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Appunti sulla Polonia scritti a Torino e dintorni

Vicino a Torino, a Chivasso, incontro con Manuela Gretkowska, scrittrice forse più famosa all’estero per aver fondato qualche tempo fa il partito delle donne. Tesse le lodi della democrazia francese, del modello scandinavo di educazione scolastica (in Polonia invece vige a parer suo "un modello educativo autoritario") e della Svezia "paradiso della donna". Spiega che non avendo soldi aveva il problema di riuscire a farsi notare e a far parlare del suo partito a costo zero. Insieme alle compagne ha inventato allora questo manifesto che ha fatto il giro della Polonia, e non solo:gretkowska
Durante l’incontro chiedo alla Gretkowska quali sono secondo lei i principali cambiamenti mentali, culturali e letterari in Polonia negli ultimi vent’anni. Risponde: la libertà, la libertà di parola, anche il fatto che gli autori hanno potuto rompere col senso di dovere nei confronti della patria e del patriottismo. Certo alcuni critici hanno detto che dopo l’Ottantanove si credeva che gli autori polacchi avrebbero tirato chissà quali capolavori dai cassetti, invece i cassetti sono risultati vuoti, privi di capolavori. Lei questo però questa tesi non la sposa del tutto. Le pare invece che passato il primo periodo di sbandamento per la libertà ri-trovata (la libertà è talvolta un’illusione), oggi emergono temi (come l’omosessualità) e autori molto interessanti. Parlando della società polacca, che lei vede molto diversificata, Gretkowska si è soffermata poi sulla morte di papa Giovanni Paolo II. Secondo lei ciò che è accaduto allora in Polonia è la cartina di tornasole che rivela le mentalità polacche. Per una settimana, per un mese, la nazione vive un dramma epocale, si parla di generazione GPII. Poi, invece, subito dopo, più niente, silenzio, oblio, persino la generazione GPII è scomparsa. Ecco, a suo dire, l’esempio significativo dell’operetta polacca: isteria esteriore, grandi gesti, ma dentro il vuoto – nel vuoto polacco si sprofonda. Nel complesso Manuela Gretkowska offre un quadro della Polonia con molte ombre, a tratti cupe, il che contrasta con i suoi continui sorrisi, il suo sottolineato buon umore e la vocina simpatica.
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Il giorno dopo, martedì 7 ottobre, sempre a Chivasso, presentazione e dibattito intorno a due libri. Il primo: Antonina Kloskowska, Alle radici delle culture nazionali, a cura di Anna Czajka,
Diabasis, Reggio Emilia 2007.  
La tesi sostenuta da Antonina Kloskowska e ripresa da Anna Czajka è incentrata su una concezione culturalistica della nazionalità cui corrisponderebbe una variabilità delle condizioni umane entro le quali tale nazionalità viene a formarsi. Ciò che si propone, dunque, non è una soluzione al problema dell’identità ma una prospettiva di ricerca ispirata alla plurinazionalità della situazione polacca (Nello spazio chiamato Polonia si formano varie identità è il punto di partenza e di arrivo) e mondiale attuale. Il libro curato da Czajka è un ottimo esempio di sociologia empirica basata su un variegato insieme di testimonianze ed esperienze, autobiografie, interviste, "conversioni" da una identità nazionale a un’altra, "allontanamenti " o "atti di rifiuto" di una data identità. Il tema dell’identità vi è indagato da un punto di vista soggettivo, a partire dalla soggettività della persona stessa, vi sono doppi sguardi, vi può essere bivalenza, trivalenza o anche polivalenza culturale come nel caso di Czapski, di cui si esplora in particolare la polonità oltre a quella molto diversa di Gombrowicz. La frase: "Dialogo tra le diverse culture all’interno stesso di alcune personalità". La Polonia fino alla fine della seconda guerra mondiale era una società complessa, paese con moltissime identità fra loro non conflittuali, paese al crocevia di diverse culture (polacche, ucraine, rutene, ebraiche, tedesche, russe, bielorusse, armene eccetera ). Vedi la varietà delle tombe a Montecassino: soldati polacchi, ebrei ma anche qualche mezzaluna. Ne deriva la difficoltà a trovare un elemento singolo per definire la cultura polacca, l’identità polacca. Il processo di identificazione non può essere dato per scontato e non è per forza unico. Complessità insita nelle persone stesse, non vi è una maniera semplice di definire l’identità polacca, nei fatti continue sovrapposizioni. Oggi al contrario omogeneità. La contrapposizione con un "altro" rende tutto più facile, si tagliano i ponti e l’identità appare subito palpabile nel rifiuto. Tema importante nel caso polacco è la sovrapposizione di esilio interiore ed esilio esteriore, si emigra all’estero (producendo talvolta capolavori) ma ci si sente immigrati anche in patria (bel tema del silenzio). Donde l’importanza così grande in Polonia e nell’Europa del Centro-Est della memoria: nel passato si conservano gli elementi della sopravvivenza, che possono esprimersi attraverso testimonianze scritte e orali e monumenti, ma pure attraverso varie forme di espressione artistiche.
Per definizione del "canone della cultura", vedi p. 84.
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Il secondo libro è una novità appena fresca di stampa:
Krystyna Jaworska (Ed.), Polonia tra passato e futuro. Percorsi di cultura contemporanea, Milano, Franco Angeli, 2008
Il volume offre alcuni saggi sui vari aspetti della cultura polacca contemporanea e su temi quali i nessi fra cultura e storia del Novecento, il trauma della guerra e gli spostamenti di confine, il ruolo della censura, il rapporti tra intellettuali e potere, l’editoria prima e dopo il 1989, il mito delle piccole patrie, la presenza ebraica. Contributi di: Alessandro Ajres, Marco Brunazzi, Olimpia Burba, Roberta Chionne, Marta Herling, Krystyna Jaworska, Wojciech Jekiel, Danuta Lubina-Cipińska, Silvia Parlagreco, Jan Prokop, Dario Prola, Laura Quercioli Mincer, Valeria Rossella.
Durante la discussione mi capita di pensare che il sottotitolo del libro, "tra passato e futuro", è una ottima definizione 
del periodo 1989 e 2004, ovvero degli ultimi vent’anni quando da una parte bisognava staccarsi dal passato comunista e talvolta per farlo si andavano a cercare modelli lontani (come quelli derivati dal Ventennio tra le 2 guerre mondiali); e d’altra parte si tendeva con tutte le forze verso un obiettivo molto preciso proiettato nel futuro: ancorarsi all’Ovest, all’Europa, all’Occidente. Oggi, dopo il 2004, l’incapacità polacca di guardare al futuro può spiegarsi nell’ambito della fase di decompressione dopo il parto, il passaggio da un sistema all’altro, verso Occidente, con l’ingresso in NATO e UE. Ma la vera sfida per la Polonia non è il racconto sul passato (la questione appassiona soprattutto le élite) ma la sua capacità di inventarsi nuove mete per il futuro, che è un tema che può interessare tutti i polacchi. Vedi le formule contrapposte profilate da Kaczynski e da Tusk. Elaborare una visione del futuro pare comunque difficile. La classe dominante in Polonia pare assorta dal corto termine della "politique politicienne" e la crisi del capitalismo finanziario ci dice che il bello è già passato, è la fine di una congiuntura internazionale ed economica favorevole alla Polonia, si entra in una nuova fase di turbolenza, di difficoltà, di emergenze (mondiali, quindi anche polacche).

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