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Il film su Jerzy Popieluszko

IL REGISTA DI «POPIELUSZKO»:  Quel prete che diede voce a Solidarnosc
«Ero studente quando l’uccisero: sfidai le autorità e andai al suo funerale»
GRAZIA LISSI, VARSAVIA, La Stampa, 18/10/2009
È l’estate del 1980, i lavoratori polacchi cominciano gli scioperi contro il regime. A Danzica si costituisce il primo sindacato libero, Solidarnosc. Padre Jerzy Popieluszko decide di incontrare gli operai. Condivide le loro lotte, diventa la loro voce. Il film Popieluszko di Rafal Wieczynski, domani al Festival di Roma, racconta la vita del cappellano di Solidarnosc ucciso 25 anni fa. Girato in 14 città, con 7 mila comparse, fra cui i compagni e gli amici del sacerdote, come il cardinale Glemp nel ruolo di se stesso. In Polonia il film è stato visto da più di un milione e 300 mila spettatori. Wieczynski racconta come Popieluszko entrò nella sua vita: «Non l’ho conosciuto. Il giorno del suo funerale le autorità minacciarono gli studenti: chi non si fosse presentato in classe sarebbe stato espulso. Avevo 16 anni, decisi di partecipare al funerale. Tutte le scuole, comprese le elementari, rimasero vuote».
Come ricorda Solidarnosc? «Nell’82, quando fu introdotto lo stato di guerra, capii da che parte volevo stare. Ricordo quegli anni come una crescita civile. Solidarnosc fu un’esperienza pura, romantica, senza compromessi. La mia ribellione si identificò in valori come patria, libertà, resistenza».
Il film si concentra sulla figura del sacerdote e non sul suo ruolo politico. «Volevo analizzare le ragioni delle sue scelte, non giustificarle. È difficile raccontare quel periodo storico, è troppo vicino. La Polonia è divisa: da una parte i giovani che non sanno e devono sapere, dall’altra gli anziani che hanno vissuto quegli anni e ne portano i segni. Al cinema il pubblico vuole vedere un’auto che da noi non è ancora arrivata o un nuovo modello di cellulare, non le lotte di Solidarnosc».
Dalla caduta del Muro molti registi si sono interrogati su cosa sia stato realmente il comunismo. Perché ha voluto uscire da quel filone? «Come si racconta il comunismo non dipende da una scelta artistica, ma politica. La Polonia vista dall’esterno non è più un Paese comunista, ma il processo di decomunistizzazione è ancora in atto. Non c’è ancora la voglia di indagare e valutare quegli anni. Tutti vogliono dimenticare. Il comunismo per gli occidentali era un’idea, qui un fenomeno storico. È difficile trovare il giusto modo di spiegare a noi e a voi cos’è stato realmente».
Lo stato di guerra voluto dal generale Jaruzelski per fermare Solidarnosc salvò la Polonia dall’invasione sovietica? «Molti documenti dimostrano che il generale non è stato quel santo che si vorrebbe far credere. Si era formato nelle scuole staliniste, era il punto d’unione fra il Kgb e l’esercito polacco. Esistono documenti che attestano che non c’è mai stata la volontà dell’Urss di invadere la Polonia. E la corte marziale è stata voluta da Jaruzelski».
Verso la fine del film, padre Popieluszko si chiede: cos’è la verità? E per lei? «In quegli anni non era importante chiedersi cosa fosse la verità ma sapere con certezza che esisteva. Oggi tutto questo non è più così ovvio».
Chi sono i mandanti dell’omicidio di Popieluszko? Lei decide di non rivelarlo… «C’è una scena nel film in cui un ufficiale scrive un documento e lo porta a un generale, lo stesso documento passerà sulla scrivania di altre sette generali e avrà le loro firme. Sono loro i colpevoli».
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Padre Jerzy Popieluszko, eroe polacco nel kolossal da settemila attori
Stefania Ulivi, Corriere della Sera, 19 ottobre 2009
Festival internazionale del film di Roma, SEZIONE EVENTI SPECIALI
Il premio Nobel Lech Walesa accompagna il film di Wieczynnski sul sacerdote ucciso nell’84
ROMA – Niente di paragonabile al bagno di folla di Hugo Chavez a Venezia. Per il premio Nobel Lech Walesa arrivato a Roma per accompagnare la proiezione ufficiale di Popieluszko di Radaf Wieczynski, sulla passerella sono arrivati il sindaco di Roma Alemanno (a sorpresa), gli ambasciatori presso la Santa Sede e molti religiosi, ma non l’annunciato cardinal Sodano. Intorno una piccola folla (numerosi i polacchi) con qualcuno che si lamenta: «Insomma, per George Clooney c’era mezzo mondo, per lui che è un eroe così poco».
EROE NAZIONALE – Un eroe nazionale in Polonia è Padre Jerzy Popieluszko, ucciso in circostanze mai chiarite proprio il 19 ottobre di 25 anni fa. «Con lui si è chiusa un’epoca ingiusta ed è cominciata un’epoca più vicina all’essere umano. Speriamo che il film ci aiuti a contribuire a diffondere il suo ricordo», ha detto Walesa. Un kolossal: con 7mila tra attori e comparse (molti chiamati a ricreare davanti alla cinepresa le scene delle manifestazioni a cui parteciparono all’inizio degli anni ’80), 7 mesi di riprese, dopo anni di preparazione. Il giovane regista, che si rammarica dell’uscita dalla scena europea di Rocco Buttiglione di cui condivide la visione politica, si augura non solo che Benedetto XVI veda il film, ma che la pellicola acceleri il processo di beatificazione del sacerdote per cui si spese lo stesso Wojtyla. Un uomo già venerato in Polonia: 17 milioni di persone hanno visitato la sua tomba, ogni 19 ottobre si tiene una veglia di 24 ore per ricordarlo. «Il messaggio di Padre Jerzy è molto attuale nella Polonia moderna, riguarda il messaggio sacerdotale e la ricerca della verità, e il saper riconoscere il male dal bene», ha ricordato il regista Wieczynski.
IN POLONIA – La Chiesa oggi in Polonia non gioca più un ruolo così centrale, spiega Walesa, il padre di Solidarnosc. «Per la sua situazione geografica, la Polonia non ha potuto parlare con lingua propria. Ogni volta che questo è successo la Chiesa si sostituiva alla voce nazionale. Ma quando la nazione riprende parola, la Chiesa riprende il suo posto. Anche se, magari, qualche sacerdote si attarda… Adesso, anche se il momento è confuso, la nazione può esprimersi e molti sono tornati al loro posto. Ma senza simbiosi con la Chiesa la Polonia sarebbe sparita dalla scena mondiale». In quanto a lui, Walesa si dice convinto che il premio Nobel gli salvò la vita, evitando di finire come Padre Jerzy, al cui funerale il sindacalista prese la parola sfidando il regime. «Mi domando quando sapremo la verità sulla sua morte. Qui sulla terra o nell’aldilà. In quanto a me, ero un politico molto attivo, nel mirino. Se scompare un operaio o un uomo comune sotto una dittatura non fa molto scalpore, ma se un premio Nobel non c’è più il mondo non può stare zitto. Questo premio è stato il vento che ha soffiato nelle nostre vele. Non so se sarei sopravvissuto senza. Ringrazio il comitato che ha capitato l’urgenza di quel momento storico e chi ha aiutato a portare a compimento la nostra opera».
IL NOBEL PER LA PACE – Inevitabile la domanda sul Nobel a Obama. «Come molti altri sono rimasto sorpreso, è come un acconto, per invogliarlo, dargli una direzione. Probabilmente lui confermerà la fiducia, ma oggi è un gioco d’azzardo. Barack Obama è stato eletto perché servono riforme, non solo in America. Dobbiamo sostenerlo tutti, se no il mondo cadrà di crisi in crisi». Come dire, ci siamo dentro tutti. «C’è così tanto da fare nel mondo, guardiamo le nostre meravigliose città come Roma. Non si può circolare, troppo traffico, eppure voi avete architetti in grado di progettare città ecologiche. Inseguiamo le macchine e arriviamo tardi» ha aggiunto Walesa, che in effetti è arrivato tardi all’incontro con la stampa. «Ci dicono non ci sono soldi per migliorare il mondo, ma il 50% dei nostri soldi era impiegato per finanziare guerra e armamenti. Impegniamo questi soldi per rendere il mondo un posto adatto all’uomo. Popieluszko è morto per questo».
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«All’epoca di Popieluszko e con Papa Giovanni Paolo II – spiega Walesa – in Polonia eravamo convinti di avere una grande opportunità. Quella di portare il nostro paese verso la libertà, ma Popieluszko ha pagato un prezzo davvero troppo alto. Ma ha anche indicato una via che deve essere seguita». Comunque, aggiunge sul mistero della sua morte: «E’ difficile capire davvero cosa è successo. Se sia stato ucciso per spaventare la nazione o solo per lo zelo di qualche aguzzino».
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Nel giorno del venticinquennale della morte, arriva il film polacco sul sacerdote di Solidarnosc.
Il Festival celebra Popieluszko. Walesa: “Pagò caro il suo sogno”
Il premio Nobel ricorda i giorni della protesta e parla di un “doppio Putin”
E per la proiezione della pellicola arrivano al Festival il sindaco e tante suore
Il regista: “Il mio eroe? Buttiglione”

di CLAUDIA MORGOGLIONE, Repubblica 19 ottobre 2009
ROMA – “Sono passati vent’anni dalla conquista della nostra libertà, ma nessun film ha raccontato la nostra battaglia contro il regime. La generazione più giovane non la conosce, non immagina nemmeno cosa hanno significato per noi polacchi quei mutamenti radicali. E soprattutto mi dispiaceva che gli eroi di allora per i ragazzi siano solo una noiosa nozione scolastica”. A parlare è il regista Rafal Wieczynski, che oggi porta qui al Festival “Popieluszko”. Storia del sacerdote amico di Solidarnosc ucciso esattamente 25 anni fa: il 19 ottobre del 1984.
Ma qui a Roma, a presentare la pellicola e a rievocare quell’epoca cruciale per i destini d’Europa, c’è anche un uomo che del prete coraggio fu amico e collaboratore: il premio Nobel Lech Walesa, ex leader del sindacato cattolico ed ex presidente della Repubblica. E così, inevitabilmente, l’incontro stampa del film si trasforma in una sorta suo comizio. “Io e Popieluszko – racconta – eravamo convinti che, essendoci un papa polacco, c’era la possibilità di portare la Polonia (e non solo la Polonia) fuori dal comunismo: lui per questa idea, che poi si è realizzata, ha pagato un prezzo altissimo. Ora si tratta di realizzare il suo sogno: la società centrata sull’uomo, la sua umanità e coscienza”.
Walesa parla poi del Nobel per la pace ricevuto nel 1983: “Fu un grande incoraggiamento a proseguire la battaglia, in un momento di stanca”. Del Nobel a Barack Obama: “Una sorta di acconto, un azzardo visto che bisogna vedere se manterrà le aspettative”. Del ruolo della Chiesa nel suo Paese: “Senza saremmo spariti dalla carta geografica”. E del potente premier russo: “C’è un Putin numero uno che vuole fare le riforme, un Putin numero due che è l’ex Kgb vendicativo. Dobbiamo fare in modo che prevalga il primo”.
Di fronte alla forte personalità del leader, il film – presentato al Festival come evento speciale – rischia di passare in secondo piano. Permeato di un fortissimo spirito cattolico, il kolossal polacco ha al centro, ovviamente, la figura del sacerdote anti-regime, che pagò con la vita la sua solidarietà alla protesta degli operai. Il film parte della sua infanzia, ma si concentra sugli eventi dal 1980 in poi. Dopo il primo pellegrinaggio in patria di Giovanni Paolo II, i lavoratori cattolici cominciano gli scioperi contro il governo comunista. E padre Jerzy Popieluszko (interpretato da Adam Woironowicz) si fece subito avanti, celebrando messa per i lavoratori, pronunciando omelie chiaramente contro il potere costituito. Da qui la sua morte: fu rapito e ucciso, il suo corpo fu gettato in un lago. “Su quel delitto aspettiamo ancora di sapere tutta la verità”, commenta amaro Walesa. Ma all’epoca il suo assassinio provocò una forte ondata di commozione: 600 mila persone parteciparono alle esequie.
E, tra loro, anche il regista, allora sedicenne: “Non ho mai conosciuto direttamente il protagonista del film – conferma lui – ma a sedici anni andai ai suoi funerali, come boyscout ero tra gli addetti al servizio d’ordine: per me fu un’esperienza nuova di libertà e comunione”. Ecco perché, un quarto di secolo più tardi, ha deciso di realizzare questo film. Condito da molte scene di massa, e con un inevitabile tono agiografico, visto l’adesione completa alle ragioni della protesta di allora. E anche al cattolicesimo, visto non solo come fede ma anche come militanza politica: non a caso, Wieczynski sostiene che il suo idolo, in ambito europeo, è Rocco Buttiglione.
A proposito di politica e religione, la proiezione di “Popieluszko” porta al Festival sia il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che esponenti vari del mondo cattolico. Tra cui diverse suore: una presenza davvero insolita, per il red carpet.
Ma il sogno del regista, come lui stesso rivela, è riuscire a far vedere “Popieluszko” al Papa: “Non ci siamo mossi in questo senso, ma è un desiderio che portiamo nel cuore”. Anche perché “speriamo che la pellicola possa dare un impulso al processo di beatificazione”.

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