La caduta del Muro vista da Roma nel 1989
ECCO una ricostruzione scritta da Umberto Ranieri e pubblicata parzialmente dal Riformista (lunedì, 9 novembre 2009), del modo in cui la sinistra italiana e il Pci affrontarono gli eventi successivi al 1989.
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Che il Muro di Berlino potesse crollare travolgendo il mondo del socialismo reale, non era messo nel novero degli avvenimenti possibili nelle discussioni che si svolgevano all’interno del Pci malgrado fossimo alla fine degli anni ottanta e dal 1985 a Mosca “regnasse” Gorbaciov.
Alla data del 9 novembre 1989 (il giorno della caduta del Muro) trovo questa pagina di diario:
…in mattinata riunione di Direzione. Relazione di Bassolino sulle “lotte sociali”. Cauta e prudente. Ma poi si parla del voto di Roma e dei rapporti con il Psi. Giorgio interviene criticando il settarismo antisocialista. E’ un intervento di forte attacco. Poi il tutto si conclude rinviando al Comitato centrale. A colazione con De Giovanni in una vecchia trattoria al Portico d’Ottavia. Gino mi appare trasformato. E’ preoccupato delle sorti del partito che stenta ad evolvere compiutamente verso il socialismo democratico. Mi dice di una brutta telefonata con Occhetto dopo la sua intervista al Mercurio. Che paradosso questa vicenda. Gino che è apparso per una lunga fase il principale intellettuale del “nuovo corso” oggi è oggetto di critiche e improperi da parte del gruppo dirigente del Nuovo Pci!
In realtà era stato Bettino Craxi, l’uomo nero dei comunisti, a dichiarare, commentando la sterminata relazione di Occhetto all’apertura del XVIII congresso del Pci, “ma perché non chiedono di buttare giù il Muro di Berlino”?
La stessa richiesta l’aveva rivolta Ronald Reagan a Gorbaciov nel corso della sua visita a Berlino pochi anni prima.
Gorby, infine, il Muro lo avrebbe lasciato crollare. Noi fingemmo di non capire. Forse veramente non capimmo. Solo dopo il crollo del Muro nel novembre dell’89 ci rendemmo conto che era arrivato il momento di smetterla. Non potevamo più chiamarci comunisti.
Ecco cosa trovo annotato l’11 novembre 1989:
Una commozione profonda, fino alle lacrime, mi invade leggendo le cronache della nottata di Berlino quando, provenienti dalle due parti della città, attraversano il muro e si incontrano e si abbracciano i giovani. Il mutamento ad est è travolgente. Ha ragione Bettiza. Sembra di essere nell’epoca delle rivoluzioni nazionali del 1948. Ci si libera invece dal totalitarismo comunista. Sembra che stia crollando ad est un castello di carta. Un sistema di potere si smonta e appare come un guscio vuoto, privo di qualsivoglia autorità. Nostro merito aver denunciato in anticipo la mancanza di democrazia in quei regimi; a nostro demerito i ritardi, le incertezze nel parlare chiaro, nel combattere miti presenti nel partito. Non ricordo di aver mai letto sulla nostra stampa o nei nostri documenti che il muro andava distrutto. Ancora dieci anni fa Berlinguer parlava di regimi socialisti con tratti illiberali. Tratti! Poi si è visto come sono andate le cose.
In quel 1989 avevano chiesto di cambiare il nome del partito due intellettuali vicini al Pci e interessati ad un mutamento politico e simbolico dei comunisti italiani: Salvatore Veca e Michele Salvati. Veca era considerato l’ideologo del migliorismo. Non era amato dal gruppo dirigente che lo liquidava come un “destro” in odore di filo socialismo. Il suo linguaggio proveniva da un universo culturale lontano.
Era eccessivo pretendere che fosse noto ai militanti del Pci che il termine migliorismo indicava la concezione del mondo che, rifiutando le opposte scelte dogmatiche dell’ottimismo e del pessimismo, ammette la possibilità, non garantita, del progresso, sulla base di un impiego ragionevole delle risorse umane. Era molto più facile farne un termine spregiativo nella polemica interna al partito per denigrare quelli che nel Pci, così si sosteneva, avevano rinunciato a battersi per la trasformazione del sistema e si acconciavano all’idea di un mediocre miglioramento delle cose. Così erano sistemati Veca e la filosofia anglosassone. Inoltre, i miglioristi volevano a tutti i costi l’accordo con i socialisti. Era il loro peccato capitale. Avrebbero dovuto sapere che non c’era niente di più imperdonabile nel Pci! Non a caso, in diverse occasioni qualcuno tentò di chiudere la partita facendo letteralmente fuori i miglioristi. La vita per i miglioristi non fu mai facile.
Con Michele Salvati, almeno per un po’, si ritenne possibile un “recupero”. Dopo il congresso che avviò la fase costituente del Pds, gli fu chiesto di dare una mano per scrivere il programma del nuovo partito ma l’operazione non andò molto lontano. Pazientemente Michele, dopo ogni riunione del gruppo di redazione, riscriveva il documento cercando di tenere conto delle critiche che fioccavano sui suoi testi. Poi, non vi furono più riunioni e la conferenza programmatica che si svolse a Roma alla fine di ottobre del 1990 si trasformò in una occasione di confuso e reticente confronto interno alla vigilia del congresso di Rimini che avrebbe visto la nascita del Pds.
Nel maggio del 1989 la Cina fu sconvolta dalle manifestazioni di giovani a piazza Tien An Men. Si trattava di una rivolta di massa contro il regime. Dal Baltico all’Asia si consumava la crisi dei regimi comunisti. Non si trattava di sommovimenti alla ricerca di varianti meno illiberali di comunismo. Né si discuteva da Varsavia a Pechino di neocomunismo. Si voleva farla finita con assetti statali dispotici. Eppure sulle colonne di Rinascita Mario Tronti (un intellettuale verso il quale nutro un grande affetto) scriveva, riferendosi a quanto avveniva a Pechino dove da settimane gli studenti occupavano piazza Tien An Men, di “una esplosione di movimento” … rammaricandosi “che per noi in occidente fosse un ricordo del passato”…perché mobilitazioni simili “sulle sorti del pentapartito o sul summit della Nato” non ce ne sarebbero state. Replicai su Rinascita che era una fortuna che in Italia e in occidente non fossero necessari simili movimenti; che “laddove Tronti vede società politicamente, fortemente dinamiche è invece in gioco una drammatica questione:la transizione alla democrazia con tutte quelle vecchie banalità formalistiche della libertà di ciascuno, della separazione dei poteri , del pluripartitismo”. Il problema non era, concludevo, di velleitari e metafisici ritorni a presunte epifanie della idea comunista, ma la transizione alla democrazia. Su Tien An Men si produsse una fuorviante identificazione tra totalitarismo comunista e fascismo inaugurata da Enrica Collotti Pischel dopo la strage di Piazza Tien An Men e fatta propria da Luciano Canfora nelle premesse al suo libricino “La crisi dell’est e il Pci”. Del resto Canfora, tre settimane prima del crollo del Muro, si era prodotto in una sorta di esaltazione della Ddr come “Germania antifascista e non capitalista” difesa, a detta di Canfora, dai manifestanti di Dresda, Lipsia, Berlino!
Eravamo convinti di essere una cosa diversa noi comunisti italiani. Cosa avevamo da spartire con quei satrapi dell’est? Noi eravamo il partito di Antonio Gramsci. Potevamo reagire e resistere alle dure repliche della storia. Coltivammo a lungo una tale convinzione. Anche quando il congresso di Firenze del 1986 definì il Pci “parte integrante della sinistra europea”, permaneva l’idea che l’integrazione nella sinistra occidentale potesse avvenire salvaguardando il residuo di una anomalia italiana e di una nostra distinzione rispetto alla socialdemocrazia. La spinta all’integrazione nel campo del riformismo europeo fu rallentata da questa ambiguità. La verità è che il Pci guardò ai tentativi di apertura e riforma dei regimi dell’est che precedettero il crollo convinto ancora (e sperando) in una riformabilità dall’interno di quei regimi. Il tentativo di Gorbaciov alimentò l’illusione che, accanto alla socialdemocrazia, potesse prendere corpo una sinistra comunista rinnovata. Una idea che apparve a molti come una possibile ripresa del nucleo vitale dell’esperienza del Pci: una versione democratica del progetto comunista che potesse mantenere una distinzione rispetto all’approdo socialdemocratico. Ecco perché non capimmo che il Muro stava per crollare. Né facemmo uno sforzo per far intendere ai militanti e a parte dell’elettorato come stessero realmente le cose. La verità era che il tempo delle riforme “dall’alto” promosse dalle classi dirigenti dell’est si era consumato con la vicenda ungherese del ‘56 e con Praga nel ‘68. In Polonia, dalla fine degli anni settanta aveva preso corpo un movimento di massa che “dal basso” erodeva ormai le basi del regime. Eppure di quanto avveniva ad est stentavamo a discutere. Trovo una conferma in questo appunto:
6 ottobre 1989. Due giornate di Comitato Centrale. Relazione di Occhetto. Al centro le elezioni al comune di Roma. Reichlin capolista. La crisi della Dc nella capitale pare profondissima ma colgo in giro una eccessiva (e presuntuosa) sottovalutazione di Carraro e del Psi. Si discute anche della nuova serie di Rinascita sulla base di una relazione di Asor Rosa, nuovo direttore. Tento di ricordare, intervenendo, che non è discutendo di “revisionismo comunista” che si può andare molto lontano con i tempi che corrono e con quanto sta accadendo nei regimi del socialismo reale. Questione decisiva di cui non si riesce a discutere come sarebbe necessario e a trarre tutte le conseguenze. Ho timore che da questo orecchio non ci sentano molto i giovani leoni del nuovo corso. Mi indigna tuttavia il modo grossolano con cui parlano di De Giovanni e del suo articolo su Togliatti. Inaudito.
Quando i comunisti ungheresi del Posu decisero, al congresso del partito nell’autunno del 1989 di cambiare nome e si auto denominarono socialisti inviai un articolo a L’Unità in cui sostenevo che…”aveva poco senso leggere i fatti ungheresi come un ennesimo episodio della tradizionale disputa tra comunisti innovatori e dogmatici. A Budapest si era giunti ad un passaggio di rilievo storico che portava alle definitive conseguenze le stesse premesse annunciate dalla perestrojka di Gorbaciov: l’esaurimento di ogni pretesa ragion d’essere del comunismo come prospettiva e orizzonte ……si poneva quindi un problema cruciale anche per noi..c’erano terreni simbolici e organizzativi su cui erano necessarie ulteriori innovazioni…l’espressione comunismo si riduceva alla devastazione staliniana…occorreva affrontare il problema senza patemi o imbarazzi”.
L’Unità ne rinviò di diversi giorni la pubblicazione. Quando ne chiesi il motivo mi fu detto da un caro compagno che purtroppo non c’è più, che alla vigilia del voto per il rinnovo del consiglio comunale di Roma in cui il Pci, contro Carrano presentava capolista Alfredo Reichlin, l’Unità non poteva pubblicare un articolo in cui, nella sostanza, si chiedeva di cambiare nome al partito. Sulla vicenda ritrovo queste pagine di diario:
20 ottobre 1989. Da Bologna a Roma. Alla stazione, purtroppo, faccio in tempo a comprare L’Unità e ad incazzarmi perché continuano a non pubblicare un mio articolo sulle conseguenze per il Pci della straordinaria svolta ungherese. Lo trovano “eccessivo”, controproducente in campagna elettorale. Come se il mio articolo potesse far perdere voti nella battaglia per il Campidoglio. Inaudito…Andrò fino in fondo, per quanto è nelle mie possibilità, nella battaglia per il cambiamento in senso socialista del partito. Non sopporto più i temporeggiamenti. Le esitazioni. Le incertezze. Sento come una esigenza morale battermi con maggiore determinazione e chiarezza.
Mancava un mese al crollo del Muro. Gorbaciov era all’opera da ben quattro anni e la sua impresa demolitoria di tabù e dogmi aveva già reso evidente che per il comunismo in Europa si avvicinava l’ora della verità. Anche per il Pci, un partito che non era stato una variante nazionale del comunismo sovietico ma una forza radicata nella realtà del paese, si sarebbe posto il drammatico problema di un radicale mutamento. Ecco alcune annotazioni del mio diario su quel passaggio cruciale.
15 novembre 1989. Siamo giunti al cuore del problema. Lunga riunione di Direzione. Occhetto pone la questione del cambiamento del nome, dell’adesione all’Internazionale socialista. Qualunque siano stati i giudizi sulla linearità e sulla forza del suo impianto politico c’è da riconoscere ad Achille coraggio politico. I problemi cominciano subito. Turbamenti e sofferenze nella base del partito. Dissensi annunciati di Ingrao, degli exPdup, di Cossutta. Era abbastanza scontato che accadesse. Acrobazie da parte di alcuni, per caricare di spirito antisocialista la proposta. Mi invadono sentimenti diversi. La originalità dell’esperienza del Pci non era più sufficiente a dare capacità espansiva alla nostra politica. Occorreva una soluzione di continuità. Da almeno dieci anni, con Giorgio ed altri compagni pensiamo ad una svolta di tale portata. Potevamo farla prima? Prima che crollasse tutto?Questo era il senso della nostra battaglia politica. Avverto tuttavia il timore che un patrimonio di forze, speranze, volontà, possa disgregarsi. Mi indigna il pensiero che qualcuno, nel confronto interno che si è aperto, possa far leva su questi timori per contrastare la piena evoluzione socialista e democratica del partito. Demagogia e cianfrusaglie teoriche si sprecheranno. Il vero problema è evitare che la nuova forza politica nasca sulla base di una pregiudiziale polemica contro il Psi. Intervengo, poi seguo il dibattito con la mente piena di speranze e timori. Mi commuove il volto stanco di Occhetto, solo, dietro l’enorme tavolo della presidenza nella sala del comitato centrale al V piano di Botteghe Oscure.
1 dicembre 1989: A pranzo con Napolitano per fare un bilancio prima della Direzione di martedì. Gli parlo delle preoccupazioni politiche e organizzative in vista del congresso. Non gli dico fino in fondo del mio pessimismo. Del resto è difficile non convenire sul fatto che presentare una mozione dei riformisti probabilmente lascerebbe spazio di manovra ad Occhetto verso la sinistra e la partita sarebbe del tutto nelle mani di un gruppo sulla cui affidabilità politica sono permangono molti dubbi. All’est crolla anche il regime di Praga. Torna Dubcek dopo venti anni di tenace opposizione. Venti anni perduti nel corso dei quali si è consumata la rovina e la fine del socialismo reale. E’ impressionante il modo in cui avviene il dissolvimento dei regimi dell’est. Nel volgere di pochi giorni scompaiono uomini e partiti che si proclamavano eterni.
Forse Alessandro Natta aveva avvertito la portata della bufera che si avvicinava. A chi, illudendosi, sosteneva, nel corso di una riunione della Direzione, che occorreva un congresso della stessa forza politica e simbolica dell’ottavo congresso del Pci (quello che si svolse alla fine del terribile 1956 dopo le rivelazioni di Krusciov sui crimini di Stalin e la repressione sovietica della rivolta in Ungheria), Natta replicava, e in quella occasione la sua voce mi apparve esitante e timorosa, “altro che ottavo congresso, qui siamo ad un XX congresso al giorno”. Su Natta in quei difficili giorni ritrovo queste pagine di diario:
21 dicembre 1989. Una rapida riunione del Comitato centrale per decidere le regole per il congresso. Via libera alle correnti! Decidiamo in un incontro a casa di Bufalini di “aderire e non sabotare” il documento di Occhetto. Una sensazione di malessere mi accompagna in questi giorni di tensione e di battaglia politica interna. Forse il timore che stiamo, un po’ tutti, distruggendo un grande partito. Forse il pensiero dei ritardi che colpevolmente si sono lasciati accumulare. Uscendo da Botteghe Oscure incontro Natta che si avvia alla riunione della componente del No. Mi sembra di scorgere in un volto pallido e stanco non solo il dolore per la lacerazione del partito ma lo smarrimento per essere giunti a tanto. Leggo un bellissimo libro di uno scrittore cecoslovacco, Utz, la storia di un uomo prigioniero a Praga del regime comunista e che vive e muore per una straordinaria collezione di porcellane di Meissen: “una tranquilla malinconia è l’unica soluzione di questi tempi” dice il protagonista. Fosse vero…Crolla anche il regime di Ceaucescu. Crolla massacrando gente inerme a Bucarest e in altre parti del paese. Con il tracollo di Ceaucescu è quasi finita!L’Europa è ormai libera…libera almeno dal totalitarismo comunista.
10 gennaio 1990: Ieri riunione della Direzione. Si tenta di ridurre l’asprezza e limitare i danni della contrapposizione frontale. Sarà difficile riuscirci. Si sostiene che i compagni del No puntino ad un buon risultato al congresso per poi, dopo le elezioni amministrative, porre il problema del segretario….Che le cose siano a questo punto lo si coglie durante la riunione. Natta appare il più esacerbato fino al punto di chiedersi, intervenendo, se non giungerà il momento in cui sarà difficile restare insieme. Macaluso rimprovera Pajetta di sostenere a destra e a manca il No e di voler essere poi considerato al di sopra della mischia. Provo una stretta al cuore per Pajetta. Vado a colazione con Cazzaniga, comunista testardo ma colto, simpatico e dal sorriso intelligente.
Giancarlo Pajetta, l’ultimo capo storico del Pci, muore nel settembre del 1990. Scompare quando, crollato il comunismo, il suo partito sembra travolto da divisioni e lacerazioni insanabili. Ritrovo una pagina del diario che lo ricorda:
14 settembre 1990. Funerali di Pajetta. Un lungo corteo da Botteghe oscure a piazza Montecitorio. Una grande folla. Bandiere rosse. L’internazionale. Commozione autentica. Il popolo comunista si raccoglie intorno a Pajetta quasi per ritrovarsi, farsi forza. E’ un mondo che ritrova per un giorno l’unità nel dolore per la scomparsa di un grande vecchio e la ritrova dopo lacerazioni inaudite. Ma quanto durerà?
E’ un pomeriggio in cui splende un sole fortissimo. Il corteo avanza a fatica. La banda diffonde le note di canzoni partigiane e gli inni dei lavoratori. Parlano Bulow,Taviani, Del Turco ed Occhetto. Ci sono tutte le autorità della Repubblica. Gli uomini della Resistenza. Mi pento di non avergli parlato in questi mesi. Di non averlo fatto per non affrontare la sua ira, ingiustificata, contro di me per l’intervista su Silone e Tasca, In mattinata, camera ardente a Botteghe Oscure. Una fila ininterrotta di militanti e gente comune. Si è ripetuto ancora quanto accaduto per i grandi del Pci: la gente del popolo che saluta col pugno chiuso e con il segno della croce. L’ultimo picchetto d’onore tocca ai vecchi che litigano sulle sorti del partito. Natta e Napolitano, Chiaromonte e Tortorella, Bufalini eIngrao, Jotti, e, infine, Occhetto. Immobili intorno a Pajetta.
Un lungo incontro, oltre un’ora, con una delegazione del Psi, Craxi con Amato e Di Donato. Si svolge al secondo piano, nell’ufficio di Occhetto. Ci sono anche Bufalini e Pecchioli. Il clima dell’incontro è buono. Sembra di ritrovarsi tra vecchi compagni. Si parla dei rapporti di Pajetta con il Psi, della Resistenza. Craxi ricorda le vicende del dopoguerra a Milano. Torneranno i giorni dei contrasti e delle contrapposizioni, non c’è da illudersi, e tuttavia, nell’incontro di oggi emergevano le radici profonde su cui l’unità a sinistra nel nostro paese potrebbe fondarsi.
Sono trascorsi venti anni dal crollo del Muro di Berlino, continuo a chiedermi come sia stato possibile che il XVIII congresso del Pci, nel marzo del 1989 a Roma, si sia concluso con la proposta di un “Nuovo Pci” mentre il comunismo, una delle più grandi utopie del secolo, una religione di salvezza, una ideologia politica e un disegno economico e istituzionale erano scossi da una crisi che si sarebbe rivelata irreversibile. Paradossalmente in quel congresso quasi non si parlò della crisi profondissima in cui versavano i regimi del socialismo reale. Occhetto citò Marx evocando la formula del Manifesto in cui il comunismo rappresenta “il futuro nel quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di tutti”: la promessa più tradita dal “comunismo realizzato” e sostenne di non vedere motivo per un cambiamento del nome del partito. Perchè non ci rendemmo conto che il sistema sovietico, con tutto il suo corteo di comunismi reali era finito e che sarebbe stato vano affrontare le conseguenze di ciò ricorrendo alla formula del Nuovo Pci? Restò sostanzialmente eluso in quel congresso il grande tema delle ragioni storiche del fallimento del comunismo.
Di fronte all’utopia capovolta, al trasformarsi del sogno dell’uguaglianza nell’incubo del totalitarismo, la strada da scegliere non poteva che essere quella del socialismo delle libertà ricollocando le forze che avevano seguito il Pci sul terreno del socialismo democratico e liberale. Ma il cambiamento in questa direzione stentò ad arrivare, troppo a lungo durò l’esercizio teso a dimostrare che si poteva uscire dalla tradizione comunista per una strada che non fosse la via maestra del riconoscimento delle ragioni della sinistra socialdemocratica e riformista.
Su tale questione trovo questa pagina del diario:
9 ottobre 1990. Per il nome del partito si delinea una soluzione senza alcun riferimento al socialismo democratico ed europeo. Si combineranno i due termini democrazia e sinistra. Rischiamo di rinunciare ad uno spazio politico, ad un ruolo che naturalmente dovevano essere i nostri, per tradizione e insediamento sociale. A questi dubbi Veltroni mi risponde che non si può lasciare il comunismo per … diventare socialisti e Petruccioli osserva che il socialismo è arcaico e da mettere in soffitta. Si delinea una conclusione che non condivido. In serata vinco ogni esitazione e telefono ad Occhetto per dirgli dei miei dubbi, gli propongo di considerare di scrivere nel simbolo il logo “per il socialismo europeo”. Chi potrebbe protestare? E perché?Occhetto mi dice che rifletterà, che forse è il caso che ne parli agli altri compagni. Non riesco nemmeno a dirgli che già ne ho parlato. Lo saluto. Non se ne farà nulla.
Furono necessari due interminabili congressi nel biennio successivo al 1989 per realizzare i mutamenti simbolici e politici del partito. A Bologna avviammo il processo costituente di una nuova forza politica e dopo un anno di estenuanti confronti e scontri politici interni finalmente, al congresso di Rimini, nel 1991 nasceva il Pds. Un percorso estenuante che fu deciso convinti che quella strada consentisse di ridurre i danni e coinvolgere la sinistra sommersa. In realtà pagammo il prezzo inevitabile della scissione, senza riuscire a coinvolgere forze esterne significative. Ed il congresso di Rimini ebbe un epilogo drammatico. Ritrovo alcune pagine di diario su quei giorni a Rimini:
31 gennaio 1991. Viaggio in macchina con Borghini. A Rimini mi assegnano anche un accompagnatore con auto: eccessivo. Mi tocca un compagno del No. Un vecchio e bravo compagno di Ravenna. Di quelli ormai difficile da trovare. Che critica tutti e fatica come un mulo. Quando gli chiedo come va mi risponde che forse potrebbe andare meglio ma che non lascerà il partito e che i pericoli ormai vengono solo da due compagni. Si tratta di… Napolitano e Corbani! Un po’ mi diverte..un po’ mi incazza non costituire nemmeno il terzo pericolo…
2 febbraio 1991. In mattinata interviene Giorgio. Un intervento di straordinaria efficacia. Il migliore che gli senta fare da anni. La platea lo segue in silenzio con attenzione e rispetto. In fondo si sente rassicurata dalle sue parole. Non tutto è perduto se c’è ancora chi sa prospettare un ruolo e una strategia per il nuovo partito. I riformisti sentono di poter svolgere una funzione decisiva nel congresso e nel Pds.
3 febbraio1991. Si conclude la storia grande e drammatica del Pci e nasce un nuovo partito. Alla mia destra, alla presidenza, c’è Cossutta, mi sembra di scorgere nel suo volto la commozione per la rottura cui si prepara. Sento una stretta nel petto. Finisce la storia dei comunisti italiani. Su un video si succedono le immagini di un secolo di storia dell’Italia democratica e del movimento operaio del nostro paese. Le potenzialità per una nuova forza della sinistra sarebbero grandi ma sapremo utilizzarle? Interrogativo del tutto fondato se penso all’andamento della votazione sui documenti. Vengono respinte le proposte ispirate a serietà e buon senso fatte da Boffa sulla guerra nel golfo. Cominciamo male. Speriamo di non perseverare. La riunione della commissione elettorale si trascina fino a notte inoltrata. Intanto una squadra di operai sta smontando l’enorme impalcatura del congresso. Domani c’è la fiera. Occorre tagliare la corda. I delegati esausti stesi per terra e sui tavoli dormono e si riparano alla meno peggio. Intorno scompaiono le tribune per gli invitati, i teloni e i drappeggi. Sembra si concluda una partita di calcio e lo stadio lentamente si svuota. Siamo a Rimini e c’è qualcosa di felliniano nell’aria. Osservo quanto accade dall’alto degli scranni della presidenza che ancora resiste all’assalto degli operai che stanno portando via tutto. E’ quasi l’alba. Si decide di rinviare l’elezione del segretario a domani. In commissione elettorale continua il corpo a corpo tra Minopoli e Pellicani per i riformisti e Petruccioli e Veltroni per gli occhettiani, per la composizione dei nuovi organismi dirigenti. Speriamo bene.
4 febbraio1991. La catastrofe! Occhetto candidato segretario non raggiunge il quorum della metà più uno dei membri del Consiglio nazionale e non viene eletto segretario. E’ un fatto clamoroso. Occorreva spostare la votazione di qualche giorno. Improvvisazione e leggerezza hanno congiurato. Ma ci sono anche delicati problemi politici. Si è giunti al voto per il segretario con una maggioranza del tutto inesistente. Senza che nessuno abbia sentito il dovere di chiedere ai riformisti quale fosse la loro opinione dopo le rotture che erano intervenute in congresso. Per quale ragione avrebbero dovuto sostenere Occhetto dopo aver subito affronti e colpi politici nella relazione, nelle conclusioni e nel voto sugli ordini del giorni più impegnativi e controversi? Occhetto abbandona la sala infuriato. E’il caos. Per cercare di porre riparo si riuniscono in una sala della fiera i dirigenti della maggioranza. Solo ora che è accaduto il peggio si ricordano che c’è una maggioranza che è stata bistrattata e lacerata senza alcuna cautela nel corso di queste settimane. D’Alema cerca di prendere in mano la situazione, parla della grande sciocchezza che è stata commessa, spera sia possibile porvi riparo.
5 febbraio 1991:
6 febbraio 1991: Riunione di delegazioni di tutte le componenti per trovare una via d’uscita. Partecipo all’incontro insieme a Napolitano, Macaluso e Pellicani. C’è Ingrao. Ci sono anche alcuni degli esterni tra i quali Paolo Flores. Introduce D’Alema. Ricostruisce i fatti. Critica le descrizioni complottistiche. Invita a considerare lo stato d’animo in cui si trova Achille e a comprendere le ragioni di alcuni suoi eccessi nelle interviste. Ripropone la candidatura di Occhetto e chiede un ampio consenso. Uno sciagurato intervento di Flores per poco non fa degenerare la riunione. Ingrao severissimo chiede che Occhetto ritiri la candidatura. Che si faccia avanti un altro. Giorgio critica gli appelli al plebiscito e si dispone positivamente all’eventualità di un nuovo voto per Occhetto. Macaluso è il più sarcastico e implacabilmente ricorda che anche Churcill dopo aver sconfitto i nazisti e salvato l’Inghilterra fu bocciato dagli elettori. La riunione si conclude in maniera interlocutoria. In serata D’Alema e Veltroni vanno da Occhetto a Capalbio.
7 febbraio 1991. Si cerca affannosamente una via d’uscita. Riunione dei riformisti. Occhetto lo si può votare ma solo sulla base di un accordo politico. Propongo a Petruccioli un incontro tra riformisti ed occhettiani per avanzare in comune la candidatura a segretario di Occhetto. In un primo momento Claudio sembra disponibile. Poi, in serata non lo considera più possibile. Non si può fare alcun incontro, aspettiamo il discorso di Occhetto domani. E’ chiaro che se le cose procedono su questo binario i riformisti non voteranno Achille. Andiamo diritti alla rovina. Quando tutto sembra ormai compromesso cerco di far intendere a D’Alema le ragioni della mia proposta. Chiamiamo Napolitano. Stendo il testo di una breve dichiarazione in cui i riformisti e il ”centro”concordano in nome del lavoro compiuto per guidare la svolta, di presentare Occhetto candidato comune alla segreteria. Lo rivediamo con Veltroni. Lo diamo alla stampa. Alle 21 comincia l’assemblea dei riformisti che approvano la decisione di votare Occhetto. Sono esausto ma vado a giocare a tressette a casa di Eduardo Guarino. Me lo merito.
8 febbraio 1991: Il Consiglio nazionale elegge Occhetto segretario del Pds. Era ora. I compagni del No si astengono. Napolitano dichiara il voto favorevole dei riformisti ma svolge una sorta di requisitoria contro le tentazioni plebiscitarie di Occhetto e rivendica l’autonomia della componente riformista. La riunione si svolge alla fiera di Roma, l’unica struttura in grado di ospitare il plenum di uno sterminato Consiglio nazionale. Occhetto apre la riunione, dopo il suo discorso a qualcuno è venuto voglia di votargli contro. D’Alema illustra la proposta, legge il testo dell’accordo tra riformisti e “nuovo corso”. E’ efficace. Sarcastico. C’è da preoccuparsi? Un applauso liberatorio accoglie la proclamazione del voto favorevole ad Achille. Ressa di giornalisti e servizio d’ordine; spuntano fuori enormi mazzi di fiori mentre Achille ed Aureliana si precipitano nell’auto e scappano via inseguiti dai fotografi… chissà perché mi sembra la scena di una commedia all’italiana.
Così andarono le cose in quei due anni Il tentativo di non disperdere il patrimonio di forze che si erano riconosciute nel Pci ricollocandole su un terreno politico nuovo è stata l’impresa politica più ardua e impegnativa con cui si è misurata la generazione di dirigenti del Pci di cui ho fatto parte. Non ci riuscimmo. O forse ce la facemmo solo in parte. Probabilmente il Pci avrebbe potuto liberarsi ben prima dell’89 dai vincoli e dai lacci che lo tenevano, in una certa misura, ancora chiuso nel campo sbagliato. E invece esso giunse alla scelta riformista e al cambiamento simbolico in ritardo. I riformisti del Pci avevano compreso la necessità del mutamento ma furono sempre minoranza, costretti ad un’opera di condizionamento e di argine al massimalismo. Esposti all’accusa di rappresentare la “deriva socialdemocratica”. Non era difficile alimentare una campagna contro di loro, bastava stuzzicare l’antisocialismo diffuso, mischiarlo ad un malinteso senso dell’autonomia del partito per ottenere una miscela velenosa. Qualcuno giunse –era l’estate del 1991- dopo una assemblea dei riformisti tenuta a Botteghe Oscure, a dichiarare che i miglioristi “avevano issato i vessilli del nemico” per aver sostenuto che con il Psi era necessario un serrato confronto e che l’unità della sinistra non poteva voler dire un informe intesa dalla Rete a Rifondazione. I temi di sempre nell’eterna discussione a sinistra.
Malgrado tutto ciò, quella condotta dai miglioristi fu una battaglia tenace. Furono sconfitti ma la condussero convinti che il socialismo non potesse che essere il naturale sviluppo della tradizione liberale. E chissà se non sia ancora questo il bandolo della matassa. Umberto Ranieri


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