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Ciao Chopin

Non disturbate il silenzio di Chopin. Un concerto a Varsavia per il duecentenario
LE CELEBRAZIONI PER I 200 ANNI DELLA NASCITA – L’omaggio della sua Polonia che allora non c’era
SANDRO CAPPELLETTO, La Stampa 1/3/2010
ZELAZOWA WOLA E VARSAVIA — E’ nato qui. Questo è l’atto di battesimo. In questa chiesa si sono sposati i genitori, in quest’altra la sorella. Questa è la sua stanza, ecco la prima Mazurka, scritta quando aveva otto anni. I polacchi non amano Chopin, lo venerano. E il giorno è oggi: Fryderyk Chopin (pronunciato alla polacca, naturalmente: accento sulla «o» e dicendo la «i») nasceva il 1 marzo 1810 in questo villaggio a sessanta chilometri da Varsavia, dove il padre Nicholas, francese, lavorava come precettore per i figli del conte Sharbek. O almeno il 1° marzo era il giorno in cui a casa festeggiavano il suo compleanno, mentre il registro parrocchiale riporta la data del 22 febbraio.
In nessuna altra nazione al mondo si può trovare un sentimento simile nei confronti di un artista. Non gli italiani con Verdi, non gli austriaci con Mozart, non i tedeschi verso Beethoven. Forse perché quando c’era Chopin, non c’era ancora la Polonia, e la sua musica ne evocava l’assenza e il desiderio. «Non disturbate il silenzio» è scritto all’ingresso del Parco Lazienki, un giardino pubblico di Varsavia molto vasto e curato. Al centro, un monumento in bronzo: un salice piangente china i suoi rami fino a confonderli con i capelli di Chopin. Qui, circondata da migliaia di rose, soltanto alla sua musica è concesso di rompere quell’invocato e rispettato silenzio.
Da questa mattina si fa la coda alla Chiesa della Santa Croce, nel centro di Varsavia, dove, all’altezza del primo pilastro di sinistra della navata principale, si può vedere l’urna che custodisce il cuore. La sorella Ludwika esaudì un preciso desiderio di Fryderyk; poi venne scritto l’epitaffio: «Dov’è il tuo tesoro, lì c’è il tuo cuore. A Chopin, i suoi connazionali». Il corpo è sepolto a Parigi, dove l’artista diventato, come il perfettamente coetaneo Robert Schumann, l’immagine dell’essenza del romanticismo, visse da quando aveva venti anni e nemmeno per altri venti. Non ritornò mai in patria, per una lontananza che sembra averne accentuato la presenza, l’affetto.
La Polonia di oggi celebra la memoria di Chopin con uno straordinario investimento promozionale, che culmina ad agosto con un festival lungo un mese dedicato, anche, alla sua presenza nell’Europa di oggi e ad ottobre con la nuova edizione del Concorso Internazionale di pianoforte. Ieri sera Daniel Barenboim – osannato – ha dedicato a Chopin un intero recital nella sala della Filarmonica di Varsavia, oggi i concerti non si contano, mentre alla «Casa Polonia» si completa il più assoluto degli omaggi: nove giorni interi, dal 22 febbraio a oggi, per 216 ore di musica di Chopin suonata continuamente, senza un attimo di riposo da decine e decine di pianisti. Oggi si inaugura anche il rinnovato Museo, dove sono raccolti manoscritti, partiture, oggetti appartenuti al musicista che, come ha dichiarato Maurizio Pollini, «ha saputo scrivere le cose più belle per la tastiera del pianoforte». E alle 20, alla presenza delle massime autorità, inizia al Teatro Wielki il «Concerto di gala»: tre pianisti, che suoneranno fortepiani e pianoforti di epoche e struttura diverse, due orchestre, due direttori.
Un omaggio imponente e intelligente, per far comprendere al pubblico come sia cambiato il suono della musica di Chopin. Lui, detestava suonare in sale troppo grandi, sapeva che la fragilità – pesava 40 chili! – delle sue braccia e mani non gli consentiva di raggiungere quella potenza che la sua musica avrebbe richiesto. E invidiava a Franz Liszt la potenza con cui interpretava i suoi Studi.
In Italia, lo ricorda Radio Tre con una giornata tutta nel segno della sua musica e delle sue parole, con letture dalle bellissime lettere, che culminerà, alle otto della sera, con il collegamento in diretta per il concerto di Varsavia.
«Le petit Chop» non avrebbe gradito tale clamore; era riservato, pudico, intollerante di ogni eccessiva esibizione di sè. Al punto che, per non farsi vedere consumato dalla tisi, decise di lasciare la «Padrona di casa», come si divertiva a chiamare George Sand, e di rintanarsi a Parigi, per morire da solo. Lasciando una musica che, definitivamente sottratta ad ogni superficiale ipotesi carezzevole di arredamento salottiero, si propone a noi oggi nella sua stupefacente maestria tecnica, consapevolezza formale e intatta potenza emotiva.

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Tempi di vacche magre

L’Europa scende in piazza – titola The Independent
Alle prese con licenziamenti diffusi e cupe previsioni di uno stallo nella ripresa dalla recessione, l’Europa sta affrontando un’ondata di scioperi senza precedenti. Da Dublino ad Atene i lavoratori contestano i tagli al bilancio e le politiche di riduzione salariale.  Segnalato da

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Disoccupazione in Polonia al 12,7%

W styczniu bezrobocie wyniosło 12,7 proc. Najgorzej ma Pomorskie. Tak źle nie było od czerwca 2007. W styczniu pracy nie miało 12,7 proc. osób. Najbardziej oberwało Pomorskie, gdzie liczba bezrobotnych w ciągu roku wzrosła aż o 62 proc.!  Vedi

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Incontro con Varlam Salamov

Arcipelago Salamov. Un grande scrittore nell’inferno del Gulag
Mercoledi 24 febbraio 2009, alle 17,30, a Trento, nella Sala degli Affreschi della Biblioteca comunale (Via Roma 55) il Centro Studi sulla Storia dellEuropa Orientale organizza l’incontro-dibattito Arcipelago Salamov. Un grande scrittore nell’inferno del Gulag. Intervengono Giovanni Bensi e Sergio Rapetti.
Con i Racconti della Kolyma, Varlam Salamov viene ad occupare un posto di assoluto rilievo nella letteratura russa del Ventesimo secolo. Salamov non è solo un grande letterato: egli ci racconta la quotidianità del Gulag e il suo orrore assoluto. Nella sua riflessione , ha osservato Stefano Garzonio, dove il lager si pone come il male assoluto, Salamov tende a superare il concetto stesso di “letteratura”, attraverso la brevità, la semplicità, la chiarezza dell’esposizione. Ne deriva una sorta di etnografismo basato sul dettaglio quotidiano, dietro il quale si cela l’idea che “ciò che si soffre con il proprio sangue si realizza sulla carta come documento dell’anima”.
I suoi Racconti della Kolyma costituiscono una testimonianza irripetibile, tanto da spingere il grande regista Andrei Tarkovskii ad annotare nei suoi Diari. Martirologio: “Salamov ci racconta della sofferenza con una verità e un’integrità tali, le sue uniche armi sono queste, che ci costringe a soffrire con chi è stato all’Inferno e inchinarci a lui. Dante era temuto e rispettato perché era stato all’Inferno! Ma era un inferno immaginario il suo, mentre Salamov ha conosciuto l’Inferno vero. Ed è risultato ben più terribile”. Un inferno, il lager, il Gulag, che per Salamov è fatto a somiglianza del mondo, così che lo scrittore riesce a indagare profondamente il processo di disumanizzazione di cui è permeato l’universo concentrazionario.
Alcune mie vite (sottotitolo: Documenti segreti e racconti inediti), è il volume da poco pubblicato dalla Mondadori, a cura di Francesco Bigazzi, Sergio Rapetti e Irina Sirotinskaja. In questo libro sono raccolti dei materiali inediti nel nostro paese (fra cui quelli relativi ai tre cosiddetti processi subiti dallo scrittore). Bigazzi rievoca la scoperta dei documenti negli archivi dell’ex KGB. Rapetti tratteggia un magistrale ritratto dello scrittore, affrontando i temi centrali della sua esperienza spirituale e creativa, e fornisce al lettore uno strumento affinato per avventurarsi nel mondo artistico e spirituale di Salamov, descrivendone la complessa e rigida struttura morale, dall’entusiasmo del giovane rivoluzionario alla essenziale, laconica, precisione del prigioniero nel suo accostarsi alla memoria, al mondo, alla vita.
Liberato dal Gulag dopo la morte di Stalin, Salamov vivrà un’esistenza precaria, segnata da problemi di salute e dai dolori famigliari (la separazione dalla moglie e la figlia che lo rinnega). In questi anni sarà completamente assorbito dal lavoro sui Racconti della Kolyma. Nel 1979 per le sue precarie condizioni fisiche viene trasferito in un pensionato per anziani, cui seguì, nel gennaio 1982, il forzoso trasferimento in un ospedale psichiatrico, dove morì pochi giorni dopo.
“Elemento socialmente nocivo”, Salamov sarà “riabilitato” dalle strutture burocratiche del potere solo nel 2000. La sua grandezza era già stata da tempo riconosciuta fuori dall’Unione Sovietica e dalla Russia. Già nel 1978 Piero Sinatti tradusse in italiano una sua raccolta di racconti.
A discutere sullo scrittore e su questo volume, intervengono Giovanni Bensi e Sergio Rapetti, mercoledi 24 febbraio 2009, alle 17,30, a Trento, nella Sala degli Affreschi della Biblioteca comunale (Via Roma 55).
Alcune mie vite di Varlam Salamov è pubblicato da Mondadori (pp. 304, Euro 25,00)

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L’UE e la Grecia: non è banale

Il Sole 24 Ore: “Parigi e Berlino aiutano Atene. Oggi al summit l’annuncio di prestiti bilaterali concertati a livello Ue. Issing: ci sarà un effetto domino. La notizia del piano franco tedesco che verrà presentato oggi da Berlino e Parigi prima del Consiglio europeo di Bruxelles per salvare la Grecia è notizia da prima pagina anche per il Corriere della Sera. Da segnalare sul Corriere della Sera una intervista all’ex ministro dell’Economia del governo Prodi, Padoa Schioppa, che dice: “niente salvataggi gratis, ma l’Europa non può abbandonare Atene”. L’interesse è comune – dice. “Eviteremo reazioni a catena, ma dovranno accettare limitazioni di sovranità”…. Ritagli da RASSEGNA ITALIANA, di Ada Pagliarulo, Paolo Martini, del 11 febbraio 2010

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Russia-Polonia: nuovo gesto

Pamiętamy o przeszłości, myślimy o przyszłości
Bogdan Borusewicz*, Siergiej M. Mironow**, GW 2010-02-09
Wspólny artykuł marszałków senatów Polski i Rosji
Premierzy naszych krajów na Westerplatte, podczas międzynarodowej uroczystości 1 września 2009 roku, upamiętniającej 70. rocznicę wybuchu II wojny światowej podkreślali, iż Polacy i Rosjanie – to dwa dumne wielkie narody. Ich losy nieraz ściśle splatały się w historii, która beznamiętnie przechowuje jasne i mroczne karty relacji rosyjsko-polskich. Nie ma w tym nic dziwnego. Tak często bywa między sąsiednimi krajami, jakimi od wieków były Rosja i Polska.
Pamiętamy o zwycięstwie polskich rycerzy i pułków smoleńskich w bitwie z zakonem krzyżackim pod Grunwaldem, którego 600-lecie przypada latem tego roku.
Niezapomniane są też karty niedawnej przeszłości. Nasze narody wraz z innymi państwami koalicji antyhitlerowskiej walczyły przeciwko wspólnemu wrogowi podczas drugiej wojny światowej – faszyzmowi, który uwłaczając ludzkiej godności, popełniał potworne zbrodnie przeciw człowieczeństwu, nieznane wcześniej w dziejach naszej cywilizacji.
Ale narody Rosji i Polski znały też bolesne okresy wzajemnej obcości. Po dziś dzień w sercach ludzi żywe są tragedie spowodowane przez represje stalinowskie, dla których nie ma usprawiedliwienia. Pamięć o tych niewinnych ofiarach jest tak samo święta jak pamięć o zwycięstwach. Niedopuszczalne jest usprawiedliwienie tych, którzy niszczyli również własny naród.
Naszym moralnym obowiązkiem jest pamięć o naszej przeszłości. Jednakże każdy naród ma swą “pamięć historyczną”, odmienne spojrzenie na dzieje. Najważniejsze, że teraz wspólnie myślimy o przyszłości. W ostatnich latach pojawiło się szczególnie dużo artykułów prasowych, opublikowano masę dokumentów, odbyły się liczne konferencje naukowe i spotkania intelektualistów. W większości ich celem jest znalezienie odpowiedzi na podstawowe pytanie: jak mamy dyskutować i rozmawiać o wspólnej historii, jak traktować jej niekiedy bolesne i tragiczne karty, by nie pozostawić kolejnym pokoleniom brzemienia, które ciążyłoby na naszych relacjach. W przeszłości podobne problemy też zajmowały umysły wybitnych Polaków i Rosjan.
Cieszy nas, że po dwudziestu latach od historycznych zmian w Europie Środkowej i Wschodniej zapoczątkowanych powstaniem “Solidarności” i pierestrojką Michaiła Gorbaczowa, stosunki Polski i Rosji wchodzą na nową drogę rozwoju. Należy je wypełnić konkretną treścią: aktywnymi kontaktami politycznymi, wymianą gospodarczą i kulturalną, więziami elit intelektualnych, młodzieży i zwykłych obywateli. Popieramy deklaracje rządów obu krajów o gotowości rozwijania naszych relacji we wszystkich tych kierunkach.
Nie może nas nie satysfakcjonować również to, że mimo światowego kryzysu finansowego i gospodarczego współpraca ekonomiczna między Polską i Rosją nadal się rozwija. To dobra oznaka, że ta sfera działalności jest najbardziej odporna na chwilową koniunkturę polityczną.
Współpraca ekonomiczna i wymiana handlowa określa jasno i perspektywicznie interesy obu stron. Właśnie na takiej pragmatycznej i wzajemnie korzystnej podstawie chcemy budować nasze relacje. Zamierzamy obronić je przed próbami destabilizacji podejmowanymi przez siły, którym zależy, by między Polską a Rosją istniały stosunki przypominające najtrudniejsze okresy naszej wspólnej historii.
Symbolicznym znamieniem normalizacji stosunków między Polską a Rosją stało się Forum Regionów zorganizowane w Moskwie we wrześniu 2009 roku pod patronatem Rady Federacji i Senatu RP. Wzięli w nim liczny udział przedstawiciele obu krajów, odbyły się ożywione dyskusje, które wyjawiły pragnienie kontynuacji i rozszerzenia naszego współdziałania. Forum naocznie potwierdziło, że takie kontakty są potrzebne. Liczymy, że ten sam duch współpracy i wzajemnej życzliwości będzie panował również podczas drugiego Forum Regionów, które ma się odbyć w maju 2010 roku w Polsce. Miejmy nadzieję, że do tego czasu niektóre struktury samorządowe staną się wzorem współpracy dla innych uczestników Forum.
Wymiana doświadczeń między organami samorządowymi oraz regionalnymi elitami z Polski i Rosji może nadać nową jakość tym stosunkom, odpolitycznić je, przybliżyć do zwykłego człowieka, przezwyciężyć negatywne stereotypy tkwiące w świadomości naszych narodów.
Za pozytywne uważamy rozpoczęcie dialogu między rosyjską Cerkwią prawosławną a Kościołem rzymsko-katolickim w Polsce, którego celem jest zbliżenie społeczeństw obydwu państw. To przypadek bezprecedensowy. Bardzo liczymy na kontynuację i pogłębienie tego procesu.
Rok 2010 obfituje w rocznice o ważnym znaczeniu dla Polaków i Rosjan. Nasze wzajemne stosunki sięgają w przeszłość. Nie sposób się z tym nie zgodzić. Zostawmy więc historię – historykom, politykom – politykę, zaś przyszłość – naszym narodom. Jeśli chodzi o historię, to dobry przykład współpracy stanowi wznowienie działalności polsko-rosyjskiej Grupy do Spraw Trudnych. Wyniki jej prac już dziś są znaczące. Polscy i rosyjscy uczeni potrafili stworzyć swoisty katalog kluczowych problemów polsko-rosyjskich XX wieku.
Z inicjatywy współprzewodniczących Grupy kontynuowane będzie poszukiwanie rozwiązania najtrudniejszych problemów, w tym w kontekście oceny moralno-politycznej tragedii katyńskiej. Powinniśmy wspólnie przeciwdziałać fałszowaniu prawdy historycznej oraz prowadzić działalność edukacyjną adresowaną do młodego pokolenia.
Mamy więc wrażenie, że w sferze oceny faktów historycznych – w tym tych najbardziej bolesnych – Polacy i Rosjanie są sobie coraz bliżsi. Zachowując pamięć o przeszłości, jesteśmy świadomi, że politycy istnieją nie po to, by badać historię, lecz po to, by wyciągać z niej wnioski z myślą o przyszłości. W takim duchu chcemy myśleć i działać. Jesteśmy przekonani, że na początku XXI wieku Polacy i Rosjanie dojrzeli do tego, by z wielowiekowej historii naszych relacji umieć czerpać i rozwijać co najlepsze. Tylko to otworzy przed naszymi narodami drogę ku przyszłości.
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*Bogdan Borusewicz jest marszałkiem Senatu RP
**Siergiej M. Mironow jest przewodniczącym Rady Federacji Zgromadzenia Federalnego Federacji Rosyjskiej (wyższej izby rosyjskiego parlamentu)
Artykuł ten ukazuje się jednocześnie w “Rosyjskoj Gaziecie” w związku z oficjalną wizyta marszałka Senatu Bogdana Borusewicza w Rosji w dniach 9-10 lutego

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Il nuovo governo dell’UE

KOMISJA BARROSA
przewodniczący KE:
José Manuel Barroso (Portugalia)
wiceprzewodniczący:
Catherine Ashton (Wlk. Brytania), szefowa dyplomacji, I wiceszefowa KE
Viviane Reding (Luksemburg), sprawiedliwość i prawa podstawowe
Joaquin Almunia (Hiszpania), konkurencja
Neelie Kroes (Holandia), społeczeństwo informacyjne
Antonio Tajani (Włochy), przemysł
Marosz Szefczovicz (Słowacja), administracja
Siim Kallas (Estonia), transport
członkowie:
Laszlo Andor (Węgry), zatrudnienie i polityka socjalna
Michel Barnier (Francja), rynek wewnętrzny
Dacian Ciolos (Rumunia), rolnictwo
John Dalli (Malta), zdrowie i ochrona konsumentów
Maria Damanaki (Grecja), rybołówstwo
Sztefan Fuele (Czechy), rozszerzenie i polityka sąsiedzka
Maire Geoghegan-Quinn (Irlandia), badania i innowacje
Kristalina Georgijewa (Bułgaria), pomoc humanitarna
Karel De Gucht (Belgia), handel
Johannes Hahn (Austria), polityka regionalna
Connie Hedegaard (Dania), polityka klimatyczna
Janusz Lewandowski (Polska), budżet UE
Cecilia Malmstroem (Szwecja), sprawy wewnętrzne
Günther Oettinger (Niemcy), energia
Andris Piebalgs (Łotwa), rozwój
Janez Potocznik (Słowenia), środowisko
Olli Rehn (Finlandia), polityka gospodarcza i monetarna
Algirdas Szemeta (Litwa), podatki i cła
Andrulla Wasiliu (Cypr), edukacja i kultura

NOTA: Janusz Lewandowski ma w nowej KE tekę średniej rangi, która odpowiada pozycji Polski w UE. Polskiej dyplomacji udało się też – to niezły wynik w tej prestiżowej konkurencji – wepchnąć Polaków do dziewięciu gabinetów nowych komisarzy UE. Ponadto Polka będzie też pracować w gabinecie Van Rompuya.

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Krzysztof Skubiszewski (1926-2010)

Zmarł Krzysztof Skubiszewski
Rotfeld: Strata dla polskiej dyplomacji
Rzeczpospolita, map 08-02-2010
Śmierć prof. Krzysztofa Skubiszewskiego to wielka strata dla polskiej dyplomacji – powiedział były szef MSZ Adam D. Rotfeld. Jak podkreślił, rola i znaczenie tego, co dokonał Skubiszewski, w miarę upływu czasu będą wzrastać.
Rotfeld wspominał, że poznał Skubiszewskiego w czasie studiów.
- Profesor Skubiszewski był recenzentem kilku moich prac, w tym pracy doktorskiej. Ani on, ani ja nie przypuszczaliśmy, że odegra w historii polskiej dyplomacji tak ważną rolę – powiedział.
Zdaniem Rotfelda, premier Tadeusz Mazowiecki dokonał właściwego wyboru powierzając w 1989 roku funkcję szefa dyplomacji Skubiszewskiemu.
- Podjął tę decyzję świadom tego, że jest to powszechnie szanowany, jeden z najwybitniejszych znawców prawa międzynarodowego nie tylko w Polsce, ale i w Europie – podkreślił.
- Kierunek, jaki profesor Skubiszewski nadał polskiej polityce zagranicznej, okazał się sprawdzony przez następne dwadzieścia lat – dodał.
Rotfeld zwrócił uwagę, że Skubiszewski jako szef dyplomacji stworzył podstawy formalno-prawne polityki zagranicznej naszego kraju zawierając porozumienia z wszystkimi sąsiadami Polski.
- Zadbał również o to, żeby Polska była obecna w czasie rozmów w Paryżu dotyczących zjednoczenia Niemiec – zaznaczył.
- Był człowiekiem, który miał niespożytą energię. Budził ogromne zaufanie wśród polityków – powiedział Rotfeld.
Skubiszewski zmarł w poniedziałek rano w Warszawie. Był ministrem spraw zagranicznych w latach 1989-1993 i znawcą prawa międzynarodowego. Miał 83 lata.
Skubiszewski był szefem dyplomacji w latach. 1989-1993. W 2002 roku został członkiem Papieskiej Akademii Nauk Społecznych.
Działał m.in. w “Solidarności” oraz Wielkopolskim Klubie Politycznym “Ład i Wolność”.
Tekę ministra spraw zagranicznych w rządzie Mazowieckiego otrzymał 13 września 1989 r. Później funkcję szefa polskiej dyplomacji pełnił w rządach Krzysztofa Bieleckiego, Jana Olszewskiego oraz Hanny Suchockiej – do października 1993 r., pozostając politykiem bezpartyjnym.
W listopadzie 1990 r. wraz z ówczesnym ministrem spraw zagranicznych RFN Hansem Dietrichem Genscherem podpisał traktat graniczny dotyczący uznania granicy na Odrze i Nysie Łużyckiej. Rok później podpisany został traktat o dobrym sąsiedztwie i przyjaznej współpracy.
Wraz z ówczesnymi ministrami spraw zagranicznych: Niemiec Hansem Dietrichem Genscherem i Francji Rolandem Dumas, zainicjował w latem 1991 r. współpracę w ramach Trójkąta Weimarskiego, jako forum trójstronnych konsultacji politycznych
Był autorem prac naukowych z dziedziny prawa międzynarodowego, doktorem honoris causa kilku uniwersytetów, kawalerem wielu odznaczeń polskich i międzynarodowych, w tym Orderu Orła Białego.
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Suchocka: Główny konstruktor konkordatu
Rzeczpospolita, map 08-02-2010
Wspaniała postać, główny konstruktor konkordatu – tak zmarłego Krzysztofa Skubiszewskiego wspominała ambasador RP przy Stolicy Apostolskiej, była premier Hanna Suchocka.
Suchocka, która była premierem w latach 1992-1993 i w której rządzie pracował Skubiszewski, podkreśliła, że jej współpraca z nim była wspaniała. Przypomniała, że znała go od lat 60., kiedy wykładał na Wydziale Prawa Uniwersytetu Adama Mickiewicza w Poznaniu, gdzie studiowała.
- Zachowałam jego obraz w oczach jako młodego docenta uniwersytetu, który był znany z tego przede wszystkim, że jeździł i wykładał na uniwersytetach zagranicznych – mówiła była premier.
Przywołując tamte czasy, zauważyła, że profesor Skubiszewski był “osobą niezależną, która miała swoje własne poglądy i która znajdowała się w trudnej sytuacji w okresie realnego socjalizmu”.
Wspomniała także wykłady, jakie prowadził w kościele dominikanów na temat praw człowieka.
- A potem przyszło mi pracować z panem ministrem Skubiszewskim i był to dla mnie wielki zaszczyt. Ja sama prosiłam go o to, aby został ministrem w moim rządzie, bo miałam do niego wielkie zaufanie. On się wahał, bo już był trochę zmęczony latami pracy w różnych rządach, ale zdecydował się pozostać – powiedziała Suchocka.
Zaznaczyła następnie: “to on był głównym konstruktorem konkordatu, który za mojego rządu podpisaliśmy” (28 lipca 1993 roku).
- Była to jedna ze wspaniałych postaci w naszej historii – podkreśliła Suchocka.
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“Gazeta Wyborcza”: pozostanie w polskiej historii
Gazeta Wyborcza, 2010-02-09, ostatnia aktualizacja 2010-02-09 05:05
Profesor Krzysztof Skubiszewski był twórcą polskiej suwerennej polityki zagranicznej. Stał się od pierwszej chwili mocnym filarem mojego rządu. Szybko przekonałem się, że istnieje między nami pełna zbieżność poglądów na to, jak tę politykę należy prowadzić – wspomina na łamach “Gazety Wyborczej” Tadeusz Mazowiecki. Zdaniem byłego premiera, chodzi zwłaszcza o czas gdy byliśmy pierwsi i jeszcze samotni w rozpoczynających się w 1989 r. przemianach w Europie, i później – gdy szło o kształtowanie ciągle jeszcze niepewnej, ale nowej konstrukcji europejskiej. Tę politykę umacniała także osobista klasa i styl postępowania ministra Skubiszewskiego, który u wszystkich partnerów bliskich i dalekich budził uznanie dla swoich kompetencji i wielkiej kultury, jaka go cechowała. “Ten styl wpajał polskiej dyplomacji, którą trzeba było budować od nowa” – pisze Tadeusz Mazowiecki w “Gazecie Wyborczej”.
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Skubiszewski – pierwszy dyplomata
Bartosz T. Wieliński, Gazeta Wyborcza 2010-02-09
Jako szef polskiej dyplomacji Krzysztof Skubiszewski wierzył w polsko – niemiecką wspólnotę interesów. Po 20 latach historia przyznała mu rację
Prof. Krzysztof Skubiszewski nominowany na szefa MSZ w rządzie Tadeusza Mazowieckiego 12 września 1989 r. wchodzi do pałacyku ministerstwa przy Foksal. Nazajutrz rząd ma zostać zaprzysiężony. Skubiszewski w Warszawie nie ma jeszcze gdzie mieszkać. Będzie nocował w pałacyku, na kanapie na piętrze. Ledwie przekroczył próg, dzwoni telefon. Na linii Bonn.
Szef zachodnioniemieckiej dyplomacji Hans -Dietrich Genscher chce rozmawiać o obywatelach NRD, którzy przez Odrę uciekają do Polski, do warszawskiej ambasady RFN. – Będziecie ich odsyłać? – pyta Niemiec. To pierwsza dyplomatyczna rozmowa w karierze profesora.
Skubiszewski i Mazowiecki mają problem. Między krajami obowiązuje porozumienie o odsyłaniu złapanych zbiegów. Enerdowcy domagają się jego respektowania, podobno kilka osób już im wydano. Naciska na to kontrolowane przez komunistów MSW. Za Odrą zbiegów czeka proces i nawet osiem lat odsiadki. Skubiszewski odmawia. Uciekinierzy bez przeszkód docierają do Warszawy. Potem specjalnymi pociągami ruszają do RFN. Skubiszewski i Genscher będą odtąd przyjaciółmi.
- Profesor mówił, że mamy mimo wszystko wspólnotę losu. Kilka lat wcześniej Niemcy wysyłali do Polski miliony paczek z żywnością. W1989r. mogliśmy się za to zrewanżować -mówi Marek Prawda, wówczas działacz Komitetu Obywatelskiego, dziś ambasador RP w Berlinie. To Skubiszewski przyjął go do pracy w dyplomacji. -Był przekonany, że bliskie stosunki z Niemcami są kluczowe, jeśli Polska ma znaleźć sobie w Europie nowe miejsce -mówi Prawda. Dwa tygodnie temu do ambasady zaprosił Niemców, którzy 20 lat temu uciekali przez Odrę. O ówczesnym polskim ministrze mówili w samych superlatywach. Sam Skubiszewski z powodu choroby do Berlina nie przyjechał.
Minister od spraw przełomowych
4 września 1989r. Skubiszewski nie usłyszał od Mazowieckiego propozycji objęcia teki szefa MSZ, tylko polecenie. Słowa premiera: “proponuję panu stanowisko ministra”, były grzecznościową formułką. Skubiszewski wił się, wskazywał godniejszych kandydatów. Premier nie chciał ustąpić. PZPR domagała się swojego szefa dyplomacji. Aby wyrwać komunistom to stanowisko, Mazowiecki potrzebował kandydata, którego zaakceptuje prezydent Jaruzelski. A ten Skubiszewskiego znał. Profesor w drugiej połowie lat 80. zgodził się wejść do powołanej przez Jaruzelskiego Rady Konsultacyjnej przy Przewodniczącym Rady Państwa. Chciał w ten sposób wpływać na władze, by w obliczu kryzysu PRL poszły na ustępstwa wobec opozycji. W stanie wojennym Skubiszewski działał w prymasowskiej Radzie Społecznej. W “Solidarności” był tylko szeregowym członkiem. Od lat 50. był związany z Uniwersytetem im. Adama Mickiewicza w Poznaniu, gdzie studiował, a potem wykładał prawo międzynarodowe. Za potępienie antysemickich czystek i inwazji Układu Warszawskiego na Czechosłowację w1968r. przez lata odmawiano mu profesury.
Gdy we wrześniu 1989r. wchodził do gmachu MSZ, był tam jedyną niezwiązaną ze starym reżimem osobą. W resorcie ostro zamachnął się miotłą. Na miejsce zwalnianych przychodzili ludzie z uniwersytetów figurujący w “notesie Geremka”. Ze starego układu minister zostawił jednak sporo fachowców średniego szczebla. Bez nich – jak tłumaczył – nie dało się pracować. Skubiszewskiego po latach krytykowano jednak, że nie wyczyścił resortu do końca.
- Potrafił rozmawiać z europejskimi politykami. Jego elegancja była legendarna, podobnie jak erudycja. Jako prawnik międzynarodowy zdobył uznanie, zanim został ministrem -wspomina Janusz Reiter, pierwszy ambasador III RP w Niemczech, dziś prezes Centrum Stosunków Międzynarodowych. Grzegorz Dziemidowicz, wieloletni rzecznik Skubiszewskiego, przypomina sobie spotkanie z szefem brytyjskiej dyplomacji Douglasem Hurdem. – Skubiszewski wykładał, jaka powinna być polityka Zachodu wobec Warszawy. Hurd tylko dopowiadał: “Tak, panie ministrze, zupełnie się z panem zgadzam”.
Tydzień po powołaniu rządu podpisał pierwszą umowę międzynarodową, o współpracy gospodarczej z EWG. Przemawiał po francusku. Rok później podczas konferencji “dwa plus cztery” poświęconej zjednoczeniu Niemiec był jedynym dyplomatą, który nie nosił słuchawek. Mówił biegle po angielsku, francusku, niemiecku i rosyjsku.
Dziennikarze z tamtych lat wspominają go jednak jako człowieka dość sztywnego. Pracę traktował jako służbę. Zrezygnował z ochrony i dodatków do pensji. Mówił, że Polska to kraj na dorobku i trzeba liczyć każdą złotówkę.
Wobec współpracowników utrzymywał dystans. Chciał wszystkiego dopilnować sam. – Potrafił w nieskończoność poprawiać teksty, nawet te, które sam napisał. Pamiętam exposé, w którym ostatnią poprawkę naniósł, odczytując je z sejmowej mównicy – mówi Dziemidowicz.
Na zachód przez Niemcy
Gdy zaczynał pracę, w Polsce stacjonowała ciągle Armia Czerwona. Rumuński dyktator Nicolae Ceausescu nawoływał do udzielenia Polsce bratniej pomocy, palił się do tego Erich Honecker. Nowy minister miał za zadanie uspokajać sojuszników.
“Skubiszewski, bezpartyjny znawca prawa, katolik, ale nie klerykał, krytyczny wobec reżimu uczony, ale nie jawny antykomunista, potrafi słuchać, ale nie daje się przegadać. Uosabia zarówno zmianę, jak i ciągłość w polskiej polityce zagranicznej” – pisał jesienią 1989 r. niemiecki tygodnik “Die Zeit”.
Sam minister w zeszłorocznym wywiadzie dla “Gazety” tłumaczył, że nie dało się następnego dnia po utworzeniu rządu Mazowieckiego wystąpić z Układu Warszawskiego. – Układ trzeba było najpierw osłabić, a później go zlikwidować – za zgodą wszystkich stron. Czyli przekonać także ZSRR, że Układ jest martwy – mówił. Krytycy rządu Mazowieckiego zarzucali mu potem, że prowadził wobec ZSRR zbyt łagodną politykę i przez pierwsze miesiące dążył do “finlandyzacji” Polski. -Bzdura. Już wtedy Skubiszewski szykował zwrot na Zachód i planował wejście do NATO. My w NRD byliśmy wobec tego sceptyczni, a on nie widział dla swojego kraju innej alternatywy. Tyle że trzeba to było robić z wyczuciem, bo na takie zmiany nie był gotowy ani Zachód, ani Moskwa – mówi Markus Meckel, działacz enerdowskiej opozycji i ostatni szef MSZ wschodnich Niemiec. Skubiszewskiego poznał w1990r., gdy w pierwszą podróż po objęciu urzędu udał się do Polski.
W lipcu 1991 r. podpis Skubiszewskiego znalazł się pod dokumentem rozwiązującym Układ Warszawski. Pół roku później rozpadł się ZSRR. Skubiszewski od zera budował stosunki z nowymi państwami. W maju 1992 r. na Kremlu na gorąco poprawiał umowę o wycofaniu wojsk rosyjskich z Polski. Chodziło o zapisy o utworzeniu polsko-rosyjskich spółek joint venture na terenie byłych sowieckich baz. Gdyby przeszły, w Polsce bez przeszkód zakładano by rezydentury rosyjskiego wywiadu i mafii. Rok później razem z prezydentem Wałęsą upili rosyjskiego prezydenta Borysa Jelcyna, dzięki czemu ten zgodził się na wejście Polski do NATO.
- Będziemy o tyle skuteczni na Wschodzie, o ile skuteczni będziemy na Zachodzie – powtarzał minister. A według niego droga na Zachód wiodła przez Niemcy. Janusz Reiter: – O konieczności nowego otwarcia w stosunkach z Niemcami mówił długo przed upadkiem komunizmu. O niemieckich zbrodniach bynajmniej nie chciał zapominać. Z historii wyciągał wniosek, że trzeba się pojednać i współpracować.
O uznanie zachodniej granicy
11 listopada 1989r. kanclerz Helmut Kohl wspólnie z Mazowieckim uczestniczyli w mszy pojednania w Krzyżowej. Świat obiegły zdjęcia polityków padających sobie w ramiona.
Problemem była jednak granica na Odrze i Nysie. Kohl po upadku muru dawał do zrozumienia, że zjednoczone Niemcy ją uznają. Oficjalnie nie chciał tego jednak potwierdzić, bo bał się reakcji konserwatywnego skrzydła swojej partii – CDU. Wypędzeni i konserwatyści z Bawarii głośno dopominali się wówczas, by kwestię granic otworzyć, domagać się od Polski odszkodowań za mienie, a nawet negocjować zwrot części Śląska i Pomorza. W ogłoszonym przez Kohla dziesięciopunktowym planie zjednoczenia Niemiec o granicach nie było słowa. – Kohl upierał się, aby z tym poczekać. Skubiszewski był tym dotknięty. Nie obraził się jednak, tylko zabrał do roboty. A negocjatorem to on był twardym – wspomina Meckel.
O warunkach zjednoczenia Niemiec miała latem 1990r. zdecydować konferencja “dwa plus cztery” (RFN, NRD oraz USA, Wielka Brytania, Francja i ZSRR). Skubiszewski nagabywał polityków, którzy mieli wziąć udział w spotkaniu. – Chodziłem od ministra do ministra, mówiąc, że jesteśmy przychylnie nastawieni do zjednoczenia, lecz wszelka wątpliwość co do zachodniej granicy Polski powinna być usunięta – wspominał w wywiadzie dla “Gazety”. Jego upór przyniósł efekty. Polskę dopuszczono do udziału w paryskiej części konferencji poświęconej granicom. 14 listopada 1990 r. zatwierdził je polsko-niemiecki traktat. W ceremonii jego podpisania nie uczestniczył jednak Helmut Kohl. Niemiecki kanclerz ciągle obawiał się reakcji swojej partii i wysłał do Warszawy Genschera. “Podpisanie traktatu wiązało się z ciężarem naszej historii. Dlatego poprosiłem Skubiszewskiego, by odstąpić od zwyczaju i po ceremonii nie podawać napoi. To nie był czas i miejsce na szampana. Skubiszewski mnie zrozumiał” – zanotował Genscher w pamiętnikach.
Reiter: – Genscher i Skubiszewski należeli do tej samej starej szkoły. Darzyli się szacunkiem i zaufaniem. Tak wpływowych duetów w historii Europy było niewiele.
W1991 r. w Weimarze Genscher i Skubiszewski wraz z szefem francuskiego MSZ Rolandem Dumasem założyli Trójkąt Weimarski – forum, na którym Francja i Niemcy miały pomagać Polsce integrować się z Zachodem.
Berlin do końca był adwokatem Polski w drodze do UE. Trójkąt nie spełnił jednak pokładanych w nim nadziei – głównie dlatego, że przestali się nim interesować Francuzi. W 2006 r. nie udała się próba jego odnowienia. Na szczyt do Weimaru nie pojechał prezydent Lech Kaczyński. Oficjalnie z powodu choroby, nieoficjalnie z powodu złośliwej satyry zamieszczonej przez niszowy niemiecki dziennik. Skubiszewski oraz siedmiu jego następców publicznie skrytykowało za to Kaczyńskiego. W odwecie Antoni Macierewicz z PiS nazwał ich “sowieckimi agentami”. Kaczyński na te słowa nie zareagował.
Jak wszyscy wybitni Polacy, Skubiszewski nie uniknął nikczemnych zarzutów. W 1992 r. był ofiarą nagonki lustracyjnej, jego nazwisko znalazło się na liście Macierewicza. Nie odpowiadał na oskarżenia prawicy, że ulegał szantażowi Niemców, którzy mieli wiedzieć o jego rzekomych powiązaniach z komunistyczną bezpieką.
W 1991r. wynegocjował traktat o dobrym sąsiedztwie i przyjaznej współpracy. Oskarżano go, że dokument pomijał drażliwe tematy, jak np. rezygnację przez Niemcy z odszkodowań za pozostawione nieruchomości. -Wynegocjowaliśmy tyle, ile było możliwe -mówi Reiter. Historia przyznała mu rację. Wypędzeni, którzy walczyli o odszkodowania, w 2008 r. polegli przed Trybunałem w Strasburgu. Szefowa Związku Wypędzonych Erika Steinbach straciła w Berlinie grunt pod nogami.
Trójkąt Weimarski znowu nabiera zaś znaczenia. Na początku lutego ministrowie ds. europejskich Polski, Francji i Niemiec spotkali się w Warszawie. Zapowiedzieli, że Trójkąt ma, tak jak to widzieli Skubiszewski i Genscher, stać się jądrem zjednoczonej Europy.
Ośmielił się być mądry
Skubiszewski jako minister pracował dla czterech rządów: Mazowieckiego, Bieleckiego, Olszewskiego i Suchockiej. – Był fachowcem. Nie bawił się w polityczne gierki, był lojalny. W1993r. mógł zostać sędzią Międzynarodowego Trybunału Sprawiedliwości w Hadze. Zrezygnował, bo musiałby odejść z rządu. Byłby wówczas kolejnym ministrem opuszczającym rząd Suchockiej. To zaś podkopałoby pozycję pani premier – wspomina Dziemidowicz. Rząd po zwycięstwie SLD w wyborach jesienią 1993 r. upadł, a Skubiszewski odszedł z polityki. Współpracownicy pożegnali go albumem z dedykacją: “Temu, który ośmielił się być mądry”.
Skubiszewski przeniósł się wówczas do Hagi. Został przewodniczącym międzynarodowego trybunału ds. roszczeń Iran -USA, który rozstrzygał spory między Amerykanami a Iranem. Ostatnio prowadził kilkanaście spraw. Planował spisanie pamiętników. -Muszę wrócić do Warszawy, bo tam jest archiwum MSZ. Zakończę tylko jeszcze sprawy, które rozpocząłem – mówił “Gazecie”.

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Grandi novità su Katyn: da parte russa un gesto molto atteso

Putin e  Tusk insieme a Katyn in aprile: ecco una grande novità!
Katyn su europa feb 2010
Putin to Attend Katyn Massacre Memorial
Reuters, 04 February 2010
Prime Minister Vladimir Putin and his Polish counterpart, Donald Tusk, will attend a memorial service in April to commemorate the massacre of 20,000 Polish officers by Soviet forces during World War II. The joint visit to the Katyn forest will mark a positive shift in relations for the countries, which have been at loggerheads over the actions of Soviet leader Josef Stalin in 1939, when he clinched a nonaggression pact with Nazi Germany that opened the way for the invasion of Poland and world war. “Prime Minister [Putin] invited him to jointly visit Katyn,” Putin’s spokesman Dmitry Peskov said by telephone. Tusk’s office confirmed in a government statement that he would attend the memorial of the 1940 massacre of the Polish officers in the forest of Katyn and elsewhere. Tusk’s official spokesman told reporters in Warsaw: “Prime Minister Putin underlined that he is aware of how important the Katyn issue is for Poles. Prime Minister Putin said, ‘I believe that our joint appearance at this ceremony will have a very big symbolic meaning.’” Arguments between Russia and the West about who was responsible with Adolf Hitler for the start of World War II cast a shadow over last year’s 70th anniversary commemorations in Poland and still irk relations. Plans to install a U.S. anti-missile shield on Polish soil have also been a thorn in their side. Even though former President Boris Yeltsin admitted in 1992 that his country was to blame for the Katyn massacre, Poland wants more to be done. Poland demands the opening of archives related to an investigation — carried out between 1990 and 2004 — of the massacre, as well as an official rehabilitation of the victims. In September, a senior Polish bishop, visiting the site of one of the graveyards in Katyn, said Poland must forgive Russia for Soviet crimes in order to improve relations.
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Miejsca, gdzie NKWD mordowało Polaków

Fonte

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La (relativa) crescita polacca

Il miracolo polacco
Claudia Astarita, Panorama, Venerdì 29 Gennaio 2010
L’unico Paese europeo in grado di chiudere il 2009 in crescita è stato la Polonia: i dati appena pubblicati dall’Istituto Centrale di Statistica di Varsavia, infatti, dicono che il Prodotto interno lordo del Paese è cresciuto dell’1,7% nell’arco degli ultimi dodici mesi. Una cifra che fa ben sperare anche per il futuro, visto che gli analisti prevedono che la crescita possa raggiungere il tasso del 2,5% per il 2010. Anche lo zloty, la moneta polacca, si è rafforzato: a febbraio dell’anno scorso ne occorrevano quasi 4900 per acquistare un Euro, ora ne bastano circa 4000: un dato importante in vista della prevista adesione alla moneta unica, programmata per il 2012.
Il segreto dell’economia polacca? Un robusto mercato interno, che rende il Paese meno dipendente dalle esportazioni e meno vulnerabile dei suoi vicini dell’Europa Orientale alle fluttuazioni della domanda internazionale. La Polonia, infatti, non solo conta su una popolazione numerosa (trentotto milioni di persone) e ma può anche vantare un’equa distribuzione del reddito, in linea con i canoni dell’Europa occidentale.
Insomma, i Polacchi rappresentano un esercito di consumatori con una significativa propensione alla spesa. Il livello contenuto dei redditi – il salario medio è di circa 800 Euro – ha fatto sì che le spese dei Polacchi si siano concentrate su settori tradizionali, mentre i prodotti di lusso continuano a rappresentare un mercato di nicchia. A trainare l’economia, infatti, hanno pensato soprattutto le compravendite immobiliari, in crescita del 4,7% rispetto al 2008, e l’acquisto di arredi e suppellettili per la casa. Un po’ come in Italia qualche decennio fa. Leggi tutto

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Giornate della memoria

giovedi’ 28 gennaio 2010
Cinema Farnese – Piazza Campo de’ Fiori, 56 – Roma – ingresso libero
C’ERA L’AMORE NEL GHETTO
ricordo di Marek Edelman, l’ultimo comandante dell’Insurrezione nel ghetto di Varsavia scomparso il 2 ottobre 2009
ore 17.00 - proiezione del film “Cronaca dell’Insurrezione nel Ghetto di Varsavia secondo Marek Edelman” (Kronika powstania w Getcie warszawskim wg Marka Edelmana) di Jolanta Dylewska, Pol, 1993, 74′, v.o.sott.it
ore 18.15 - colloquio fra Rudi Assuntino, Francesco M. Cataluccio, Wlodek Goldkorn, Julia Hartwig, Gad Lerner, Adam Michnik, Ludmila Ryba, Paula Sawicka
Durante l’incontro verrà presentato il libro di Marek Edelman “C’era l’amore nel ghetto”, a cura di Wlodek Goldkorn, Ludmila Ryba e Adriano Sofri, pubblicato da Sellerio Editore
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Geografia della vita nel ghetto
di Sergio Luzzato, il Sole 24 ore , 16 gennaio 2010
Il 27 gennaio di quest’anno, il Giorno della Memoria non somiglierà a nessuno dei precedenti per almeno una ragione: perché nel frattempo è scomparso Marek Edelman. Il più rappresentativo degli ebrei sopravvissuti all’insurrezione del ghetto di Varsavia aveva novant’anni al momento della morte, nell’ottobre scorso. Era dunque molto vecchio, ma ancora pochi mesi prima, il 19 aprile 2009, aveva commemorato alla sua maniera il 66º anniversario dell’insurrezione: separatamente da ogni celebrazione ufficiale, percorrendo a piedi (da ultimo, in carrozzella) le strade dei quartieri varsoviti divenuti ghetto sotto l’occupazione tedesca, raccogliendosi a meditare davanti a certe lapidi. Fedele alla memoria dei compagni caduti, ma fedele altrettanto agli ideali socialisti del Bund, il partito operaio ebraico della sua giovinezza: i medesimi ideali per cui aveva da sempre rigettato il sionismo e per cui aveva rinunciato, dopo la guerra, a emigrare in Israele.
La morte di Marek Edelman segna un momento simbolico di svolta nel rapporto fra la storia del ghetto di Varsavia e la sua memoria. Conclude “l’era del testimone”, la stagione di una memoria intesa come esperienza vissuta. Consegna definitamente alla storia i due anni e mezzo intercorsi fra il novembre 1940 e il maggio 1943, durante i quali 450mila ebrei di Polonia vennero rinchiusi in tre chilometri quadrati al centro della capitale, uscendone vivi soltanto per essere gasati a Treblinka. Quest’anno, il Giorno della Memoria deve misurarsi con la scomparsa di colui che della memoria polacca della Shoah si sentiva, a buon diritto, Il guardiano (così il titolo di una riflessione autobiografica di Edelman pubblicata da Sellerio nel 1998).
Ma quest’anno, come per un risarcimento della perdita, i lettori occidentali dispongono di un nuovo, meraviglioso strumento per avvicinarsi alla storia del ghetto di Varsavia. È l’edizione americana di un librone di novecento pagine, uscito in Polonia nel 2001 per opera di due specialisti locali della Shoah, Barbara Engelking e Jacek Leociak. Se in inglese il titolo suona asciutto, puramente descrittivo, il sottotitolo riesce tanto suggestivo quanto esatto: The Warsaw Ghetto. A Guide to the Perished City. Proprio di questo si tratta, di una guida alla città ebraica dapprima riempita e sigillata, poi svuotata e distrutta dagli uomini del Terzo Reich.
Grazie a una varietà di mappe, si ritrovano nel volume i confini geografici del ghetto, la topografia delle strade, il percorso dei mezzi di trasporto. Ma soprattutto si ritrova la dislocazione precisa, infallibile – sembra di stare su Google Maps – di ogni singolo luogo, più o meno pulsante di vita o di morte. Case private, uffici pubblici, sinagoghe, commissariati di polizia, caserme dei pompieri, parcheggi delle ambulanze, ospedali, farmacie, laboratori, scuole dichiarate o segrete, cimiteri, giardinetti, mense popolari, orfanotrofi, bagni comuni e bagni rituali, ricoveri per profughi, uffici postali, buche delle lettere, saloni di coiffure, lavanderie, sartorie, calzolerie, gioiellerie, negozi di alimentari, pompe funebri, imprese artigianali, biblioteche legali o illegali, librerie, stamperie clandestine, teatri, ristoranti ordinari o kosher, scuole rabbiniche, caffè, cabaret, sedi di riunione delle forze di resistenza, depositi di armi, bunkers… per il lettore di questa guida, la geografia del ghetto non ha più misteri.
Ritrovare la storia nel segno della geografia è tanto più importante, in quanto la dimensione spaziale fu costitutiva dell’esperienza del ghetto di Varsavia. Onnipresenti, i muri di recinzione conferivano all’enclave ebraica l’aspetto inatteso di una città orientale. E fino all’estate 1942, pareva che ogni cosa lì dentro succedesse all’aperto, davanti a tutti. Il ghetto brulicava di gente in perpetuo andirivieni, risuonava delle voci dei passanti come delle urla dei gendarmi, vibrava dei traffici nei mercati dell’usato, sussultava a ogni movimento dei militari tedeschi, celava a malapena l’indaffararsi dei contrabbandieri, ed esibiva ininterrottamente – suo malgrado – lo spettacolo della morte: cadaveri nudi sul marciapiede, vinti dal tifo, dalla fame, dagli stenti. Solo nell’autunno del ‘42, dopo la prima ondata di deportazioni verso Treblinka, il ghetto avrebbe assunto l’aspetto di una città non più strapiena ma deserta, non più vociante ma silenziosa. E solo nella primavera del ‘43, dopo il soffocamento della disperata insurrezione, i tedeschi ne avrebbero fatto un paesaggio vuoto, immobile, lunare: il paesaggio che ci è rimasto negli occhi attraverso il film di un superstite del ghetto di Cracovia, Il pianista di Roman Polanski.
Quasi tutte le fotografie del ghetto di Varsavia pervenute sino a noi furono scattate dagli occupanti tedeschi: compresa quella – dolorosamente celebre – del bambino che alza le mani mentre viene trascinato con altri fuori da un rifugio. In compenso, furono gli ebrei polacchi a raccogliere la maggioranza dei documenti non fotografici che hanno consentito a Engelking e Leociak di ricostruire la vita e la morte del ghetto nei più minuti dettagli. Riunendosi intorno alla figura di uno storico di professione, Emanuel Ringelblum, un gruppo di intellettuali fondò allora un’istituzione unica nella storia dell’Europa occupata: l’archivio clandestino del ghetto, dove si radunavano materiali sulla storia del presente destinati alla memoria del futuro.
Diari, poesie, lettere, volantini, carte d’identità, ricette mediche, biglietti del tram, bracciali con la stella di David, menù di ristoranti, quaderni di scuola, disegni di bambini, dépliants pubblicitari, locandine di spettacoli, verbali di riunioni politiche, giornali clandestini, contabilità commerciale, statistiche demografiche: Ringelblum e i suoi compagni ebbero la lucidità di riconoscere in questo il lascito più prezioso che fosse dato ai morituri di trasmettere alla posterità. Dopo l’avvio delle deportazioni di massa verso Treblinka, infilarono migliaia di documenti in dodici contenitori metallici e li seppellirono di nascosto sotto le cantine di due edifici del ghetto, dove vennero ritrovati fra il 1946 e il 1950.
Da duemila anni in qua, i muri hanno rivestito una funzione decisiva nella storia del popolo ebraico: dall’inizio della Diaspora al ritorno nella Terra Promessa, dalla rovinosa distruzione del tempio di Gerusalemme alle misure di sicurezza dell’Israele di oggi, insomma dal Muro del Pianto al muro di Sharon, il destino delle comunità israelitiche è stato spesso quello di una separazione coatta dal mondo circostante. Ma nella tragedia di tale destino, il popolo ebraico ha trovato la forza per non vivere i muri soltanto come un limite: per viverli anche come una risorsa. Facendo degli spazi chiusi mondi aperti, e dei giorni contati giorni regalati. È stato così nella Varsavia stessa del 1940-43, dove gli ebrei reclusi nel ghetto e destinati allo sterminio riuscirono a cimentarsi con le arti della vita.
Uomini più o meno atletici si guadagnavano il pane pedalando, autisti di un mezzo di trasporto rudimentale eppure diffuso: il risciò. Donne più o meno fascinose percorrevano le strade da coquettes, in precario equilibrio su tacchi sorprendentemente alti. Musicisti di rango o di dozzina suonavano nei caffè, agli angoli delle vie, nei cortili delle case. La programmazione teatrale era intensa, in yiddish come in polacco, e capitava che gli spettacoli durassero tutta la notte per aggirare le regole del coprifuoco. Se costretti in casa, molti cittadini-prigionieri si tenevano occupati leggendo, giocando a scacchi, sfidandosi a carte (il bridge la faceva da padrone). Quanto al proverbiale humour ebraico, si tradusse addirittura nella circolazione, in forma manoscritta, di una Guida turistica del ghetto…
Agli ebrei di Varsavia capitava pure di innamorarsi: anche questo, in fondo, un modo per opporre resistenza morale all’orrore della Soluzione finale. Alla vigilia dell’insurrezione, rimanevano nel ghetto soprattutto giovani “single” che avevano appena perduto i genitori, i nonni, i fratelli più piccoli. Ragazzi e ragazze cui il destino aveva sottratto ogni cosa, salvo la voglia di resistere fino all’ultimo, e salvo il bisogno di amare ed essere amati. Studente di medicina, Marek Edelman era uno fra loro. Non avrebbe mai dimenticato certi idilli sbocciati nella Varsavia della morte. Li ha raccontati in conversazioni della vecchiaia, recentemente raccolte da Sellerio in un libro che va letto come il suo testamento, e che va assaporato fin dal titolo: C’era l’amore nel ghetto.
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Barbara Engelking e Jacek Leociak, «The Warsaw ghetto. A guide to the perished city», Yale University Press, pagg. 902, $ 75,00.
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16 gennaio 2010
NOI EBREI POLACCHI
Tuwim e Szlengel – due poeti, due testimonianze
giovedi’ 4 febbraio 2010 | ore 17,00
Teatro Belli – Piazza Sant’Apollonia, 11/a – Roma – ingresso libero
Durante la serata verranno presentati:
Noi ebrei polacchi – saggio di Julian Tuwim con introduzione di Moni Ovadia e uno scritto di Piotr Matywiecki (a cura di Giovanna Tomassucci, Livello 4, 2009)
Cosa leggevo ai morti – poesie e prose del ghetto di Varsavia di Wladyslaw Szlengel, (a cura di Laura Quercioli Mincer, “I racconti di Minima” di Sipintegrazioni Editore, 2010)
Interverranno: Adelia Battista, Julia Hartwig, Piotr Matywiecki, Laura Mincer, Olek Mincer, Moni Ovadia, Giovanna Tomassucci
Info: Istituto Polacco di Roma, Via Vittoria Colonna, 1 – Roma – tel. 06 36 00 07 23 – fax 06 36 00 07 21 — www.istitutopolacco.it/

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Il genocidio di Stalin in Ucraina

Ukraina uznaje Stalina za winnego ludobójstwa
GW, 2010-01-14
Stalin jest winny zbrodni ludobójstwa podczas ukraińskiego Wielkiego Głodu w latach 1932-33 – orzekł w środę sąd apelacyjny w Kijowie. Proces, o który wnioskowała Służba Bezpieczeństwa Ukrainy, rozpoczął się i skończył tego samego dnia. Sąd ogłosił, że ofiarą zbrodni ludobójstwa na Ukrainie padło 3 mln 941 tys. osób. - domanda: queste valutazioni le può emettere un tribunale?
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Yushchenko Praises Guilty Verdict Against Soviet Leaders For Famine
About the great famine in 1933, known among Ukrainians as the ”Holodomor.”
RFE/RL January 14, 2010
KYIV — President Viktor Yushchenko has praised a Ukrainian court ruling that finds former Soviet leaders culpable in the mass famine in Ukraine in 1932-33, RFE/RL’s Ukrainian and Russian services report. The judge declared the case closed after pronouncing the verdict, as all of the defendants are deceased. But Yushchenko said in a statement that today’s ruling is a landmark “that restores historical justice and gives a chance to build Ukraine on fair and democratic principles. At least 3 million Ukrainians are thought to have been died during the famine, which many historians blame on Soviet economic and trade policies. The list of leaders found guilty by the court of organizing “genocide of a Ukrainian ethnic group” and murdering millions of people included Soviet leader Josef Stalin, his close associates Vyacheslav Molotov and Lazar Kaganovich, Soviet Ukrainian Communist Party officials Pavel Postyshev and Stanislav Kosior, and Ukrainian politicians Vlas Chubar and Mendel Hataevich.” Leggi tutto

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La transizione polacca

LA TRANSIZIONE IN POLONIA
PROF. ROBERTO MOROZZO DELLA ROCCA
Ordinario di Storia dell’Europa orientale Università degli Studi “Roma Tre”
Martedì 19 gennaio 2010, alle ore 17.15, a Roma, avrà luogo l’autorevole conferenza dal titolo “La transizione in Polonia”.
L’incontro si inserisce all’interno della prima sessione “L’Europa divisa.
Verso la caduta dei muri” del Corso di Scienze Politiche, Storia e Studi Europei intitolato “Dall’Europa divisa all’Europa dell’integrazione”, organizzato per l’anno accademico 2009-2010 dalla Fondazione Europea Dragan.
Il prof. Roberto Morozzo della Rocca, nell’ambito della riflessione dedicata al ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, si soffermerà sul mutamento del panorama politico e socio-economico della Polonia dopo la caduta del comunismo.
La conferenza, a ingresso libero, si terrà presso la Fondazione Europea Dragan, in Foro Traiano 1/A (vicinanze di Piazza Venezia), tel: 06 6797785.

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Carte, cartine e mappe geopolitiche

IL MONDO IN 200 MAPPE
 Tutte le carte a colori pubblicate da Limes a partire dal 2006 (oltre 200) sono ora disponibili su LimesOnline. Ripercorri la storia e la geopolitica di questi anni attraverso le carte a colori di Limes: dall’Iraq all’Afghanistan, dall’Italia agli Stati Uniti, dall’Africa al Brasile, dalla Cina a EuRussia, dai Mari al Clima.

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Storia della guerra fredda alla radio

Le piccole storie della guerra fredda I: gli anni ‘30 tra Stalin e Woody Guthrie.
Pagine in frequenza, Rubrica settimanale di cultura a cura di Alessandro Forlani
 Alessandro Forlani e Francesco Graziani raccontano in 4 puntate i 40 anni della guerra fredda, che contrappose USA e URSS. Le piccole storie, le canzoni, le voci degli archivi RAI, restituiscono il clima di quegli anni. La prima puntata è dedicata agli anni ‘30, quelli che hanno gettato le basi della grande contrapposizione militare, geografica ed ideologica, che ha diviso tutto il mondo in due parti e anche le società, e a volte persino le famiglie, al loro interno. MP3 della puntata
Le piccole storie della guerra fredda II: gli anni ‘50 tra dissidenti, streghe e banane.

Nella seconda puntata del viaggio sonoro attraverso il quarantennio della paura, ci soffermiamo sul periodo piu’ buio: quello dei gulag sovietici e della caccia alle streghe comuniste in occidente. Vedremo anche come la guerra si estenda a tutto il pianeta, con la prima repubblica delle banane in Sud-America e con la divisione in blocchi di Asia e Africa. MP3 della puntata

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Comunismo polacco fuori legge

Se la Polonia vieta la bandiera rossa
Giovanni Sabbatucci, Il Messaggero, 28-11-2009 – ROMA (28 novembre) – Sta nell’ordine naturale delle cose che un nuovo regime nato sulle rovine di una dittatura si adoperi per cancellare dai luoghi pubblici i simboli e le insegne del regime caduto. Lo abbiamo fatto anche noi quando abbiamo cancellato dalle piazze, dai muri e dalla toponomastica le tracce di vent’anni di dittatura fascista; e quando abbiamo introdotto nei nostri codici, applicandolo peraltro abbastanza blandamente, il reato di apologia del fascismo.
Il pericolo da cui guardarsi, anche in questi casi, è quello di esagerare nella furia iconoclasta e di allargare indefinitamente l’ambito dei divieti sino al punto di sconfinare nella violazione della libertà di pensiero e di consentire ai pubblici poteri forme di intrusione nella sfera privata. E’ un pericolo che i legislatori e i governanti italiani hanno nel complesso evitato, visto che l’obelisco di Mussolini al Foro Italico è ancora al suo posto (in quanto parte di un sito di qualche interesse artistico) e che in qualsiasi bancarella di piccolo antiquariato è possibile acquistare qualche innocuo cimelio del ventennio.
Di questo pericolo non sembra invece essersi accorto il Parlamento polacco. Una legge appena approvata in Senato punisce con pene fino a due anni di carcere chiunque esponga simboli collegabili al regime comunista o li conservi anche in casa propria. Il tutto poi è formulato in termini così vaghi da consentire alle autorità di colpire un’amplissima platea di cittadini, compresa una parte non trascurabile dell’attuale classe dirigente: la Polonia post-comunista, infatti, è stata a lungo governata da ex comunisti dichiarati, e molti di questi siedono ancora in Parlamento nei banchi dell’opposizione. Il che rende le misure adottate alquanto ipocrite, oltre che inquietanti.
Non è in questione, naturalmente, il giudizio sull’oppressione che i polacchi hanno dovuto subire per oltre quarant’anni, soffrendola come una negazione della loro identità nazionale, oltre che della loro libertà. Né possiamo stupirci se, per chi ha sperimentato quel tipo di oppressione, la pregiudiziale anticomunista risulti prioritaria (come per noi quella antifascista). Il punto è che per liberarsi dell’eredità di una dittatura non basta distruggerne o vietarne i simboli. E’ necessario piuttosto cancellare le abitudini e i comportamenti ad essa legati, rinunciare alle pratiche delatorie e persecutorie: anche quando siano dirette contro gli oppressori di un tempo.
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di Jan Bernas — … L’idea di vietare gli emblemi del regime abbattuto da Solidarnosc nel 1989, è sorta da un’iniziativa parlamentare del partito d’opposizione Diritto e Giustizia, che fa capo al presidente e al suo gemello, l’ex-premier Jaroslaw Kaczynski. La proposta di riforma ha raccolto il favore del premier Donald Tusk e del suo partito liberale, Piattaforma Civica, che ha sposato l’equiparazione del nazismo al comunismo e la conseguente messa al bando di tutti i simboli che si rifanno ai regimi totalitari. Un’equiparazione trasversalmente voluta dallo spettro partitico polacco e fortemente sentita dalla popolazione, che ancora non ha dimenticato le violenze e le privazioni causate da quasi mezzo secolo di dittatura.
«I simboli del comunismo dovevano essere vietati così come lo sono stati fino ad oggi quelli inneggianti al nazismo. Non vedo tra questi sistemi nessuna differenza. Il comunismo ha provocato la morte di milioni di persone», ha commentato alla stampa polacca Jaroslaw Kaczynski.
In un contesto politico di scontro aspro e quotidiano, il fatto che la maggioranza e il governo abbiano sostenuto senza riserve una riforma di legge presentata dal principale partito d’opposizione dimostra quanto il passato continui a rappresentare un naturale collante tra tutte le forze in parlamento e più in generale nella società civile. Dal punto di vista politico, la decisione di mettere al bando i simboli del comunismo, oggi, a vent’anni di distanza dal crollo del regime, racchiude una valenza duplice che la Polonia vuole far valere in primo luogo in ambito comunitario e in secondo nei rapporti con la Russia.
Facendo costantemente leva sul fatto di essere stata prima abbandonata dall’Europa di fronte all’invasione nazista e poi sacrificata alle logiche di Yalta, Varsavia spera di influenzare politiche o quanto meno di impedire progetti considerati “pericolosi”. Ne è un esempio il North Stream – il gasdotto russo-tedesco e appoggiato da Bruxelles che poggerà sul fondo del Baltico aggirando la Polonia – già ribattezzato a Varsavia il “nuovo patto Ribbentrop-Molotov”. Rispetto ai sempre difficili rapporti con il “vicino-lontano”, la Russia, è evidente che mettendo al bando i simboli del comunismo la Polonia ribadisce a Mosca la propria indipendenza e piena sovranità. Non è un caso, che alcune settimane fa, il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski abbia proposto di buttare giù l’emblema del potere russo in Polonia. Non un muro come a Berlino, ma il Palazzo della Cultura che dal 1955 svetta nello skyline di Varsavia regalato da Stalin in nome dell’eterna amicizia tra polacchi e russi.
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Comunismo e Nazismo: in Polonia sono illegali
di Gian Micalessin, Il Giornale, sabato 28 novembre 2009
Svolta a Varsavia. Il Parlamento approva a grande maggioranza la modifica del codice penale: i nostalgici adesso rischiano il carcere. Anche cantare inni come l’Internazionale e Bandiera Rossa sarà vietato
Compagni dietrofront. Se progettate un viaggio della nostalgia sui sentieri dell’Europa ex comunista bloccate tutto. O almeno rivedete rotta e bagagli. Eh sì, perché in Polonia per voi appassionati di collanine con falce e martello, magliette con la foto del Che e santini di Lenin rischia di essere assai dura. O meglio assai lunga. Dopo la firma del presidente Lech Kaczynski al progetto di legge approvato dal Senato, i ricordi del vostro amato passato rischiano di costarvi due anni di galera. Per voi, lo sappiamo, sono oggetti del cuore, romantici souvenir di una fede mai cancellata, simboli di una passione mai sopita. Andatelo a raccontare ai polacchi. È gente semplice, prigioniera delle apparenze, legata al passato. Gente umorale, pronta ancora a indignarsi per l’eliminazione di quei 21.857 ufficiali dell’esercito polacco sterminati con un colpo alla nuca nella foresta di Katyn su ordine dell’Unione sovietica di Beria e Stalin. Gente suscettibile che ripensando ai successivi 49 anni passati a osannare i simboli da voi tanto venerati non si dà pace. Così pur di regolar i conti con passato e sentimenti non hanno esitato a modificare l’articolo 256 del codice penale dedicato all’incitamento all’odio. La nuova versione, affidata alla penna del ministro per la parificazione Elzbieta Radziszewska, mette fuori legge «la produzione, la distribuzione, la vendita, il possesso… la stampa, la registrazione e altre rappresentazioni di simboli del comunismo, del fascismo o del totalitarismo». Dunque attenzione, anche canticchiare l’Internazionale o Bandiera rossa dopo una serata a colpi di vodka Wiborowa rischia di farvi risvegliare in carcere.
In verità, cari compagni, c’è poco da scherzare. O almeno non intendono farlo i polacchi. Nella scrittura di quel nuovo provvedimento di legge, affidato non a caso al ministro della Parificazione, c’è tutto il senso di una legge che punta a riequilibrare opere e omissioni della storia europea. Una storia sempre pronta a condannare con sacrosanta indignazione gli orrori del nazismo, ma a concedere acquiescente, romantica, indulgenza a massacri e stragi perpetrate nel nome del comunismo. La nuova legge votata dal Parlamento infila il dito in questa piaga purulenta, fa luce sulla diffusa sperequazione che trasforma in reprobo chi esibisce svastiche e memorabilia hitleriane mentre eleva al rango di simpatico e orgoglioso idealista chi continua a inneggiare ai simboli dello stalinismo. In Polonia, nonostante milioni di cittadini abbiano in passato aderito al partito con la P maiuscola, pochi sono ancora disposti ad accettare la sottile discriminazione tanto cara agli intellettuali della «gauche caviar» di Roma e Parigi. «Il comunismo è stato un sistema terribile, un regime assassino costato la vita a milioni di persone, i regimi comunisti non erano per nulla diversi dal nazionalsocialismo e dunque non c’è ragione di riservare trattamenti diversi ai simboli dei due sistemi» – ricorda lo storico polacco Wojciech Roszkowski. Il parlamento non ha fatto altro che elevare al rango di legge questa interpretazione. La nuova bozza è stata votata a grande maggioranza sia dai deputati della Piattaforma civica, attuale formazione di governo, sia dall’opposizione di Legge e giustizia, il partito del presidente Kaczynski guidato oggi dal fratello gemello Jaroslaw.
«Grazie a questa legge – spiega Jarolaw – i simboli del comunismo sono equiparati ai simboli del genocidio e non hanno più diritto d’esistere». Per non sbagliare il ministro degli Esteri Radoslav Sikorski suggerisce di radere al suolo anche il Palazzo della scienza e cultura, grattacielo di Varsavia donato da Stalin ai polacchi. «Quella demolizione – assicura Sikorski – sarà per la Polonia l’equivalente della caduta del muro di Berlino».

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Victor Zaslavsky (1937-2009)

Victor Zaslavsky
Victor Zaslavsky era nato a Leningrado, oggi San Pietroburgo, il 26 settembre del 1937. Si era diplomato in ingegneria all’Istituto minerario della stessa città e aveva poi preso una seconda laurea in Storia nello stesso Ateneo. Aveva nel frattempo lavorato come ingegnere minerario in varie parti dell’Unione Sovietica, viaggiando e fermandosi in località asiatiche ed europee; in seguito aveva insegnato per alcuni anni Sociologia in Russia. Negli anni dell’adolescenza e della giovinezza, aveva vissuto con grande intensità e speranza il periodo kruscioviano, di cui parlava e scriveva volentieri; ad esso riconosceva di avergli permesso studi assai più completi, liberi ed approfonditi di quanto sarebbe stato possibile prima, sotto Stalin, e dopo, sotto Brezhnev. Ricordava molto chiaramente le discussioni tra studenti nel 1956, sul rapporto segreto al 20° congresso del PCUS e sull’invasione dell’Ungheria.
Dotato di cultura e vivacità intellettuale non comuni, non aveva tardato a diventare docente universitario. Il colpo burocratico del 1964 contro Krusciov e l’invasione della Cecoslovacchia quattro anni dopo segnarono la fine delle speranze di riforma. Lo sguardo critico sulla realtà sovietica, che nell’organizzazione universitaria, soprattutto nelle scienze umane (i cui grandi classici di tutti i tempi erano concessi numerati solo alle persone più fedeli e ideologicamente fidate) era ingabbiata in una camicia di forza ideologica, lo rese presto inviso ai controllori e lo fece entrare nel mirino della censura accademica. Da uomo libero, che aveva da subito compreso l’importanza delle scienze sociali e politiche, egli non si sottometteva docilmente ai “burocrati della scienza” e conservava sempre una profonda dignità e indipendenza nel suo lavoro, cosa che suscitò sospetto fin dall’inizio dapprima nei controllori sovietici, quindi nei “programmatori culturali” di ogni tipo, monopolisti di una qualsivoglia cultura ufficiale e conformista.
Quando il Kgb lo scoprì in possesso di scritti di Solzhenitsyn, nel 1974 venne espulso dall’Università – in parte anche a causa dei parenti già emigrati dall’URSS. Squalificato sul piano professionale, si vide costretto a lavorare come guida turistica. Tacciato di “inaffidabilità politica” – in un periodo di forte recrudescenza della repressione sovietica verso gli intellettuali e la dissidenza – Zaslavsky l’anno successivo decise di emigrare in Occidente con la famiglia. Dopo aver fatto tappa a Roma proseguì per gli il Canada, dove insegnò per 19 anni alla Memorial University di Newfoundland, a St. John’s (dove anche dopo la sua partenza era rimasto honorary research professor, conservando i library privileges, e che alla notizia della morte ha eretto la bandiera a mezz’asta) e inoltre in California, a Stanford e Berkeley, come visiting professor. In Italia insegnò nelle Università di Venezia e Firenze per poi stabilirsi alla Luiss di Roma, dove nel 1994 ottenne la cattedra di Sociologia politica per “chiara fama”.
Zaslavsky può essere ascritto alla dissidenza antisovietica solo in senso indiretto. Lui stesso sosteneva: “Non ero un dissidente, ma solo un intellettuale che pensava con la propria testa.” Non aveva messo in atto in Unione Sovietica il contrasto aperto, la critica attiva, la proclamazione del diritto di resistenza al potere tirannico da una parte e dall’altra non era stato legato al e/o diffuso nel samizdat, tutti strumenti tipici questi dell’azione dei membri di quel movimento intellettuale di fondamentale importanza per la lunga opera di erosione del potere assoluto nell’Urss. La sua fedeltà alla ricerca scientifica, alla verità dei fatti, al rigore dello studio, tanto più valido quando più derivante da curiosità e vivacità connaturate, lo portavano su un terreno parzialmente differente rispetto a quello della dissidenza, che era prevalentemente letteraria. Quello dell’analisi realistica della politica e della società, però, era pur sempre parallelo all’ambito stesso in cui si muoveva il fenomeno del dissenso, con i suoi pregi, i suoi difetti, le sue insufficienze strategiche. Era un campo di studi e d’azione che si caratterizzava per l’uso di metodi e forme di resistenza diverse, seppur gli orizzonti rimanessero gli stessi.
Inoltre, Zaslavsky sarebbe rimasto sempre legato allo stile e al modo di pensare dell’intelligentsija russa, ma con in più una visione molto più marcatamente a tutto campo della cultura, della scienza e del compito dello scienziato e dell’intellettuale. Zaslavsky era legato profondamente alla Russia (alcune pagine degli anni Ottanta ne rivelavano l’attaccamento estremo), come altri maggiori intellettuali suoi conterranei, convinti ma senza facili illusioni o utopismi della possibilità di una rinascita di questo sfortunato paese; e non lo vedrà mai uscire dal suo campo privilegiato di osservazione, mantenendolo sempre al centro del suo lavoro, anche per i problemi e gli avvenimenti più tragici.
Già in Unione Sovietica, dove aveva sperimentato la solitudine dello studioso che non si accontenta dei luoghi comuni o degli abbellimenti ideologici e che invece persegue la ricerca con impegno e serietà, Zaslavsky aveva approfondito la storia della Russia e dell’Unione Sovietica, della loro collocazione nella storia del Novecento, fino a raggiungere livelli di grande profondità, che gli avrebbero consentito in seguito di essere riconosciuto come uno dei maggiori esperti dell’argomento a livello mondiale. Egli inoltre conosceva molto bene i meccanismi politici del sistema sovietico, il modo di comportarsi della burocrazia, degli strati sociali fagocitati dagli apparati della polizia segreta, i meccanismi del consenso, della repressione e dell’inganno permanente. A questa competenza univa quella di storico di grande levatura, che con la sua libertà e onestà intellettuale, ma anche grande umiltà sa accostarsi ai documenti e analizzarli, gestendo un imponente lavoro d’archivio, quando necessario e se possibile. Già nell’Università sovietica dimostrava una sorta di “tranquillità dello studioso”, che conta sui propri mezzi conoscitivi perché ne conosce il valore. Anche se di fatto le scienze umane finivano devastate nel “tritacarne ideologico” sovietico, Zaslavsky conosceva la rilevanza della metodologia della ricerca in questi campi, l’importanza della teoria quale bussola per orientarsi, il valore dell’elaborazione scientifica, che è naturalmente del tutto indipendente rispetto al paese nel quale si vive e che quindi ha rilevanza universale. Da qui sorgeva in lui il culto per l’analisi spassionata e per i fatti, per le metodologie e per le scoperte di altri paesi, ma anche l’impegno morale che determinate ricerche implicano e che proprio per questo vanno condotte con il maggiore rigore possibile.
Date queste premesse, era inevitabile che la sua vita in Unione Sovietica finisse in rotta di collisione con quella di chi teneva in gabbia le discipline che lo appassionavano. Quasi con una sorta di stupore, Zaslavsky scopriva un poco alla volta i meccanismi della censura, dell’asservimento della scienza, della corruzione di giovani menti costrette non a seguire vie indipendenti di ricerca, ma a servire non solo l’agenda degli studi, dettata dai vertici accademici, ma anche forze totalmente estranee alla ricerca. Già nei primi Anni Settanta egli si era reso conto dello stravolgimento sotto il regime sovietico di discipline come quelle sociologiche e dell’oppressione che questi campi di studi e gli Istituti che li praticavano finivano per subire, con ripetute soppressioni e conseguenti repressioni dei loro membri. Le ricerche equilibrate e documentate alle quali Zaslavsky ha sempre tenuto, non avrebbero mai potuto trovare posto in un quadro così cupo e umiliante.
Il periodo sovietico della sua vicenda di studioso è stato fortunatamente piuttosto breve, perché l’emigrazione gli ha consentito di far fruttare al meglio le sue grandi capacità analitiche. Zaslavsky aveva una concezione delle scienze sociali e politiche, così come di quelle storiche, come di discipline che non sono statiche, ma che si sviluppano e che avanzano secondo il meccanismo dell’evoluzione della stessa conoscenza. La rottura di vecchi schemi storiografici, che risulterà evidente nella parte italiana della sua vita e in temi quali il rapporto fra i vertici del Partito Comunista Italiano e il Cremlino, è tutt’uno con questa logica, nella quale era pienamente inserito e che aveva rielaborato a contatto con le discipline di quel tipo soprattutto in campo anglosassone, ovvero al cospetto di una vera comunità di studiosi, abituata a dibattere e a criticare, ad accettare tendenzialmente le autentiche scoperte quando si rivelano tali e a cancellare le strade risultate fallaci, ricominciando umilmente daccapo.
Le premesse agli studi di maggior valore di Zaslavsky erano in ogni caso già state poste in Russia. Quelle tendenze, che lo avrebbero portato all’autentica distruzione di luoghi comuni, a smontare false convinzioni, a tracciare quadri realistici ed esaustivi del sistema sovietico, derivavano dal suo metodo del tutto libero e indipendente, ascrivibile propri al primo periodo della sua attività accademica e forse addirittura alla sua vita di studente che si orientava fra i mille inghippi del sistema universitario sovietico. Sarebbe un grave vuoto non ricordare come quelle radici influenzassero la dolorosa ricerca, per un russo, sulla tragedia di Katyn, sulle sue cause e responsabilità, sulla verità contrapposta a una grande, interminabile menzogna, che fino a oggi ha impedito di rendere giustizia ai polacchi quali vittime di una violenza inaudita. Rendere giustizia mediante la verità storica è stato il culmine del dovere morale sentito da Zaslavsky nell’ultima fase della sua vita, che trova però radici proprio nel suo periodo russo, nel quale aveva già preso coscienza del valore della verità. Le ultime analisi sulla Russia rivelano una profonda comprensione dei problemi della continuità storica, della politica e delle peculiarità della stessa.
Da ultimo, ancora pienamente riferito al periodo russo della vita di Zaslavsky, non va dimenticato l’ambito nel quale si è dimostrato anche scrittore di talento. Alcuni suoi racconti brevi, pubblicati in lingua russa, inglese, italiana, tedesca (ma non in russo!), affondano le loro radici proprio nella vita russa, che appare evidente attraverso il marcato tratto autobiografico. Quei racconti, infatti, sono densi di esperienza vissuta direttamente alle prese con il sistema politico e burocratico sovietico, con la vita quotidiana e le contraddizioni tipica di quel periodo storico e di quella cultura. Proprio dalla Russia quei racconti traggono la loro carica di saggezza, di umorismo, il loro intrinseco valore di testimonianza, questa volta non più fredda e distaccata, ma partecipata e sentita, come sentito da Zaslavsky era il destino della gente descritta in quelle sue belle pagine.
Trasferitosi in Italia, Victor (Vitya per gli amici: da buon russo, non poteva rinunciare al vezzeggiativo) per certi versi s’inserì perfettamente in questo paese, per altri ne rimase rispettosamente a distanza. Aveva imparato la lingua in modo eccellente, i suoi motti di spirito e le sue eleganti locuzioni pronunciate con accento inconfondibile erano assai gradevoli. Era però rimasto cittadino canadese e ne parlava, con un lieve sorriso un po’ enigmatico, in termini che significavano “io sto bene così, che bisogno c’è di cambiare?”
Ciononostante, o forse proprio per questo, la cultura libera italiana gli è debitrice di molte cose. Come una nemesi storica, egli ha contribuito in modo decisivo a smontare le mitologie, positive e negative, costruite dai togliattiani, senza però mai degenerare nell’ideologia o nel livore settario dei suoi detrattori: della “svolta di Salerno” si è già molto parlato, mentre pochi conoscono la vicenda del dott. Vincenzo Palmieri, un medico napoletano che aveva partecipato alla riesumazione delle vittime di Katyn e che per questo era stato pesantemente ostracizzato dal PCI, che non poteva perdonargli l’onestà intellettuale. Per merito di Zaslavsky, la sua vicenda è stata riportata alla luce dopo la guerra fredda, in un libro che è diventato un classico della storiografia internazionale. Al suo funerale, nella sua Università, era presente la comunità degli storici quasi al completo e molti studenti, grati per la sua disponibilità, così diversa dalle chiusure baronali. Tra gli oratori era presente il figlio Sasha, docente di fisica presso la prestigiosa Brown University, che ha pronunciato poche parole, ma profonde ed efficaci, con l’identico timbro di voce e lo stesso accento russo del padre: un vero maestro, che non sarà dimenticato.
Aisseco – Associazione italiana per gli studi di storia d’Europa centrale e orientale
Bibliografia
- Il consenso organizzato, Bologna, Il Mulino 1981
- The Neo-Stalinist State, London-New York, M.E. Sharpe 1982, nuova ed. 1994
- Lo stato dell’economia sovietica : il rapporto siberiano, Centro Gino Germani di studi omparati sulla modernizzazione, 1983.
- (Con A.Pitassio): Introduzione all’edizione italiana di L. Timofeev, L’arte del contadino di far la fame, Bologna, Il Mulino 1983
- (Con R. Brym), Soviet-Jewish Emigration and Soviet Nationality Policy (London: Macmillan and New York: St. Martin’s Press, 1983. Trad. it.: Fuga dall’impero : l’emigrazione ebraica e la politica della nazionalità in Unione Sovietica, Napoli, Edizioni scientifiche italiane , 1985
- Il Dottor Petrov parapsicologo. (Raccolta di racconti), Palermo, Sellerio 1984
- Dopo l’Unione sovietica – La perestrojka e il problema delle nazionalità, Bologna, Il Mulino 1991
- Con G. W. Lapidus e P. Goldman (eds.), From Union to Commonwealth: Nationalism and Separatism in the Soviet Republics, Cambridge University Press, 1992
- Storia del sistema sovietico. L’ascesa, la stabilità, il crollo. Carocci, Roma 1995, nuova ed. 2001
- La Russia senza Soviet, intervista di Antonio Carioti. Roma, Ideazione, 1996
- Con E. Aga Rossi, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, Bologna, Il Mulino 1997, nuova ed. 2007 (Premio Acqui Storia 1998)
- Il massacro di Katyn. Il crimine e la menzogna, Roma, Ideazione 1998, riedito come: Pulizia di classe. Il massacro di Katyn, Bologna, Il Mulino 2006, nuova edizione 2009
- Introduzione e cura di Julia Pyatnizkaya, Diario della moglie di un bolscevico, Firenze, Liberal libri , 2000
- Il nemico oggettivo: il totalitarismo e i suoi bersagli interni. In: AA.VV. GULag. Il sistema dei Lager in Urss. Mazzotta, Milano 2000.
- Lo Stalinismo e la sinistra italiana. Dal mito dell’URSS alla fine del comunismo, 1945-1991, Milano, Mondadori 2004
- Con L. Gudkov La Russia postcomunista. Da Gorbaciov a Putin, Roma, Luiss Univ. Press, 2005
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Addio a Zaslavsky, svelò l’asse Pci-Urss
Lo storico russo denunciò i crimini del comunismo
Antonio Carioti, Corriere della Sera, 27 novembre 2009
Non finiva di stupirsi, Victor Zaslavsky, per il pregiudizio favorevole di cui il comunismo godeva (e in parte ancora gode) nel nostro Paese. Lo studioso di origine russa, scomparso improvvisamente ieri a Roma, era nato a Leningrado (oggi San Pietroburgo) nel 1937 e aveva conosciuto da ragazzo l’atmosfera asfissiante del regime di Stalin; poi da adulto, prima di emigrare in Occidente, era vissuto sotto la plumbea stagnazione brezneviana. Gli era difficile comprendere l’indulgenza di troppi intellettuali italiani verso un sistema dalle evidenti caratteristiche totalitarie. Altrettanto sconcertante gli appariva il tentativo pervicace di negare l’appartenenza organica del comunismo italiano, ben oltre il 1945, alla stessa famiglia politica che aveva prodotto ovunque dispotismo e miseria. Tanto più dopo che l’apertura degli archivi russi, in seguito alla dissoluzione dell’Urss, aveva permesso di osservare da vicino i meccanismi del «legame di ferro» tra il Pci e il Cremlino.
Nel libro Togliatti e Stalin (Il Mulino, 1997), scritto insieme alla moglie Elena Aga Rossi, Zaslavsky aveva certificato che la «svolta di Salerno » del 1944 era stata decisa a Mosca, su impulso determinante del tiranno sovietico, e che l’intervento dell’Armata Rossa in Ungheria nel 1956 era stato non solo approvato, ma anche sollecitato dal leader storico del Pci. Nel successivo saggio Lo stalinismo e la sinistra italiana (Mondadori, 2004) aveva posto in luce come nell’immediato dopoguerra la rinuncia alla via insurrezionale, da parte dei comunisti italiani, fosse riconducibile in larga misura alle scelte geopolitiche dell’Urss. In questo modo, inserendo la storia del Pci nel quadro di un movimento mondiale controllato saldamente da Mosca almeno fino alla morte di Stalin, Zaslavsky aveva portato negli studi sul comunismo in Italia un punto di vista innovativo e spiazzante, corrispondente agli sviluppi della storiografia internazionale. E alcuni non glielo avevano perdonato. Nell’impossibilità di negarne le acquisizioni, supportate da un’ampia documentazione d’archivio, si era cercato di ridimensionarle diffondendo un’immagine caricaturale del suo lavoro, come animato da un anticomunismo cieco e irragionevole. Zaslavsky non se la prendeva troppo. Era dotato di un senso innato dell’ironia che lo rendeva superiore alle baruffe ideologiche. Del resto fuori dai confini dell’Italia, dove aveva a lungo insegnato in prestigiosi atenei (da Stanford a Berkeley), era un autore apprezzato, tanto per le opere di taglio sociologico, da Il consenso organizzato (Il Mulino, 1981) a Storia del sistema sovietico (Nuova Italia Scientifica, 2001), quanto per quelle storiche come Pulizia di classe (Il Mulino, 2006) sull’eccidio di Katyn. Che il provincialismo progressista nostrano trovasse disdicevole la sua avversione al totalitarismo comunista non era un problema suo. Era, anzi è, un problema dell’Italia.
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Morto Zaslavsky, svelò le menzogne del comunismo
Il Giornale, venerdì 27 novembre 2009
Anche se da decenni nel nostro Paese, Victor Zaslavsky non aveva però chiesto la cittadinanza italiana. Era russo e nato a San Pietroburgo, all’epoca Leningrado, il 26 settembre 1937, si era si era laureato lì in storia presso l’Università Statale. Diventato docente, era però entrato nel mirino della censura accademica. Nel 1974 Zaslavsky venne così espulso quasi contemporaneamente ad Aleksandr Solzenicyn nel quadro del «giro di vite» che ebbe al centro la scoperta del manoscritto di Arcipelago Gulag. Più che un’esplicita opposizione insospettiva la sua mancanza di zelante subordinazione. Ebbe a ricordare lui stesso: «Non avevo fatto niente di particolarmente eclatante per essere espulso. Non ero un dissidente, ma solo un intellettuale che pensava con la propria testa». Da allora la «patria del socialismo» non poteva essere la sua vera patria, ma non aveva accettato altra cittadinanza. Ed il tema delle nazionalità è stato appunto centrale nella sua analisi degli elementi critici in seno all’impero sovietico prima e dopo la caduta del Muro. In esilio è stato accolto nelle università di Berkeley e di Stanford e poi alla Memorial University del Canada dove acquisì lo status di «russo naturalizzato canadese», ma la sua seconda patria è stata l’Italia dove già da metà degli anni ’70 collaborava a diverse riviste tra cui «Mondoperaio» che era all’epoca impegnata con Bobbio, Colletti e Salvadori nella contestazione dell’egemonia gramsciana. In Italia dopo aver insegnato nelle Università di Venezia e Firenze è stato in questi ultimi anni docente alla Luiss-Guido Carli di Roma.
Il suo nome balzò alla ribalta infrangendo la frontiera degli esperti e degli studiosi, quando insieme alla moglie, Elena Aga-Rossi, trasse fuori dagli archivi dell’ex Urss la documentazione che dimostrava come la famosa «svolta di Salerno» (la proposta del Pci agli altri partiti antifascisti nel 1944 di entrare nel governo Badoglio) fino ad allora sventolata come la prova dell’autonomia di Togliatti dall’Urss fosse stata ideata da Stalin e da lui imposta ai comunisti italiani. Fu l’origine del saggio Togliatti e Stalin (1997) in cui Zaslavsky e Aga-Rossi ricostruirono sulla base della documentazione inedita la realtà del comunismo italiano.
Questa è solo la punta dell’iceberg di una produzione vasta e importante da Il consenso organizzato (1981) e L’emigrazione ebraica e la fuga della nazionalità in Urss (1985) a Il massacro di Katyn (1998) e Storia del sistema sovietico (2001). Zaslavsky è stato uno dei protagonisti dell’abbattimento del Muro di Berlino nel campo storiografico infrangendo gli schemi della lettura classista del Novecento che è stata dominante soprattutto in Italia. Senza vincolarsi in modo schematico e ripetitivo alla categoria del totalitarismo ha indagato il carattere specifico della realtà sovietica da Lenin a Gorbaciov in quanto «società militare-industriale». È così che ha messo a fuoco il profilarsi dell’implosione proprio nella sottovalutazione da parte di Gorbaciov del fattore nazionalistico.
Zaslavsky ha svolto un lavoro fondamentale sulla storia del nostro Paese, anche come esperto della commissione parlamentare sulle stragi e di cui è testimonianza preziosa Lo stalinismo e la sinistra italiana dove ricostruisce il «doppio stato» che caratterizzò il Pci dai finanziamenti sovietici all’apparato paramilitare clandestino.
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Roma, 27 nov. – (Adnkronos) – Sara’ Vittorio Strada a commemmorare Victor Zaslavsky, lo storico russo naturalizzato canadese che da trent’anni viveva in Italia, scomparso improvvisamente ieri all’eta’ di 72 anni a Roma. Il professor Strada dell’Universita’ di Venezia, considerato il maggior specialista della cultura slava in Italia, parlera’ domenica mattina alle 11 alla Universita’ Luiss di Roma, dove Zaslavsky insegnava.
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Vorrei oggi ricordare ai nostri lettori uno storico di valore che ieri ci ha lasciato prematuramente, quando ancora aveva il mondo davanti, curiosità, libri da scrivere, idee da sviluppare, Victor Zaslasky. Ebreo, era nato a San Pietroburgo negli anni più bui del totalitarismo comunista, da una famiglia bolscevica. Ricordo di averlo udito raccontare delle sue classi, a scuola, di ateismo. Ne parlava con ironia e mitezza, come era nel suo carattere. Allontanatosi dall’URSS, naturalizzatosi canadese, viveva da molti anni in Italia, dove insegnava. Un percorso quasi emblematico dei figli del suo mondo, degli ebrei dei suoi anni. I suoi libri sul comunismo, sulla sua fine e sul post-comunismo, su Katin, sono opere preziose, su cui riflettere. A me, hanno insegnato molto. Anna Foa, storica
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Inutile dire quanto sia rimasto colpito dalla scomparsa improvvisa di Victor Zaslavsky. Anch’io lo conoscevo, avevo discusso con lui di tante cose e partecipato insieme a lui a qualche Convegno internazionale. Era amico del mio amatissimo primo Professore di lingua russa all’Università Cattolica, Jurij Malcev, che è stato fra le vittime più emblematiche della repressione psichiatrica del Dissenso antisovietico. Anche Zaslavski faceva parte di quella galassia di straordinaria dignità, che ha caratterizzato il Dissenso russo.
Gli siamo debitori di opere di grande valore e che ci hanno insegnato tanto, da quelle degli anni Ottanta sul sistema brezhneviano a quelle sui meccanismi politici e sociali del sistema sovietico, a quelle sullo smascheramento, documentato da un serissimo lavoro d’archivio, delle complicità fra i vertici del Pci e il Cremlino, a quella su Katyn, tanto importante per la storia dell’Europa Centrale. Mi ha sempre affascinato e glielo avevo anche detto, la sua capacità di muoversi così agilmente fra le scienze sociali e la storia. 
E’ una perdita irreparabile, soprattuto in un periodo nel quale solo la profonda conoscenza dei meccanismi di funzionamento del sistema sovietico consente di comprendere quanto sta avvenendo nella restaurazione politica della Russia post-sovietica. Lo è perchè se ne va un uomo libero, indipendente, capace di mettere in discussione e di distruggere i luoghi comuni, rappresentante di prima grandezza di quel mondo formidabile che è stato il Dissenso antisovietico. E’ una grave perdita per i nostri campi di studio e ricerca. Alessandro Vitale
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L’Occidentale tende omaggio a Victor Zaslavsky riproponendo alcuni suoi articoli. VEDI:
La primavera di Praga: resistenza e resa dei comunisti italiani
di Victor Zaslavsky, 28 Novembre 2009
- Nel 1968, il Pci, il più grande partito comunista dell’Europa Occidentale, sotto la costante pressione dell’opinione pubblica per i suoi stretti legami con il regime sovietico oppressore, si affrettò a mostrare il proprio sostegno al corso riformista di Alessandro Dubcek in Cecoslovacchia. Il programma dei riformatori cechi apriva al Pci ampie possibilità di rafforzare la propria influenza e fu accolto con entusiasmo dalla sua dirigenza… (Ventunesimo secolo)
Vent’anni dopo la caduta del Muro. Se il mondo non si divide più tra Est e Ovest è grazie a Mikhail Gorbacev
di Victor Zaslavsky, 5 Novembre 2009
- Le celebrazioni per i vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino rappresentano un’occasione per riflettere sul ruolo cruciale di Mikhail Gorbacev nella vicenda culminata con il dissolvimento del blocco comunista. Fu proprio il suo tentativo di modernizzare il sistema a scardinare definitivamente l’URSS.
L’accordo di Ankara. Il gasdotto “Nabucco” è destinato a rompere il monopolio russo del gas
di Victor Zaslavsky, 15 Luglio 2009
- Qualche giorno fa, ad Ankara, i primi ministri turco, ungherese, austriaco, romeno e bulgaro hanno firmato l’accordo sulla costruzione del “Nabucco”. Lungo 3.300 chilometri, il gasdotto trasporterà il gas dal Caspio all’Europa, aggirando la Russia. E Mosca teme di perdere il suo monopolio.
Dopo l’incontro a Mosca. Putin coltiva l’antiamericanismo anche se la Russia ha bisogno di Obama
di Victor Zaslavsky, 10 Luglio 2009 -
I sondaggi dopo la visita di Obama a Mosca parlano chiaro: il 75 per cento della popolazione ritiene che gli Usa vogliano sfruttare la Russia. L’opinione pubblica, tuttavia, deve comprendere che Mosca potrà uscire dalla sua arretratezza economica solo collaborando con l’Occidente.
Migrazioni di massa nel mondo contemporaneo. La nuova etica demografica: tutela dell’identità e responsabilità dei popoli
di Victor Zaslavsky, 23 Maggio 2009
- Come parte del suo giro di vite contro l’immigrazione illegale, due settimane fa l’Italia ha rispedito in Libia una nave carica di migranti. L’agenzia ONU per i rifugiati, il Vaticano e le organizzazioni per i diritti umani, come pure alcune forze politiche italiane, hanno accusato il governo italiano di aver violato il diritto internazionale. Ma in queste accuse c’è una dose considerevole d’ipocrisia.
Perché Berlusconi è il mediatore ideale tra Mosca e Washington
di Victor Zaslavsky, 3 Aprile 2009
- Chi pensa di cambiare la politica russa affidandosi alle minacce e alle sanzioni non raggiunge mai l’effetto sperato. Berlusconi, invece, ha compreso da anni l’importanza strategica del rapporto italo-russo, e per questo ora è nella posizione di far cambiare idea al Cremlino su molte delle questioni cruciali all’ordine del giorno.
I paradossi della crisi russa: calano i consumi ma crescono i prezzi
di Victor Zaslavsky, 10 Marzo 2009
- Alla luce della tradizionale cultura politica russa, con la sua fiducia nella figura dello zar buono, non deve stupire se la popolarità del tandem Putin-Medvedev non sia ancora crollata proporzionalmente all’aumento dei prezzi e al peggioramento degli standard di vita. Con gli effetti della recessione, però, cominciano così ad emergere le prime crepe nella solida base del regime autoritario putiniano.
Medvedev parla di libertà, ma in Russia non ci sarà un nuovo corso
di Victor Zaslavsky, 20 Giugno 2008
- Eravamo studenti del corso di laurea di storia dell’Università di Leningrado, una trentina in tutto…
Perché i russi continuano a volere Putin al potere
di Victor Zaslavsky, 3 Dicembre 2007
- Putin ha vinto la scommessa: il suo partito “Russia unita” avrà alla Duma almeno 315 deputati su un totale di 450. Il partito del Presidente potrà approvare qualsiasi legge, cambiamenti della Costituzione inclusi. L’affluenza è stata del 63%, un dato che segnala un’accelerazione della partecipazione al voto rispetto alle legislative del 2003 di oltre sette punti. Qual è il senso dell’alta partecipazione e della schiacciante vittoria del partito di Putin?
Quale Europa? L’asse franco-tedesco nel processo di integrazione
di Gaetano Quagliariello e Victor Zaslavsky, 7 Gennaio 2007 – da Ventunesimo Secolo Anno V Numero 11, Ottobre 2006 – VEDI tutti gli articoli
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Victor Zaslavsky
L’altro ieri è venuto a mancare il nostro direttore e carissimo amico Victor Zaslavsky.
Per tanti anni, ha insegnato sociologia politica alla Luiss Guido Carli dove ha cresciuto generazioni di studenti nella lettura critica e acuta della realtà. Inestimabile è il contributo che ha portato alla conoscenza e alla riflessione sulla storia dell’Unione Sovietica e del Partito Comunista Italiano. Tra le sue numerose attività, aveva fortemente voluto la creazione della rivista Ventunesimo Secolo, nella quale aveva coinvolto studiosi di diverse generazioni per analizzare l’evoluzione del mondo contemporaneo.
Il dolore di questo momento si addolcisce nel ricordo delle tante manifestazioni di affetto e amicizia che, in modo molto personale, ha sempre manifestato a ognuno di noi.
Oggi, sabato 28 novembre, sarà allestita una Camera ardente alla Luiss Guido Carli (viale Pola 12 – Roma), dalle 15.30 alle 19.00.
Una commemorazione si svolgerà domani, domenica 29 novembre, alle 11.30, sempre alla Luiss Guido Carli (viale Pola 12 – Roma) – La redazione di “XXI secolo
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Con profondo dispiacere partecipo la scomparsa improvvisa del collega Victor Zaslavsky.
Il prof. Zaslavsky è stato uno dei massimi esperti del sistema sovietico, noto e apprezzato a livello mondiale. Con il suo lavoro serio e autorevole e la sua libertà e onestà intellettuale ha arricchito in questi anni il nostro Ateneo, offrendo un contributo scientifico e didattico di grande spessore.
Insieme al suo valore di studioso, ricordo con commozione la sua discrezione e il tratto garbato e sobrio della sua figura. Massimo Egidi, Roma, 27 novembre 2009
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VEDI Victor Zaslavsky a Radio Radicale: in terviste e partecipazioni a dibattiti
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 Ricordo di Victor Zaslavsky
venerdì, novembre 27, 2009
Walking Class ricorda un amico, un uomo di grande umanità e umiltà, un esperto di storia russa ed est europea. Piange la scomparsa del professor Victor Zaslavsky. Lo avevo sentito, per l’ultima volta, poco più di tre settimane fa. Lo avevo cercato telefonicamente a Roma per intervistarlo sulla vicenda di Katyn nell’ambito della serie sui vent’anni dal 1989 che sta pubblicando in questi mesi il quotidiano Il Riformista. Esattamente in questi giorni, vent’anni fa, il nuovo primo ministro polacco Mazowiecki si era recato in visita ufficiale al Cremlino per incontrare Gorbaciov. In quella occasione, il premier polacco si recò anche a Katyn per rendere omaggio agli ufficiali polacchi massacrati dai sovietici durante la seconda guerra mondiale, nei mesi in cui Stalin era alleato di Hitler e adempiva ai protocolli segreti del patto Ribbentrop-Molotov. Zaslavsky aveva pubblicato, per primo in Italia, un libro sulla vicenda corredandolo di documenti usciti dagli archivi segreti di Mosca. Correva l’anno 1999, il libro uscì per la casa editrice Ideazione. Anni dopo pubblicò con il Mulino un’edizione ampliata, ricca di ulteriori documenti nel frattempo venuti alla luce. Gentile come sempre, mi aveva dato appuntamento per il primo novembre, una domenica mattina. Era in partenza per New York e nei giorni successivi non ci sarebbe stato il tempo di parlare. Non ci sentivamo da quasi tre anni, non sapeva neppure che da un pezzo mi ero spostato a Berlino: «Adesso capisco perché non ci siamo più visti in tutto questo tempo». Stava lavorando a un nuovo libro sul bilancio dei dieci anni di Putin, a quattro mani con lo studioso Led Gudkov con cui aveva già pubblicato quattro anni fa “La Russia post-comunista, da Gorbaciov a Putin”. Questo nuovo lavoro ne sarebbe stato il logico proseguimento, e ora la speranza è che il testo fosse già in fase avanzata, in modo da poter leggere ancora le sue analisi sempre equilibrate e documentate. Lo studio su Katyn era stato per lui, russo, quasi un obbligo morale: «Ho sempre pensato che dovesse essere proprio un russo a riportare per primo alla luce quelle vicende», mi aveva detto. Questo era Victor Zaslavsky. Mi mancherà molto.
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Il ricordo. Lo storico esule dall’Urss si è spento a Roma. Insegnava alla Luiss. Il 5 dicembre premiato col «Silone»
Zaslavsky e il coraggio di denunciare i rapporti tra comunisti italiani e sovietici
Setacciò gli archivi russi svelando le bugie del Pci, Il Tempo, 28-11-09
La scomparsa a Roma del professor Victor Zaslavsky (nato a San Pietroburgo nel 1937) toglie alla rada pattuglia degli storici veri, quelli che gli archivi li frequentano davvero, uno studioso di luce e di verità. Proprio negli archivi di Mosca, coadiuvato dalla moglie Elena Aga-Rossi, scoprì la documentazione inedita, che dissolse come neve al sole una delle grandi menzogne del Pci. Zaslavsky, infatti, dimostrò, carte alla mano, che la famosa “svolta di Salerno” del 1944, per decenni decantata come prova inconfutabile della moderazione e del patriottismo di Togliatti, fu, in realtà, dettata da un perentorio ordine di Stalin. I fatti, accertati in maniera inconfutabile da Zaslavsky, procedettero con la seguente successione: nel febbraio 1944 a Mosca Togliatti, d’intesa con Dimitrov, il bulgaro capo del Komintern, redige un testo, sui compiti dei comunisti italiani, indirizzato a Stalin. Togliatti, fra l’altro, afferma: “…i comunisti chiedono la costituzione di un governo democratico provvisorio… essi chiedono l’abdicazione del re…i comunisti rifiutano di partecipare all’attuale governo (Badoglio, ndr)». Nella notte tra il 3 e il 4 marzo 1944, Togliatti il rivoluzionario riceve una lezione di realismo politico da parte di Stalin, che gli ordina la “svolta di Salerno”, spiegandogli che un marxista bada al sodo e non alle forme, quindi non aveva senso pretendere l’abdicazione del Savoia, mentre l’imperativo di quella fase imponeva di riconoscere subito Badoglio ed entrare a far parte del suo governo. Togliatti – come ci ha insegnato Zaslavsky -, coda fra le gambe, modificò profondamente il documento “Sui compiti all’ordine del giorno dei comunisti italiani”, facendo proprie le direttive di Stalin. L’unico a capire che cosa, in verità, celasse l’improvvisa moderazione del leader comunista italiano, sbarcato in aprile a Salerno, fu Benedetto Croce, il quale sul diario annotò: «E’ certamente un abile colpo della Repubblica dei Soviet vibrato agli angloamericani, perché sotto il colore di intensificare la guerra contro i tedeschi, introduce i comunisti nel governo, facendoli iniziatori di una nuova politica sopra o contro gli altri partiti, che si trovano costretti a seguirli…». Le ricerche di Zaslavsky hanno disvelato altri castelli di menzogne, a cominciare dal fondamentale saggio sul “Massacro di Katyn/Il crimine e la menzogna”. Questo lavoro del 1998 consentì, per la prima volta in Italia, di leggere 24 documenti ufficiali, che provano come la strage di Katyn (15 mila assassinati) e dintorni (altre 10 mila persone circa) fu un’efferata operazione di “pulizia etnica” pensata a tavolino e realizzata su ordine di Stalin e Berija, per scongiurare che la Polonia anche a futura memoria potesse ricostituire una classe dirigente di rilievo. Dalla lettera di Berija a Stalin, 5 marzo 1940: «Esaminare i casi secondo una procedura speciale, applicando nei confronti dei detenuti la più alta misura punitiva: la fucilazione. Condurre l’esame dei casi senza citare in giudizio e senza presentare l’imputazione, senza documentare la conclusione dell’istruttoria né l’atto d’accusa». Furono selezionati ed eliminati ufficiali, poliziotti, sacerdoti, professori, professionisti, intellettuali, artisti, economisti, medici, farmacisti, quanti, insomma, avrebbero potuto riformare la testa pensante della nazione. I polacchi dovevano essere ridotti a sole braccia, ma i comunisti non considerarono che proprio quelle braccia, gli operai di Danzica, determineranno il rinascimento polacco e il crolo del comunismo. Grazie allo studioso di San Pietroburgo, ma romano di adozione, è crollato un pezzo di Muro italiano, ovvero la barriera della disinformazione e delle pagine sbianchettate edificata da un’editoria e da mass media infiltrati o succubi della cosiddetta egemonia culturale comunista. L’omaggio migliore da rendere a Zaslavsky sarebbe quello di ricordarlo nelle scuole, adottando nelle medie superiori e nelle facoltà umanistiche almeno uno dei suoi lavori, dall’ «Emigrazione ebraica e la politica delle nazionalità in Urss» (1985) sino alla nuova edizione, 2007, di “Togliatti e Stalin/Il Pci e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca” (con Elena Aga-Rossi). Grazie Victor, uomo di verità e di luce.
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Victor Zaslavsky. Relatore molto apprezzato al Convegno Internazionale “Ignazio Silone e l’età dei totalitarismi” tenutosi nel 2001 a L’Aquila e a Pescina in occasione del centenario della nascita dello scrittore marsicano, lo storico Victor Zaslavsky, professore ordinario di Sociologia Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università LUISS Guido Carli di Roma, pose allora l’accento sul carattere imprescindibile della censura nel sistema sovietico. Essa, nata due giorni dopo la presa del potere di Lenin nel 1917, fu presto ampliata alle branche della cultura, della religione e del privato utilizzando una fitta rete capillare d’informatori e delatori, da far dire ad un noto critico russo che si poteva conversare solo con sé stessi, per crollare, non senza episodi grotteschi, insieme al regime.
Victor Zaslavsky era nato a San Pietroburgo, il 26 settembre 1937. Laureato in Storia presso la locale Università Statale, esule in Occidente dall’Unione Sovietica brezneviana dalla metà degli anni settanta, naturalizzato canadese, specializzato nello studio dei rapporti tra Italia e Unione Sovietica dal 1945 ad oggi, è stato autore di numerosi libri editi in Italia tra il 1984 ed oggi. I più noti sono: Dopo l’Unione Sovietica. La perestroika e il problema delle nazionalità (Il Mulino,1991), La Russia senza soviet (Ideazione, 1996), Storia del sistema sovietico. L’ascesa, la stabilità, il crollo (Carocci, 2001), Lo stalinismo e la sinistra italiana, (Milano, Mondadori, 2004, pp. 275), Pulizia di classe. Il massacro di Katyn (Il Mulino,2006). In collaborazione con Lev Gudkov, ha pubblicato La Russia postcomunista. Da Gorbaciov a Putin (Editore Luiss University Press, 2005), e con la moglie Elena Aga-Rossi, noto professore ordinario di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi dell’Aquila, il volume Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca (Il Mulino, 2007). Collaborava col quotidiano «Il Messaggero» e con «L’Occidentale». Ha collaborato come consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi.
In occasione del ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino(1989-2009), la Giuria del Premio Internazionale, aveva concordato all’unanimità di assegnargli il Premio Internazionale “Ignazio Silone” per aver mostrato con documentati e con ragionati motivi la verità storica a suo tempo testimoniata al mondo con coraggio da Ignazio Silone con l’abbandono della politica militante, proprio dopo aver constatato le menzogna della politica staliniana, con la denuncia, in Uscita di sicurezza, della sconosciuta, per noi, situazione sovietica e con la scelta di una narrativa di denuncia e di testimonianza che se non accerta, come la storia, i fatti, cerca di mostrare come gli uomini li hanno vissuti.
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Oggi su “L’Osservatore Romano”: Il demitizzatore del comunismo: Andrea Possieri ricorda Viktor Zaslavsky. VEDI anche: A colloquio con Viktor Zaslavsky a vent’anni dalla caduta del muro di Berlino. L’insostenibile pesantezza
dell’impero sovietico di
Andrea Possieri

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Victor Zaslavsky contro i silenzi della storia
By Roberto Olla | Novembre 28, 2009
Ho avuto la fortuna di conoscere il professor Victor Zaslavsky, di parlare con lui, di imparare da lui che la modestia e la semplicità devono sempre accompagnare la ricerca storica. Leggi tutto.
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Addio a Victor Zaslavsky, un eccezionale anticomunista
di Andrea Camaiora, sabato 28 novembre 2009
È scomparso venerdì lo storico Victor Zaslavsky, Ordinario di Sociologia dei fenomeni politici alla Facoltà di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli. il prof. Zaslavsky è stato uno dei massimi esperti del sistema sovietico, noto e apprezzato a livello mondiale. Con il suo lavoro serio e autorevole e la sua libertà e onestà intellettuale ha arricchito il dibattito storiografico e politico internazionale.
Victor Zaslavsky è stato un eccezionale anti comunista perché russo. Era nato a San Pietroburgo, o se si preferisce, Leningrado, il 26 settembre 1937. Laureato in storia presso l’Università Statale di San Pietroburgo giunse infine in Italia. Alcuni suoi libri, come Il dottor Petrov parapsicologo (1984), Pulizia di classe, Il massacro di Katyn (2006) e Togliatti e Stalin. Il Pci e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca (2007), andrebbero letti e riletti più volte. Con la sua morte perdiamo un grande intellettuale, uno storico di razza.
Per tutta la vita ha dato testimonianza di quanto grande possa essere l’esempio di un solo uomo per combattere e vincere le battaglie culturali difficilissime. Ha dimostrato il valore intellettuale e civile di chi fa della serietà dello studio e dell’impegno la centralità della sua vita. Giunse in Italia dopo una lunga peregrinazione che lo vide prima negli Stati Uniti, quindi in Canada.
Diventato docente in Urss, era però entrato nel mirino della censura accademica. Nel 1974 Zaslavsky venne così espulso dall’Unione sovietica perché non incline alla subordinazione. In esilio insegnò nelle prestigiose università statunitensi  di Berkeley e di Stanford e poi alla Memorial University del Canada dove acquisì lo status di «russo naturalizzato canadese», ma la sua seconda patria è stata l’Italia dove già da metà degli anni ‘70 collaborava a diverse riviste tra cui Mondoperaio che era all’epoca impegnata con Bobbio, Colletti e Salvadori nella contestazione dell’egemonia gramsciana. Che straordinaria esperienza culturale deve essere stata quella di Mondoperaio! Il nome di Zaslavski e della moglie Elena Aga-Rossi sono legati ad una grande svolta storiografica. Riuscirono a dimostrare, documenti degli archivi sovietici alla mano, che la cosiddetta svolta di Salerno», ovvero la proposta del Pci agli altri partiti antifascisti nel 1944 di entrare nel governo Badoglio fino ad allora sventolata come la prova dell’autonomia di Togliatti dall’Urss, fosse stata ideata da Stalin e da lui imposta ai comunisti italiani.
Zaslavsky è stato uno dei protagonisti dell’abbattimento del Muro di Berlino nel campo storiografico infrangendo gli schemi della lettura classista del Novecento che è stata dominante soprattutto nel nostro Paese e che, a quanto risulta dal silenzio prevalente che ha accompagnato la sua scomparsa, perdura ancora tenacemente nelle redazioni culturali dei giornali italiani così come nelle università. L’Italia dimentica così il «suo» Aleksandr Solzenicyn.
Il professor Zaslavsky ha svolto un lavoro fondamentale sulla storia del nostro Paese, anche come esperto della commissione parlamentare sulle stragi. Lo storico di origine russa, intervenendo ad un convegno organizzato nel febbraio 2005 dalla Fondazione Craxi sulla politica estera del premier socialista italiano, ricordò così il suo arrivo nel nostro Paese: «Nel gennaio del 1975, una volta espulso dall’Unione Sovietica, mi sono trasferito a Roma e la prima persona con cui potei parlare fu Jiri Pelikan (ex direttore della Tv di Stato cecoslovacca all’epoca della Primavera di Praga, poi esiliato in Italia dopo la repressione sovietica e portato da Craxi al Parlamento europeo) che faceva da tramite fra i dissidenti russi dell’Europa orientale e i gruppi politici italiani. Mi disse testualmente: «Ricordati: l’unica forza politica italiana che ha interesse ai Paesi dell’Europa Orientale ed è pronta ad appoggiare il dissenso è il Partito Socialista Italiano». I Socialisti non fecero mai mancare il loro appoggio. Un esempio concreto della loro solidarietà fu la pubblicazione in Italia della rivista dissidente Listy, di cui lo stesso Pelikan assunse la direzione. Nel primo numero speciale, in occasione del quarto anniversario dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia, nel 1972, Bettino Craxi spiegava che lo sforzo del suo Partito per pubblicare Listy era un impegno non solo per impedire che la voce della Primavera di Praga venisse soffocata, ma anche per riprendere il dibattito politico sull’esperienza comunista». Zaslavski ricordò anche che la stessa rivista culturale di riferimento dei Socialisti negli anni ‘70 divenne un punto di incontro fondamentale per i dissidenti dell’Est: «Mondo Operaio rivolse un’attenzione costante al mondo del dissenso nei Paesi dell’Est europeo, alle sue radici sociali, oltre che alle sue prospettive politiche. I numeri della rivista si aprivano sempre più alla collaborazione degli esponenti del dissenso». E non solo: «Allo spirito degli accordi firmati nel ‘75 sugli scambi culturali, può essere attribuito quel grande evento culturale, tenutosi a Venezia nel ‘77, che passò alla storia con il nome di Biennale del Dissenso. L’iniziativa, realizzata grazie all’impegno di Carlo Ripa di Meana, presidente della Biennale, si riproponeva di far conoscere in Occidente le opere degli intellettuali dissidenti dell’Unione Sovietica».
Il professor Zaslavski, tuttavia, era un uomo capace di indagare con forza e in profondità il passato. Certo, avvertiva il bisogno di portare elementi di verità nel dibattito storiografico italiano, viziato dall’egemonia culturale comunista. Negli ultimi anni tentò di spiegare il suo Paese, la Russia, all’opinione pubblica italiana e in particolare di raccontare perché i russi continuino a volere Putin al potere. Lo fece con pragmatismo, senza finti moralismi o pregiudizi ideologici, da vero scienziato della Storia. Il 3 dicembre 2007, ad esempio, commentando i vittoria del partito di Putin della Duma infrangeva stereotipi e pregiudizi consolidati: ‹‹Putin ha vinto la scommessa: il suo partito “Russia unita” avrà alla Duma almeno 315 deputati su un totale di 450. Il partito del Presidente potrà approvare qualsiasi legge, cambiamenti della Costituzione inclusi. (…) Per capire il senso dell’alta partecipazione e della schiacciante vittoria del partito del Presidente Putin, però, vorrei riferire i risultati di due inchieste condotte nel 2007 dall’autorevole Centro Levada di Studi sull’opinione pubblica di Mosca. All’inizio di ogni anno, un gruppo rappresentativo di russi deve rispondere alla domanda «quali sentimenti sono apparsi e si sono rafforzati nell’anno trascorso tra la gente che La circonda?». Nelle inchieste di questo tipo non si chiede mai di riflettere su se stessi ma sulle persone che ci circondano, utilizzando l’intervistato come osservatore-partecipe. Sarebbe utile confrontare i dati del 1998, l’anno quando Putin ha fatto la sua apparizione sulla scena politica, con quelli del 2007. Rispetto al 1998, nel 2006 le risposte hanno registrato l’aumento del sentimento di speranza (dal 13 al 35%), del senso della dignità umana (dal 4 al 10%) e dell’orgoglio nazionale (dal 3 al 6%). Sono diminuiti invece: la sensazione dell’apatia e dell’indifferenza (dal 45 al 39%), del disorientamento (dal 24 al 12%), della rabbia e dell’aggressività (dal 35 al 15%) e della paura (dal 24 al 7%). In un’altra inchiesta gli intervistati dovevano rispondere alla domanda: «Che cosa è più importante per la Russia di oggi: l’ordine, anche se per raggiungerlo si dovrà accettare alcune violazioni dei principi democratici e delle libertà personali, oppure la democrazia anche se le libertà democratiche talvolta possono essere utilizzate dagli elementi sovversivi o criminali?». Il 68% degli intervistati si sono espressi in favore dell’ordine, mentre il 17,5% hanno scelto la democrazia. Ed è proprio qui che sta la base del consenso ottenuto da Putin in questi anni.

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Il lungo 89 in convegno a Trento

Il lungo ’89: la prima giornata
scrive Marjola Rukaj: Un resoconto della prima giornata del convegno ”Il lungo ‘89” tenutosi lo scorso 13 e 14 novembre a Trento e promosso da Osservatorio Balcani e Caucaso.
il lungo ´89: la seconda giornata
scrive Mauro Cereghini: Gli interventi della seconda giornata del convegno “Il lungo ‘89”, organizzata da Osservatorio e dal Tavolo Trentino con il Kossovo. La costruzione dell’Europa nelle pratiche di relazione tra territori, i risultati di una ricerca sui dieci anni di cooperazione a Peja-Peć.

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Asse Francia-Germania-Polonia col cinema

Industria – Francia/Germania/Polonia. Appuntamento a Strasburgo
Fabien Lemercier, Cineuropa, 26 Novembre 2009 Comincia oggi a Strasburgo la settima edizione degli Incontri franco-tedeschi del cinema, una tre giorni organizzata da Unifrance e German Films con lo scopo di facilitare le coproduzioni e la circolazione dei film tra i due paesi. Un’edizione 2009 che si distingue per una novità: un focus sulla Polonia, che sarà rappresentata da una decina di produttori.
L’evento comincia questo giovedì con uno “Studio preliminare sulla coproduzione franco-tedesca” attraverso un dibattito animato da Olivier Wotling (direttore cinema del sito), Peter Dinges (delegato generale dell’FFA) e Alfred Hürmer (Integralfilm). Seguirà un mercato di coproduzione che include 21 progetti (4 polacchi, 7 tedeschi e 10 francesi). Da notare che 14 coproduzioni franco-tedesche sono state realizzate nel 2008, tra cui tre film scelti nella selezione ufficiale del festival di Cannes 2009 (la Palma d’Oro Il nastro bianco [trailer, film focus], Enter the Void e Le père de mes enfants [trailer]).
Venerdì mattina saranno presentati il credito d’imposta internazionale francese e la nuova legge tedesca sul cinema, oltre a una panel sul “cash flow della produzione, il ruolo delle banche e l’IFCIC”. Il sistema polacco sarà successivamente analizzato da Jacek Fuksiewicz (Istituto del Film Polacco), Maciej Strzembosz (Polish Chamber of Audiovisual Producers) e dalla regista-produttrice Malgorzata Szumowska (Zentropa International Poland). Il pomeriggio si aprirà con un dibattito sulla digitalizzazione delle sale, con gli interventi di Claude-Eric Poiroux (Europa Cinemas), Martin Bidou (Haut et Court/Collettivo degli Indipendenti per il digitale), Stefan Arndt (X Filme), l’esercente Detlef Rossmann (AG Kino) e Johannes Klingsporn (presidente dell’associazione dei distributori tedeschi). Saranno infine affrontate le questioni della protezione dei diritti, della lotta alla pirateria, dell’offerta digitale e della cronologia dei media attraverso un panel che vede la partecipazione, tra gli altri, di Alain Rocca (Universciné – leggi l’intervista). Leggi tutto

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Come i polacchi raccontano la primavera dei popoli dell’89

Interessante libro in cui si parla di tutta l’Europa centrorientale ma non della Polonia con l’obiettivo di far conoscere meglio ai polacchi i cambiamenti e le dinamiche dell’intera regione. Ascolta l’intervista con gli autori alla radio polacca

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Tra Mosca e Varsavia, Katyn

“Accadde nell’89”: sotto questo titolo i lettori de Il Riformista continuano a trovare rievocazioni e interviste legate agli anni del crollo del muro. Oggi è Pierluigi Mennitti a descrivere “l’ombra tra Mosca e Varsavia” attraverso un colloquio con il professor Vicktor Zaslavsky, che torna ad occuparsi dell’eccidio di Katyn. Una vicenda chiave per capire la Polonia, quella legata al massacro di 15 mila polacchi nel 1940, addossato ai nazisti ma commesso dai sovietici, su cui – dice – fu ambiguo anche Gorbaciov.