Prima e dopo le elezioni: sguardo a Est
Post comunisti, non pervenuti
Se la socialdemocrazia è morta, anche ad Est la sinistra non se la passa troppo bene.
Matteo Tacconi, Europa 9 giugno 2009
Anche “oltre cortina” i progressisti vengono umiliati alle urne. È una Caporetto da cui si salvano solo i socialdemocratici romeni e lo Smer del primo ministro slovacco Robert Fico, uniche forza di sinistra a sfondare la soglia del 30 per cento e a vincere le europee. Anche se, a dirla tutta, sulle credenziali socialdemocratiche del partito di Fico c’è da ridire, vista la vocazione populista e considerato che governa con gli xenofobi del Partito nazionale e con Vladimir Meciar, l’autocrate che negli anni ’90 fece di Bratislava lo zimbello d’Europa.
Per il resto perdono tutti. I socialdemocratici cechi (24 per cento) vengono sconfitti di quattro lunghezze dal Partito civicodemocratico di Mirek Topolanek, i riformisti baltici non lasciano il segno, il Partito socialista bulgaro (18,3 per cento) cede il passo al Gerb, partito di destra e populista. In Ungheria il Partito socialista (17,38 per cento) è stato staccato di quaranta punti dai conservatori della Fidesz e risulta tallonato da vicino da Jobbik, forza estremista, razzista e fascistoide, dotata per giunta di una milizia, che ha conquistato un clamoroso 15 per cento.
La Polonia, infine. La Sojusz Lewicy Demokratycznej (Sld), erede dei comunisti, ha confermato la sua crisi profonda raccogliendo un misero 12,33 per cento e finendo lontana sia dalla Piattaforma civica (Op), il partito centrista del primo ministro Donald Tusk (44,30 per cento), sia da Legge e Giustizia (PiS), quello dei gemelli Kaczynski.
Quello polacco è uno dei due casi scuola utili a spiegare la débâcle del centrosinistra nell’est.
Dal 2006, quando fu sconfitta alle legislative, la Sld non riesce a rinnovarsi né a forgiare una piattaforma capace di attrarre gli elettori. Dice il polonista Paolo Morawski: «È che la sinistra, dopo l’esaurimento del suo ciclo di governo e la lunga presidenza Kwasniewski (1995-2005), deve trovare una formula appetibile.
Il problema principale è che sconta la fisionomia “capitalista” che s’era data negli anni addietro, quando ha governato diventando il partito del business, accogliendo tra le sue file veri e propri “predatori” e gestendo spregiudicatamente il potere economico, conservato anche dopo la fine del comunismo.
L’idea, adesso, è quella di spostarsi su un piano post-ideologico, ma quest’operazione non riesce, anche perché il vero partito post-ideologico, in Polonia, è quello di Tusk. Un partito centrista con fiammate liberali, molto pragmatico, premiato dagli elettori perché l’economia a Varsavia va bene, malgrado la crisi».
L’altro caso scuola è quello ungherese, dove la sinistra, a differenza di quella polacca, governa da due legislature e dove l’economia, sempre a differenza della Polonia, è crollata clamorosamente.
Julia Vasarhelyi, giornalista del rispettato settimanale magiaro Hvg, sostiene che siano stati proprio i conti in rosso a fare traboccare il vaso, infliggendo il colpo decisivo ai socialisti e agli alleati liberali, divisi al loro interno e stanchi dopo diversi anni al potere. «Tutto questo ha fatto il gioco dei populisti della Fidesz. Ma il dato tragico è l’avanzata di Jobbik, che ha puntato su un messaggio molto diretto, impregnato di elementi sociali e securitari, capace di fare breccia tra gli operai come negli strati sociali di livello medio-basso delle campagne».
Insomma, se in Polonia i voti della sinistra confluiscono ormai sul centrodestra postideologico, in Ungheria sono andati alle forze demagogiche.
Grosso modo avviene lo stesso nel resto dell’Europa centroorientale: i partiti progressisti da tempo agonizzanti stentano a rinnovarsi, quelli al governo che non si rinverdiscono vengono sbriciolati dal populismo e s’incamminano verso l’anonimato.
E ispirarsi alla socialdemocrazia dell’Europa occidentale, viste come vanno le cose, non rappresenta la pozione con cui tornare a nuova vita.
—————
Il vento dell’est gelerà l’Europa
Una destra sempre più popolare anche tra i nuovi membri della Ue.
Matteo Tacconi, Europa 6 giugno 2009
Urne vuote, populismo, folate euroscettiche. Proprio come nel 2004. L’est confermerà in questa tornata elettorale per il rinnovo dell’emiciclo di Strasburgo le tendenze che contraddistinsero il suo approccio alle elezioni comunitarie di cinque anni fa.
I dati non lasciano scampo.
L’affluenza alle urne oscillerà tra il probabile 50 per cento dell’Ungheria – il paese dove il turnout si prospetta maggiore – al 25-30 per cento che secondo le rilevazioni della vigilia dovrebbe registrarsi in Polonia e Lettonia. La polacca Danuta Hubner, commissario europeo uscente che corre per l’europarlamento nelle liste della Piattaforma civica, il partito del primo ministro Donald Tusk, ha sostenuto a questo proposito, conscia della portata della diserzione: «Per noi la sfida non è farci votare, ma portare la gente alle urne».
Gli analisti ritengono che il disinteresse nei confronti del voto europeo detterà ancora una volta il successo di alcuni partitini antagonisti o di formazioni battezzate solo di recente. Nel primo caso rientra il fenomeno Jobbik, formazione magiara, dotata tra l’altro d’un braccio paramilitare, che fa della campagna contro i rom il suo cavallo di battaglia e che dovrebbe mandare una pattuglia di onorevoli a Strasburgo. Nel secondo caso, invece, si segnala l’ascesa dei bulgari del Gerb, partito fondato due anni fa dall’ex vice sindaco di Sofia Tsvetan Tsvetanov e dal body guard Boyko Borisov, che ha già primeggiato alle europee del 2007, tenutesi subito dopo l’ingresso del paese nell’Ue.
Altro indizio euroscettico: i polacchi di Legge e Giustizia – il partito dei gemelli Lech e Jaroslaw Kaczynski (presidente polacco il primo, ex capo del governo il secondo) – e i cechi del Partito civico-democratico, fondato dal presidente della repubblica Vaclav Klaus e capitanato dall’ex primo ministro Mirek Topolanek, si sono apparentati con i conservatori britannici di David Cameron, decidendo di sfilarsi dal Partito popolare europeo e di fondare un nuovo raggruppamento parlamentare dai connotati antifederalisti, contrario all’approfondimento del processo d’integrazione e al Trattato di Lisbona. Ma l’alleanza coi gemelli terribili di Varsavia, dicono gli osservatori, potrebbe nuocere a Cameron, facendogli perdere un po’ di voti a Londra e dintorni. Come? Sempre l’Economist annota che la sfegatata “cattolicità” dei Kaczynski – «se l’Europa vuol’essere forte dev’essere cristiana», ha asserito qualche giorno fa Jaroslaw – non fa il paio con l’obiettivo che il giovane David s’è prefisso promuovendo i valori laici: accrescere l’appeal dei Tory tra i gruppi etnici e religiosi d’oltre Manica.
Sulla base di questi segnali euronegativi e di una campagna che da Riga a Varsavia, da Bratislava a Praga, è stata spesso impregnata della retorica dell’interesse nazionale, ci si chiede se l’est sia il tallone d’Achille dell’Ue, l’anello debole della catena, la spina nel fianco dell’integrazionismo e se i 190 deputati (un quarto degli scranni dell’europarlamento) che i paesi ex comunisti eleggeranno a Strasburgo, faranno inceppare la macchina comunitaria anteponendo calcoli da bottega alle priorità continentali. Ma forse la domanda andrebbe formulata in altri termini: siamo proprio sicuri che la “nuova Europa” sia una zavorra? Del resto sono stati tre paesi occidentali – Francia, Olanda e Irlanda – a cassare Costituzione Ue e Trattato di Lisbona.
Ed è l’Europa dell’ovest a sostenere in questi tempi di crisi pacchetti dal sapore protezionistico (e quindi antieuropeo) e a vedere nel “camionista bulgaro”, erede del famigerato “idraulico polacco”, l’emigrante senza scrupoli pronto a scippare lavoro agli autoctoni. Magari, viene da pensare, l’eurodiffidenza dell’est è la reazione con cui ci si oppone a chi, sull’altro versante del continente, continua a guardare i nuovi con il piglio dei primi della classe.


Commenti