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La rivoluzione russa 90 anni fa

Le rivoluzioni d’Ottobre. 1917
Parla Andrea Graziosi, autore de “L’Urss di Lenin e Stalin”
Evento mitico, drammatico, delusione. Quello che accadde nel ’17 assume signifi cati diversi, a seconda dei punti d’osservazione
MATTEO TACCONI
Rivoluzione o rivoluzioni? L’ottobre o gli ottobri del 1917? Forse è il caso di optare per il plurale. «Occorre guardare alla rivoluzione russa da più punti di vista. Ci sono infatti state più rivoluzioni. Quella di Pietrogrado, ovviamente, con il colpo di mano dei bolscevichi e la nascita del nuovo stato. Ma c’è anche l’ottobre dell’Occidente, che vede il «mondo nuovo» di Lenin e l’assume come fede. C’è inoltre la rivoluzione vista dal Terzo Mondo. Con Lenin, sostenitore dell’autodeterminazione, che diventa il teorico ante litteram della decolonializzazione. Ancora: c’è la rivoluzione degli ucraini o quella dei popoli dell’Asia centrale. In quest’ultimo caso la redistribuzione delle terre, successo della rivoluzione, diventa elemento negativo per le popolazioni locali, che della terra già disponevano. Infine, gli armeni, che avrebbero voluto che Lenin proseguisse la guerra zarista contro l’impero ottomano, dove si era consumato, proprio nei confronti degli armeni, il primo genocidio del Novecento». A dare un profilo plurale all’ottobre del 1917, del quale ricorreva ieri novantesimo anniversario (il 7 novembre del calendario gregoriano equivale al 26 ottobre nel calendario giuliano, giorno della presa del palazzo d’inverno, ndr), è Andrea Graziosi, professore della Federico II di Napoli e presidente della Società italiana per lo studio della storia contemporanea (Sissco). Graziosi ha appena dato alle stampe L’Urss di Lenin e Stalin (il Mulino, pp. 652, euro 30), un testo importante, notevole, che rilegge e approfondisce, attraverso la consultazioni di nuove fonti d’archivio, la storia sovietica.
Professore, sono passati novant’anni dalla rivoluzione russa. È un periodo troppo breve per tracciare un bilancio?
No, ritengo sia sufficiente. Si può sostenere tranquillamente che quell’esperienza produsse un sistema economico e istituzionale destinato a fallire. A dirla tutta, iniziò a mostrare crepe già dalle prime battute.
Un esempio.
Lenin fa il colpo di mano dell’ottobre senza spargimento di sangue e ottiene subito una buona dose di consenso attraverso tre provvedimenti: la pace, la distribuzione delle terre, il diritto all’autodeterminazione. Tre provvedimenti che sono però antimarxisti. Pensiamo alla terra, che per Marx andava socializzata e non data ai contadini. La pace: i bolscevichi dicevano «trasformiano la guerra imperialista in guerra civile». Anche l’autodeterminazione, infine, infrange i dogmi del marxismo, che prevedeva l’unione tra i popoli e non che i popoli che componevano il mosaico etnico zarista avessero la libertà di fondarsi ciascuno un proprio stato. Quando Lenin inizia a dispiegare il programma bolscevico, tornando sui propri passi rispetto al triplice provvedimento iniziale, il trauma e lo scontro iniziano a farsi sentire, da subito. Dal ’18.
Nel suo libro pone l’accento sul problema delle nazionalità. È così rilevante, nella storia sovietica?
Sì, lo è. Basti ricordare che nell’impero zarista i russi erano inferiori al cinquanta per cento della popolazione, la maggioranza della nobiltà era polacca e gli stessi Romanov avevano in buona parte sangue tedesco. Lenin è l’unico leader capace di ricreare uno stato plurinazionale dopo la grande guerra – che annientò l’impero asburgico e quello ottomano – facendolo durare fino al ’91. Riuscì nell’impresa offrendo alle repubbliche sovietiche (da notare come nella definizione Urss, del 1922, non fosse minimamente contemplata la parola Russia) l’autodeterminazione e il diritto a secedere, sancito dalla costituzione. Ma questo diritto era di fatto inesistente, perché a impedirlo era un organismo centralista, il nuovo “nocciolo imperiale”: il partito. La storia sovietica è un mix di decisioni centraliste e resistenze aperte o sotterranee, ogni misura antipopolare di Mosca ha sempre provocato attriti e conseguenze inattese. Una cosa è certa: finito il partito, sarebbe crollata l’Urss. I processi d’indipendenza delle ex repubbliche, maturati nel ’91, stanno lì a testimoniarlo.
Nell’Urss non c’è solamente questo conflitto. Lei si sofferma sulla “guerra” tra stato e contadini.
I bolscevichi vincono la guerra civile, ma non vincono con i contadini. La Nep (Nuova politica economica, che apriva al commercio privato, ndr) è solo un compromesso. Che Lenin, più tardi, pensava magari di continuare a utilizzare. Stalin, con il ritorno alla socializzazione delle terre, è consapevole che deve ingaggiare una dura lotta contro la maggioranza della popolazione. Lo fa decapitando l’elite contadina, i kulaki, ricorrendo all’uso della fame, appesantendo le conseguenze delle sue fallimentari misure agricole e usandole contro, per tornare alle nazionalità, il granaio d’Europa, l’Ucraina.
Con una Nep non più transitoria, si sarebbe potuto affermare, nell’Urss, un “modello jugoslavo”?
Qui entra in gioco il peso dell’ideologia. Faccio un esempio. Nel ’56 Chrushchev denuncia i crimini di Stalin. Una cosa enorme, la condanna di un dio. L’abolizione delle fattorie collettive avrebbe probabilmente rappresentato una rottura minore. Ma Chrushchev non lo fece, perché credeva, come buona parte la dirigenza sovietica, nel comunismo. La realtà poteva essere cambiata, ma non senza una grande svolta ideologica.
Professore, l’Urss è stata descritta come uno stato monolitico. Ma a sentirla, verrebbe da pensare a un paese animato da grandi conflitti.
Il regime sovietico lottava contro la sua stessa popolazione, l’opposizione era diffusissima. Tant’è che tra il 1937 e il 1938 verranno fucilate 800mila persone. La guerra cambia tutto. Lo stato contrae una sorta di patto con la popolazione, iniziando a prendersene in parte cura, in cambio del sostegno alla guerra patriottica, allo sforzo antifascista.
La guerra è un grande spartiacque della storia dell’Urss, apre una fase nuova.
Intanto, in Russia, s’è chiusa, diciassette anni fa, la fase comunista. Però Stalin è ancora popolare.
Perché Stalin viene identificato con la vittoria, con la massima potenza di Mosca.
La rivoluzione, invece, è ancora popolare?
Dipende da quale rivoluzione. Specie in Italia, dove ancora si tende a ignorare la guerra civile e le carestie quasi genocide dei primi anni Trenta e l’ottobre è ancora fede, la popolarità è maggiore che altrove.

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