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Monte Cassino

DALL’ URSS A MONTECASSINO EPOPEA DELL’ ARMATA POLACCA
Ho assistito al film del regista polacco Andrzej Wajda «Katyn». Un colpo al cuore per un’ altra sventura toccata a quella sfortunata nazione. Nel 1945 io avevo quattro anni e ricordo che con gli alleati c’ erano dei polacchi biondi e bellissimi sui carri armati e subito amati da tutta la popolazione, tanto è vero che alcuni si sono fermati in città (Cesena) intraprendendo attività di successo. Come mai erano finiti con gli alleati se l’ esercito polacco era stato decapitato? C. Menghi, camenghi@libero.it
RISPONDE SERGIO ROMANO, Corriere della Sera, 18 settembre 2009, pagina 59
Caro Menghi, Non tutti i militari polacchi fecero la tragica fine degli ufficiali di Katyn. Molti furono rinchiusi in campi di concentramento insieme a quegli esponenti della borghesia che i sovietici, dopo l’ invasione dei territori orientali della Polonia, consideravano politicamente pericolosi. La situazione cambiò dopo l’ invasione tedesca del giugno 1941. Costrettovi da un evento a cui era impreparato, Stalin adottò verso i prigionieri polacchi una linea simile a quella applicata negli stessi giorni agli ufficiali dell’ Armata Rossa che erano stati imprigionati e processati nella grandi purghe della seconda metà degli anni Trenta. Liberati in tutta fretta e reintegrati nelle loro funzioni, i sovietici riabilitati passarono dal lager al fronte. I polacchi, invece, furono raggruppati in una località degli Urali e affidati al comando del generale Wladyslaw Anders che aveva trascorso una buona parte della sua prigionia nelle segrete della Lubjanka. Qualche tempo dopo, il corpo polacco, armato ed equipaggiato dai sovietici con grande avarizia, poté iniziare un lungo viaggio attraverso la Georgia, l’ Iran, l’ Iraq e la Palestina per approdare infine in Italia, giusto in tempo per dare un contributo decisivo alla battaglia di Montecassino. Tra i feriti di quella battaglia vi era un giovane che aveva fatto in patria, prima della guerra, studi di letteratura e filosofia. Inviato a Napoli per un periodo di convalescenza, volle fare una visita a Benedetto Croce, di cui conosceva le opere filosofiche. Piacque molto al filosofo che annotò l’ incontro nei suoi taccuini recentemente pubblicati da Adelphi e divenne più tardi il marito di una delle sue figlie. Si chiamava Gustaw Herling e debuttò pochi anni dopo, come scrittore, con il racconto delle sue avventure. Il libro («Un mondo a parte») apparve dapprima in Inghilterra, con una bella prefazione di Bertrand Russell, e successivamente in Italia, presso Rizzoli, in una edizione che fu mal distribuita e deliberatamente ignorata dai recensori dell’ epoca, poco inclini a parlare di un’ opera che contraddiceva l’ immagine dell’ Urss nella mitologia della sinistra. Ma quella «censura» non impedì a Herling di diventare molto noto negli anni seguenti come saggista e romanziere in Italia, in Francia e, dopo il 1989, nella sua patria. Morì a Napoli il 4 luglio 2000. RIPRODUZIONE RISERVATA
Romano Sergio
Pagina 59
(18 settembre 2009) – Corriere della Sera

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