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La Polonia, la Georgia, l’Europa, l’America

La Polonia, la Georgia, l’Europa
di Paolo Morawski
articolo in gran parte pubblicato in Limes QS 3/08, "Russia contro America, peggio di prima", pp. 177-183
La stampa internazionale di metà agosto ha ampiamente commentato la visita di Nicolas Sarkozy, presidente di turno dell’UE, andato a Mosca e a Tbilisi per mediare un cessate il fuoco tra russi, georgiani, osseti e abkhazi. Quasi colti di sorpresa per il suo attivismo, molto centrato sulla sua persona, i partner dell’UE 27 hanno finito per avvalorarne l’operato. Scarso rilievo nella percezione della pubblica opinione europea ha avuto invece (nelle stesse ore!) la parallela visita di solidarietà dei presidenti di Estonia, Lituania, Polonia e Ucraina, i quali, insieme al premier della Lettonia, erano accorsi il 12 agosto a Tbilisi a dare sostegno morale ai georgiani e al loro presidente Mikhail Saakashvili. Sommando le due visite (e il lavoro dietro le quinte di italiani e tedeschi) si può senz’altro dire che per una volta l’Europa è stata immediatamente e attivamente presente, seppur in ordine sparso e con non poche diversità di toni, nel momento in cui una (brevissima, si spera) guerra scoppiava alle sue periferie orientali. E ciò nonostante le ferie estive. Tanta attenzione per il Caucaso da parte dell’UE 27 non è affatto banale, se si considera il silenzio che ha pesato sulla tragedia cecena; e, in generale, il disinteresse europeo che ha finora avvolto l’area post-sovietica non russa.
Nell’agosto 2008 l’Europa sul piano internazionale appare, dunque, dinamica e al tempo stesso al suo interno divisa, sebbene meno spaccata che in occasione della guerra in Iraq. A Tbilisi, Nicolas Sarkozy e i rappresentanti dell’Est dell’UE hanno avuto un fugace incontro in cui ciascuno degli interlocutori è rimasto – pare – sulla propria impostazione, senza alcun coordinamento. Per il presidente francese “quando la casa brucia, la priorità è di spegnere il fuoco”, cioè: agire, negoziare, non stare a guardare né limitarsi a condannare o denunciare. Su un punto essenziale i Cinque dell’Est convenuti a Tbilisi hanno però criticato il compromesso che egli ha proposto ai russi e ai georgiani a nome dell’UE. Il piano francese era totalmente allineato ai desiderata della Russia: non garantiva l’integrità territoriale della Georgia; concedeva ai russi il diritto di difendere con le armi i suoi cittadini e le minoranze russone fuori dai confini nazionali; infine accordava agli eserciti di Mosca una non ben definita zona di sicurezza tampone in pieno territorio georgiano, ossia dentro uno Stato straniero e sovrano. Così la crisi georgiana ha riproposto fin dal primo momento non solo una differenza di accenti, bensì l’esistenza di due fronti principali. Da una parte Francia, Germania, Italia: la “vecchia” Europa, nelle semplificazioni geopolitiche, preoccupata soprattutto di non provocare né isolare la Russia. Dall’altra la Gran Bretagna e le tre repubbliche baltiche, l’Ucraina, la Polonia: la “nuova” Europa, che chiede maggiore coerenza e fermezza nei confronti della Russia. Tuttavia la frattura che attraversa l’Unione Europea non solo è mutevole, ma è tanto deprecata quanto poco analizzata. Sarebbe al contrario particolarmente importante cercare di capire il punto di vista della “nuova” Europa – in questo caso sulle vicende georgiane viste qui attraverso il prisma polacco.
Come ha spiegato in varie interviste il presidente Lech Kaczyński, i Cinque sono corsi in aiuto di Saakashvili per far sì che questo presidente pro-occidentale, democraticamente eletto, rimanesse al suo posto. Si sono precipitati a Tbilisi per difendere i “principi e i valori dell’UE” – motivazione retorica forse, ma certamente positiva. A Tbilisi sono andati per dire “no” alla Russia che vorrebbe sottomettere tutti i suoi vicini, compresa la piccola Georgia. Inoltre per ribadire la speranza che la Georgia, aggredita e occupata dalla Russia, entri al più presto nella NATO. Anzi, a essere precisi, secondo Lech Kaczyński a Tbilisi la Polonia è andata per “iniziare la lotta” (by podjąć walkę) contro la Russia che ha svelato in Georgia il suo rinascente volto imperiale. Affermazione forte che contiene perlomeno due temi su cui continuano ad esercitarsi le riflessioni polacche.
Cominciamo dalla fine, dal secondo tema. Riguarda la tesi, condivisa dalla maggioranza dei polacchi, che bisogna avere il coraggio di chiamare la politica russa per nome ossia definirla per quello che è oggi: neoimperiale e revanscista. La Russia non solo è di ritorno, ma ancora una volta nella sua storia cerca di costruire la propria identità entrando in conflitto con i propri vicini e attraverso il contrasto con altri soggetti nel mondo. Se, dunque, i polacchi riconoscono in linea generale nell’intervento dei georgiani in Ossezia un pesante errore (vi sono stati in proposito articoli non teneri), sono tuttavia sensibili al contesto in cui l’errore si è verificato. Tendono a ricordare che i georgiani sono stati colonizzati dai russi per due secoli e che questi ultimi, anche dopo l’indipendenza georgiana del 1991, hanno moltiplicato vessazioni e provocazioni nei loro confronti. Nell’ultimo periodo poi facevano particolarmente leva sugli antagonismi etnici e sui movimenti separatisti. Non va dimenticato che l’Ossezia del sud e l’Abkhazia sono state sottoposte fin dal crollo dell’URSS a un duplice processo: cacciata dei georgiani e russificazione dei non-georgiani. Persino Eduard Shevardnadze, l’ex presidente della Georgia nel 1992-2003, non fu in grado di sedarne la ribellione. L’analisi dominante, dunque, è che da una parte si scontano gli effetti di una lunga storia; dall’altra anche la politica ha le sue colpe nel medio e breve termine. Per molti osservatori polacchi è stato proprio l’ultimo vertice NATO di Bucarest nell’aprile scorso a creare le premesse all’odierno sconfinamento militare della Russia, perché non ha aperto le porte alla Georgia adducendo, guarda caso, come causa della sua bocciatura i suoi non risolti equilibri in Ossezia meridionale e Abkhazia.
Al contrario ha suscitato molte controversie in patria il tema centrale lanciato a Tbilisi da Lech Kaczyński, ovvero l’appello alla “lotta”. Buon parte dei media polacchi lo considera un estremismo verbale, un gesto aggressivo inutilmente teso alla contrapposizione con la Russia. Per nobili che siano le intenzioni ideali dei Cinque, è del tutto da dimostrare – si è scritto da più parti – che la chiamata polacca alla battaglia in difesa della causa georgiana le giovi effettivamente o sia utile agli interessi polacchi e a quelli dell’UE. È fin troppo facile osservare infatti che l’invito enfatico alla “pugna” è stato emesso in un contesto di conflitto reale, davanti a una popolazione in guerra che non aveva certo voglia e tempo di distinguere tra “lotta armata”, “lotta politico-ideale” e retorica bellicista. Le popolazioni postsovietiche e postcomuniste hanno perfettamente capito il linguaggio e il messaggio: ci siamo precipitati qui per esprimervi la nostra solidarietà, siamo contro questa aggressione russa, siamo qui per difendere la vostra indipendenza, per la vostra e la nostra libertà. Ciò che non si è ripetuto invece in questo caso è la scarica di emotività che ha attraversato l’intera Europa, anzi l’intero Occidente in altri momenti storici: con Solidarność nel 1980-81, col Muro di Berlino nel 1989, con la “rivoluzione arancione” a Kiev nel 2004.Questa volta la presenza dei Cinque sulla piazza di Tbilisi non ha minimamente trascinato le società occidentali neppure sul piano immaginativo. Anzi, nella sua ambiguità, il richiamo di Kaczyński alla “lotta”, non essendo stato seguito da alcun invio di truppe né polacche né NATO né UE, ad alcuni, nella stessa Polonia, ha ricordato un poco coraggioso “armiamoci e partite”. D’altra parte la Dichiarazione sul Caucaso firmata da Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia – in cui quattro membri dell’UE e della NATO chiedono di congelare tutti i tavoli di dialogo con la Russia in risposta alla sua politica “imperialista” e “revisionista” nell’ Europa orientale – non è stata sottoscritta né dalle istituzioni europee né dai vicini dell’Europa centro-orientale (Repubblica ceca, Slovacchia, Ungheria) e neppure dai paesi dell’Europa occidentale. De facto tutti questi gesti sono rimasti isolati dal resto dell’UE.
In altre parole non si è ripetuto nel 2008 con la guerra in Georgia ciò che era accaduto nel 2004 con la “rivoluzione arancione” in Ucraina, quando la Polonia ha effettivamente svolto un ruolo utile e di rilievo internazionale. Allora il presidente Aleksander Kwaśniewski era volato a Kiev insieme con il rappresentante della diplomazia europea Javier Solana, quindi col mandato di tutta l’UE, per mediare tra russi e ucraini. Proprio il paragone tra il 2004 e il 2008 ridimensiona notevolmente l’azione dei Cinque, quindi del presidente Kaczyński che di questa azione è stato l’ispiratore e poi il leader. Dall’arsenale delle esperienze storiche polacche – è stato giustamente osservato – Lech Kaczyński avrebbe potuto attingere ben altre tradizioni che non quella della “lotta”. Non avendo alcun concreto piano politico da proporre, gli sarebbe stato facile per esempio esaltare il fatto che le tre repubbliche baltiche, la Polonia e l’Ucraina sono oggi capaci di convivere e lavorare insieme a dispetto della storia, malgrado il loro comune passato burrascoso, nonostante il sangue scorso tra di loro. Allo stesso modo avrebbe avuto buon gioco nel ricordare i benefici che continuano a portare alla Polonia la riconciliazione polacco-tedesca e la riconciliazione polacco-ucraina. Oppure avrebbe potuto suggerire l’ipotesi di una “tavola rotonda” tra tutti i contendenti del Caucaso sul modello di quella che si è svolta nel 1989 a Varsavia. E che dire dell’esempio di Solidarność che ha resistito in modo non violento alla legge marziale del generale Jaruzelski nella prima metà degli anni Ottanta? Tirando le somme, a Tbilisi si è persa una grande occasione per valorizzare simboli polacchi positivi, e per proporre un’immagine diversa da quella abitualmente proposta dell’Est europeo. In definitiva Kaczyński ha confermato i pregiudizi sui polacchi più di quanto non li abbia invalidati. Di quanto sia “primitiva” la logica politica polacca sarà più facile ora ai russi convincere gli europei occidentali. Vero è d’altro canto che un’iniziativa come quella presa dal gruppo di leader dell’Est convenuti nella capitale georgiana può avere senso solo nell’ambito di una più ampia politica e diplomazia europea. Nel caso contrario si finisce per dividere (quindi indebolire) invece di unire (quindi rafforzare) l’UE. Più che a Tbilisi, ha consigliato qualcuno, bisogna correre a Berlino, Parigi, Roma, Madrid o Londra. Da questo punto di vista molto più in linea col resto dell’Europa appare la filosofia del governo polacco che cerca di mantenere aperta una linea di dialogo con la Russia. La circostanza indigna il presidente polacco: che orrore elemosinare buoni rapporti con Mosca mentre è in corso l’invasione della Georgia. Spiega il governo Tusk: non possiamo essere da meno degli altri paesi dell’UE e, soprattutto, non possiamo essere lasciati da parte in un dibattito che ci riguarda come paese da vicino, sarebbe grave.
Agli occhi degli ambienti più vicini al presidente Kaczyński già ora è grave un fatto: che gli europei occidentali non abbiano colto la novità di un’azione congiunta dei piccoli e medi paesi compresi tra il Baltico e il Mar Nero – e ciò a prescindere dagli eventuali difetti della loro spontanea iniziativa tesa a rialzare il morale dei georgiani. Con la loro simbolica presenza a Tbilisi i Cinque hanno voluto portare il sostegno alla Georgia dell’insieme degli abitanti della loro regione di provenienza, abitata da cento milioni di persone. Kaczyński ha ragione quando si lamenta che a questa rappresentanza è stato dato poco credito e ascolto da parte occidentale, quando punta il dito contro Sarkozy che non ha ritenuto utile coinvolgere l’Est dell’UE in una comune riflessione sulla Georgia. Se ciò accade, però, non dipende solo dalle singole personalità o dalle ambizioni particolari di ciascuno. Il non dare attenzione ai Cinque è stata l’ennesima dimostrazione dell’esistenza di una questione più generale, la cartina di tornasole di un problema strutturale. In questo come in altri frangenti l’esperienza storica delle nazioni ex vassalle o già appartenute all’URSS non è affatto sentita come un valore aggiunto. Il loro punto di vista non è preso in considerazione. A priori? Di certo, per reagire al ritorno della potenza imperiale russa o per decifrare la propaganda del Cremlino e la sua opera di disinformazione non si fa alcun ricorso alla loro specifica expertise. Al contrario sia gli appelli e i comportamenti più irrazionali sia i più saggi ragionamenti e ammonimenti esteuropei vengono, facendo di tutt’erba un fascio, letti attraverso una sola pregiudiziale, una sola chiave di lettura: la russofobia. I polacchi (e i baltici come gli ucraini occidentalizzanti) essendo, com’è noto, istericamente anti-russi la loro opinione non ha alcun peso. Non contano le loro analisi su come la Russia si stia oggi nuovamente allontanando dalle democrazie occidentali: ricalcando la tradizione autocratica dello zarismo e, al contempo, riprendendo l’aggressività bolscevica. Non conta se essi temono che dopo la Georgia toccherà all’Ucraina (in Crimea); e dopo l’Ucraina alle repubbliche baltiche, quindi alla Polonia. Come chiarisce il presidente Kaczyński non di un’aggressione militare russa hanno paura i polacchi, bensì di un vuoto europeo nel quale possa infilarsi il dominio russo attraverso la penetrazione economica e l’arma energetica.
La crisi georgiana ha evidenziato due dati salienti. L’Ovest dell’UE pensa ancora il mondo come se l’allargamento non fosse mai avvenuto, senza cogliere l’opportunità di arricchirsi attraverso il proprio Est, senza mai aprirsi alle attese o farsi carico delle preoccupazioni degli ex satelliti di Mosca. Alla visione internazionale del presidente Kaczyński manca invece il consenso della maggioranza degli europei. Non solo, ma gli fa pure difetto il pieno consenso interno, nella stessa Polonia. Considerando il perdurare della contrapposizione tra il Palazzo presidenziale e il governo (l’effetto più deleterio dell’attuale fase di coabitazione) non si capisce quale sia la concezione ultima della politica estera polacca. In reazione alla guerra russo-osseto-georgiana, Lech Kaczyński si è schierato in modo ostentato dalla parte della Georgia contro la Russia. Il premier Donald Tusk e il ministro degli Esteri Radosław Sikorski hanno preferito invece un profilo più basso, puntando soprattutto sulla ricerca di un linguaggio comune col resto dell’UE, con l’idea di un rafforzamento della sua azione. Secondo Tusk, nel caso della Georgia la Polonia deve dedicare le sue energie alla creazione di un fronte internazionale solidale e coeso; la sua voce deve accordarsi con quella dei maggiori protagonisti europei ed atlantici. In questa direzione il governo polacco starebbe peraltro collaborando da vicino con la diplomazia tedesca. Secondo alcuni esperti, Tusk e Sikorski hanno capito infatti che dipenderà soprattutto da Berlino, in Europa, quale sarà il limite dell’irruenza imperiale russa nel Caucaso, e non solo in quella regione. La stampa polacca segue con estremo interesse le riflessioni degli analisti tedeschi e soprattutto i movimenti della cancelliera Angela Merkel, le cui ultime prese di posizione – pro ritiro immediato dell’esercito russo dalla Georgia, contro una stabile fascia di sicurezza russa in Georgia, a favore del dispiegamento di una forza di intermediazione internazionale in Georgia composta dall’UE (quindi anche dalla Germania), a favore dell’intervento UE per la ricostruzione delle infrastrutture georgiane distrutte dai russi, pro rafforzamento della politica di vicinato dell’UE con la convocazione ad esempio di un vertice UE-vicini orientali, a favore dell’allargamento della NATO alla Georgia –  sono state salutate da molti in Polonia con viva soddisfazione, quasi con entusiasmo da taluni ambienti polacco-tedeschi. Tutto il contrario del disinteresse che ha accolto le interviste dell’ex cancelliere Gerhard Schrőder che lavora oggi per Gazprom e per il quale tutte le colpe vanno attribuite alla sola Georgia. Per gli esperti polacchi la discesa in campo della Merkel ancora non contraddice la politica di grande intesa e collaborazione tra Berlino e Mosca, ma almeno rende molto meno probabile una satellizzazione dell’intera Georgia da parte di Mosca. Ridà inoltre vigore all’ipotesi che, a guerra finita, l’UE possa investirsi in modo convinto nello spazio postsovietico, attraendo maggiormente verso di sé Georgia e Ucraina, già spinte verso Ovest dalle minacce e pressioni russe. Con la guerra ancora in corso si tratta di speculazioni, che ben si sposano però con le proposte lanciate a suo tempo da polacchi e svedesi sulla necessità per l’UE di darsi una nuova strategia verso i paesi che si trovano oltre il proprio Est (il progetto del cosiddetto Partenariato orientale).
L’emergenza georgiana avrebbe potuto spingere le élite politiche polacche verso una visione unitaria della loro politica estera. Così non è stato. La regola è rimasta la dissonanza, l’andare gli uni contro gli altri: presidente contro governo, Legge e Giustizia (PIS) contro Piattaforma Civica (PO), destra conservatrice contro destra liberale, media di una parte contro l’altra. La domanda che i più seri commentatori polacchi pongono è dunque: come si può essere efficienti ed efficaci agendo da cavalieri solitari, senza il necessario consenso interno ed esterno? Ne consegue la domanda successiva: perché il presidente e il governo non coordinano le loro azioni, non le rendono complementari? Perché, in altre parole, non si dividono realisticamente i compiti rafforzandosi a vicenda? L’interrogativo non è nuovo, nuovo è invece il contesto e il senso di urgenza con il quale esso viene riproposto all’attenzione dei vertici della Repubblica. Non sono pochi infatti coloro i quali sperano che la guerra russo-georgiana segni l’inizio della ridefinizione degli obiettivi strategici della politica estera polacca.
Sono passati più di quattro anni dall’ingresso nell’UE nel 2004 e vent’anni dal 1989. Se non ora, quando rispondere alla domanda sul ruolo che la Polonia, Stato di media grandezza, vuole svolgere in questa prima metà del XXI secolo? Su quali potrebbero essere le sue potenzialità e i suoi “interessi nazionali”? Il suo “posto” nel mondo contemporaneo, e soprattutto nell’UE oltre che nella NATO? Risposte a questi interrogativi le ha cercate tra il 2005 e il 2007 una destra litigiosa, attaccabrighe, poco incline al compromesso. Sotto la guida dei fratelli  Jarosław e Lech Kaczyński questa destra polacca talvolta ha vinto il suo braccio di ferro con l’UE (quando è riuscita a “europeizzare” la questione dell’embargo russo sulla carne polacca) e più volte l’ha perso (per esempio sulla questione del numero di voti di ciascun paese membro o sulla condanna dei crimini del comunismo). Per Lech Kaczyński le contese e i braccio di ferro non sono ancora finiti, al contrario. Sulla scena internazionale egli vuole, in sintesi, obbligare l’UE a ridefinire i suoi rapporti con la Russia per rendere Bruxelles più esigente per non dire meno accomodante nei confronti di Mosca. In patria le cronache di questi giorni riportano un continuo gioco al rialzo dei toni, soprattutto da parte del presidente. Quasi egli fosse l’unica e vera opposizione in Polonia, non perde occasione per criticare apertamente il governo, il premier, il ministro degli Esteri. Critiche ampiamente ricambiate, anche se con toni più diplomatici. Una situazione a tratti intollerabile nella quale la posta in gioco immediata è, Costituzione alla mano, la definizione delle rispettive competenze istituzionali, specie per quanto riguarda i rapporti tra presidente e premier su tutte le questioni UE (quindi anche UE-Russia). In una prospettiva di più lungo termine non sfugge a nessuno che le mosse di Kaczyński e di Tusk già fanno parte della campagna per le prossime elezioni presidenziali polacche nel 2010. Come ha chiosato seccamente in questi giorni un editorialista: in Polonia nulla di nuovo, di stabile in politica estera vi sono i litigi tra i più alti vertici del potere. Per un altro commentatore: l’intesa tra i due sotto sotto c’è, ma come risultato imprevisto delle loro condotte disgiunte.
Dopo lunghe e talvolta burrascose trattative la Polonia ha accettato, proprio in concomitanza con la crisi georgiana, e forse anche in reazione ad essa, di far parte del nuovo sistema difensivo americano: ospiterà sul suo territorio due basi militari USA, missili anti-missile e missili anti-aerei. L’accordo appena siglato comprende una dichiarazione politica – suggerita a suo tempo da Zbigniew Brzeziński – secondo la quale gli USA e la Polonia reagiranno insieme alle minacce militari e non militari di varia natura (energetiche?). Questa soluzione tranquillizza simbolicamente il bisogno di sicurezza dei polacchi, ribadisce la loro scelta di campo a favore delle strutture euroatlantiche e li fa sentire parte dell’Occidente in un modo ancor più tangibile. Nell’attuale situazione di tensione l’accordo, come è ovvio, è stato interpretato da molti come un messaggio indiretto alla Russia: perché sappia una volta per tutte che non può interferire nelle scelte di un paese democratico come la Polonia e limitare la sovranità dell’Europa centrorientale. La maggioranza vi ha soprattutto visto un salto di qualità nelle relazioni tra l’America e la piccola Polonia, un nuovo rapporto di fiducia che ancora non esiste con l’UE.
Se l’alleanza con gli USA dopo agosto può dirsi rinvigorita, molto più complessa è infatti l’altra necessaria opzione. Anche in occasione della crisi georgiana Lech Kaczyński ha duramente criticato l’Unione Europea, dominata a suo dire dalla Francia e dalla Germania (talvolta anche dalla Gran Bretagna), le quali deciderebbero tutto senza consultare gli altri partner comunitari, e men che mai i membri dell’Est. Dicendo “no” all’attuale rapporto di forze in seno all’Unione, il presidente polacco ne ha stigmatizzato al contempo la troppa debolezza dimostrata nel reagire alla violenza russa. Come uscire dall’insoddisfazione? Kaczyński chiama gli europei a una nuova militanza: “lottare” (walczyć – ancora una volta!) contro l’attuale UE per cambiarla in nome dei suoi stessi valori e, con l’occasione, per re-indirizzare l’orientamento pro-russo di Francia e Germania. Più di un polacco si è chiesto: perché Lech Kaczyński è così ostinato nel spingere alla contrapposizione tra la Polonia e i vecchi membri dell’UE e della NATO? È questo il modo migliore per farsi ascoltare e far contare di più il suo Paese?
Per riprendere un’efficace immagine di Radosław Sikorski, la politica che segue il presidente Kaczyński può essere paragonata a un motoscafo tutto polacco che naviga accanto alla nave cisterna (l’UE) e cerca di dirigerne la rotta segnalando le manovre da fare con le apposite bandierine e lanciando ordini dal megafono. L’attuale governo polacco, partendo dall’assunto che il motore franco-tedesco spinge tutto sommato l’UE nella giusta direzione, cerca invece di salire sulla nave e di partecipare agli incessanti dibattiti che avvengono sul ponte di comando, anche se al timone si trovano capitani e marinai di altre nazioni europee. Il motoscafo è molto più agile e veloce della nave cisterna che talvolta avanza per inerzia, talaltra irrita per la sua lentezza. Ma per un numero considerevole di esperti e politici polacchi non vi è dubbio che se si vuole contare o comunque partecipare ai tavoli che contano nell’UE nella speranza di influenzarne la linea bisogna montare a bordo, ovvero intervenire attivamente nella vita dell’equipaggio: essere parte della comunità – dentro; e non chiamarsene sempre fuori – contro 
Dopo Tbilisi, parlando secondo i suoi sostenitori “da vero statista e leader regionale”, Lech Kaczyński, ha annunciato la prossima creazione sotto la protezione USA di un cordone di Stati minacciati dall’imperialismo russo che vanno dall’Estonia all’Azerbaijan. Qualche giorno dopo, alla vigilia del vertice straordinario della NATO a Bruxelles sulla crisi russo-georgiana, insieme a Valdas Adamkus, il presidente della Lituania, ha firmato un appello per chiedere all’Alleanza atlantica di accogliere quanto prima la candidatura della Georgia. Verrebbe voglia di chiedere: a quando, invece, la firma del Trattato di Lisbona da parte del presidente polacco? Quanto tempo ancora bisognerà aspettare perché la parte euroscettica delle élite polacche – quella stessa che chiede a gran voce che si intervenga con decisione a favore della Georgia – cominci anch’essa a investire massicciamente su una UE forte, la più integrata possibile, la sola capace di reagire efficacemente a tragedie come quella georgiana?

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