Addio allo scudo
Secondo il THE WALL STREET JOURNAL, Stati Uniti, gli Stati Uniti potrebbero rinunciare allo scudo antimissile in Europa orientale ovvero al piano dell’amministrazione Bush di costruire un sistema nazionale di difesa antimissile in Polonia e in Repubblica Ceca.
La Casa Bianca non ritiene necessaria la presenza dello scudo antimissile perché il programma di missili a lunga gittata iraniano non è in stato avanzato e non rappresenta una minaccia né per gli Stati Uniti, né per le capitali europee.
————–
Varsavia non capisce
ENZO BETTIZA, La Stampa 18/9/2009
Barack Obama ha bocciato uno dei progetti strategici e politici più controversi del predecessore George W. Bush.
Opponendosi al dispiegamento delle basi per uno scudo spaziale in Europa centrorientale, il Presidente darà inevitabilmente la stura all’intreccio di consensi e dissensi di varia natura e diversa intensità sia all’Ovest sia all’Est.
Piacerà anzitutto al Cremlino, da sempre avverso all’eccessivo avvicinamento delle postazioni occidentali ai confini russi: in particolare, l’installazione nei territori ceco e polacco di batterie e di radar antimissile americani veniva considerata a Mosca, con qualche ragione, come una minaccia all’arsenale nucleare e quindi alla sicurezza militare della Russia. La tesi avanzata a suo tempo da Bush, secondo cui il progetto non avrebbe avuto un carattere offensivo contro la Russia, bensì dissuasivo contro i potenziali missili intercontinentali del lontano Iran, sembrava a molti una scusa cervellotica poco credibile. Ora l’amministrazione Obama ha trovato anch’essa, non si sa con quanta credibilità agli occhi dell’opinione conservatrice del Congresso, una sorta di controscusa tecnica e diplomatica: dai rapporti della Cia risulterebbe che l’Iran starebbe mirando solo alla costruzione di missili a corto e medio raggio, incapaci di raggiungere gli Stati Uniti e le capitali europee.
Il brusco dietrofront rispetto allo scudo in Polonia e in Repubblica Ceca è un’ulteriore tessera che egli inserisce nel mosaico già fitto delle inversioni e correzioni spesso demolitrici delle politiche di Bush. Probabile o improbabile che sia l’ipotesi d’intelligence sul ritardo estensivo degli armamenti atomici di Teheran, Obama dà l’impressione di voler scavalcare il dilemma tecnologico per attenersi strettamente alla strategia della mano tesa verso due Paesi, l’Iran di Ahmadinejad e la Russia di Putin, che da un pezzo si oppongono e contestano con crescente asprezza l’America. Insomma, accantonando il progetto Bush, Obama forse spera di poter cogliere con una fava vistosa due insidiosi sparvieri d’Oriente.
Però il gioco al rilancio positivo presenta qualche preoccupante risvolto negativo. Già il Wall Street Journal, che ha lanciato per primo la notizia, sottolinea che la manovra di Washington sarà «prevedibilmente destinata a placare la Russia ma, anche, a inasprire il dibattito sulla sicurezza in Europa». Ufficialmente il segretario generale della Nato Rasmussen, che interpreta peraltro il condiscendente parere di circoli politici euroccidentali, si è affrettato ad annunciare che il congedo dal piano Bush è un fatto in armonia con «l’indivisibilità della sicurezza di tutti gli alleati». Ma non è così. Non proprio tutti gli alleati atlantici – in particolare quelli dell’Est più coinvolti nell’installazione dello scudo, più vicini alla Russia, più esposti ai ricatti petroliferi e politici russi, ancora memori dei soprusi patiti sotto il giogo sovietico – la pensano come Rasmussen.
Voci sibilline si sono già levate dal ministero degli Esteri di Praga, dove per ora il riserbo sul passo di Obama prevale nettamente sull’applauso. Altre voci, invece più acute, storicamente più autorevoli, nazionalmente più critiche, stanno già alzandosi dalla Polonia che, insieme con la Repubblica Ceca, avrebbe dovuto e probabilmente desiderato ospitare le infrastrutture più cospicue dello scudo statunitense. Da Varsavia l’ex presidente polacco Lech Walesa, mitico leader di Solidarnosc e Nobel per la Pace, interpretando il disagio di tanti compatrioti, ha attaccato con ruvida energia la decisione di Obama invitando la Polonia a rivedere dalle fondamenta i suoi rapporti con gli Stati Uniti. Non v’è dubbio che molti polacchi, euroscettici e ultrapatrioti, avevano fino a ieri dello scudo americano una visione agli antipodi di quella di molti russi: se a Mosca lo percepivano come un latente strumento di offesa, a Varsavia per contro lo sentivano e lo aspettavano come una corazza difensiva.
Non si dimentichi che la Polonia è il più importante degli acquisti orientali dell’Occidente. Quaranta milioni di abitanti, una minoranza di circa sette milioni elettoralmente influenti in America, una Chiesa potente, un’economia in moto nonostante la crisi, un’industria automobilistica (Fiat, Volkswagen, Peugeot) all’avanguardia nell’Europa centrorientale. È la terra di dislocazione di servizi di altre grandi imprese come Philips e Lufthansa. Dai tempi del crollo del Muro di Berlino, il cui ventennale si festeggerà anche a Varsavia, i polacchi hanno sempre avuto nell’America, a prescindere dai presidenti americani, un saldo punto di riferimento, spesso in contrasto con le tendenze politiche e psicologiche degli europei occidentali.
Oggi Obama, volendo «placare» i russi, rischia di alienarsi la simpatia e l’appoggio della nazione più incisiva della nuova Europa, per la quale ricorre non solo l’anniversario liberatorio della caduta del comunismo nei Paesi ex satelliti. La ricorrenza indimenticabile, fra le più tragiche della sua storia, è quella dei settant’anni passati dal 1939, quando la loro patria venne aggredita frontalmente dai tedeschi, e assalita subdolamente alle spalle dai russi. Non sappiamo bene a cosa avrebbe potuto servire in uno scenario strategico reale lo scudo di Bush. Comprendiamo che potesse irritare i russi come un’ipotesi di minaccia. Ma comprendiamo, altresì, che dopo la spartizione della Polonia fra tedeschi e russi, e dopo le fosse di Katyn, la memoria storica potesse portare numerosi polacchi a vedere nello scudo, se non altro in chiave psicologica, almeno un simbolo di difesa.
Il rischio è che le due Europe si dividano sul tema del difficile rapporto con la Russia e, contemporaneamente, su quello ambiguo con gli Stati Uniti. Il massimo che Obama potrebbe fare, dopo l’annuncio clamoroso, è di trattare la cancellazione dello scudo non come un negoziato bilaterale tra americani e russi, ma come una proposta da discutere assieme a tutti gli alleati europei della Nato. Non esclusi, naturalmente, quelli dell’Est, i più turbati e più interessati alla questione.


Commenti