovani, perché possano imparare dalla storia e attingere a piene mani da un passato che in questo caso è denso di significato anche per il nostro presente.
Il film, in parte documentario, in parte tutto incentrato sulla figura del testimone, è teso ed estremamente drammatico. Bellissimo per come è girato ed è interpretato.
Il grande affresco corale descrive la vita di padre Jerzy, la sua formazione e soprattutto la sua implicazione con il sindacato libero Solidarnoœæ, quello fondato da Lech Walesa, di cui fu in pratica, su richiesta degli operai, il cappellano. La sua fama aumentò quando nella Polonia stretta nella morsa dello stato di guerra proclamato dal generale Jaruzelski, promosse le Messe per la Patria, celebrate una volta al mese a Varsavia, che attirarono migliaia di fedeli da tutto il Paese. Era considerato un maestro di vita da tanti studenti, intellettuali, operai, artisti e anche persone lontane dalla fede per il suo modo di vivere il cristianesimo: una totale dedizione al fatto cristiano vissuto come risposta all’uomo dentro e circostanze del presente.
Nel 1984, all’età di 37 anni, fu rapito da tre funzionari che lo torturarono e poi lo uccisero. Dopo alcuni giorni di ricerche, il suo corpo fu ritrovato in uno stagno della Polonia centrale. Oltre 500.000 persone parteciparono ai suoi funerali.
Papa Giovanni Paolo II lo definì un “autentico profeta dell’Europa, quella che afferma la vita attraverso la morte”.
Che cosa s’impara dal film? Che cosa possono imparare i giovani?
Anzitutto che la storia recente dell’Europa ha un nodo rappresentato dalla nazione polacca e in essa dal ruolo giocato dalla Chiesa cattolica.
Fili provvidenziali imperscrutabili legano eventi storici recenti come l’elezione al soglio di Pietro di un Papa polacco, la nascita del movimento di Solidarnosc, l’estendersi del suo metodo pacifico di opposizione al regime comunista fino allo sfaldamento, nel 1989, dell’intero blocco comunista europeo orientale.
Si impara, ancora, a non sedersi sugli allori: la vita è un compito il cui nucleo si assapora trafficando ciò che si è ricevuto. Ciò per cui ci si consuma, il significato dell’esistenza, abbellisce e matura la persona anche nel dramma del sacrificio.
Il regista del lungometraggio, Rafal Wieczynski, non a caso ha spiegato che: “Il mio scopo era di testimoniare il suo destino”. Ed il film su Polpieluszko rappresenta molto bene che il destino è un bene presente, per il quale il sacerdote dona tutto se stesso perché tutti noi possiamo ricevere, grazie alla testimonianza, la medesima certezza.
Il film è attualmente in visione in tre/quattro città in tutta Italia. Come al solito la cultura dominante preferisce addormentare le coscienze per renderle più prone alle mode e al sottile potere del nichilismo.
Facciamo un appello affinché il film sia richiesto, spiegato, approfondito. Anche da qui passa una responsabilità educativa.  Ediesse

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Stranieri in Italia 6,5%

Italia, cresce la popolazione grazie agli immigrati
(Teleborsa) – Roma, 20 nov – Alla fine del 2008 i residenti in Italia sono 60.045.068, circa 426.000 in più rispetto all’anno precedente. Questo incremento si deve al saldo attivo del movimento migratorio (+434.245 unità) che neutralizza l’effetto negativo del saldo naturale (-8.467 unità). E’ quanto emerge dall’annuario statitisco 2009 dell’Istat, che offre un ritratto completo e aggiornato del Paese, a testimonianza dell’ampiezza del patrimonio informativo prodotto dalla statistica pubblica.
Sempre a fine 2008 gli stranieri residenti sono 3.891.295, 458.644 in più rispetto all’anno precedente. Essi rappresentano il 6,5% della popolazione totale. La maggior parte degli stranieri proviene dall’Unione europea (29,1%), seguono l’Europa centroorientale (24,1%) e l’Africa settentrionale (15,6%).
In Italia la fecondità delle donne si attesta nel 2008 a 1,41 figli per donna (da 1,37 nel 2007). Prosegue dunque il trend crescente osservato dopo il 1995, anno in cui, con 1,19 figli per donna, la fecondità ha toccato il punto minimo. All’interno dell’Unione Europea a 27 Paesi (dati 2007), l’Italia si colloca nella parte bassa della graduatoria, affiancata da Germania e Malta, comunque sopra Polonia (1,31), Romania (1,30) e Slovacchia (1,25).
Nel 2008 i matrimoni segnano una battuta d’arresto dopo la ripresa osservata l’anno precedente, passando da 250.360 a 249.242. Il tasso di nuzialità è invece stabile al 4,2 per mille. Pur in calo da diversi anni in termini relativi (dal 75,3% del 2000 al 62,8%), il matrimonio religioso resta la scelta più diffusa per le coppie che decidono di fare il “grande passo”. È soprattutto nelle regioni meridionali a prevalere un modello di tipo tradizionale, la percentuale dei matrimoni celebrati con rito religioso è del 77,3% contro il 51,1% del Nord e il 56,2% del Centro.
Prosegue il processo di invecchiamento della popolazione, al punto che ormai un italiano su cinque è ultrassessantacinquenne. I “grandi vecchi” (dagli ottanta anni in su) rappresentano il 5,6% della popolazione italiana. A fine 2008 l’indice di vecchiaia (rapporto tra la popolazione con più di 65 anni e quella con meno di 15) registra un ulteriore incremento, raggiungendo un valore pari al 143,1%. Nella graduatoria internazionale (dati 2007), la Germania, con un indice pari a 146,4, è il paese maggiormente investito dal fenomeno dell’invecchiamento, seguita dall’Italia. Bulgaria e Grecia sono gli altri paesi dell’Unione europea in cui la popolazione ha una struttura per età particolarmente anziana.

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Intanto a Varsavia si discute del 1989

Gentile Paolo,
ecco un piccolo contributo alla discussione del 25 con una lettura di alcuni avvenimenti di cui sono stata testimone a Varsavia e che si sono svolti in occasione del ventesimo anniversario del crollo del muro.
Cari saluti.
Tiziana Cincinnato
* * *
Tra gli avvenimenti accaduti recentemente a Varsavia, che meritano attenzione in quanto segnalano mutamenti all’interno della struttura sociale della giovane democrazia polacca, c’è l’apertura del centro culturale Nowy Wspaniały Świat [Il nuovo meraviglioso mondo]. Dal sei all’otto novembre, con questo nome di derivazione huxleriana, la nuova giovane sinistra polacca, al battesimo “Krytyka polityczna” [Critica politica], ha festeggiato l’apertura dell’attesa sede varsaviana in via Nowy Świat, 63, a due passi dall’Università. Davanti all’ingresso centinaia di universitari hanno aspettato fino a notte fonda per poter entrare nel “Nuovo meraviglioso mondo”, che ha regalato l’esibizione di tre icone polacche della musica rock e hip hop.
Ma i giovani polacchi che rapporto hanno con la loro storia e che posizione assumono nei confronti della politica? La generazione nata nell’Ottantanove ha raggiunto la maggiore età nel 2007, appena due anni fa quando si presentò davanti alle urne per la prima volta, contribuendo in parte alla vittoria del partito neoliberale Platforma obywatelska [Piattaforma civica]. I laureati emigrati nel Regno Unito non sono stati meno determinanti, in quanto anche il loro voto andò al partito di Tusk. Il leader di Platforma obywatelska si era rivolto spesso a loro durante la campagna elettorale, incoraggiandoli a rientrare per costruire una Polonia moderna e qualificata.
Quanto questi giovani, oggi, si sentano ancora rappresentati dalla maggioranza è difficile dirlo. Si può supporre che le nuove generazioni siano alla ricerca di realtà politiche alternative in cui identificarsi ed esprimano il loro dissenso nei confronti dei partiti neoliberali e conservatori, sempre più lontani dalla società civile e coinvolti in continui scandali.
“Krytyka Polityczna”, presente in Polonia dal 2002 e guidata dal trentenne pubblicista Sławomir Sierakowski, costituisce un gruppo che inizia a raccogliere consensi e adesioni da parte dei giovani polacchi. Merito questo, soprattutto, della fitta rete d’attività che propone sull’intero territorio nazionale. Visitando la pagina web http://www.krytykapolityczna.pl/si apprende che “Krytyka polityczna” nasce anche come Associazione dedicata a Stanisław Brzozowski, possiede dal 2007 la propria casa editrice e pubblica regolarmente l’omonima rivista quadrimestrale (6.500 copie); ha, inoltre, venticinque club che la rappresentano, nelle maggiori città della Polonia. Sotto la voce “O nas” [Su di noi] della pagina web il gruppo fornisce le linee guida del proprio pensiero politico, che sono le seguenti:
- ravvivare la forte tradizione polacca dell’impegno civile operando nel campo della conoscenza, della cultura e della politica;
- portare avanti un progetto di lotta contro le discriminazioni economiche e culturali;
- creare nella sfera pubblica un luogo dedicato ad accogliere un progetto sociale, senza il quale non potrà esserci alcuna possibilità per la politica di sinistra. Alla realizzazione di tale progetto dovrà concorrere, accanto al lavoro strettamente accademico (traduzioni, cicli di seminari, pubblicazioni di libri e saggi), il dibattito pubblico incentrato sulla letteratura, sul teatro e sull’arte.
“Krytyka polityczna” chiude la presentazione sul web con il proposito di costruire il fondamento di una sinistra umana e moderna che, richiamandosi alle correnti attuali della filosofia politica e alla brillante tradizione del pensiero politico polacco, possa essere una risposta adeguata alla sfida del futuro della Polonia, ma anche dell’Europa e del mondo.
Dopo i festeggiamenti dell’inaugurazione per la nuova sede varsaviana, “Krytyka polityczna” ha organizzato la conferenza “Stare i nowe mury w Europie. Polska, Czechy, Słowacja i Niemcy 20 lat po upadku muru berlińskiego” [Vecchi e nuovi muri in Europa. Polonia, Cechia, Slovacchia e Germania 20 anni dopo il crollo del muro di Berlino], dove si è discusso molto di vecchia e di nuova Europa. All’evento ha aderito anche la Fondazione Heinrich Böll Stiftung di Varsavia, che dal 2002 sostiene le campagne a favore dell’integrazione europea, della difesa dell’ambiente e dello sviluppo democratico dell’Ucraina.
La conferenza è durata due giorni, a partire dal pomeriggio dell’undici novembre, giorno di festa nazionale in Polonia per la riconquistata indipendenza nel 1918, dopo ben centoventitrè anni d’assenza dello stato dalla cartina geografica d’Europa.
Il primo ospite internazionale della conferenza è stato Timothy Garton Ash, storico e giornalista esperto delle problematiche dell’Europa Centro−Orientale. Egli si è soffermato sul modello di rivoluzione pacifica creato da Solidarność negli anni 1980 − 81 e su come questo modello sia stato il fondamento della successiva rivoluzione di velluto. Le osservazioni dello studioso si basano su fatti dettagliatamente analizzati nella nuova pubblicazione in lingua polacca Jesień wasza wiosna nasza [Il vostro autunno la nostra primavera], uscita in occasione della Conferenza e che ha inaugurato la nuova collana di “Krytyka Polityczna” dedicata alla storia. Il libro è una riedizione di due precedenti lavori di Garton Ash, pubblicati in Polonia rispettivamente nel 1989 e nel 1990, dal titolo Polska rewolucja: Solidarność 1980 −1981 [La rivoluzione polacca: Solidarność 1980 − 1981] e Wiosna obywateli. Rewolucja 1989: widziana w Warszawie, Budapeszcie, Berline i Pradze [La primavera dei popoli. La rivoluzione del 1989: vista da Varsavia, Budapest, Berlino e Praga]. La prima novità del libro è l’aggiunta di un’ampia postfazione dedicata alla dichiarazione, il tredici dicembre del 1981, dello stato di guerra, da parte di Jaruzelski e ai motivi di questa soluzione che, secondo il generale, fu “il male minore” per la Polonia, minacciata da una imminente invasione della Russia. La seconda aggiunta è un’analisi del rapporto conflittuale all’interno di Solidarność tra i lavoratori e gli intellettuali, questione questa oggetto di molte dispute degli anni Novanta. Rispetto alla precedente edizione il volume contiene, inoltre, un nuovo calendario degli avvenimenti storici aggiornato fino al 2009, una bibliografia ampliata e un breve escursus della storia di Solidarność dal 1981 fino al 1999.
Nel corso della conferenza, oltre alla vendita del libro di Garton Ash, sono state distribuite gratuitamente due nuove pubblicazioni della Fondazione Heinrich Böll Stiftung: Kobiety w czasach przełomu 1989−2009 e Rok 1989 − 20 lat poźniej. Kraje postkomunistyczne a integracja euroepejska. I libri affrontano molti dei temi dibattuti nel secondo giorno di conferenza. Uno di questi temi è “il ritorno all’Europa” degli stati dell’ex blocco sovietico, dopo i non facili processi di democratizzazione per poter far parte della realtà comunitaria. A cinque anni dall’allargamento dell’Unione Europea, che non comprende, fra l’altro, i Balcani e l’Ucraina, è evidente come non esista ancora una solida identità europea. Dopo il crollo del muro anche i sogni sono crollati. Il sogno della fine dei conflitti tra la Russia e l’America, l’illusione di destinare all’ecologia gli investimenti per gli armamenti. Durante la conferenza si è fatto riferimento ai nuovi muri sparsi sul pianeta, non solo a quelli in Medio Oriente, ma al muro virtuale presente in Cina, dove il divieto di navigare in rete isola i giovani cinesi dal resto del mondo.
Il politologo Aleksander Smolar ha denunciato la stanchezza dell’Unione Europea e la sua incapacità di proporsi nei confronti degli stati membri, per il momento, non come entità politica, ma solo in funzione d’assistenza. Il progetto degli Stati Uniti d’Europa sembra svanito o in ogni modo rimandato. Secondo lo studioso americano Timothy Snyder l’esperienza storica dei paesi postcomunisti può rappresentare un grande potenziale per la costruzione dell’identità europea. L’unico rischio da evitare in questo percorso è non inciampare in quella che lo storico definisce la prassi europea, vale a dire l’abitudine a raccontare la storia in chiave ideologico − nazionale. Snyder si è soffermato anche sul possibile ruolo strategico in materia di politiche ecologiche ambientali, che la Polonia potrebbe rivestire nei futuri rapporti con l ’America.
Alla conferenza si è dato spazio anche a temi economici grazie alla partecipazione di Jerzy Osiatyński, ex ministro delle finanze nel governo di Hanna Suchocka e deputato al Sejm negli anni 1989 − 2001. Il suo intervento ha preso in analisi le riforme economiche realizzate dal piano Balczerowicz e la terapia shock a cui fu sottoposta la Polonia, dopo il crollo del comunismo, per convertire rapidamente l’intero apparato economico dello stato al sistema del libero mercato. Il giornalista francese Bernard Guetta si è soffermato sulle ripercussioni sociali e politiche delle riforme del piano Balczerowicz, che in Polonia causarono l’impennata dell’inflazione, la sfiducia dei polacchi nei processi di trasformazione e il ritorno dei postcomunisti al potere.
Il giornalista ceco Jan Macháček ha fornito un quadro poco incoraggiante sulla situazione dopo l’Ottantanove nella Repubblica ceca, dove l’élite ha smesso di interessarsi alla vita politica del paese favorendo la crescita indisturbata di lobby e dove la mancanza dell’osservazione delle leggi ha generato un profondo senso di sfiducia nei cittadini.
La conferenza, con l’intervento della giornalista Rita Pawlowski, ha affrontato il tema del ruolo delle donne subito dopo la riunificazione della Germania e la nascita, nei paesi dell’ex blocco sovietico, dei primi movimenti femministi di protesta contro i disagi e l’esclusione dalla vita pubblica e politica. Si è messo in evidenza, nel corso del dibattito, il paradosso che hanno vissuto le donne dell’Est, la conquista della libertà per loro ha corrisposto, infatti, ad una limitazione dei diritti economici, sociali e riproduttivi. Con il muro è crollato venti anni fa anche il sogno di emancipazione e parità dei loro diritti.

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Soldati polacco-lituano-ucraini

Wspólna brygada Polski, Litwy i Ukrainy
Marcin Wojciechowski, GW 2009-11-16
List intencyjny w sprawie utworzenia ponadnarodowej brygady z żołnierzami z Polski, Litwy i Ukrainy podpisali w Brukseli ministrowie obrony tych krajów. 4,5-tysięczna brygada ma stacjonować w Lublinie… Leggi
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Wojsko trojga narodów
Marcin Wojciechowski, Tomasz Bielecki, GW Bruksela 2009-11-17
Polska znów ciągnie Ukrainę na Zachód. Za dwa lata polscy, ukraińscy i litewscy żołnierze mają służyć we wspólnej brygadzie uczestniczącej w misjach pokojowych Unii Europejskiej, NATO oraz ONZ.. Leggi
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La Lituanie, la Pologne et l’Ukraine vont créer une brigade commune, destinée à rapprocher Kiev de l’Alliance atlantique, a annoncé le ministère polonais de la Défense. La brigade polono-lituano-ukrainienne a été baptisée LITPOLUKRBRIG. Son Etat-major sera installé en Pologne. Les postes de commandant en chef, d’adjoint au commandant en chef et de chef d’état-major seront occupés, à tour de rôle, par les militaires des 3 pays. La création de cette brigade “a pour objectif le soutien aux efforts de l’Ukraine dans son intégration aux structures euroatlantiques, le resserrement de la coopération militaire régionale, ainsi que la création d’une base à un groupe de combat de l’Union européenne”. vedi

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L’89 nei documentari

Competition films
1.Die Mauer / The Wall / Mur
dir. Jürgen Böttcher, prod. DEFA – Studio fur Dokumentar Filme, DE 1990, 99’
2.Dzieci rewolucji / The Children of the Revolution
dir. Maria Zmarz-Koczanowicz, prod. Wojciech Szczudło, PL 2002, 58’
3.Grenzdurchbruch ’89 / The Border Opening ’89 / Otwarcie granicy ’89
dir. M-J Blochwitz, A. Czekalski, prod. NVA Army Film Studio, DE 1989, 38’
4.Historia pewnego życia / History of a Certain Life
dir. Andrzej Titkow, prod. Ireneusz Niewolski, PL 2003, 45’
5.Jaruzelski – kenrnaalin kiirastuli / Jaruzelski – A General’s Purgatory / Jaruzelski – Spowiedź generała; dir. Martti Puukko prod. Pertti Veijalainen, FI 2006, 47’
6.Kandydat / The Candidate
dir. Marian Terlecki, prod. Marek Łochwicki, PL 1981, 21’
7.Miasto bez boga / City with no God
dir. Jacek Petrycki, prod. Włodzimierz Niderhaus, PL 2009, 55’
8.Michała Bukojemskiego grypsy z interny / Michal Bukojemski’s Letters From Prison
dir. / prod. Michał Bukojemski, PL 2007, 44’
9.Min Mammas Grad / My Mother’s Farm / Farma mojej matki
dir. Ilse Burkovska Jacobsen, Trond Jacobsen, prod. Trond Jacobsen, LV 2008, 55’
10.Ostatki / The Curtains
dir. Andrzej Fidyk, prod. Marek Łochwicki, Krzysztof Sztejnike, PL 1990, 45’
11.Out of the Present / Poza teraźniejszością
dir. Andrei Ujică, prod. Arnold Film Production, Filmvertrieb Medien, DE / FR / RO 1995, 95’
12.Schabowski’s Zettel – Die Nacht als die Mauer fiel / Schabowski’s Note – 24 Hours of World History / Notatka Schabowskiego – noc, w której upadł mur
dir. Marc Bresse, Forian Huber, prod. Werner Vennewald, Cassian von Salomon, DE 2009, 52’
13.Solidarność / Solidarity
dir. Jean M. Maurice, prod. Marek Łochwicki, PL 1990, 162’
14.Solidarność, jak zerwaliśmy żelazną kurtynę / Solidarity – How We Tore Apart the Iron Curtain
dir. Krystyna Mokrosińska, prod. Mirosław Chojecki, Piotr Weychert, PL 2000-2005, 63’
15.Tamtego roku 1989 / That Year 1989
dir. Jolanta Kessler-Chojecka, prod. Mirosław Chojecki, Piotr Weychert, PL 1999, 78’
16.The Power of the Powerless / Siła bezsilnych
dir. Cory Taylor, prod. Darin Nellis, Jonathan Terra, CZ / USA 2009, 78’
17.The Singing Revolution / Śpiewająca rewolucja
dir. Maureen & James Tusty, prod. Maureen Tusty, James Tusty, Bestor Cram, Artur Talvik, Piret Tibbo-Hudgins, USA / EE 2006, 97’
18.Videogramme einer Revolution / The Videograms of a Revolution / Wideogramy pewnej rewolucji; dir. Harun Farocki, Andrei Ujică, prod. Ulrich Strohle, DE 1992, 106’
19.Zabić w sobie nienawiść / To Kill the Hatred Within
dir. Piotr Morawski, prod. Mirosław Chojecki, Piotr Weychert, PL 2006, 23’
20.Zwyciężymy. Wybory 1989 / We Shall Win: Elections 1989
dir. Maria Miętus, prod. Wojciech Szumowski, PL 2007, 90’
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Rock, mur, agenci, czyli upadek komunizmu
Paweł T. Felis Gazeta Wyborcza 2009-11-21
W Warszawie trwa imponujący programem festiwal Sztuka Dokumentu – blisko sto filmów o przemianach politycznych 1989 roku w Europie Środkowej i Wschodniej
W węgierskim dokumencie “Życie agenta” 40-letni Gábor Zsigmond Papp sięga po propagandowe materiały sprzed lat i układa instruktaż dla potencjalnych agentów: w jaki sposób śledzić, jak dyskretnie robić notatki w czasie akcji, a nawet jak dobierać do konkretnego zadania ubranie.
Ten sam reżyser w “Szpiegach na bocznym torze” rozmawia już całkiem serio z Gáborem Rimnerem, węgierskim odpowiednikiem Ryszarda Kuklińskiego, który za działalność agenturalną na rzecz CIA trafił do więzienia na 12 lat. I zadaje niewygodne pytania: np. Jak szpiegowanie wpływa na osobowość? Czy agent może porzucić swój fach i wrócić do normalnego życia?
Jednym z ważniejszych filmów festiwalu jest niemiecki obraz “Z miłości do narodu” zaprzeczający optymistycznym tezom zrealizowanego trzy lata później głośnego filmu “Życie na podsłuchu”.
Bohaterem dokumentu jest anonimowy agent Stasi, który w 1990 roku w biurze przy Normannenstrasse w Berlinie opowiada o swojej pracy. Patrzymy na porozrzucane teczki, widzimy fragmenty zarejestrowanych przesłuchań: ukrywający swoją twarz, zdezorientowany major S., który w chwili politycznych przemian traci punkt oparcia, wciąż twierdzi, że “szczęście czasem trzeba narzucić siłą”. Pamiętny nocny portier z filmu Kieślowskiego – przed ludźmi i przed kamerą – odgrywał jedynie rolę fanatycznego stróża prawa. Major S. wierzy do końca w słowa Ericha Mielkiego, które stały się tytułem dokumentu: “Kocham wszystkich ludzi, to wszystko z miłości do narodu!”.
W imponującym programie Sztuki Dokumentu wyróżniają się zwłaszcza filmy, które pokazują znaną historię z nieznanych perspektyw. “Królik po berlińsku” Bartka Konopki to obraz upadku muru berlińskiego z perspektywy królików, “Poza teraźniejszością” Andrieja Ujicy pokazuje rozpad ZSRR z punktu widzenia kosmonauty Siergieja Krikalewa, który przewrót przeżył na statku kosmicznym. W “Śpiewającej rewolucji” sposobem walki o niepodległość jest chóralny śpiew estońskich patriotycznych pieśni (“Kiedy tysiące ludzi zaczynają śpiewać tę samą piosenkę, nikt nie może ich zignorować”), w “Beats of Freedom” jest nim polski rock – napisana, jak przyznaje Kora, po dużej dawce marihuany “Parada słoni” odbierana jako metafora Rosjan napadających na Afganistan, “Babylon is fallen” Brygady Kryzys (na której rozpad, jak słyszymy, w jakimś sensie miała wpływ polityka), “Moja krew” Republiki. Jedna z uczestniczek festiwalu w Jarocinie mówi do kamery wprost: “W zasadzie pozostała nam tylko muzyka”.
Innym sposobem bezkrwawej wojny z reżimem okazała się – znów dla Estończyków – zachodnia telewizja: w “Disco i wojnie atomowej” (najlepszy dokument Warszawskiego Festiwalu Filmowego) członkowie rodzin, które dzięki specjalnym antenom mogły odbierać fińskie programy, opowiadają np. o pisaniu streszczeń kolejnych odcinków “Dallas” dla kuzynów, którzy nie mogli serialu oglądać. Banalny tasiemiec “Emannuele” staje się sprawą wagi państwowej: najważniejsi politycy ZSRR próbują uniemożliwić odbieranie fińskiej telewizji, bo “zachodnia kultura to groźny element zimnej wojny”.
“Chociaż człowiek wmawia sobie, że jest odporny na pranie mózgu, propaganda działa na każdego” – mówi w filmie “Zimna wojna w eterze” dziennikarka rumuńskiej sekcji Radia Wolna Europa. “Kiedy po raz pierwszy przyszłam do redakcji, zastanawiałam się: czy oni rzeczywiście sprzedali się za dolary? Czy może radio to siatka szpiegów?”. Ważnym testem dla radia okazało się trzęsienie ziemi w Bukareszcie – Ceause cu przebywał wtedy w Nigerii, więc na jeden dzień w całym kraju zamrożono informacje o tragedii: podawało je tylko RWE. Ale najlepiej zasługi rozgłośni charakteryzuje tu jeden ze słuchaczy: “To radio pokazało mi, że można kłamać czasami, ale nie da się kłamać cały czas”.
Politycznych filmów na festiwalu jest najwięcej – o zburzeniu muru berlińskiego (“Mur” Böttchera i “Był sobie mur” Titkowa), o “Solidarności” oglądanej oczami Polaków (m.in. głośny “W Solidarności” Bolesława Sulika i “Po zwycięstwie 1989-1995″ Marcela Łozińskiego), ale też obcokrajowców – ciekawostką jest zwłaszcza “Strajk” Leslie Woodhead, kręcona w 1982 r. w Liverpoolu i Manchesterze fabularna inscenizacja wypadków w Stoczni Gdańskiej z Ianem Holmem (“Władca pierścieni”) w roli Lecha Wałęsy. Wśród filmów o takich postaciach, jak Anna Pieńkowska, Maciej Szumowski, gen. Wojciech Jaruzelski czy Jacek Kuroń, wyróżnia się zwłaszcza mało znany, prowokacyjny dokument Grzegorza Królikiewicza “Człowiek ze studni” (1991) o Wałęsie po pierwszej kampanii prezydenckiej z 1990 roku.
W aż trzech filmach powraca wątek ucieczki z NRD. W polsko-niemieckim “Żegnaj, DDR” Krzysztofa Czajki mieszkańcom wschodnich Niemiec, którzy próbują dotrzeć do ambasady RFN w Warszawie, pomagają politycy, mieszkający przy ambasadzie warszawiacy, oferujący nocleg i ubrania rolnicy. Czasem ucieczki kończą się sukcesem, czasem więzieniem, kiedy indziej – jak dla jednego z bohaterów węgierskiego “Przypadku granicznego” – tragiczną śmiercią. Zdezorientowani są polscy strażnicy, którzy słyszeli o wsparciu premiera Mazowieckiego dla imigrantów, nie dostali jednak jasnego rozkazu, by uciekinierów nie zatrzymywać. Zdezorientowani są też strażnicy po stronie niemieckiej (“Otwarcie granicy ‘89″), gdy zostaje zburzony mur, a rozkazy strzelania do próbujących przekroczyć granicę kraju wciąż obowiązują.
Równie ważna jak przeszłość jest jednak dla dokumentalistów współczesność. W „Piosence i życiu” Rafael Lewandowski rozmawia z urodzonymi w 1982 roku Polakami – wśród nich z Klementyną, dla której napisany został nieoficjalny hymn strajkujących „Do córki” – i odkrywa, że przeszłość i ideały pokolenia rodziców nie przestały być dla „dzieci »Solidarności «” ważne.
Mniej optymizmu ma Cory Taylor, reżyser “Siły bezsilnych” – z perspektywy zagranicznego obserwatora przygląda się Czechom, w ich stosunku do przeszłości odkrywa mechanizm wyparcia, ustami swoich bohaterów sugeruje konieczność rozliczeń, do których nie doszło. Co zostało z wielkiej energii tłumu, dzięki któremu możliwa stała się aksamitna rewolucja? Czy tylko strach, o którym mówi dwudziestoletnia dziewczyna: “ludzie w Czechach wciąż boją się sobie nawzajem zaufać”?
Festiwal Sztuka Dokumentu potrwa do 30 listopada. Szczegóły na: