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Victor Zaslavsky (1937-2009)

Victor Zaslavsky
Victor Zaslavsky era nato a Leningrado, oggi San Pietroburgo, il 26 settembre del 1937. Si era diplomato in ingegneria all’Istituto minerario della stessa città e aveva poi preso una seconda laurea in Storia nello stesso Ateneo. Aveva nel frattempo lavorato come ingegnere minerario in varie parti dell’Unione Sovietica, viaggiando e fermandosi in località asiatiche ed europee; in seguito aveva insegnato per alcuni anni Sociologia in Russia. Negli anni dell’adolescenza e della giovinezza, aveva vissuto con grande intensità e speranza il periodo kruscioviano, di cui parlava e scriveva volentieri; ad esso riconosceva di avergli permesso studi assai più completi, liberi ed approfonditi di quanto sarebbe stato possibile prima, sotto Stalin, e dopo, sotto Brezhnev. Ricordava molto chiaramente le discussioni tra studenti nel 1956, sul rapporto segreto al 20° congresso del PCUS e sull’invasione dell’Ungheria.
Dotato di cultura e vivacità intellettuale non comuni, non aveva tardato a diventare docente universitario. Il colpo burocratico del 1964 contro Krusciov e l’invasione della Cecoslovacchia quattro anni dopo segnarono la fine delle speranze di riforma. Lo sguardo critico sulla realtà sovietica, che nell’organizzazione universitaria, soprattutto nelle scienze umane (i cui grandi classici di tutti i tempi erano concessi numerati solo alle persone più fedeli e ideologicamente fidate) era ingabbiata in una camicia di forza ideologica, lo rese presto inviso ai controllori e lo fece entrare nel mirino della censura accademica. Da uomo libero, che aveva da subito compreso l’importanza delle scienze sociali e politiche, egli non si sottometteva docilmente ai “burocrati della scienza” e conservava sempre una profonda dignità e indipendenza nel suo lavoro, cosa che suscitò sospetto fin dall’inizio dapprima nei controllori sovietici, quindi nei “programmatori culturali” di ogni tipo, monopolisti di una qualsivoglia cultura ufficiale e conformista.
Quando il Kgb lo scoprì in possesso di scritti di Solzhenitsyn, nel 1974 venne espulso dall’Università – in parte anche a causa dei parenti già emigrati dall’URSS. Squalificato sul piano professionale, si vide costretto a lavorare come guida turistica. Tacciato di “inaffidabilità politica” – in un periodo di forte recrudescenza della repressione sovietica verso gli intellettuali e la dissidenza – Zaslavsky l’anno successivo decise di emigrare in Occidente con la famiglia. Dopo aver fatto tappa a Roma proseguì per gli il Canada, dove insegnò per 19 anni alla Memorial University di Newfoundland, a St. John’s (dove anche dopo la sua partenza era rimasto honorary research professor, conservando i library privileges, e che alla notizia della morte ha eretto la bandiera a mezz’asta) e inoltre in California, a Stanford e Berkeley, come visiting professor. In Italia insegnò nelle Università di Venezia e Firenze per poi stabilirsi alla Luiss di Roma, dove nel 1994 ottenne la cattedra di Sociologia politica per “chiara fama”.
Zaslavsky può essere ascritto alla dissidenza antisovietica solo in senso indiretto. Lui stesso sosteneva: “Non ero un dissidente, ma solo un intellettuale che pensava con la propria testa.” Non aveva messo in atto in Unione Sovietica il contrasto aperto, la critica attiva, la proclamazione del diritto di resistenza al potere tirannico da una parte e dall’altra non era stato legato al e/o diffuso nel samizdat, tutti strumenti tipici questi dell’azione dei membri di quel movimento intellettuale di fondamentale importanza per la lunga opera di erosione del potere assoluto nell’Urss. La sua fedeltà alla ricerca scientifica, alla verità dei fatti, al rigore dello studio, tanto più valido quando più derivante da curiosità e vivacità connaturate, lo portavano su un terreno parzialmente differente rispetto a quello della dissidenza, che era prevalentemente letteraria. Quello dell’analisi realistica della politica e della società, però, era pur sempre parallelo all’ambito stesso in cui si muoveva il fenomeno del dissenso, con i suoi pregi, i suoi difetti, le sue insufficienze strategiche. Era un campo di studi e d’azione che si caratterizzava per l’uso di metodi e forme di resistenza diverse, seppur gli orizzonti rimanessero gli stessi.
Inoltre, Zaslavsky sarebbe rimasto sempre legato allo stile e al modo di pensare dell’intelligentsija russa, ma con in più una visione molto più marcatamente a tutto campo della cultura, della scienza e del compito dello scienziato e dell’intellettuale. Zaslavsky era legato profondamente alla Russia (alcune pagine degli anni Ottanta ne rivelavano l’attaccamento estremo), come altri maggiori intellettuali suoi conterranei, convinti ma senza facili illusioni o utopismi della possibilità di una rinascita di questo sfortunato paese; e non lo vedrà mai uscire dal suo campo privilegiato di osservazione, mantenendolo sempre al centro del suo lavoro, anche per i problemi e gli avvenimenti più tragici.
Già in Unione Sovietica, dove aveva sperimentato la solitudine dello studioso che non si accontenta dei luoghi comuni o degli abbellimenti ideologici e che invece persegue la ricerca con impegno e serietà, Zaslavsky aveva approfondito la storia della Russia e dell’Unione Sovietica, della loro collocazione nella storia del Novecento, fino a raggiungere livelli di grande profondità, che gli avrebbero consentito in seguito di essere riconosciuto come uno dei maggiori esperti dell’argomento a livello mondiale. Egli inoltre conosceva molto bene i meccanismi politici del sistema sovietico, il modo di comportarsi della burocrazia, degli strati sociali fagocitati dagli apparati della polizia segreta, i meccanismi del consenso, della repressione e dell’inganno permanente. A questa competenza univa quella di storico di grande levatura, che con la sua libertà e onestà intellettuale, ma anche grande umiltà sa accostarsi ai documenti e analizzarli, gestendo un imponente lavoro d’archivio, quando necessario e se possibile. Già nell’Università sovietica dimostrava una sorta di “tranquillità dello studioso”, che conta sui propri mezzi conoscitivi perché ne conosce il valore. Anche se di fatto le scienze umane finivano devastate nel “tritacarne ideologico” sovietico, Zaslavsky conosceva la rilevanza della metodologia della ricerca in questi campi, l’importanza della teoria quale bussola per orientarsi, il valore dell’elaborazione scientifica, che è naturalmente del tutto indipendente rispetto al paese nel quale si vive e che quindi ha rilevanza universale. Da qui sorgeva in lui il culto per l’analisi spassionata e per i fatti, per le metodologie e per le scoperte di altri paesi, ma anche l’impegno morale che determinate ricerche implicano e che proprio per questo vanno condotte con il maggiore rigore possibile.
Date queste premesse, era inevitabile che la sua vita in Unione Sovietica finisse in rotta di collisione con quella di chi teneva in gabbia le discipline che lo appassionavano. Quasi con una sorta di stupore, Zaslavsky scopriva un poco alla volta i meccanismi della censura, dell’asservimento della scienza, della corruzione di giovani menti costrette non a seguire vie indipendenti di ricerca, ma a servire non solo l’agenda degli studi, dettata dai vertici accademici, ma anche forze totalmente estranee alla ricerca. Già nei primi Anni Settanta egli si era reso conto dello stravolgimento sotto il regime sovietico di discipline come quelle sociologiche e dell’oppressione che questi campi di studi e gli Istituti che li praticavano finivano per subire, con ripetute soppressioni e conseguenti repressioni dei loro membri. Le ricerche equilibrate e documentate alle quali Zaslavsky ha sempre tenuto, non avrebbero mai potuto trovare posto in un quadro così cupo e umiliante.
Il periodo sovietico della sua vicenda di studioso è stato fortunatamente piuttosto breve, perché l’emigrazione gli ha consentito di far fruttare al meglio le sue grandi capacità analitiche. Zaslavsky aveva una concezione delle scienze sociali e politiche, così come di quelle storiche, come di discipline che non sono statiche, ma che si sviluppano e che avanzano secondo il meccanismo dell’evoluzione della stessa conoscenza. La rottura di vecchi schemi storiografici, che risulterà evidente nella parte italiana della sua vita e in temi quali il rapporto fra i vertici del Partito Comunista Italiano e il Cremlino, è tutt’uno con questa logica, nella quale era pienamente inserito e che aveva rielaborato a contatto con le discipline di quel tipo soprattutto in campo anglosassone, ovvero al cospetto di una vera comunità di studiosi, abituata a dibattere e a criticare, ad accettare tendenzialmente le autentiche scoperte quando si rivelano tali e a cancellare le strade risultate fallaci, ricominciando umilmente daccapo.
Le premesse agli studi di maggior valore di Zaslavsky erano in ogni caso già state poste in Russia. Quelle tendenze, che lo avrebbero portato all’autentica distruzione di luoghi comuni, a smontare false convinzioni, a tracciare quadri realistici ed esaustivi del sistema sovietico, derivavano dal suo metodo del tutto libero e indipendente, ascrivibile propri al primo periodo della sua attività accademica e forse addirittura alla sua vita di studente che si orientava fra i mille inghippi del sistema universitario sovietico. Sarebbe un grave vuoto non ricordare come quelle radici influenzassero la dolorosa ricerca, per un russo, sulla tragedia di Katyn, sulle sue cause e responsabilità, sulla verità contrapposta a una grande, interminabile menzogna, che fino a oggi ha impedito di rendere giustizia ai polacchi quali vittime di una violenza inaudita. Rendere giustizia mediante la verità storica è stato il culmine del dovere morale sentito da Zaslavsky nell’ultima fase della sua vita, che trova però radici proprio nel suo periodo russo, nel quale aveva già preso coscienza del valore della verità. Le ultime analisi sulla Russia rivelano una profonda comprensione dei problemi della continuità storica, della politica e delle peculiarità della stessa.
Da ultimo, ancora pienamente riferito al periodo russo della vita di Zaslavsky, non va dimenticato l’ambito nel quale si è dimostrato anche scrittore di talento. Alcuni suoi racconti brevi, pubblicati in lingua russa, inglese, italiana, tedesca (ma non in russo!), affondano le loro radici proprio nella vita russa, che appare evidente attraverso il marcato tratto autobiografico. Quei racconti, infatti, sono densi di esperienza vissuta direttamente alle prese con il sistema politico e burocratico sovietico, con la vita quotidiana e le contraddizioni tipica di quel periodo storico e di quella cultura. Proprio dalla Russia quei racconti traggono la loro carica di saggezza, di umorismo, il loro intrinseco valore di testimonianza, questa volta non più fredda e distaccata, ma partecipata e sentita, come sentito da Zaslavsky era il destino della gente descritta in quelle sue belle pagine.
Trasferitosi in Italia, Victor (Vitya per gli amici: da buon russo, non poteva rinunciare al vezzeggiativo) per certi versi s’inserì perfettamente in questo paese, per altri ne rimase rispettosamente a distanza. Aveva imparato la lingua in modo eccellente, i suoi motti di spirito e le sue eleganti locuzioni pronunciate con accento inconfondibile erano assai gradevoli. Era però rimasto cittadino canadese e ne parlava, con un lieve sorriso un po’ enigmatico, in termini che significavano “io sto bene così, che bisogno c’è di cambiare?”
Ciononostante, o forse proprio per questo, la cultura libera italiana gli è debitrice di molte cose. Come una nemesi storica, egli ha contribuito in modo decisivo a smontare le mitologie, positive e negative, costruite dai togliattiani, senza però mai degenerare nell’ideologia o nel livore settario dei suoi detrattori: della “svolta di Salerno” si è già molto parlato, mentre pochi conoscono la vicenda del dott. Vincenzo Palmieri, un medico napoletano che aveva partecipato alla riesumazione delle vittime di Katyn e che per questo era stato pesantemente ostracizzato dal PCI, che non poteva perdonargli l’onestà intellettuale. Per merito di Zaslavsky, la sua vicenda è stata riportata alla luce dopo la guerra fredda, in un libro che è diventato un classico della storiografia internazionale. Al suo funerale, nella sua Università, era presente la comunità degli storici quasi al completo e molti studenti, grati per la sua disponibilità, così diversa dalle chiusure baronali. Tra gli oratori era presente il figlio Sasha, docente di fisica presso la prestigiosa Brown University, che ha pronunciato poche parole, ma profonde ed efficaci, con l’identico timbro di voce e lo stesso accento russo del padre: un vero maestro, che non sarà dimenticato.
Aisseco – Associazione italiana per gli studi di storia d’Europa centrale e orientale
Bibliografia
– Il consenso organizzato, Bologna, Il Mulino 1981
– The Neo-Stalinist State, London-New York, M.E. Sharpe 1982, nuova ed. 1994
– Lo stato dell’economia sovietica : il rapporto siberiano, Centro Gino Germani di studi omparati sulla modernizzazione, 1983.
– (Con A.Pitassio): Introduzione all’edizione italiana di L. Timofeev, L’arte del contadino di far la fame, Bologna, Il Mulino 1983
– (Con R. Brym), Soviet-Jewish Emigration and Soviet Nationality Policy (London: Macmillan and New York: St. Martin’s Press, 1983. Trad. it.: Fuga dall’impero : l’emigrazione ebraica e la politica della nazionalità in Unione Sovietica, Napoli, Edizioni scientifiche italiane , 1985
– Il Dottor Petrov parapsicologo. (Raccolta di racconti), Palermo, Sellerio 1984
– Dopo l’Unione sovietica – La perestrojka e il problema delle nazionalità, Bologna, Il Mulino 1991
– Con G. W. Lapidus e P. Goldman (eds.), From Union to Commonwealth: Nationalism and Separatism in the Soviet Republics, Cambridge University Press, 1992
– Storia del sistema sovietico. L’ascesa, la stabilità, il crollo. Carocci, Roma 1995, nuova ed. 2001
– La Russia senza Soviet, intervista di Antonio Carioti. Roma, Ideazione, 1996
– Con E. Aga Rossi, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, Bologna, Il Mulino 1997, nuova ed. 2007 (Premio Acqui Storia 1998)
– Il massacro di Katyn. Il crimine e la menzogna, Roma, Ideazione 1998, riedito come: Pulizia di classe. Il massacro di Katyn, Bologna, Il Mulino 2006, nuova edizione 2009
– Introduzione e cura di Julia Pyatnizkaya, Diario della moglie di un bolscevico, Firenze, Liberal libri , 2000
– Il nemico oggettivo: il totalitarismo e i suoi bersagli interni. In: AA.VV. GULag. Il sistema dei Lager in Urss. Mazzotta, Milano 2000.
– Lo Stalinismo e la sinistra italiana. Dal mito dell’URSS alla fine del comunismo, 1945-1991, Milano, Mondadori 2004
– Con L. Gudkov La Russia postcomunista. Da Gorbaciov a Putin, Roma, Luiss Univ. Press, 2005
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Addio a Zaslavsky, svelò l’asse Pci-Urss
Lo storico russo denunciò i crimini del comunismo
Antonio Carioti, Corriere della Sera, 27 novembre 2009
Non finiva di stupirsi, Victor Zaslavsky, per il pregiudizio favorevole di cui il comunismo godeva (e in parte ancora gode) nel nostro Paese. Lo studioso di origine russa, scomparso improvvisamente ieri a Roma, era nato a Leningrado (oggi San Pietroburgo) nel 1937 e aveva conosciuto da ragazzo l’atmosfera asfissiante del regime di Stalin; poi da adulto, prima di emigrare in Occidente, era vissuto sotto la plumbea stagnazione brezneviana. Gli era difficile comprendere l’indulgenza di troppi intellettuali italiani verso un sistema dalle evidenti caratteristiche totalitarie. Altrettanto sconcertante gli appariva il tentativo pervicace di negare l’appartenenza organica del comunismo italiano, ben oltre il 1945, alla stessa famiglia politica che aveva prodotto ovunque dispotismo e miseria. Tanto più dopo che l’apertura degli archivi russi, in seguito alla dissoluzione dell’Urss, aveva permesso di osservare da vicino i meccanismi del «legame di ferro» tra il Pci e il Cremlino.
Nel libro Togliatti e Stalin (Il Mulino, 1997), scritto insieme alla moglie Elena Aga Rossi, Zaslavsky aveva certificato che la «svolta di Salerno » del 1944 era stata decisa a Mosca, su impulso determinante del tiranno sovietico, e che l’intervento dell’Armata Rossa in Ungheria nel 1956 era stato non solo approvato, ma anche sollecitato dal leader storico del Pci. Nel successivo saggio Lo stalinismo e la sinistra italiana (Mondadori, 2004) aveva posto in luce come nell’immediato dopoguerra la rinuncia alla via insurrezionale, da parte dei comunisti italiani, fosse riconducibile in larga misura alle scelte geopolitiche dell’Urss. In questo modo, inserendo la storia del Pci nel quadro di un movimento mondiale controllato saldamente da Mosca almeno fino alla morte di Stalin, Zaslavsky aveva portato negli studi sul comunismo in Italia un punto di vista innovativo e spiazzante, corrispondente agli sviluppi della storiografia internazionale. E alcuni non glielo avevano perdonato. Nell’impossibilità di negarne le acquisizioni, supportate da un’ampia documentazione d’archivio, si era cercato di ridimensionarle diffondendo un’immagine caricaturale del suo lavoro, come animato da un anticomunismo cieco e irragionevole. Zaslavsky non se la prendeva troppo. Era dotato di un senso innato dell’ironia che lo rendeva superiore alle baruffe ideologiche. Del resto fuori dai confini dell’Italia, dove aveva a lungo insegnato in prestigiosi atenei (da Stanford a Berkeley), era un autore apprezzato, tanto per le opere di taglio sociologico, da Il consenso organizzato (Il Mulino, 1981) a Storia del sistema sovietico (Nuova Italia Scientifica, 2001), quanto per quelle storiche come Pulizia di classe (Il Mulino, 2006) sull’eccidio di Katyn. Che il provincialismo progressista nostrano trovasse disdicevole la sua avversione al totalitarismo comunista non era un problema suo. Era, anzi è, un problema dell’Italia.
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Morto Zaslavsky, svelò le menzogne del comunismo
Il Giornale, venerdì 27 novembre 2009
Anche se da decenni nel nostro Paese, Victor Zaslavsky non aveva però chiesto la cittadinanza italiana. Era russo e nato a San Pietroburgo, all’epoca Leningrado, il 26 settembre 1937, si era si era laureato lì in storia presso l’Università Statale. Diventato docente, era però entrato nel mirino della censura accademica. Nel 1974 Zaslavsky venne così espulso quasi contemporaneamente ad Aleksandr Solzenicyn nel quadro del «giro di vite» che ebbe al centro la scoperta del manoscritto di Arcipelago Gulag. Più che un’esplicita opposizione insospettiva la sua mancanza di zelante subordinazione. Ebbe a ricordare lui stesso: «Non avevo fatto niente di particolarmente eclatante per essere espulso. Non ero un dissidente, ma solo un intellettuale che pensava con la propria testa». Da allora la «patria del socialismo» non poteva essere la sua vera patria, ma non aveva accettato altra cittadinanza. Ed il tema delle nazionalità è stato appunto centrale nella sua analisi degli elementi critici in seno all’impero sovietico prima e dopo la caduta del Muro. In esilio è stato accolto nelle università di Berkeley e di Stanford e poi alla Memorial University del Canada dove acquisì lo status di «russo naturalizzato canadese», ma la sua seconda patria è stata l’Italia dove già da metà degli anni ’70 collaborava a diverse riviste tra cui «Mondoperaio» che era all’epoca impegnata con Bobbio, Colletti e Salvadori nella contestazione dell’egemonia gramsciana. In Italia dopo aver insegnato nelle Università di Venezia e Firenze è stato in questi ultimi anni docente alla Luiss-Guido Carli di Roma.
Il suo nome balzò alla ribalta infrangendo la frontiera degli esperti e degli studiosi, quando insieme alla moglie, Elena Aga-Rossi, trasse fuori dagli archivi dell’ex Urss la documentazione che dimostrava come la famosa «svolta di Salerno» (la proposta del Pci agli altri partiti antifascisti nel 1944 di entrare nel governo Badoglio) fino ad allora sventolata come la prova dell’autonomia di Togliatti dall’Urss fosse stata ideata da Stalin e da lui imposta ai comunisti italiani. Fu l’origine del saggio Togliatti e Stalin (1997) in cui Zaslavsky e Aga-Rossi ricostruirono sulla base della documentazione inedita la realtà del comunismo italiano.
Questa è solo la punta dell’iceberg di una produzione vasta e importante da Il consenso organizzato (1981) e L’emigrazione ebraica e la fuga della nazionalità in Urss (1985) a Il massacro di Katyn (1998) e Storia del sistema sovietico (2001). Zaslavsky è stato uno dei protagonisti dell’abbattimento del Muro di Berlino nel campo storiografico infrangendo gli schemi della lettura classista del Novecento che è stata dominante soprattutto in Italia. Senza vincolarsi in modo schematico e ripetitivo alla categoria del totalitarismo ha indagato il carattere specifico della realtà sovietica da Lenin a Gorbaciov in quanto «società militare-industriale». È così che ha messo a fuoco il profilarsi dell’implosione proprio nella sottovalutazione da parte di Gorbaciov del fattore nazionalistico.
Zaslavsky ha svolto un lavoro fondamentale sulla storia del nostro Paese, anche come esperto della commissione parlamentare sulle stragi e di cui è testimonianza preziosa Lo stalinismo e la sinistra italiana dove ricostruisce il «doppio stato» che caratterizzò il Pci dai finanziamenti sovietici all’apparato paramilitare clandestino.
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Roma, 27 nov. – (Adnkronos) – Sara’ Vittorio Strada a commemmorare Victor Zaslavsky, lo storico russo naturalizzato canadese che da trent’anni viveva in Italia, scomparso improvvisamente ieri all’eta’ di 72 anni a Roma. Il professor Strada dell’Universita’ di Venezia, considerato il maggior specialista della cultura slava in Italia, parlera’ domenica mattina alle 11 alla Universita’ Luiss di Roma, dove Zaslavsky insegnava.
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Vorrei oggi ricordare ai nostri lettori uno storico di valore che ieri ci ha lasciato prematuramente, quando ancora aveva il mondo davanti, curiosità, libri da scrivere, idee da sviluppare, Victor Zaslasky. Ebreo, era nato a San Pietroburgo negli anni più bui del totalitarismo comunista, da una famiglia bolscevica. Ricordo di averlo udito raccontare delle sue classi, a scuola, di ateismo. Ne parlava con ironia e mitezza, come era nel suo carattere. Allontanatosi dall’URSS, naturalizzatosi canadese, viveva da molti anni in Italia, dove insegnava. Un percorso quasi emblematico dei figli del suo mondo, degli ebrei dei suoi anni. I suoi libri sul comunismo, sulla sua fine e sul post-comunismo, su Katin, sono opere preziose, su cui riflettere. A me, hanno insegnato molto. Anna Foa, storica
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Inutile dire quanto sia rimasto colpito dalla scomparsa improvvisa di Victor Zaslavsky. Anch’io lo conoscevo, avevo discusso con lui di tante cose e partecipato insieme a lui a qualche Convegno internazionale. Era amico del mio amatissimo primo Professore di lingua russa all’Università Cattolica, Jurij Malcev, che è stato fra le vittime più emblematiche della repressione psichiatrica del Dissenso antisovietico. Anche Zaslavski faceva parte di quella galassia di straordinaria dignità, che ha caratterizzato il Dissenso russo.
Gli siamo debitori di opere di grande valore e che ci hanno insegnato tanto, da quelle degli anni Ottanta sul sistema brezhneviano a quelle sui meccanismi politici e sociali del sistema sovietico, a quelle sullo smascheramento, documentato da un serissimo lavoro d’archivio, delle complicità fra i vertici del Pci e il Cremlino, a quella su Katyn, tanto importante per la storia dell’Europa Centrale. Mi ha sempre affascinato e glielo avevo anche detto, la sua capacità di muoversi così agilmente fra le scienze sociali e la storia. 
E’ una perdita irreparabile, soprattuto in un periodo nel quale solo la profonda conoscenza dei meccanismi di funzionamento del sistema sovietico consente di comprendere quanto sta avvenendo nella restaurazione politica della Russia post-sovietica. Lo è perchè se ne va un uomo libero, indipendente, capace di mettere in discussione e di distruggere i luoghi comuni, rappresentante di prima grandezza di quel mondo formidabile che è stato il Dissenso antisovietico. E’ una grave perdita per i nostri campi di studio e ricerca. Alessandro Vitale
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L’Occidentale tende omaggio a Victor Zaslavsky riproponendo alcuni suoi articoli. VEDI:
La primavera di Praga: resistenza e resa dei comunisti italiani
di Victor Zaslavsky, 28 Novembre 2009
– Nel 1968, il Pci, il più grande partito comunista dell’Europa Occidentale, sotto la costante pressione dell’opinione pubblica per i suoi stretti legami con il regime sovietico oppressore, si affrettò a mostrare il proprio sostegno al corso riformista di Alessandro Dubcek in Cecoslovacchia. Il programma dei riformatori cechi apriva al Pci ampie possibilità di rafforzare la propria influenza e fu accolto con entusiasmo dalla sua dirigenza… (Ventunesimo secolo)
Vent’anni dopo la caduta del Muro. Se il mondo non si divide più tra Est e Ovest è grazie a Mikhail Gorbacev
di Victor Zaslavsky, 5 Novembre 2009
– Le celebrazioni per i vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino rappresentano un’occasione per riflettere sul ruolo cruciale di Mikhail Gorbacev nella vicenda culminata con il dissolvimento del blocco comunista. Fu proprio il suo tentativo di modernizzare il sistema a scardinare definitivamente l’URSS.
L’accordo di Ankara. Il gasdotto “Nabucco” è destinato a rompere il monopolio russo del gas
di Victor Zaslavsky, 15 Luglio 2009
– Qualche giorno fa, ad Ankara, i primi ministri turco, ungherese, austriaco, romeno e bulgaro hanno firmato l’accordo sulla costruzione del “Nabucco”. Lungo 3.300 chilometri, il gasdotto trasporterà il gas dal Caspio all’Europa, aggirando la Russia. E Mosca teme di perdere il suo monopolio.
Dopo l’incontro a Mosca. Putin coltiva l’antiamericanismo anche se la Russia ha bisogno di Obama
di Victor Zaslavsky, 10 Luglio 2009 –
I sondaggi dopo la visita di Obama a Mosca parlano chiaro: il 75 per cento della popolazione ritiene che gli Usa vogliano sfruttare la Russia. L’opinione pubblica, tuttavia, deve comprendere che Mosca potrà uscire dalla sua arretratezza economica solo collaborando con l’Occidente.
Migrazioni di massa nel mondo contemporaneo. La nuova etica demografica: tutela dell’identità e responsabilità dei popoli
di Victor Zaslavsky, 23 Maggio 2009
– Come parte del suo giro di vite contro l’immigrazione illegale, due settimane fa l’Italia ha rispedito in Libia una nave carica di migranti. L’agenzia ONU per i rifugiati, il Vaticano e le organizzazioni per i diritti umani, come pure alcune forze politiche italiane, hanno accusato il governo italiano di aver violato il diritto internazionale. Ma in queste accuse c’è una dose considerevole d’ipocrisia.
Perché Berlusconi è il mediatore ideale tra Mosca e Washington
di Victor Zaslavsky, 3 Aprile 2009
– Chi pensa di cambiare la politica russa affidandosi alle minacce e alle sanzioni non raggiunge mai l’effetto sperato. Berlusconi, invece, ha compreso da anni l’importanza strategica del rapporto italo-russo, e per questo ora è nella posizione di far cambiare idea al Cremlino su molte delle questioni cruciali all’ordine del giorno.
I paradossi della crisi russa: calano i consumi ma crescono i prezzi
di Victor Zaslavsky, 10 Marzo 2009
– Alla luce della tradizionale cultura politica russa, con la sua fiducia nella figura dello zar buono, non deve stupire se la popolarità del tandem Putin-Medvedev non sia ancora crollata proporzionalmente all’aumento dei prezzi e al peggioramento degli standard di vita. Con gli effetti della recessione, però, cominciano così ad emergere le prime crepe nella solida base del regime autoritario putiniano.
Medvedev parla di libertà, ma in Russia non ci sarà un nuovo corso
di Victor Zaslavsky, 20 Giugno 2008
– Eravamo studenti del corso di laurea di storia dell’Università di Leningrado, una trentina in tutto…
Perché i russi continuano a volere Putin al potere
di Victor Zaslavsky, 3 Dicembre 2007
– Putin ha vinto la scommessa: il suo partito “Russia unita” avrà alla Duma almeno 315 deputati su un totale di 450. Il partito del Presidente potrà approvare qualsiasi legge, cambiamenti della Costituzione inclusi. L’affluenza è stata del 63%, un dato che segnala un’accelerazione della partecipazione al voto rispetto alle legislative del 2003 di oltre sette punti. Qual è il senso dell’alta partecipazione e della schiacciante vittoria del partito di Putin?
Quale Europa? L’asse franco-tedesco nel processo di integrazione
di Gaetano Quagliariello e Victor Zaslavsky, 7 Gennaio 2007 – da Ventunesimo Secolo Anno V Numero 11, Ottobre 2006 – VEDI tutti gli articoli
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Victor Zaslavsky
L’altro ieri è venuto a mancare il nostro direttore e carissimo amico Victor Zaslavsky.
Per tanti anni, ha insegnato sociologia politica alla Luiss Guido Carli dove ha cresciuto generazioni di studenti nella lettura critica e acuta della realtà. Inestimabile è il contributo che ha portato alla conoscenza e alla riflessione sulla storia dell’Unione Sovietica e del Partito Comunista Italiano. Tra le sue numerose attività, aveva fortemente voluto la creazione della rivista Ventunesimo Secolo, nella quale aveva coinvolto studiosi di diverse generazioni per analizzare l’evoluzione del mondo contemporaneo.
Il dolore di questo momento si addolcisce nel ricordo delle tante manifestazioni di affetto e amicizia che, in modo molto personale, ha sempre manifestato a ognuno di noi.
Oggi, sabato 28 novembre, sarà allestita una Camera ardente alla Luiss Guido Carli (viale Pola 12 – Roma), dalle 15.30 alle 19.00.
Una commemorazione si svolgerà domani, domenica 29 novembre, alle 11.30, sempre alla Luiss Guido Carli (viale Pola 12 – Roma) – La redazione di “XXI secolo
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Con profondo dispiacere partecipo la scomparsa improvvisa del collega Victor Zaslavsky.
Il prof. Zaslavsky è stato uno dei massimi esperti del sistema sovietico, noto e apprezzato a livello mondiale. Con il suo lavoro serio e autorevole e la sua libertà e onestà intellettuale ha arricchito in questi anni il nostro Ateneo, offrendo un contributo scientifico e didattico di grande spessore.
Insieme al suo valore di studioso, ricordo con commozione la sua discrezione e il tratto garbato e sobrio della sua figura. Massimo Egidi, Roma, 27 novembre 2009
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VEDI Victor Zaslavsky a Radio Radicale: in terviste e partecipazioni a dibattiti
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 Ricordo di Victor Zaslavsky
venerdì, novembre 27, 2009
Walking Class ricorda un amico, un uomo di grande umanità e umiltà, un esperto di storia russa ed est europea. Piange la scomparsa del professor Victor Zaslavsky. Lo avevo sentito, per l’ultima volta, poco più di tre settimane fa. Lo avevo cercato telefonicamente a Roma per intervistarlo sulla vicenda di Katyn nell’ambito della serie sui vent’anni dal 1989 che sta pubblicando in questi mesi il quotidiano Il Riformista. Esattamente in questi giorni, vent’anni fa, il nuovo primo ministro polacco Mazowiecki si era recato in visita ufficiale al Cremlino per incontrare Gorbaciov. In quella occasione, il premier polacco si recò anche a Katyn per rendere omaggio agli ufficiali polacchi massacrati dai sovietici durante la seconda guerra mondiale, nei mesi in cui Stalin era alleato di Hitler e adempiva ai protocolli segreti del patto Ribbentrop-Molotov. Zaslavsky aveva pubblicato, per primo in Italia, un libro sulla vicenda corredandolo di documenti usciti dagli archivi segreti di Mosca. Correva l’anno 1999, il libro uscì per la casa editrice Ideazione. Anni dopo pubblicò con il Mulino un’edizione ampliata, ricca di ulteriori documenti nel frattempo venuti alla luce. Gentile come sempre, mi aveva dato appuntamento per il primo novembre, una domenica mattina. Era in partenza per New York e nei giorni successivi non ci sarebbe stato il tempo di parlare. Non ci sentivamo da quasi tre anni, non sapeva neppure che da un pezzo mi ero spostato a Berlino: «Adesso capisco perché non ci siamo più visti in tutto questo tempo». Stava lavorando a un nuovo libro sul bilancio dei dieci anni di Putin, a quattro mani con lo studioso Led Gudkov con cui aveva già pubblicato quattro anni fa “La Russia post-comunista, da Gorbaciov a Putin”. Questo nuovo lavoro ne sarebbe stato il logico proseguimento, e ora la speranza è che il testo fosse già in fase avanzata, in modo da poter leggere ancora le sue analisi sempre equilibrate e documentate. Lo studio su Katyn era stato per lui, russo, quasi un obbligo morale: «Ho sempre pensato che dovesse essere proprio un russo a riportare per primo alla luce quelle vicende», mi aveva detto. Questo era Victor Zaslavsky. Mi mancherà molto.
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Il ricordo. Lo storico esule dall’Urss si è spento a Roma. Insegnava alla Luiss. Il 5 dicembre premiato col «Silone»
Zaslavsky e il coraggio di denunciare i rapporti tra comunisti italiani e sovietici
Setacciò gli archivi russi svelando le bugie del Pci, Il Tempo, 28-11-09
La scomparsa a Roma del professor Victor Zaslavsky (nato a San Pietroburgo nel 1937) toglie alla rada pattuglia degli storici veri, quelli che gli archivi li frequentano davvero, uno studioso di luce e di verità. Proprio negli archivi di Mosca, coadiuvato dalla moglie Elena Aga-Rossi, scoprì la documentazione inedita, che dissolse come neve al sole una delle grandi menzogne del Pci. Zaslavsky, infatti, dimostrò, carte alla mano, che la famosa “svolta di Salerno” del 1944, per decenni decantata come prova inconfutabile della moderazione e del patriottismo di Togliatti, fu, in realtà, dettata da un perentorio ordine di Stalin. I fatti, accertati in maniera inconfutabile da Zaslavsky, procedettero con la seguente successione: nel febbraio 1944 a Mosca Togliatti, d’intesa con Dimitrov, il bulgaro capo del Komintern, redige un testo, sui compiti dei comunisti italiani, indirizzato a Stalin. Togliatti, fra l’altro, afferma: “…i comunisti chiedono la costituzione di un governo democratico provvisorio… essi chiedono l’abdicazione del re…i comunisti rifiutano di partecipare all’attuale governo (Badoglio, ndr)». Nella notte tra il 3 e il 4 marzo 1944, Togliatti il rivoluzionario riceve una lezione di realismo politico da parte di Stalin, che gli ordina la “svolta di Salerno”, spiegandogli che un marxista bada al sodo e non alle forme, quindi non aveva senso pretendere l’abdicazione del Savoia, mentre l’imperativo di quella fase imponeva di riconoscere subito Badoglio ed entrare a far parte del suo governo. Togliatti – come ci ha insegnato Zaslavsky -, coda fra le gambe, modificò profondamente il documento “Sui compiti all’ordine del giorno dei comunisti italiani”, facendo proprie le direttive di Stalin. L’unico a capire che cosa, in verità, celasse l’improvvisa moderazione del leader comunista italiano, sbarcato in aprile a Salerno, fu Benedetto Croce, il quale sul diario annotò: «E’ certamente un abile colpo della Repubblica dei Soviet vibrato agli angloamericani, perché sotto il colore di intensificare la guerra contro i tedeschi, introduce i comunisti nel governo, facendoli iniziatori di una nuova politica sopra o contro gli altri partiti, che si trovano costretti a seguirli…». Le ricerche di Zaslavsky hanno disvelato altri castelli di menzogne, a cominciare dal fondamentale saggio sul “Massacro di Katyn/Il crimine e la menzogna”. Questo lavoro del 1998 consentì, per la prima volta in Italia, di leggere 24 documenti ufficiali, che provano come la strage di Katyn (15 mila assassinati) e dintorni (altre 10 mila persone circa) fu un’efferata operazione di “pulizia etnica” pensata a tavolino e realizzata su ordine di Stalin e Berija, per scongiurare che la Polonia anche a futura memoria potesse ricostituire una classe dirigente di rilievo. Dalla lettera di Berija a Stalin, 5 marzo 1940: «Esaminare i casi secondo una procedura speciale, applicando nei confronti dei detenuti la più alta misura punitiva: la fucilazione. Condurre l’esame dei casi senza citare in giudizio e senza presentare l’imputazione, senza documentare la conclusione dell’istruttoria né l’atto d’accusa». Furono selezionati ed eliminati ufficiali, poliziotti, sacerdoti, professori, professionisti, intellettuali, artisti, economisti, medici, farmacisti, quanti, insomma, avrebbero potuto riformare la testa pensante della nazione. I polacchi dovevano essere ridotti a sole braccia, ma i comunisti non considerarono che proprio quelle braccia, gli operai di Danzica, determineranno il rinascimento polacco e il crolo del comunismo. Grazie allo studioso di San Pietroburgo, ma romano di adozione, è crollato un pezzo di Muro italiano, ovvero la barriera della disinformazione e delle pagine sbianchettate edificata da un’editoria e da mass media infiltrati o succubi della cosiddetta egemonia culturale comunista. L’omaggio migliore da rendere a Zaslavsky sarebbe quello di ricordarlo nelle scuole, adottando nelle medie superiori e nelle facoltà umanistiche almeno uno dei suoi lavori, dall’ «Emigrazione ebraica e la politica delle nazionalità in Urss» (1985) sino alla nuova edizione, 2007, di “Togliatti e Stalin/Il Pci e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca” (con Elena Aga-Rossi). Grazie Victor, uomo di verità e di luce.
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Victor Zaslavsky. Relatore molto apprezzato al Convegno Internazionale “Ignazio Silone e l’età dei totalitarismi” tenutosi nel 2001 a L’Aquila e a Pescina in occasione del centenario della nascita dello scrittore marsicano, lo storico Victor Zaslavsky, professore ordinario di Sociologia Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università LUISS Guido Carli di Roma, pose allora l’accento sul carattere imprescindibile della censura nel sistema sovietico. Essa, nata due giorni dopo la presa del potere di Lenin nel 1917, fu presto ampliata alle branche della cultura, della religione e del privato utilizzando una fitta rete capillare d’informatori e delatori, da far dire ad un noto critico russo che si poteva conversare solo con sé stessi, per crollare, non senza episodi grotteschi, insieme al regime.
Victor Zaslavsky era nato a San Pietroburgo, il 26 settembre 1937. Laureato in Storia presso la locale Università Statale, esule in Occidente dall’Unione Sovietica brezneviana dalla metà degli anni settanta, naturalizzato canadese, specializzato nello studio dei rapporti tra Italia e Unione Sovietica dal 1945 ad oggi, è stato autore di numerosi libri editi in Italia tra il 1984 ed oggi. I più noti sono: Dopo l’Unione Sovietica. La perestroika e il problema delle nazionalità (Il Mulino,1991), La Russia senza soviet (Ideazione, 1996), Storia del sistema sovietico. L’ascesa, la stabilità, il crollo (Carocci, 2001), Lo stalinismo e la sinistra italiana, (Milano, Mondadori, 2004, pp. 275), Pulizia di classe. Il massacro di Katyn (Il Mulino,2006). In collaborazione con Lev Gudkov, ha pubblicato La Russia postcomunista. Da Gorbaciov a Putin (Editore Luiss University Press, 2005), e con la moglie Elena Aga-Rossi, noto professore ordinario di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi dell’Aquila, il volume Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca (Il Mulino, 2007). Collaborava col quotidiano «Il Messaggero» e con «L’Occidentale». Ha collaborato come consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi.
In occasione del ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino(1989-2009), la Giuria del Premio Internazionale, aveva concordato all’unanimità di assegnargli il Premio Internazionale “Ignazio Silone” per aver mostrato con documentati e con ragionati motivi la verità storica a suo tempo testimoniata al mondo con coraggio da Ignazio Silone con l’abbandono della politica militante, proprio dopo aver constatato le menzogna della politica staliniana, con la denuncia, in Uscita di sicurezza, della sconosciuta, per noi, situazione sovietica e con la scelta di una narrativa di denuncia e di testimonianza che se non accerta, come la storia, i fatti, cerca di mostrare come gli uomini li hanno vissuti.
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Oggi su “L’Osservatore Romano”: Il demitizzatore del comunismo: Andrea Possieri ricorda Viktor Zaslavsky. VEDI anche: A colloquio con Viktor Zaslavsky a vent’anni dalla caduta del muro di Berlino. L’insostenibile pesantezza
dell’impero sovietico di
Andrea Possieri

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Victor Zaslavsky contro i silenzi della storia
By Roberto Olla | Novembre 28, 2009
Ho avuto la fortuna di conoscere il professor Victor Zaslavsky, di parlare con lui, di imparare da lui che la modestia e la semplicità devono sempre accompagnare la ricerca storica. Leggi tutto.
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Addio a Victor Zaslavsky, un eccezionale anticomunista
di Andrea Camaiora, sabato 28 novembre 2009
È scomparso venerdì lo storico Victor Zaslavsky, Ordinario di Sociologia dei fenomeni politici alla Facoltà di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli. il prof. Zaslavsky è stato uno dei massimi esperti del sistema sovietico, noto e apprezzato a livello mondiale. Con il suo lavoro serio e autorevole e la sua libertà e onestà intellettuale ha arricchito il dibattito storiografico e politico internazionale.
Victor Zaslavsky è stato un eccezionale anti comunista perché russo. Era nato a San Pietroburgo, o se si preferisce, Leningrado, il 26 settembre 1937. Laureato in storia presso l’Università Statale di San Pietroburgo giunse infine in Italia. Alcuni suoi libri, come Il dottor Petrov parapsicologo (1984), Pulizia di classe, Il massacro di Katyn (2006) e Togliatti e Stalin. Il Pci e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca (2007), andrebbero letti e riletti più volte. Con la sua morte perdiamo un grande intellettuale, uno storico di razza.
Per tutta la vita ha dato testimonianza di quanto grande possa essere l’esempio di un solo uomo per combattere e vincere le battaglie culturali difficilissime. Ha dimostrato il valore intellettuale e civile di chi fa della serietà dello studio e dell’impegno la centralità della sua vita. Giunse in Italia dopo una lunga peregrinazione che lo vide prima negli Stati Uniti, quindi in Canada.
Diventato docente in Urss, era però entrato nel mirino della censura accademica. Nel 1974 Zaslavsky venne così espulso dall’Unione sovietica perché non incline alla subordinazione. In esilio insegnò nelle prestigiose università statunitensi  di Berkeley e di Stanford e poi alla Memorial University del Canada dove acquisì lo status di «russo naturalizzato canadese», ma la sua seconda patria è stata l’Italia dove già da metà degli anni ’70 collaborava a diverse riviste tra cui Mondoperaio che era all’epoca impegnata con Bobbio, Colletti e Salvadori nella contestazione dell’egemonia gramsciana. Che straordinaria esperienza culturale deve essere stata quella di Mondoperaio! Il nome di Zaslavski e della moglie Elena Aga-Rossi sono legati ad una grande svolta storiografica. Riuscirono a dimostrare, documenti degli archivi sovietici alla mano, che la cosiddetta svolta di Salerno», ovvero la proposta del Pci agli altri partiti antifascisti nel 1944 di entrare nel governo Badoglio fino ad allora sventolata come la prova dell’autonomia di Togliatti dall’Urss, fosse stata ideata da Stalin e da lui imposta ai comunisti italiani.
Zaslavsky è stato uno dei protagonisti dell’abbattimento del Muro di Berlino nel campo storiografico infrangendo gli schemi della lettura classista del Novecento che è stata dominante soprattutto nel nostro Paese e che, a quanto risulta dal silenzio prevalente che ha accompagnato la sua scomparsa, perdura ancora tenacemente nelle redazioni culturali dei giornali italiani così come nelle università. L’Italia dimentica così il «suo» Aleksandr Solzenicyn.
Il professor Zaslavsky ha svolto un lavoro fondamentale sulla storia del nostro Paese, anche come esperto della commissione parlamentare sulle stragi. Lo storico di origine russa, intervenendo ad un convegno organizzato nel febbraio 2005 dalla Fondazione Craxi sulla politica estera del premier socialista italiano, ricordò così il suo arrivo nel nostro Paese: «Nel gennaio del 1975, una volta espulso dall’Unione Sovietica, mi sono trasferito a Roma e la prima persona con cui potei parlare fu Jiri Pelikan (ex direttore della Tv di Stato cecoslovacca all’epoca della Primavera di Praga, poi esiliato in Italia dopo la repressione sovietica e portato da Craxi al Parlamento europeo) che faceva da tramite fra i dissidenti russi dell’Europa orientale e i gruppi politici italiani. Mi disse testualmente: «Ricordati: l’unica forza politica italiana che ha interesse ai Paesi dell’Europa Orientale ed è pronta ad appoggiare il dissenso è il Partito Socialista Italiano». I Socialisti non fecero mai mancare il loro appoggio. Un esempio concreto della loro solidarietà fu la pubblicazione in Italia della rivista dissidente Listy, di cui lo stesso Pelikan assunse la direzione. Nel primo numero speciale, in occasione del quarto anniversario dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia, nel 1972, Bettino Craxi spiegava che lo sforzo del suo Partito per pubblicare Listy era un impegno non solo per impedire che la voce della Primavera di Praga venisse soffocata, ma anche per riprendere il dibattito politico sull’esperienza comunista». Zaslavski ricordò anche che la stessa rivista culturale di riferimento dei Socialisti negli anni ‘70 divenne un punto di incontro fondamentale per i dissidenti dell’Est: «Mondo Operaio rivolse un’attenzione costante al mondo del dissenso nei Paesi dell’Est europeo, alle sue radici sociali, oltre che alle sue prospettive politiche. I numeri della rivista si aprivano sempre più alla collaborazione degli esponenti del dissenso». E non solo: «Allo spirito degli accordi firmati nel ‘75 sugli scambi culturali, può essere attribuito quel grande evento culturale, tenutosi a Venezia nel ‘77, che passò alla storia con il nome di Biennale del Dissenso. L’iniziativa, realizzata grazie all’impegno di Carlo Ripa di Meana, presidente della Biennale, si riproponeva di far conoscere in Occidente le opere degli intellettuali dissidenti dell’Unione Sovietica».
Il professor Zaslavski, tuttavia, era un uomo capace di indagare con forza e in profondità il passato. Certo, avvertiva il bisogno di portare elementi di verità nel dibattito storiografico italiano, viziato dall’egemonia culturale comunista. Negli ultimi anni tentò di spiegare il suo Paese, la Russia, all’opinione pubblica italiana e in particolare di raccontare perché i russi continuino a volere Putin al potere. Lo fece con pragmatismo, senza finti moralismi o pregiudizi ideologici, da vero scienziato della Storia. Il 3 dicembre 2007, ad esempio, commentando i vittoria del partito di Putin della Duma infrangeva stereotipi e pregiudizi consolidati: ‹‹Putin ha vinto la scommessa: il suo partito “Russia unita” avrà alla Duma almeno 315 deputati su un totale di 450. Il partito del Presidente potrà approvare qualsiasi legge, cambiamenti della Costituzione inclusi. (…) Per capire il senso dell’alta partecipazione e della schiacciante vittoria del partito del Presidente Putin, però, vorrei riferire i risultati di due inchieste condotte nel 2007 dall’autorevole Centro Levada di Studi sull’opinione pubblica di Mosca. All’inizio di ogni anno, un gruppo rappresentativo di russi deve rispondere alla domanda «quali sentimenti sono apparsi e si sono rafforzati nell’anno trascorso tra la gente che La circonda?». Nelle inchieste di questo tipo non si chiede mai di riflettere su se stessi ma sulle persone che ci circondano, utilizzando l’intervistato come osservatore-partecipe. Sarebbe utile confrontare i dati del 1998, l’anno quando Putin ha fatto la sua apparizione sulla scena politica, con quelli del 2007. Rispetto al 1998, nel 2006 le risposte hanno registrato l’aumento del sentimento di speranza (dal 13 al 35%), del senso della dignità umana (dal 4 al 10%) e dell’orgoglio nazionale (dal 3 al 6%). Sono diminuiti invece: la sensazione dell’apatia e dell’indifferenza (dal 45 al 39%), del disorientamento (dal 24 al 12%), della rabbia e dell’aggressività (dal 35 al 15%) e della paura (dal 24 al 7%). In un’altra inchiesta gli intervistati dovevano rispondere alla domanda: «Che cosa è più importante per la Russia di oggi: l’ordine, anche se per raggiungerlo si dovrà accettare alcune violazioni dei principi democratici e delle libertà personali, oppure la democrazia anche se le libertà democratiche talvolta possono essere utilizzate dagli elementi sovversivi o criminali?». Il 68% degli intervistati si sono espressi in favore dell’ordine, mentre il 17,5% hanno scelto la democrazia. Ed è proprio qui che sta la base del consenso ottenuto da Putin in questi anni.

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