L’arcipelago della morte
Durata: 00:54:49
Andato in onda su Doc3 (Rai Tre) il: 19/08/2010
Non si è mai parlato molto dei gulag russi, delle purghe di Stalin e della repressione della dissidenza in Unione Sovietica, dove paradossalmente anche milioni di comunisti e di anarchici sono stati deportati. Attraverso la preziosissima testimonianza diretta di Grigorij Pomeranc – uno degli ultimi sopravissuti dei campi siberiani di Kolima, dove scomparvero quasi 3 milioni di persone – abbiamo finalmente accesso ad uno dei capitoli più oscuri e terribili della storia del secolo passato. Buona visione!
The tail operation ( Operacja Reszka)
90’50’’, Digital Betcam, Poland 2009
LA TRAMA — Una storia che parla di Piotr Jeglinski – uno studente del dipartimento di Storia alla prestigiosa KUL, Università di Lublin- che fu importante nella Polonia dei tardi anni 70 per l’ affermarsi di un gruppo di opposizione.
All’inizio gli studenti cominciano a pubblicare un magazine “Encounters” che si prefiggeva di raccontare la verità sulla recente storia della nazione, libera dalle restrizioni della censura, e gradualmente intrapresero un percorso tutto politico. Piotr Jeglinski viaggia verso ovest per cercare una macchina fotocopiatrice, considerata pericolosa dal potere comunista tanto quanto una mitragliatrice. A Parigi, organizza una versione per gli immigrati di “Encounters” per creare una serie di diversi canali attraverso i quali pubblicare il magazine e far arrivare in Polonia altri libri ufficialmente proibiti e dei volantini. Crea una rete di contatti in Francia, Francoforte e perfino nella Germania dell’Est.
La Polizia segreta Polacca molto presto scopre la sua attività e comincia a tenerlo sotto controllo, dando all’intera operazione il nome in codice “Tail ”.
Questa docu-fiction scritta da Wlodzimierz Kuligowski mostra una delle più complesse e segrete operazioni nella storia dell’intelligence comunista polacca. Con l’aiuto di Kazimierz – un agente che fu uno dei corrieri – la polizia decide di eliminare Piotr Jeglinski….
EWA PYTKA — Regista, sceneggiatrice, poetessa , cantante e produttrice. Laureata alla Adam Mickiewicz University, alla Lòdz Film school, alla NSFTV di Leeds, in Inghilterra, e al workshop produttori 2007 EAVE. Dal 2006 proprietaria della Python Studioss Ltd. Autrice di molti documentari. Diresse la mini-serie tv Bedziesz moja , molti episodi della serie tv Plebania e serie teatrali quali Winter under the table di Roland Topor e The Tail operation di Wlodzimierz Kuligowski. Nel 2010 sceneggiò , diresse e produsse una magica commedia Silence Is Golden, il suo lungometraggio d’esordio per il cinema
IL FILM –
Scritto da Włodzimierz Kuligowski
Diretto da Ewa Pytka
fotografia: Piotr Bernat
art director: Marek Chowaniec
redatto da: Wanda Zeman
sound: Dorota Traczyk, Karol Mańka
cast: Jan Wieczorkowski (Piotr Jegliński), Maciej Zakościelny (Kazimierz), Zbigniew Lesień (General), Zdzisław Wardejn (Colonel), Krzysztof Banaszyk (Captain), Maciej Kozłowski (Rafał), Grażyna Barszczewska (Ewa Jeglińska), Wiesława Mazurkiewicz (Piotr Jegliński’s Grandmother), Tamara Arciuch (Blondie), Krzysztof Globisz (Judge), Paweł Deląg (French Inspector)
prodotto da TVP SA – Film Agency
17, J.P. Woronicza Str.
00-999 Warsaw, Poland
tel: /48 22/ 547 8167, fax: /48 22/ 547 4225
festivals@tvp.pl
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Torna come ogni anno il Festival Internazionale di Cinema e Televisione Eurovisioni giunto alla XXIV edizione, dal 19 al 22 settembre. Si svolgerà in diversi prestigiosi luoghi della capitale, in primo luogo a Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia a Roma, a Palazzo Farnese sede dell’Ambasciata di Francia in Italia ed al Goethe Institut Rom, che ospiterà la serata inaugurale.
In allegato il programma provvisorio del nostro Festival e la scheda d’iscrizione da mandare compilata entro il 06/09/2010, per garantirvi l’accesso alle attività che si svolgeranno durante il Festival, all’indirizzo mail eurovisioni23@gmail.com o al numero di fax 06 59606571.
In attesa di un Vostro Gentile riscontro
Vi inviamo i nostri più cordiali saluti
Il XXIV Festival Internazionale di Cinema e Televisione Euriovisioni.
www.eurovisioni.it
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Predrag Matvejevic’ non va in carcere
“Non andrò in carcere” – dichiara soddisfatto e commosso Predrag Matvejevic’, annunciando l’annullamento della sentenza che lo condannava a cinque mesi di carcere e che sarebbe divenuta esecutiva oggi.
La Corte Suprema croata aveva condannato Matvejevic’ per aver criticato gli intellettuali iper-nazionalisti, croati, serbi e bosniaci che aiutarono i «signori della guerra» ad infiammare il conflitto nei Balcani.
“Molto devo alla mobilitazione internazionale,” – afferma Matvejevic – “all’appello lanciato da “Le Monde”, alla solidarietà della stampa italiana, e alle tante manifestazioni di stima e affetto espresse dai miei lettori’.
“Le Monde” aveva infatti invitato a sottoscrivere un appello per la sua liberazione, firmato tra gli altri da Claudio Magris, Umberto Eco, Bernard-Henri Lévy, Salman Rushdie, dai filosofi Michaël Foessel e Peter Sloterdijk, e dal presidente della Commissione Nazionale Italiana UNESCO, Giovanni Puglisi.
Matvejevic’ con un po’ di emozione ma con fermezza ribadisce “bisognava prendere posizione o tradire se’ stessi”. Per una volta almeno si possono smentire le sue parole “i veri vincitori, quelli che sanno difendere i valori, perdono il più delle volte le loro battaglie”.
Fonte: UNESCO – Commissione Nazionale Italiana
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Roma, 26 luglio 2010
Messaggio del Presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO,
prof Giovanni Puglisi, contro la condanna di Pedrag Matvejevic’
Pedrag Matvejevic’, cittadino italiano, per anni docente all’Università “La Sapienza” di Roma, potrebbe essere incarcerato in Croazia mercoledì prossimo. La condanna – per reato d’opinione – colpisce un intellettuale che da sempre denuncia e mette in guardia dai seri rischi di degenerazione dell’identità in ideologia, in forme di fanatismo nazionalista, schierandosi contro ogni totalitarismo a favore della libertà, della pacifica convivenza, dell’armonia tra i popoli.
Questo è il suo insegnamento, ribadito con convinzione anche in occasione della Giornata Mondiale UNESCO della Diversità culturale per il dialogo e lo sviluppo, celebrata a Duino Aurisina (TS) nel maggio scorso. Questa la ragione per la quale aderisco fermamente all’appello lanciato da Le Monde per la libertà di Pedrag Matvejevic’e auspico che la sentenza della Corte Suprema croata sia annullata senza riserva alcuna.
All’amico Pedrag Matvejevic’ la solidarietà piena e incondizionata dell’intellettualità italiana, che lo ha sempre ammirato e che insieme a lui ha condiviso e fatato molte battaglie di libertà negli anni passati, vincendole. Vinceremo comunque anche questa. I fascismi non potranno vincere.
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Pedrag Matvejevic’, professore universitario, ex docente alla Sorbona di Parigi e alla Sapienza di Roma, figura di spicco tra gli intellettuali del XX secolo, è stato condannato dalla Corte Suprema croata a cinque mesi di carcere (con due anni di condizionale) per aver dato dei «cristiani talebani» a quegli scrittori ipernazionalisti, croati, serbi e bosniaci – suoi compatrioti – che con le loro parole contribuirono a incendiare i Balcani. Matvejevic’ scrisse «sugli uomini della penna ricade la colpa di una parte preponderante di quello che è successo». Uno degli scribi «talebani», tale Mile Pesorda, lo ha denunciato per diffamazione. Un tribunale croato ha condannato Matvejevic’ a 2 anni di carcere, nel 2005, per «diffamazione». La Corte Suprema croata ha riconosciuto la legittimità della sentenza: Matvejevic’ dovrebbe dunque scontare la sua pena entrando in prigione il prossimo 28 luglio. Dopo il verdetto Matvejevic’ ha ricevuto telefonate minatorie e i fogli nazionalisti hanno attaccato «il nemico della Croazia». Ma ci sono stati anche tante attestazioni di amicizia da parte di scrittori, accademici, dall’ambasciata italiana (Pedrag Matvejevic’ ha anche una cittadinanza italiana, ricevuta per meriti culturali). Il 23 luglio scorso il quotidiano francese «Le Monde» ha pubblicato un appello, sottoscritto tra gli altri da Claudio Magris, Umberto Eco, Bernard-Henri Lévy, Salman Rushdie, i filosofi Michaël Foessel e Peter Sloterdijk: «Predrag Matvejevic – chiedono – non deve andare in prigione».
Portare un nuovo importante naturale gasdotto direttamente dalla Russia alla Germania, scavalcando l’ostile Polonia.
Oggi la prima sezione di quel flusso di gasdotto del Nord ha raggiunto la città costiera di Lubmin nel Mecklenburg-Vorpommern sul Mar Baltico, facendone il perno geopolitico per Europa e Russia… Questo mese, malgrado la feroce opposizione politica della Polonia e di altri paesi, il progetto Nord Stream di Schroeder ha completato il suo primo maggiore obiettivo quando la prima delle due reti di gasdotti è arrivata alla terra di Lubmin, esattamente nei tempi previsti. Quando la seconda rete atterrerà dopo questo mese e il gasdotto inizierà l’operazione nel tardo 2011, sarà il più grande gasdotto subacqueo del mondo, trasportando 55 miliardi di metri cubi di gas attraverso l’Europa ogni anno. La rotta subacquea passa attraverso le acque territoriali e le esclusive zone economiche di Finlandia, Svezia, Danimarca e Germania, evitando la Polonia e gli Stati Baltici di Estonia, Lettonia e Lituania. Da Lubmin, che sarà una stazione di trasferimento, il metanodotto OPAL si estenderà per 470 km attraverso la Sassonia fino al confine Ceco. Le altre rotte occidentali del gasdotto consegneranno il gas russo attraverso l’esistente condotto a Olanda, Francia e Inghilterra, accrescendo in modo significativo i legami energetici tra UE e Russia, uno sviluppo non accolto favorevolmente a Washington. La GDF Suez (azienda energetica) della Francia, in passato Gaz de France, ha appena comprato il 9% di azioni Nord Stream AG e la compagnia di infrastruttura olandese di gas N.V. Nederlandse Gasunie ne ha il 9%, dando al progetto generale la partecipazione UE, un grande risultato geopolitico per il governo Putin-Medvedev a dispetto della forte opposizione USA. Il Nord Stream adesso ha accordi di fornitura a lungo termine di gas con Danimarca, Inghilterra, Francia, Olanda e Belgio, così come con la Germania.
La Gazprom sta anche promuovendo un secondo grande progetto di gasdotti, South Stream, per portare il gas dalla costa del sud della Russia sotto il Mar Nero fino alla Bulgaria, finendo in Italia. Il 7 Luglio il Governo Bulgaro ha accettato dopo lunghe negoziazioni di partecipare al progetto South Stream di Gazprom….
Leggi tutto l’articolo di F. WILLIAM ENGDAHL con relative cartine
 
Con la presente volevo solo segnalarVi che ho recentemente realizzato per YouTube un video sul Memoriale Polacco di Loreto (Ancona): VEDI
L’idea mi è venuta in quanto tra i miei conoscenti ci sono Paolo e Maurizio Mikolajczyk di Porto Potenza Picena (Macerata), figli di un ufficiale carrista dell’Esercito Polacco che aveva combattuto in Italia.
Un cordiale saluto da Veniero Granacci (Milano) grv2006@libero.it
Gli Stati Uniti aiuteranno la Polonia nei suoi piani per la realizzazione della prima centrale nucleare, entro la fine del 2020. Leggi

Confronto tra elezioni 2010 ed elezioni 2005 fatto da Piotr Pacewicz del 2010-07-07, su Gazeta Wyborcza – Vedi tutto l’articolo


Ballottaggio. Quasi il 45% dei polacchi non ha votato.
La Polonia che ha votato si divide e si polarizza.
Si è votato ieri domenica per le presidenziali in Polonia.
Hanno votato in tutto il 55,31% degli aventi diritto.
Secondo la fonte ufficiale della Commissione elettorale statale PKW, il presidente della Camera bassa Bronisław Komorowski, liberale, appartenente allo stesso partito del primo ministro Tusk (PO, Piattaforma civica) , ha vinto con il 53,01% per cento dei voti pari a 8.933.887 preferenze. Komorowski in patria ha intercettato soprattutto il voto delle città (59,48%).
Il conservatore Jaroslaw Kazynski (PIS, Libertà e Giustizia) si è attestato al 46,99% con 7.919.134 voti. Kaczynski ha intercettato in patria le preferenze della campagna (58,94%).
Differenza voti: 1.1400.753.
Tra chi vota, si conferma l’esistenza di 2 Polonie, la cui linea di divisione ricalca il tracciato storico delle spartizioni della Polonia, ma grosso modo ricalca anche la carta dell’attuale rete ferroviaria polacca (vedi cartina di Gazeta Wyborcza). 
Abbiamo una Polonia dell’Ovest (Komorowski), l’altra Polonia è a Est (Kaczynski). Vedi le 2 cartine qui allegate: la prima cartina ha la forma di una mezzaluna (Komorowski è forte a Ovest e nel nord baltico e nel sud-ovest).
La seconda cartina è più compatta e riguarda Kaczynski (forte nel centro-est e nel sud-est).

I polacchi che hanno votato all’estero (203.477) hanno dato il 60,33% delle loro preferenze a Komorowski e il 39,67% a Kaczynski.
Ancora una volta in controtendenza il seggio di Roma dove hanno votato 3374 persone: Kaczynski ha ottenuto 1789 voti dei voti contro i 1585 di Komorowski.
Gli altri due seggi italiani erano uno a Milano (— per Komorowski, — per Kaczynski) e l’altro a Napoli (99 voti per Kaczynski, 144 per Komorowski).
Totale Italia: Kaczynski — e Komorowski —.
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Da RASSEGNA ITALIANA, di Ada Pagliarulo e Paolo Martini del 7/7/2010
“Ora la Polonia aspetta il voto della Chiesa”: è il titolo di un’analisi di Enzo Bettiza che compare sulla prima de La Stampa.
Su Il Riformista si scrive che in Polonia ha vinto “la destra migliore”: sono stati premiati i toni pacati del vincitore Komorowski. Ma per lui “la vera sfida saranno i rapporti con il clero”. Tra le questioni scottanti che aspettano il neopresidente, quella della sanità e delle privatizzazioni. Per lo studioso di storia polacca Paolo Morawski queste elezioni hanno anche segnato “la vittoria della nuova middle class, che vuole continuare a produrre in una situazione di stabilità; cosa impensabile sotto il governo di Lech Kaczynski”.
“Un europeista per la Polonia”, titola Il Sole 24 Ore, riferendosi al vincitore delle presidenziali: “Di origini nobili, il neopresidente Komorowski è uomo del compromesso”. Professore di storia, cinque figli, ha combattuto il regime con Solidarnosc.
“La Polonia ha scelto l’Europa”, titola La Repubblica.
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Da RASSEGNA ITALIANA, di Ada Pagliarulo e Paolo Martini del 6/7/2010
Il candidato liberale Komorowski avrebbe vinto le elezioni presidenziali in Polonia con il 53 per cento circa dei voti, sconfiggendo Jaroslaw Kaczynski (47,3 per cento). I quotidiani sono quindi in ritardo sulla notizia e sono fermi ad un testa a testa che è proseguito per tutta la notte. Segnaliamo comunque un’intervista all’ex presidente Kwasniewski al Corriere della Sera (“Il Paese vuole stabilità. Solo il centro può darla”. Dove il centro è rappresentato da Komorowski e dalla sua formazione, Piattaforma Civica, che esprime il premier Tusk).
La Repubblica intervista l’ex-presidente Walesa, un tempo compagno di lotta dei gemelli Kaczynski: avverte che con Jaroslaw sarebbero a rischio i rapporto con l’Europa e dice che il partito di cui è espressione “non è capace di formare coalizioni, né di fornire argomenti di discussione, né lanciare nuove iniziative o riforme”.
“Finisce in Polonia l’era dei Kaczynski”, titola La Stampa, che racconta: Komorowki, il vincitore, storico di professione, viena da una famiglia nobile ed è noto per la sua lunga esperienza di boyscout. Ai tempi del regime comunista, nel 1981, ha conosciuto anche la prigione per sette mesi. E’ considerato poco carismatico, ma di lui sarebbe stato apprezzato il pragmatismo. E’ considerato un guardiano della Costituzione, sempre aperto al dialogo e un conservatore cattolico, non così oltranzista come Kaczynski. Dalla parte di Jaroslaw poteva invece giocare l’appoggio delle campagne, soprattutto per i suoi no all’aborto e all’euro, che avevano fatto la fortuna dei gemelli Kaczynski.
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La Polonia si volge all’Ue – Giorgia Manno
L’elezione di Bronisław Komorowski alla Presidenza della Polonia apre una stagione nuova nella politica del paese e nei suoi rapporti con l’Ue. Con il 52,63% dei voti contro il pur significativo 47,37% di Jaroslaw Kaczyński, capo del Partito di opposizione Legge e Giustizia (PiS) e fratello gemello del Presidente Lech (deceduto durante l’incidente aereo di Smolensk del 10 aprile scorso), Komorowski ha ottenuto un notevole successo sia politico che personale. La Polonia ha un sistema costituzionale che attribuisce forti poteri al governo, ma il Presidente detiene il potere di veto, può fare nomine per posizioni chiave e ha voce in capitolo sulla politica estera e di sicurezza. .. Leggi l’articolo>
Titolo : NUOVA GUERRA FREDDA (LA)
Sottotitolo : IL PUTINISMO E LE MINACCE PER L’OCCIDENTE
Autore : LUCAS EDWARD
Editore: UBE – Collana: INTERAZIONI – Data di pubblicazione: 01-2009
N° pagine: XLII-318
Contenuto: Negli anni Novanta, la Russia era un paese democratico in cui si svolgevano libere elezioni e dove le opinioni politiche potevano essere apertamente espresse. Era però anche un paese teatro di violenti conflitti e di estrema povertà. Sfruttando il malcontento per l’instabilità economica e politica, Vladimir Putin, un ex funzionario del KGB, è riuscito a impossessarsi delle leve dello stato russo. Nel 2008, dopo otto anni da presidente, Putin è tornato a fare il primo ministro: il controllo della polizia segreta, dei media, degli oligarchi, del partito Russia Unita e delle organizzazioni giovanili che lo fiancheggiano, ne fanno l’uomo più potente in Russia dai tempi di Stalin. Lucas descrive come la cerchia di Putin stia assumendo il controllo dell’apparato industriale, taglieggiando le aziende private e riducendo al silenzio chiunque critichi la sua gestione. Più la Russia sembra diventare illiberale, più aumenta la presa sul mercato europeo del gas destabilizzando l’UE, mentre Georgia, Ucraina e altre nazioni vengono intimidite con lo scopo di essere fatte rientrare nella vecchia sfera d’influenza sovietica.
(Il Sole 24 Ore Radiocor) – Varsavia, 30 giu 2010 – La Banca nazionale polacca ha reso noto che a fine marzo il debito estero del paese e’ arrivato a 205 miliardi di euro.
La réconciliation entre Pologne et Russie est un gage de paix pour l’Europe
Alexandre Orlov, ambassadeur de Russie, et Tomasz Orlowski, ambassadeur de Pologne, LE MONDE | 29.06.10
Lorsque nous avons appris, le 10 avril au matin, l’horrible nouvelle de l’accident de l’avion militaire polonais transportant le président Lech Kaczynski, entouré de ses collaborateurs les plus proches, nous nous sommes dit : Katyn, lieu de massacre des officiers polonais, où le président se rendait, est un lieu maudit. Il a empoisonné les relations entre la Pologne et la Russie pendant soixante-dix ans et il frappe à nouveau !
Et pourtant, c’est le contraire qui s’est produit. Le deuil partagé par nos deux peuples et la compassion sincère manifestée par des amis russes – du président au simple garde -, ont ouvert devant nous le chemin d’un rapprochement. Sa portée est historique. Que dire de mieux que de citer les paroles du président du Conseil de la Fédération, le Sénat de la Russie, Sergueï Mironov : “Katyn est notre douleur commune et notre tragédie commune.”
Bien évidemment, l’accident survenu à Smolensk n’a pas provoqué ce rapprochement, mais il a été le catalyseur puissant d’un projet politique que nos deux gouvernements avaient décidé de poursuivre depuis plus d’un an. Les signes en sont nombreux : la présence de Vladimir Poutine le 1er septembre 2009 à Westerplatte, dans la banlieue de Gdansk, où la seconde guerre mondiale éclata ; les premiers ministres Donald Tusk et Vladimir Poutine agenouillés ensemble à Katyn dans un hommage conjoint aux victimes du massacre ; leur recueillement, trois jours après, devant les débris de l’avion présidentiel, se serrant dans les bras l’un de l’autre ; la présence remarquée du président Dmitri Medvedev aux obsèques de Lech Kaczynski et de son épouse à Cracovie.
Mais aussi l’invitation, peu remarquée par les médias français, faite à l’armée polonaise de défiler, le 9 mai, sur la place Rouge, aux cotés des Américains, Britanniques et Français. Pourtant ce geste majeur rendait la juste place à la contribution des Polonais dans la libération de l’Europe, quelquefois oubliée, mais aussi était la première présence des soldats polonais venant d’un pays membre de l’OTAN. Ou encore le message émouvant de Jaroslaw Kaczynski, frère du président défunt, remerciant les amis russes pour chaque larme versée. Sans oublier la prière du cardinal archevêque de Cracovie lors des obsèques, en faveur “du rapprochement et de la réconciliation de nos deux peuples slaves”, et celle du patriarche Cyrille, sur les sites de Katyn et de Smolensk, empruntant les mêmes termes.
“Nous pardonnons”
Ce rapprochement dépasse le cadre de la politique. Il aborde le domaine encore plus difficile du dialogue entre le catholicisme et l’orthodoxie, souhaité par Jean Paul II. Mais cela n’a rien d’étonnant : déjà, la réconciliation entre l’Allemagne et la Pologne a commencé par l’échange des lettres entre les évêques écrivant : “Nous pardonnons et demandons pardon !”
Nous sommes en train de réaliser la réconciliation polono-russe, un de ces grands projets politiques qui ont fait progresser l’Europe. Ce processus ne sera ni simple ni rapide. Il peut rencontrer des obstacles, se heurter à la méfiance. Mais nous avons conscience d’une opportunité historique à ne pas manquer. Comme a dit Donald Tusk à Katyn : “Un mot de la vérité peut emporter deux grands peuples, si divisés par l’histoire. Deux peuples qui cherchent aujourd’hui le chemin le plus direct et le plus court vers la réconciliation.”
Il est vrai que l’Europe pacifiée favorise la compréhension entre divers peuples que l’histoire opposait. Le rapprochement entre la Russie et la Pologne nous semble bien dépasser un simple fait bilatéral. Son potentiel européen suggéra à nos dirigeants d’inspirer notre réconciliation par l’expérience de la réconciliation franco-allemande. Fondé sur la vérité et le respect mutuel, sur les valeurs et les intérêts communs, sur la coopération et le voisinage, il a de fortes chances de contribuer au lancement d’un nouveau partenariat entre l’Union européenne et la Russie, à la vision commune de notre continent pour le siècle de la globalisation.
La Pologne, la France et l’Allemagne qui forment depuis vingt ans le triangle de Weimar, la plate-forme trilatérale de la réflexion et de l’action européennes, viennent d’organiser à Paris la première réunion de leurs ministres des affaires étrangères avec leur collègue russe. Cette formule est sûrement portée à mieux assister la réconciliation russo-polonaise et à l’utiliser pour les projets européens conjoints. Chacun de ces trois peuples possède, en effet, une expérience différente de ses relations avec la Russie. Ensemble, ils peuvent créer une vision commune et proposer les modalités de notre partenariat. Il y a tant de choses que nous pouvons faire ensemble pour rapprocher nos peuples, pour bâtir la confiance, pour une meilleure communication, pour moderniser nos pays et nos économies. C’est un vaste programme et la nouvelle coopération entre la Pologne et la Russie y portera sa contribution.
Les temps sont venus où l’aigle blanc polonais peut regarder l’aigle bicéphale russe sans crainte. L’aigle qui est l’emblème de chacun de nos pays et dont le nom, en russe et en polonais, porte – comme par hasard – chacun de nous, Orlov et Orlowski.
Triangle Weimar
Fondation Robert Schuman [info@robert-schuman.eu]
Les ministres des Affaires étrangères du Triangle de Weimar et de la Russie se sont réunis à Paris le 23 juin. Il s’agissait de la première rencontre de ce type entre les partenaires du Triangle de Weimar (Allemagne, France, Pologne) et la Russie. Les ministres ont abordé la mise en oeuvre concrète du partenariat pour la modernisation de l’Union européenne et la Russie. Il s’agit d’un programme commun visant à favoriser des réformes en matière économique et sociale dans le respect de la démocratie et de l’État de droit. Par ailleurs, l’Allemagne, la France et la Pologne ont plaidé pour la création d’un régime d’exemption de visas pour les citoyens de l’enclave russe de Kaliningrad aux régions polonaises frontalières. Les ministres ont évoqué la situation au Kirghizstan et en Afghanistan ainsi que le conflit transnistrien en Moldavie. Leggi e anche qui
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Les 21 et 22 juin, le président du Parlement européen Jerzy Buzek a rencontré à Moscou le Président russe Dmitri Medvedev. Premier président du Parlement européen à se rendre en Russie depuis douze ans, Jerzy Buzek a affirmé la nécessité pour la Russie de renforcer la démocratie et la protection des droits civils et politiques. Il a également exprimé son soutien à la modernisation de la Russie et appelé au respect du traité sur la Charte de l’Energie et du Protocole Transit. Dans le domaine des visas, il a assuré qu’il comprenait les attentes des autorités russes, mais que certaines conditions devraient être remplies avant la libéralisation complète du système. >Leggi qui e qui
La Turchia, stanca di attendere l’integrazione nell’Ue, ha voltato le spalle all’Occidente? Solo speculazioni, affermano i diretti interessati. Ma tra l’opinione pubblica turca la fiducia nell’Unione comincia a calare. Questa settimana un approfondimento a firma di Fazıla Mat sui rapporti regionali della Turchia e sulle sue prospettive di integrazione nell’Unione. LEGGI su Osservatorio Balcani
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…è opinione diffusa che alcune incomprensioni tra la Turchia e l’Occidente in questo momento effettivamente esistano.
Per cogliere la reale entità di queste incomprensioni, è necessario da un lato tener presente quella che un commentatore turco ha definito la triplice identità della Turchia – occidentale, turca, e musulmana – e dall’altro distinguere i tre principali fronti – americano, europeo, ed israeliano – sui quali tali incomprensioni si sono verificate.
Fin dall’epoca ottomana, la Turchia ha sempre guardato verso occidente, ed ha ambito ad essere considerata come una potenza europea. Allo stesso tempo, l’identità turca la spinge a non dimenticare i propri legami con le regioni del Caucaso, del Caspio e dell’Asia centrale. Il suo carattere musulmano (Istanbul fu l’ultima sede del califfato, che fu definitivamente abolito con il crollo dell’Impero Ottomano) la spinge a guardare al mondo islamico, ed al mondo arabo che ne costituisce il cuore.
Come hanno osservato alcuni, la Turchia sembra condannata dalla sua storia e dalla sua posizione geografica a basare il suo ruolo sulla propria capacità di preservare fragili equilibri culturali, economici e politici, a cavallo fra due continenti e due visioni del mondo – un destino perfettamente simboleggiato dalla sua città più rappresentativa, Istanbul, situata a cavallo fra due mari e in bilico fra Europa ed Asia.
Se la fine traumatica dell’Impero Ottomano aveva spinto i turchi a mettere momentaneamente in secondo piano la loro identità musulmana – portando il fondatore della moderna Turchia, Mustafa Kemal Ataturk, a laicizzare il paese guardando all’Europa ed all’Occidente, e a troncare i rapporti con il retroterra arabo-islamico che aveva rappresentato una componente fondamentale dell’impero – il progressivo riemergere di questa identità negli ultimi decenni – accompagnato dalla comparsa di partiti politici di ispirazione islamica, e culminato con l’ascesa al potere del partito “Giustizia e Sviluppo” (AKP) guidato da Recep Tayyip Erdogan – ha spinto i turchi a riallacciare i legami con il mondo arabo-islamico, all’insegna della cooperazione economica e della riscoperta di comuni radici culturali.
Tuttavia – hanno fatto osservare alcuni commentatori turchi – anche questa rinnovata spinta verso oriente avviene all’insegna di valori europei ed occidentali. Al recente Forum di Cooperazione turco-arabo, un diplomatico turco ha affermato che Ankara, con i suoi sforzi volti a promuovere l’integrazione regionale in Medio Oriente, non sta facendo altro che applicare ai paesi confinanti un ideale che fu espresso nel 1950 da Robert Schumann, uno dei fondatori dell’Europa moderna, quando propose l’integrazione europea come strumento per assicurare la pace e la prosperità nel vecchio continente appena emerso dai drammatici anni della seconda guerra mondiale.
Molti analisti sostengono che lo sforzo turco di creare una maggiore integrazione economica regionale e di diventare uno snodo delle principali rotte energetiche eurasiatiche sia finalizzato a migliorare lo status della Turchia agli occhi dei paesi europei rendendo l’ingresso di Ankara in Europa un affare economicamente vantaggioso per tali paesi.
Questa ambizione turca sembrava essere stata colta dal presidente americano Barack Obama quando, rivolgendosi ai turchi nel suo discorso del 6 aprile 2009 ad Ankara, disse: “La grandezza della Turchia sta nella vostra capacità di essere al centro delle cose. Qui non è dove l’Oriente e l’Occidente si separano, è dove si riuniscono: nella bellezza della vostra cultura; nella ricchezza della vostra storia; nella forza della vostra democrazia; nelle vostre speranze per il domani”.
Tuttavia, più di un anno è trascorso da allora, e lo spirito di dialogo auspicato da Obama in quell’occasione, e poi nel suo discorso del 4 giugno al Cairo, non sembra aver preso piede. La ragione non sta però nelle incomprensioni sorte in quest’ultimo anno, quanto piuttosto nell’incapacità (americana in primo luogo) di fermare una deriva ormai in atto da tempo.
I recenti episodi, come l’incidente della flottiglia di Gaza e il diverso approccio alla questione nucleare iraniana, sono – a giudizio di molti osservatori – solo la manifestazione esteriore di divergenze originate dalle trasformazioni politiche degli ultimi vent’anni che, coma già accennato, hanno portato all’insorgere di incomprensioni fra la Turchia e l’Occidente nelle sue tre componenti: Stati Uniti, Europa, ed Israele.
Il primo spartiacque nella storia di queste trasformazioni è certamente rappresentato dalla fine della Guerra Fredda, che fece perdere alla Turchia il ruolo di baluardo della NATO contro il blocco sovietico. L’era della Guerra Fredda era stata accompagnata in Medio Oriente da un assetto che vedeva paesi non arabi, come Israele, la Turchia e l’Iran – all’epoca tutti caratterizzati da sistemi statali e governi laici, e schierati con il blocco occidentale – contrapporsi ai paesi arabi. Il primo duro colpo a questo assetto fu inferto dalla Rivoluzione Islamica del 1979 in Iran, che fece perdere agli Stati Uniti e ad Israele un importante alleato.
In Turchia, l’establishment dell’epoca, secolarizzato e dominato dall’esercito, vide nella Rivoluzione iraniana e nell’Islam politico che essa propugnava una minaccia al principio di laicità su cui si fondava lo stato turco. L’altra grande minaccia agli occhi dell’establishment turco era rappresentata dall’irredentismo curdo. Nel corso degli anni ’90, Ankara accusò la Siria e l’Iran di appoggiare il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK)…
L’Europa costituisce il terzo fronte di incomprensione tra la Turchia e l’Occidente. La diffidenza di molti paesi europei nei confronti della Turchia è uno dei principali fattori che hanno spinto il governo guidato dall’AKP a cercare sbocchi economici alternativi, e non viceversa. L’AKP, che è accusato da molti in Occidente di aver rivolto lo sguardo a oriente spinto dalle proprie ambizioni “islamiste”, è stato in realtà uno dei partiti più convintamente europeisti in Turchia.
Naturalmente, sebbene il governo turco possa avere le proprie giustificazioni per la sua attuale linea politica, dei rischi esistono nell’attuale condotta di Ankara. La recente crisi nei rapporti turco-israeliani rischia di andare a scapito di entrambi i paesi. La Turchia da paese mediatore rischia di diventare parte in causa nel conflitto israelo-palestinese. Se da un lato ciò le farebbe guadagnare il consenso delle masse arabe, dall’altro certamente non le farebbe ottenere il favore dei regimi arabi (che guardano con diffidenza al ruolo turco nella regione) e susciterebbe ulteriori sospetti in Occidente.
La ricerca del dialogo con Teheran è scambiata da alcuni in Occidente come un’aperta dichiarazione di amicizia nei confronti del regime iraniano e del suo presidente Ahmadinejad, le cui dichiarazioni sulla necessità di cancellare Israele dalla carta geografica sono certamente inaccettabili, soprattutto se si vuole avere la speranza di raggiungere un compromesso pacifico nella regione.
A giudizio di molti analisti, Ankara deve dunque evitare di diventare ostaggio delle proprie scelte politiche, cercando di non appiattirsi sulle posizioni iraniane e di non assumere un atteggiamento intransigente nella propria difesa dei palestinesi, e ribadendo invece la propria volontà di essere un ponte fra Oriente e Occidente, e fra l’Europa e il mondo arabo-islamico.
Il governo turco deve rifuggire da posizioni demagogiche e da errori come quello commesso dal primo ministro Erdogan quando ha espresso la propria solidarietà al presidente sudanese Omar al-Bashir, responsabile dei massacri in Darfur, affermando che “non è possibile, per coloro che appartengono alla fede musulmana, compiere genocidi”.
In assenza di una politica estremamente accorta da parte di Ankara, il rischio è che le divergenze tra la Turchia e l’Occidente crescano ulteriormente favorendo gli ambienti politici occidentali più intransigenti, che sono intenzionati a promuovere politiche ostili ad Ankara, come le dure parole di esponenti della maggioranza israeliana e dei neocon americani – i quali si ostinano a descrivere il governo turco come un governo che persegue un’agenda “islamista” – lasciano presagire.
Queste tensioni rischiano a loro volta di ripercuotersi sul dibattito politico in Turchia, inasprendo i contrasti fra l’AKP e l’opposizione laica nel paese in vista di delicati appuntamenti come il referendum del 12 settembre sul pacchetto di riforme costituzionali e le elezioni del 2011, ed alla luce della nuova offensiva del PKK e dell’impasse del processo di democratizzazione volto a risolvere la questione curda… LEGGI TUTTO L’ARTICOLO su MedArabNews
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… I giornali hanno riportato le seguenti parole dell’ambasciatore Bozkir, pronunciate martedì durante una conferenza a Smirne: “Il sogno dell’Unione Europea è finito. L’UE non è più un luogo che fornisce denaro ai nuovi aderenti, ma è un’area che deve affrontare i problemi dei suoi stessi membri.” L’ambasciatore Bozkir ha continuato il discorso, puntualizzando che questo non significa che la Turchia abbia rinunciato alla sua candidatura all’UE, e aggiungendo che egli si aspetta ancora l’ammissione di Ankara, da lui definita “inevitabile” se vista dalla prospettiva dell’Europa. Ma le sue parole riflettono chiaramente uno stato d’animo crescente in Turchia riguardo all’Europa, certo non positivo… LEGGI TUTTO L’ARTICOLO su MedArabNews
Komorowski, campione di un paese ‘normale’
Matteo Tacconi, “Europa”, 18 giugno 2010
Una vita a combattere il comunismo, è lui il favorito nel voto domenica
Sappiamo tutto di Jaroslaw Kaczynski, capo del partito conservatore Diritto e Giustizia (PiS) e candidato alla presidenziali polacche di domenica, convocate in anticipo dopo la morte nell’aprile scorso del gemello Lech, cui spera di succedere. Sappiamo tutto. A partire da quell’impasto di nazionalismo, populismo e paternalismo che costituisce l’essenza delle sue posizioni politiche. A seguire con le scelte discutibili intraprese al tempo in cui la Polonia, tra il 2006 e il 2007, è stata affare di famiglia, con Jaroslaw primo ministro e Lech capo dello stato.
Si conosce molto anche della sua vita privata. È risaputo che, tredicenne, recitò con il gemello nel film I due che rubarono la luna. Oppure che non è sposato e ha vissuto con la madre Jadwiga finché, gravemente malata, quest’ultima non è stata ospedalizzata . Adesso, a fare compagnia a Jaroslaw è rimasto l’amatissimo gatto Alik. «Il mio unico compagno di letto», tenne a precisare in passato il capo del PiS, smentendo una presunta relazione con la collega di partito Jolanta Szczypinska.
Tutto si sa di Jaroslaw Kaczynski. Poche, invece, le informazioni biografiche su Bronislaw Komorowski, il grande favorito. LEGGI TUTTO
Il ruolo dell’Europa?
Europa znowu staje się zakładnikiem rosyjskiej wojny gazowej. Tym razem chodzi o konflikt między Moskwą a Mińskiem, który Białoruś postanowiła umiędzynarodowić przez wstrzymanie tranzytu rosyjskiego gazu dalej na zachód Europy. Vedi
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La Ue alla Bielorussia: attacco all’intera Europa
“Sole 24 Ore“, 24 giugno 2010
Martedì Gazprom aveva detto di sperare di risolvere la faccenda «nel giro di giorni, se non di ore». Ma questa guerra del gas con la Bielorussia invece di risolversi si intensifica, e a parte la stagione assomiglia sempre di più ai drammatici confronti con l’Ucraina che hanno coinvolto l’Europa negli inverni 2006 e 2009.
Prima tappa: Gazprom chiude gradualmente i rubinetti. Lo ha fatto lunedì, riducendo le forniture alla Bielorussia del 15% dopo il fallimento delle trattative sui debiti di Minsk. Martedì un altro taglio del 15%, ieri i flussi sono calati del 60 per cento. Nessuna conseguenza per l’Europa, insiste il monopolio russo del gas. E invece i consumatori sono già stati trascinati nel conflitto: la Bielorussia, come un tempo l’Ucraina, per ritorsione ha bloccato il gas destinato all’esportazione.
Al terzo giorno di crisi – seconda tappa – il primo paese confinante ha registrato un calo del 40%: la Lituania ha lanciato l’allarme. Durissima la reazione di Bruxelles: «Questo non è un problema di un solo stato membro – ha dichiarato il commissario all’Energia Günther Öttinger – è un attacco all’intera Unione Europea. Il governo della Bielorussia vuole coinvolgerci nei suoi problemi, e questo non va bene». Dalla Lituania una diramazione del gasdotto Yamal arriva a Kaliningrad, avamposto russo stretto tra Lituania e Polonia. Le tappe successive potrebbero essere una ricaduta sulla Polonia, e poi sulla Germania.
Il nocciolo del problema è una questione di soldi. Attraverso la Bielorussia Gazprom invia in Europa 30 miliardi di metri cubi all’anno, prezzo medio 308 dollari per mille metri cubi. Le forniture destinate al consumo interno bielorusso invece godono ancora di uno sconto previsto in un accordo del 2006, una formula che si avvicina ai livelli di mercato passando dai 150 dollari del 2009 ai 169 del primo trimestre 2010, ai 184 dollari del secondo. Aumenti che la Bielorussia, in gravi difficoltà economiche, non riconosce, accusando a sua volta Gazprom di essere in arretrato sui diritti di transito, per 260 milioni di dollari. Per i russi la colpa è dei bielorussi, che non avrebbero inoltrato i moduli per i pagamenti. Leggi tutto
WYBORY PREZYDENTA ZECZYPOSPOLITEJ POLSKIEJ — II TURA WYBORÓW — 4 lipca 2010 r
UWAGA!!! UWAGA!!! UWAGA!!! UWAGA!!! UWAGA!!! UWAGA!!! UWAGA!!!
Szanowni Państwo,
W nawiązaniu do wcześniejszego pisma z dnia 10 czerwca br., uprzejmie przypominam, że w okręgu konsularnym Wydziału Konsularnego Ambasady RP w Rzymie w dniu 4 lipca 2010 r. będzie można głosować w następujących obwodowych komisjach wyborczych:
- Obwodowa Komisja Wyborcza nr 251 w Rzymie z siedzibą przy Ambasadzie RP w Rzymie,
Via Pietro Paolo Rubens, 20 — 00197 Rzym (wejście od via Sassoferrato 10)
oraz
- Obwodowa Komisja Wyborcza nr 263 w Neapolu z siedzibą przy organizacji polonijnej
Stowarzyszenie Przyjaźni Polsko-Włoskiej w Kampanii Corso Umberto I, 109 — 80138 Neapol Lokale wyborcze otwarte będą w godzinach od 6.00 do 20.00
Jednocześnie informuję, iż w stosunku do wcześniej podawanych informacji nastąpiła zmiana zasad dotyczących sporządzania spisu wyborców w drugiej turze wyborów Prezydenta RP zarządzonej na dzień 4 lipca 2010 r. (nie dotyczy osób, które dokonały zgłoszenia na listę wyborców przed I turą wyborów).
W dniu 22 czerwca 2010 roku Wydział Konsularny Ambasady RP w Rzymie został poinformowany o zmianie zasad dotyczących sporządzania spisów wyborców w drugiej turze wyborów Prezydenta Rzeczypospolitej Polskiej zarządzonej na 4 lipca 2010 roku.
Państwowa Komisja Wyborcza ogłosiła informację o warunkach udziału w ponownym głosowaniu w wyborach Prezydenta Rzeczypospolitej Polskiej w dniu 4 lipca 2010 r., w której określa warunki udziału wyborców w tym głosowaniu. W punkcie II pkt. 3 stwierdza się: „Wyborcy w obwodach głosowania utworzonych w kraju oraz za granicą i na polskich statkach morskich w okresie między dniem pierwszego głosowania a dniem ponownego głosowania mogą być dopisani do spisu wyborców na własny wniosek”.
Oznacza to, że ponownie uruchomiony zostaje elektroniczny system rejestracji wyborców.
Rejestracji można dokonać osobiście na stronie internetowej Ministerstwa Spraw Zagranicznych w Warszawie: https://wybory.msz.gov.pl
Od osób, które nie mają dostępu do internetu, Wydział Konsularny Ambasady RP w Rzymie w okresie do 01 lipca 2010 do godz. 24.00 przyjmuje zgłoszenia o wpisanie do spisu drogą elektroniczną: konsul@infopolonia.it, faksem: +39.06.36204322, telefonicznie: +39.06.36204307 lub osobiście w siedzibie Wydziału Konsularnego w Rzymie, Via di S. Valentino 12/14.
Osoby, które znajdują się w spisie wyborców (także te, które nie wzięły udziału w pierwszej turze głosowania) nie powinny dokonywać ponownej rejestracji.
Do spisu wyborców można się dopisać wyłącznie do dnia 1 lipca 2010 r. do godz. 24.00
Uprzejmie proszę Państwa o przekazanie powyższych informacji jak największej liczbie naszych obywateli zamieszkałych, bądź pracujących w rzymskim okręgu konsularnym.
Z poważaniem
Jadwiga Pietrasik
Kierownik Wydziału Konsularnego
Ambasady RP w Rzymie
PER MAGGIORI DETTAGLI VEDI
Vedi il sito di Michal Dembinski
Si è votato ieri domenica per le presidenziali in Polonia. Vedi
Hanno votato in tutto il 54,94% degli aventi diritto.
Secondo la fonte ufficiale della Commissione elettorale statale PKW, il presidente della Camera bassa Bronisław Komorowski, liberale, appartenente allo stesso partito del primo ministro Tusk (PO, Piattaforma civica) , ha ottenuto il 41,54 per cento. Komorowski in patria ha intercettato soprattutto il voto delle città (46,73%).
Il conservatore Jaroslaw Kazynski (PIS, Libertà e Giustizia) si è attestato al 36,46%. Kaczynski ha intercettato in patria le preferenze della campagna (45,31%).
Il candidato socialdemocratico Gregorz Napieralski ha ottenuto il 13,68 per cento. Quando si andrà al secondo turno (4 luglio), i voti del suo elettorato saranno determinanti?
Si precisano 2 Polonie, la cui linea di divisione ricalca il tracciato delle spartizioni della Polonia. Abbiamo una Polonia dell’Ovest (Komorowski), l’altra Polonia è a Est (Kaczynski). Vedi le 2 cartine di Gazeta Wyborcza: la prima cartina ha la forma di una mezzaluna (Komorowski è forte a Ovest e nel nord baltico e nel sud-ovest) - la seconda cartina è più compatta e riguarda Kaczynski (forte nel centro-est e nel sud-est): 
I polacchi che hanno votato all’estero (163.614) hanno dato il 48,36% delle loro preferenze a Komorowski e il 37,22% a Kaczynski. A Napieralski il 7,18%.
Voto in controtendenza nel seggio di Roma dove hanno votato 2142 persone: Kaczynski ha ottenuto circa il 47% dei voti validi con 1153 preferenze, Komorowski circa il 31% (con 757 voti), terzo Marek Jurek con circa il 4% (104 voti – mentre all’estero ha avuto il 0,97% di preferenze e a livello nazionale ha ottenuto solo il 1,06% dei voti), quarto Napieralski con circa il 2% (62 voti).
Gli altri due seggi italiani erano uno a Milano (994 votanti di cui 531 per Komorowski, 316 per Kaczynski e 61 per Napieralski) e l’altro a Napoli (120 votanti di cui 55 per Kaczynski, 50 per Komorowski e 8 per Napieralski).
Totale Italia: Kaczynski 1554 e Komorowski 1338.
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Tutti i commentatori polacchi sottolineano la mancanza di un vero dibattito elettorale e soprattutto le sviste dei sondaggisti che hanno disegnato scenari che non si sono avverati. Nessuna sorpresa per quanto riguarda i nomi (Komorowski, Kaczynski) che entrano nel secondo turno. Due sorprese per quanto riguarda i rapporti di forze: la rimonta di Kaczynski (che ha lavorato molto sul territorio col suo zoccolo duro e ha mobilitato tutti gli attivisti) + il successo di Napieralski (il giovano passato dalla serie B o C della politica alla serie A, intercettando anche il voto dei giovani) = affiorano i primi dubbi sulla tenuta di Komorowski nel secondo turno. La partita si giocherà, pare, sulle questioni sociali. Il PIS, tra l’altro, accusa il PO di voler privatizzare la Sanità. La propensione “sociale” di Kaczynski attirerà i voti dell’elettorato di sinistra? Se il PIS si “allea” con la sinistra dello SLD, cosa farà la destra che ha votato i candidati minori: voterà Kaczynski o si asterrà? L’elettorato di Komorowski sarà capace di mobilitarsi o il giorno del voto andrà per mari e monti?
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Dalla RASSEGNA ITALIANA, di Ada Pagliarulo e Paolo Martini di lunedì 21 giugno 2010
La Stampa ricorda che la legge chiede il 51 per cento dei consensi per l’elezione al primo turno. E sottolinea che le prossime due settimane saranno infuocate per un Paese che insegue la stabilità politica necessaria ad agevolare la marcia attraverso la difficile congiuntura che finora l’ha risparmiata (per la Commissione Ue il tasso di crescita di Varsavia per il2010 sarà del 2,7%, ma per l’adozione della moneta unica sarà necessario un taglio della spesa pubblica, poiché il rapporto deficit-Pil, stimato al 7 per cento per fine anno, è ancora più che doppio rispetto ai requisiti per entrare nell’Eurozona).
Non c’è stato “l’effetto Katyn”, scrive Luigi Ippolito sul Corriere della Sera commentando il mancato plebiscito per Jaroslaw Kaczynski, fratello del presidente Lech, morto nella sciagura aerea di Smolensk, nel giorno delle celebrazioni dell’eccidio di Katyn. Non c’è stata quell’ondata emotiva che avrebbe potuto portare Jaroslaw alla presidenza della Repubblica. Ma è una “buona notizia per l’Europa”, poiché “Varsavia smetterà di remare contro lo spitrito comunitario, come aveva invece fatto Lech, che aveva gettato fino all’ultimo sabbia nell’ingranaggio del Trattato di Lisbona”. Ed è una buona notizia “anche per i rapporti tra Europa e Russia, in generale. I Kaczynski, con la loro avversione per Mosca, avevano fatto del loro Paese un cuneo nei rapporti fra la Ue e il Cremlino”…
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Dalla RASSEGNA ITALIANA, di Ada Pagliarulo e Paolo Martini di martedì 22 giugno 2010
La Repubblica parla di un “ballottaggio all’ultimo voto in Polonia”, visto che “solo quattro punti separano il liberal Komorowski dall’autoritario Kaczynski”. Il pezzo è corredato da un’intervista ad uno dei leader del dissenso, nonché fondatore del quotidiano Gazeta Wyborcza, Adam Michnik. Dice che a Varsavia si ripete un fenomeno diffuso in tutta Europa, poiché avunque si vedono tendenze populiste e xenofobe. Il rischio che vinca Kaczynski esite, ma “dipende molto dalle scelte degli elettori che al primo turno hanno votato per la sinistra” (Ricordiamo che il candidato della sinistra dell’Sld, Napieralski, ha ottenuto il 13,9 per cento, ndr). Per Michnik “l’elettorato di Kaczynski è composto in buon aparte da poveri, poco istruiti, come quello della Sld. Ma Komorowski, se vincerà al ballottaggio, può dare ai seguaci dell’Sld la certezza di uscire dall’emarginazione”.
“Kakzynski resiste, gara aperta in Polonia“, titola Il Sole 24 Ore: “il risultato smentisce gli exit poll: il superfavorito Komorowski avanti di soli 4 punti”.
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Dalla RASSEGNA ITALIANA, di Ada Pagliarulo e Paolo Martini di mercoledi 23 giugno 2010
Il Foglio offre ai lettori anche un punto di vista diverso sulla vicenda di Pomigliano: quello dei polacchi, visto che il governo vuole impedire che la Fiat chiuda il grande impianto di Tychy, nel sud del Paese, il cui destino è legato all’evoluzione della trattativa su Pomigliano. Il candidato alle presidenziali conservatore Jaroslaw Kaczynski, che parteciperà al ballottaggio del 4 luglio, ha chiuso la propria campagna elettorale di fronte ai cancelli di Tychy, dicendo: “Questa fabbrica è in salute. Gli affari sono buoni e non c’è alcun motivo per chiudere. Se Fiat prenderà una decisione del genere, non sarà per una ragione economica, ma per le pressioni politiche ricevute dal governo italiano e dal premier Berlusconi”. Persino gli storici leader di Solidarnosc, secondo Il Foglio, sono decisi a muoversi per impedire che i 7mila operai dell’impianto rimangano senza lavoro.
Gustaw Herling (1919-2000), lo scrittore polacco che ha vissuto a lungo all’ombra del Vesuvio, è stato uno degli ideatori del progetto dell’ancora nel momento della sua nascita e fra i primi collaboratori della casa editrice. A dieci anni dalla sua scomparsa, vogliamo ricordarlo con un significativo invito alla lettura, offrendo tutti i suoi libri ad un prezzo eccezionale. Fino al 4 luglio ve li riproponiamo tutti al 40% di sconto!
ricordare, raccontare. conversazione su salamov [1999]
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variazioni sulle tenebre. conversazione sul male [2000]
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requiem per il campanaro [2003]
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l’isola [2003]
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Joseph Conrad, fossoyeur du mythe colonial
Marc Delrez, Politique, Juin 2010 (n°65)
De manière inattendue peut-être, c’est l’État indépendant du Congo, ainsi qu’on appelait cette colonie avant 1908, qui sert de toile de fond au plus lucide brûlot anti-impérialiste de la littérature anglophone, un court roman de Joseph Conrad intitulé Au Cœur des ténèbres (1899) [1]. Ce texte, qu’on étudie aujourd’hui pour des raisons esthétiques comme l’un des premiers grands classiques de la littérature européenne du XXe siècle, continue par ailleurs de stimuler l’imagination post-coloniale contemporaine, et ce pour des raisons tout autant politiques, ainsi qu’en atteste la longue liste d’hommages, de liens intertextuels, et de ré-écritures en tous genres émaillant la bibliographie d’auteurs tels que le Trinidadien V.S. Naipaul (Un Méandre dans la rivière, 1979), l’Australien Patrick White (Une Frange de feuilles, 1979), ou encore Derek Walcott, le poète de Sainte-Lucie – pour n’évoquer que des Prix Nobel relativement récents. Dans un autre registre, celui de la transposition à la Guerre du Vietnam et au mode cinématographique, ce même texte de Conrad devait inspirer Apocalypse Now, le célèbre film de Francis Ford Coppola.
Pourquoi cet intérêt pour la colonisation « à la belge » de la part d’un auteur portant un passeport britannique, qui aurait pu sans difficulté se rapporter à des réalités plus familières pour un sujet de Sa Majesté la Reine Victoria ? C’est que Conrad, de son vrai nom Teodor Josef Konrad Korzeniowki, n’était pas un citoyen britannique comme les autres. Né en 1857 de souche polonaise dans ce qui était devenu, depuis la division de la Pologne en 1772, une province occidentale de la Russie, Conrad allait perdre tôt ses parents, militants pour une patrie indépendante, des suites de la répression exercée par l’oppresseur moscovite. On comprendra que l’écrivain à venir ait conservé de sa jeunesse tourmentée une farouche opposition à toute forme d’expansion impérialiste, laquelle serait bientôt alimentée par ses observations de voyageur invétéré.
Recueilli par un oncle bienveillant qui veillera à lui assurer une éducation, d’abord à Cracovie puis à Genève, Conrad n’aura de cesse que son tuteur l’autorise à parcourir les vastes mers. Il parviendra à ses fins avec un contrat d’embauche dans la marine marchande française, grâce à laquelle il allait connaître pendant quatre ans une vie tumultueuse et riche en aventures. Il va voyager aux Caraïbes et au Venezuela, dilapider une petite fortune auprès de diverses maîtresses, et se retrouver impliqué dans une sombre affaire de contrebande d’armes pour le compte des Carlistes (les partisans de don Carlos de Bourbon, prétendant au trône d’Espagne après la mort de son frère Ferdinand VII). Il ne réchapperait que de justesse à une tentative de suicide en 1878, avant que les autorités françaises ne lui interdisent de poursuivre ses activités dans la marine marchande. C’est à ces circonstances romanesques que la langue anglaise doit l’éclosion quelques années plus tard d’un de ses plus grands talents d’écrivain. Conrad en effet allait naviguer, pendant les seize années suivantes, sur des navires battant pavillon britannique, pour ensuite adopter cette nationalité, en 1887. C’est ainsi qu’à la suite d’une étonnante série de métamorphoses, qui le verrait se transformer de marin français en marin anglais puis en écrivain, il allait entamer à plus de quarante ans une époustouflante carrière littéraire dans ce qui devait n’être, au mieux, que sa troisième langue parlée. Leggi tutto
100 days of Yanukovych – the path to total power
The new government is moving towards taking control over the informational sphere and the mass media. Meanwhile the opposition, which is divided internally and lacks a plan of action, has shown itself incapable of resisting the government, including in those cases where the latter has broken the law. Leggi tutto - sulla riforma leggi - sulla nuova politica estera leggi e ancora qui e soprattutto qui e qui.
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