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Sul papa “polacco”, una riflessione del 1988

E VENNE UN PAPA A SFIDARE LE SPADE
di DOMENICO DEL RIO
— La Repubblica, 16 ottobre 1988 —  pagina 10 —  sezione: ATTUALITA’
… Per capire quello che è accaduto nella Chiesa in questi dieci anni, forse basta inserire tutto in una considerazione che sembra la più semplice: il papa viene dalla Polonia. Un papa slavo: Dio l’ ha voluto!, ha gridato nella sua patria. E ancora: Polonia: è la mia nazione, è la mia terra. Io sono figlio di questa terra, di questa nazione. Io sono suo figlio, porto in me tutta l’ eredità della sua cultura, della sua storia, l’ eredità delle sue vittorie. E ancora: Io sono figlio di una nazione che ha vissuto la più grande esperienza della storia, che i suoi vicini hanno condannato a morte a più riprese, ma che è sopravvissuta e che è rimasta se stessa. Ecco, Wojtyla viene da un paese tormentato in ogni sua stagione storica, da un popolo sofferente e insieme orgoglioso, che custodisce intatta la propria fede cattolica come un sfida disperata verso tutti. E’ duro, ma è bello essere polacco, ha detto una volta a un gruppo di suoi compatrioti. La Polonia è nel suo animo con nostalgia. E’ il pastore universale della Chiesa cattolica, ma a Roma si sente come in esilio. C’ è una sua poesia inedita, che egli ha dato al cardinale Glemp, arcivescovo di Varsavia. E’ intitolata Il pino polacco: è un albero, sradicato dalla sua terra, portato in dono in Vaticano. Wojtyla gli si rivolge: Tu non sopporti né l’ esilio né la nostalgia. / Verranno le ondate dell’ autunno e dell’ inverno / e tu cadrai senza vita / e riposerai in questa terra straniera. / O albero valoroso, avrò io destino più felice?. Egli conserva memoria esaltante di questa patria, vista nella sua storia come un blocco unitario, nel quale sono fusi re e principi, santi ed eroi, Chiesa e popolo. Una storia di cattolicità, intatta, al centro tra Oriente e Occidente. Ora questa cattolicità è minacciata nella sua identità. L’ ideologia marxista ha conquistato le strutture dello Stato, ma questo Stato non ha ricevuto legittima rappresentanza dalla nazione, che è cattolica. Ed ecco, allora, Wojtyla, come un eroe dell’ indipendenza costretto fuori dei confini della sua patria, che accorre dal suo esilio vaticano a difendere la sua nazione, che è cattolica, minacciata dallo Stato, che è marxista. Così passa a gridare la fede sulle piazze delle città polacche. Benedice, quasi con formule di antichi esorcismi, la terra, i fiumi, il mare: Sii benedetta, terra bella, terra mia! Sii benedetto, fiume Vistola! Sii benedetto, Mare Baltico!. Ora, Wojtyla guarda il mondo, il mondo cristiano soprattutto, con la stessa passione con cui guarda la sua patria, con la stessa ansia di liberazione. Per lui, due logiche imperano sulla terra: all’ Est, un mondo che rigetta Dio; all’ Ovest, un mondo che pensa di fare a meno di Dio. Ognuna delle due società crede alla propria capacità di redenzione, alla propria capacità di salvezza. Ma, ha affermato Wojtyla una volta: Il futuro dell’ uomo non può essere né Mosca né New York. Il giudizio che il papa polacco dà sul mondo è spietato. Il peccato, ha detto, un giorno, ha guadagnato un forte diritto di cittadinanza nel mondo. La negazione di Dio si è ampiamente diffusa nelle ideologie, nelle concezioni e nei programmi umani. E’ stata programmata la cancellazione di Dio dal mondo dell’ umano pensiero; c’ è il distacco da lui di tutta la terrena attività dell’ uomo; c’ è il rifiuto di Dio da parte dell’ uomo. Che Dio venga cacciato dalla terra, Wojtyla non lo può sopportare. E’ come uno spasimo che ha dentro di sé. Sono pieno di inquietudine per la sorte terrena ed eterna degli uomini e dei popoli, ha esclamato un giorno a Fatima. Per questo, il pontificato di Wojtyla è prima di tutto segnato dalla figura di pontefice itinerante: il papa che percorre i continenti con affanno apostolico, che lotta per sospingere verso Dio un’ umanità che egli vede dissacrata; che vuole riportare a Cristo un mondo gonfio di presunzione e di egoismo, adoratore del potere e del denaro, gaudente nel suo consumismo; ma anche il papa che, in una terra ancora ferita dalla violenza, dalle guerre, dalle ingiustizie, cammina a gridare pace, a difendere diritti umani calpestati. In questo disegno va inserito anche il grande sogno di Wojtyla, la sua utopia di papa venuto dall’ Est, utopia per il terzo millennio del cristianesimo: riunire tutte le nazioni europee che hanno le radici cristiane, dall’ Atlantico agli Urali. Ed è in questa sua radice di cattolicesimo polacco che è anche da porre quello che più dà fastidio a tutti i laicismi: l’ esibizione della fede cristiana, il volerla tenere alta e visibile sul mondo e più visibile e più esibita ancora nella Chiesa stessa, con le grandi assemblee liturgiche di massa, con le esaltanti riunioni di giovani negli stadi. E non ammettere che qualche salvezza o qualche liberazione venga da altri che da quella fede. Di qui la sua insofferenza per le ideologie, la sua paura e la sua lotta perché queste non contaminino le teologie, la proposizione insistente dei valori cristiani tradizionali pur dentro la nuova immagine di una Chiesa festosa da lui prodotta. Eppure, al declino del decimo anno del suo pontificato, sembra attenuarsi un poco il suo furore di iconoclasta degli idoli del mondo. Forse stiamo assistendo a un Wojtyla, se così si può dire, più ammansito, quasi placato nel suo ardore di pontefice, di seminatore frenetico di fede, di morale, di pace. Ora, dopo aver percorso tutto il mondo a scuotere le coscienze dei suoi fedeli cattolici e ad ammonire chi suo fedele non è, forse, sia pure con oscillazioni, comincia a fermarsi a considerare con più pacatezza anche la società umana, a gettare sguardi critici anche dentro la società ecclesiale passata e presente, come si è potuto constatare nel suo ultimo viaggio in Africa con un atteggiamento pratico diverso nei confronti dei regimi marxisti, e come, in questa stessa settimana, si è visto a Strasburgo, con la squalifica dei regimi di cristianità e degli assolutismi religiosi. Forse si sta attenuando il giudizio pessimistico sul mondo, anche perché, magari anche per merito di Wojtyla, sembriamo arrivati in una stagione storica in cui c’ è da disperare meno del mondo, quello dell’ Est e quello dell’ Ovest. C’ è una strana poesia, o profezia, di un poeta polacco, Julius Slowacki, che, nel 1848, prediceva un papa polacco: A un papa slavo / ecco un trono è preparato. / Egli non fuggirà / davanti alle spade come un italiano. / Ardito come Dio / fronteggerà le spade. / Per lui il mondo è fango. Allo scadere dei dieci anni del papato di Wojtyla, la profezia va un po’ mutata? Nella rigidità polacca del pontificato si sta immettendo qualche dose di italianità, di mitezza roncalliana e di dubbio montiniano?

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