Comunismo polacco fuori legge
Se la Polonia vieta la bandiera rossa
Giovanni Sabbatucci, Il Messaggero, 28-11-2009 – ROMA (28 novembre) – Sta nell’ordine naturale delle cose che un nuovo regime nato sulle rovine di una dittatura si adoperi per cancellare dai luoghi pubblici i simboli e le insegne del regime caduto. Lo abbiamo fatto anche noi quando abbiamo cancellato dalle piazze, dai muri e dalla toponomastica le tracce di vent’anni di dittatura fascista; e quando abbiamo introdotto nei nostri codici, applicandolo peraltro abbastanza blandamente, il reato di apologia del fascismo.
Il pericolo da cui guardarsi, anche in questi casi, è quello di esagerare nella furia iconoclasta e di allargare indefinitamente l’ambito dei divieti sino al punto di sconfinare nella violazione della libertà di pensiero e di consentire ai pubblici poteri forme di intrusione nella sfera privata. E’ un pericolo che i legislatori e i governanti italiani hanno nel complesso evitato, visto che l’obelisco di Mussolini al Foro Italico è ancora al suo posto (in quanto parte di un sito di qualche interesse artistico) e che in qualsiasi bancarella di piccolo antiquariato è possibile acquistare qualche innocuo cimelio del ventennio.
Di questo pericolo non sembra invece essersi accorto il Parlamento polacco. Una legge appena approvata in Senato punisce con pene fino a due anni di carcere chiunque esponga simboli collegabili al regime comunista o li conservi anche in casa propria. Il tutto poi è formulato in termini così vaghi da consentire alle autorità di colpire un’amplissima platea di cittadini, compresa una parte non trascurabile dell’attuale classe dirigente: la Polonia post-comunista, infatti, è stata a lungo governata da ex comunisti dichiarati, e molti di questi siedono ancora in Parlamento nei banchi dell’opposizione. Il che rende le misure adottate alquanto ipocrite, oltre che inquietanti.
Non è in questione, naturalmente, il giudizio sull’oppressione che i polacchi hanno dovuto subire per oltre quarant’anni, soffrendola come una negazione della loro identità nazionale, oltre che della loro libertà. Né possiamo stupirci se, per chi ha sperimentato quel tipo di oppressione, la pregiudiziale anticomunista risulti prioritaria (come per noi quella antifascista). Il punto è che per liberarsi dell’eredità di una dittatura non basta distruggerne o vietarne i simboli. E’ necessario piuttosto cancellare le abitudini e i comportamenti ad essa legati, rinunciare alle pratiche delatorie e persecutorie: anche quando siano dirette contro gli oppressori di un tempo.
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di Jan Bernas — … L’idea di vietare gli emblemi del regime abbattuto da Solidarnosc nel 1989, è sorta da un’iniziativa parlamentare del partito d’opposizione Diritto e Giustizia, che fa capo al presidente e al suo gemello, l’ex-premier Jaroslaw Kaczynski. La proposta di riforma ha raccolto il favore del premier Donald Tusk e del suo partito liberale, Piattaforma Civica, che ha sposato l’equiparazione del nazismo al comunismo e la conseguente messa al bando di tutti i simboli che si rifanno ai regimi totalitari. Un’equiparazione trasversalmente voluta dallo spettro partitico polacco e fortemente sentita dalla popolazione, che ancora non ha dimenticato le violenze e le privazioni causate da quasi mezzo secolo di dittatura.
«I simboli del comunismo dovevano essere vietati così come lo sono stati fino ad oggi quelli inneggianti al nazismo. Non vedo tra questi sistemi nessuna differenza. Il comunismo ha provocato la morte di milioni di persone», ha commentato alla stampa polacca Jaroslaw Kaczynski.
In un contesto politico di scontro aspro e quotidiano, il fatto che la maggioranza e il governo abbiano sostenuto senza riserve una riforma di legge presentata dal principale partito d’opposizione dimostra quanto il passato continui a rappresentare un naturale collante tra tutte le forze in parlamento e più in generale nella società civile. Dal punto di vista politico, la decisione di mettere al bando i simboli del comunismo, oggi, a vent’anni di distanza dal crollo del regime, racchiude una valenza duplice che la Polonia vuole far valere in primo luogo in ambito comunitario e in secondo nei rapporti con la Russia.
Facendo costantemente leva sul fatto di essere stata prima abbandonata dall’Europa di fronte all’invasione nazista e poi sacrificata alle logiche di Yalta, Varsavia spera di influenzare politiche o quanto meno di impedire progetti considerati “pericolosi”. Ne è un esempio il North Stream – il gasdotto russo-tedesco e appoggiato da Bruxelles che poggerà sul fondo del Baltico aggirando la Polonia – già ribattezzato a Varsavia il “nuovo patto Ribbentrop-Molotov”. Rispetto ai sempre difficili rapporti con il “vicino-lontano”, la Russia, è evidente che mettendo al bando i simboli del comunismo la Polonia ribadisce a Mosca la propria indipendenza e piena sovranità. Non è un caso, che alcune settimane fa, il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski abbia proposto di buttare giù l’emblema del potere russo in Polonia. Non un muro come a Berlino, ma il Palazzo della Cultura che dal 1955 svetta nello skyline di Varsavia regalato da Stalin in nome dell’eterna amicizia tra polacchi e russi.
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Comunismo e Nazismo: in Polonia sono illegali
di Gian Micalessin, Il Giornale, sabato 28 novembre 2009
Svolta a Varsavia. Il Parlamento approva a grande maggioranza la modifica del codice penale: i nostalgici adesso rischiano il carcere. Anche cantare inni come l’Internazionale e Bandiera Rossa sarà vietato
Compagni dietrofront. Se progettate un viaggio della nostalgia sui sentieri dell’Europa ex comunista bloccate tutto. O almeno rivedete rotta e bagagli. Eh sì, perché in Polonia per voi appassionati di collanine con falce e martello, magliette con la foto del Che e santini di Lenin rischia di essere assai dura. O meglio assai lunga. Dopo la firma del presidente Lech Kaczynski al progetto di legge approvato dal Senato, i ricordi del vostro amato passato rischiano di costarvi due anni di galera. Per voi, lo sappiamo, sono oggetti del cuore, romantici souvenir di una fede mai cancellata, simboli di una passione mai sopita. Andatelo a raccontare ai polacchi. È gente semplice, prigioniera delle apparenze, legata al passato. Gente umorale, pronta ancora a indignarsi per l’eliminazione di quei 21.857 ufficiali dell’esercito polacco sterminati con un colpo alla nuca nella foresta di Katyn su ordine dell’Unione sovietica di Beria e Stalin. Gente suscettibile che ripensando ai successivi 49 anni passati a osannare i simboli da voi tanto venerati non si dà pace. Così pur di regolar i conti con passato e sentimenti non hanno esitato a modificare l’articolo 256 del codice penale dedicato all’incitamento all’odio. La nuova versione, affidata alla penna del ministro per la parificazione Elzbieta Radziszewska, mette fuori legge «la produzione, la distribuzione, la vendita, il possesso… la stampa, la registrazione e altre rappresentazioni di simboli del comunismo, del fascismo o del totalitarismo». Dunque attenzione, anche canticchiare l’Internazionale o Bandiera rossa dopo una serata a colpi di vodka Wiborowa rischia di farvi risvegliare in carcere.
In verità, cari compagni, c’è poco da scherzare. O almeno non intendono farlo i polacchi. Nella scrittura di quel nuovo provvedimento di legge, affidato non a caso al ministro della Parificazione, c’è tutto il senso di una legge che punta a riequilibrare opere e omissioni della storia europea. Una storia sempre pronta a condannare con sacrosanta indignazione gli orrori del nazismo, ma a concedere acquiescente, romantica, indulgenza a massacri e stragi perpetrate nel nome del comunismo. La nuova legge votata dal Parlamento infila il dito in questa piaga purulenta, fa luce sulla diffusa sperequazione che trasforma in reprobo chi esibisce svastiche e memorabilia hitleriane mentre eleva al rango di simpatico e orgoglioso idealista chi continua a inneggiare ai simboli dello stalinismo. In Polonia, nonostante milioni di cittadini abbiano in passato aderito al partito con la P maiuscola, pochi sono ancora disposti ad accettare la sottile discriminazione tanto cara agli intellettuali della «gauche caviar» di Roma e Parigi. «Il comunismo è stato un sistema terribile, un regime assassino costato la vita a milioni di persone, i regimi comunisti non erano per nulla diversi dal nazionalsocialismo e dunque non c’è ragione di riservare trattamenti diversi ai simboli dei due sistemi» – ricorda lo storico polacco Wojciech Roszkowski. Il parlamento non ha fatto altro che elevare al rango di legge questa interpretazione. La nuova bozza è stata votata a grande maggioranza sia dai deputati della Piattaforma civica, attuale formazione di governo, sia dall’opposizione di Legge e giustizia, il partito del presidente Kaczynski guidato oggi dal fratello gemello Jaroslaw.
«Grazie a questa legge – spiega Jarolaw – i simboli del comunismo sono equiparati ai simboli del genocidio e non hanno più diritto d’esistere». Per non sbagliare il ministro degli Esteri Radoslav Sikorski suggerisce di radere al suolo anche il Palazzo della scienza e cultura, grattacielo di Varsavia donato da Stalin ai polacchi. «Quella demolizione – assicura Sikorski – sarà per la Polonia l’equivalente della caduta del muro di Berlino».

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