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François Fejtö

L’epopea dell’homo europeus
Matteo Tacconi, Europa, 7 agosto 2009
Ad un anno dalla scomparsa, Sellerio pubblica i “Ricordi” di François Fejtö
François Fejtö è stato uno di quei grandi, poliedrici, fecondi e raffinati signori del Novecento. Quelli impossibili da etichettare. Quelli con una gamma di interessi che a noi, per la vastità e la smisuratezza, ci fanno impallidire. Poi dicono che adesso, con Internet, la conoscenza si dilata.
Ma la verità è che troppo spesso l’ampia rete del mondo è un grosso tranello che spinge a rinchiudersi in una nicchia che taglia fuori il vissuto, gli incontri, le sortite, i viaggi e magari anche le letture e insieme a queste la ricerca. L’armamentario con cui Fejtö ha costruito il suo profilo di uomo a più dimensioni.
Critico letterario, storico, giornalista, saggista, pensatore, docente. La carriera di Fejtö è stata ricchissima e molteplice.
Permettendogli, grazie alla pluralità di mestieri da lui svolti – in ordine di tempo come parallelamente – di guardare il mondo inforcando più lenti e di sviluppare, quindi, una capacità di visione profonda e articolata.
Da noi in Italia, tuttavia, lo si ricorda soprattutto per la tenacia con cui ha cercato di spiegare la natura dittatoriale dei regimi dell’Est, colta perfettamente nella sua Storia delle democrazie popolari, testo di grande successo pubblicato nel 1952 – quando la sinistra occidentale non aveva minima idea delle assurdità che accadevano nelle succursali di Mosca o, se ce l’aveva, si fasciava gli occhi – poi arricchito negli anni successivi e “completato”, dopo l’89, con la Fine delle democrazie popolari.
Eppure Fejtö è stato molto di più che un narratore delle vicende dell’Est e in generale dell’universo comunista, a cui ha dedicato molti altri lavori. È stato, come suggerisce il titolo del libro intervista realizzato con Maurizio Serra per i tipi di Sellerio, nel 2001, un “passeggero del secolo”.
Proprio Sellerio, a un anno dalla scomparsa di Fejtö, avvenuta a giugno, all’età di 98 anni, pubblica adesso Ricordi: da Budapest a Parigi, (pagine 424, euro 20), l’autobiografia che l’intellettuale franco-ungherese ha pubblicato in Francia, sua patria d’adozione, nel 1986.
L’operazione dell’editore palermitano – questa l’impressione – è quella di siglare un “necrologio” che renda merito, a Fejtö, della sua caratura di uomo e intellettuale del Novecento, svincolandola dalla percezione di saggista che di lui abbiamo maturato e dalla politicizzazione, operata dalle forze anticomuniste, che ha contagiato la sua opera e il suo impegno di demolitore “di sinistra” dei miti sacri d’oltre cortina.
Come scrive Maurizio Serra nella prefazione di questo volume, prima di tutto Fejtö «è stato il perfetto prototipo dell’homo europeus, di casa in tutte le capitali e in tutte le lingue del vecchio continente».
Il libro, ben tradotto da Aridea Fezzi Price, è una lunga cavalcata dentro il Secolo breve, con riflessioni, aneddoti, incontri, viaggi, discussioni e vicende personali, raccontati in maniera semplice e umile, con rispetto per il lettore.
S’inizia con gli anni della gioventù, trascorsi in Ungheria, nella puszta di Nagykanizsa, a un tiro di schioppo dalla Croazia.
Ci si sposta a Pécs, dove Fejtö inizia l’università. Si finisce a Budapest, la città in cui “il passeggero del secolo” termina gli studi e prende a frequentare i circoli intellettuali della capitale magiara, aderendo al comunismo fino a rinnegarlo nel momento in cui, molto precocemente, ne intuisce la natura contraddittoria e liberticida. Fejtö approda così a metà degli anni ’30 alla socialdemocrazia, dal cui campo inizia a condurre una coraggiosa e onesta battaglia per la libertà e la verità, che durerà per tutta la sua vita.
Sono gli anni, quelli ungheresi, della conversione politica, ma anche di quella religiosa. Fejtö lascia la fede ebraica della famiglia e sposa il cattolicesimo, anche per schivare le discriminazioni – erano gli anni del regime fascistoide dell’ammiraglio Miklós Horthy – imposte agli ebrei. Su questa sua doppia identità, ebraica e cristiana, Fejtö si sofferma in tutti i restanti capitoli del libro. Non riuscirà a essere fino in fondo cattolico, così come non abbandonerà mai l’ebraismo e il bagaglio di retaggi culturali a esso associati.
C’è un’altra vicenda alla quale rimarrà intimamente legato: quella dell’impero austro-ungarico. «Una nostalgia un po’ ingenua», come annota Serra nell’incipit di Ricordi, simile a quella che qualcuno, oltre Adriatico, nutre oggi per l’ex Jugoslavia.
Dopotutto, la monarchia austro-magiara e lo stato degli slavi del sud erano paternalisti e non genuinamente democratici, ma avevano anche il pregio – e questa era forse la cosa che Fejtö, padre ungherese, madre croata, nonno boemo, zio triestino, rimpiangeva dell’epoca asburgica – di tenere uniti popoli, religioni, lingue e culture diverse, favorendo le contaminazioni e il meticciato. Anticipando, in una certa misura e comunque su scala “regionale”, l’idea di un’Europa senza frontiere e senza steccati ideologico-culturali. Quell’Europa in cui Fejtö si sentiva a suo agio.
La seconda, la terza e la quarta parte del libro hanno come palcoscenico Parigi, dove Fejtö approda negli anni ’30 per sfuggire a una nuova esperienza nelle carceri di Horthy – c’era già finito ai tempi della militanza comunista. Le pagine si susseguono, una dietro l’altra, con intensità. Lo scrittore srotola la sua vita e le sue esperienze giornalistiche (da analista per la France Presse e da commentatore per numerose testate, tra cui il Giornale di Montanelli e Mondo Operaio in Italia) con efficacia e brillantezza, sfoderando il suo debole per la verità e passando in rassegna fatti, storie e incontri con i grandi maître à penser del Novecento. Restando fedele, sempre, alla sua biografia variegata: ungherese, francese, mitteleuropeo, ebreo, cristiano, socialista, liberale. Alla sua biografia di homo europeus.

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