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Wawel NO, anzi SI

Mi pareva “normale” non intervenire sulle vicende polacche fino a che non si fossero svolti i funerali delle 96 vittime del disastro aereo polacco a Smolensk. Ma poichè la polemica riguarda, appunto, il luogo in cui seppellire alcune di queste vittime, poichè oggi in Polonia si registra una totale assenza di buona educazione e manca ogni buon gusto…
Trovo personalmente assurda la questione sulla quale litiga oggi un crescente numero di polacchi, ossia sapere se l’ex presidente della Repubblica di Polonia Lech Kaczynski debba essere oppure no seppellito (insieme alla moglie) nel Wawel di Cracovia. Wawel = massimo santuario della millenaria storia polacca, dove riposano re e regine, dove tra storie vere e fiabesche leggende i polacchi fanno la coda per onorare i loro “eroi”. Già mi imbarazza terribilmente che tale quesito sia al centro del dibattito, ma la mia risposta è comunque un no, secco.
No, perchè la proposta divide e non unisce la Polonia.
No, perchè l’uomo Lech Kaczynski non è un “eroe”.
No, perchè il politico Lech Kaczynski non ha avuto la statura dei grandi re dei miti polacchi.
No, soprattutto, perchè non vi è alcuna ragione al mondo per la quale, dopo un disastro aereo in cui sono perite 96 vittime, due di esse debbano avere un trattamento così diverso dalle altre 94.
No, perchè tra quelle “altre” 94 vittime ci sono persone, donne e uomini, che sono stati molto più eroici, molto più coraggiosi, molto più meritevoli dell’ex presidente della Repubblica di Polonia. Un eroismo spesso invisibile e silenzioso, un coraggio poco o per niente noto, meriti ignorati di cui si spera si parlerà sempre di più dopo questa triste circostanza.
Non dimentichiamo che nella catastrofe sono morti 2 presidenti: Lech Kaczynski, eletto dalla nazione, e  Ryszard Kaczorowski, ultimo presidente della Polonia in esilio dopo la seconda guerra mondiale, l’uomo cioè che per decenni è stato simbolo (anche se minoritario) della continuità di destino polacca e della lotta per l’indipendenza nazionale.
E in quanto a simboli, quell’aereo ne era sovraccarico. Tra le vittime c’è Anna Walentynowicz, l’operaia, la donna per la quale i cantieri di Danzica si sono fermati in sciopero nell’estate del 1980 dando il via alla nascita di Solidarnosc, di cui lei è stata per così dire la “pasionaria”…
Ma se non si vogliono fare nomi, citiamo un esempio per tutti: i rappresentanti delle famiglie delle vittime di Katyn e i rappresentanti di quei polacchi che sono stati deportati in Siberia e che sono sopravvissuti al gulag. Anche loro sono periti su quell’areo.
Per tacere dei passeggeri di quell’aereo che hanno partecipato all’insurrezione di Varsavia o hanno combattuto nell’AK-Armia Krajowa o in Italia, a Montecassino, nel secondo Corpo d’armata polacco comandato dal generale Anders.
Per tacere di coloro i quali in tempi in cui bastava un sospetto per finire in galera o perdere il lavoro testimoniavano il vero, lottavano per la verità e mantenevano vive tutte quelle tracce e memorie polacche che dopo il 1945 si sono trovate tagliate fuori dalla nuova Polonia post-bellica, a causa dello spostamento di circa 200 km verso ovest delle frontiere polacche (intendo le frontiere al 1939). Anche questi polacchi si trovavano sull’aereo.
No, dunque, al Wawel per il presidente e sua moglie – una proposta, peraltro, che ha lo stucchevole sapore di un’operazione mediatica e di marketing politico in vista delle prossime elezioni presidenziali, soprattutto se il fratello di Lech, Jaroslaw Kaczynski, si candiderà al posto del gemello.
Ma, mi spiegano per telefono dalla Polonia, a questo punto pare brutto “disdire” il Wawel: non è un onore che si “prenota” e poi si “disdice”. E poi chi avrà il coraggio (umano, politico) a questo punto di dire: no, al Wawel “non c’è più posto”?
Mi sento a disagio per questo genere di Polonia, ma di questo si discute dall’altra parte dell’Europa, e  queste sono le argomentazioni dall’altra parte del telefono. Non è cosa che mi interessi più di tanto. Se proprio devo essere sincero, mi allontana più di quanto non mi avvicini al mio paese d’origine.
Ma se così è, e Wawel dev’essere, allora, per parte mia, si faccia così: si scelga nel Wawel una cripta, un muro, uno spazio, una targa, una statua dove onorare TUTTE le 96 vittime, COLLETTIVAMENTE. TUTTE INSIEME.
Punto a capo.
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Sto raccogliendo tutti i possibili materiali di informazione sulle 96 vittime. Mi interessa la loro vita e in particolare tutti gli aspetti che riguardano i loro rapporti (spesso complessi, spesso dolorosi, talvolta indiretti) con la seconda guerra mondiale, con Katyn, con i gulag e la Siberia, col secondo Corpo d’armata polacco, con l’ex Polonia orientale, con la lotta per la verità storica, con la lotta contro l’oblio eccetera.
L’aereo presidenziale trasportava una delegazione diretta a Katyn per commemorare le vittime dell’eccidio del 1940: le vittime polacche sepolte a Katyn e, in modo simbolico, tutte le circa 22 mila vittime polacche trucidate in quella primavera del 1940 in varie località dell’URSS. La maggioranza delle persone che si trovavano a bordo dell’aereo aveva dunque un legame “diretto”, “effettivo”, “sentito” con Katyn e con quel periodo storico.
Erano, come qualcuno ha detto (B. Komorowski), “pellegrini della questione polacca, delle ragioni polacche, della verità (polacca)” (… tragicznie zmarli udawali się do Katynia, jako pielgrzymi polskiej sprawy. … Dziś prawda ta staje się własnością świata – o przemocy, o podstępie, o zakłamaniu. Dla tej właśnie prawdy wyruszyli do Katynia tragicznie zmarli w katastrofie. Miejmy nadzieję, że o tej prawdzie, dzięki nowej ofierze świat już nie zapomni…)?
Sembra che la delegazione presidenziale sia stata scelta anche con l’intento di sottolineare il suo essere delegazione “polacca”, “nazionale”, omnicomprensiva. (Ta lista to jak cała Polska i jak cała nasza historia). E anche con l’intento, pare, di rappresentare nel suo piccolo,  ”in pillola”, il fatto che nelle fosse di Katyn non riposano solo polacchi in senso etnico, ma rappresentanti di varie “Polonie” regionali, sociali, professionali, politiche, etniche e religiose. In questo senso, tra le vittime polacche di Smolensk e le vittime polacche di Katyn ci sarebbe, c’è una certa analogia (voluta) che spiega meglio perchè questa tragedia è stata subito vissuta come “nazionale”: ciascun polacco si “ritrova” in almeno una delle vittime, direttamente o indirettamente, ciascuno ha qualcosa di “suo” sia nella tragedia di Katyn che nella tragedia di Smolensk.
In questo senso l’omaggio dirompente, spontaneo, di milioni di polacchi al loro Presidente è non solo e non tanto l’omaggio a lui, in quanto all’uomo e politico Lech Kaczynski, ma a lui in quanto Presidente, in quanto Più Alta Carica, Capo dello Stato e della nazione, in quanto rappresentante nella simbologia politica contemporanea di tutti i polacchi e pure in quanto simbolo di tutte le vittime della sciagura aerea. La lettura mistica di questa sovrapposizione di diversi livelli – (ho letto e sentito dire che “ è come se Dio stesso avesse scelto di far morire a Smolensk un rappresentante per ogni parte della nazione”…) – non solo non chiarisce nulla, ma genera “rumore”, inutile confusione.
Ecco il tema che sto indagando. Sono convinto che se la nazione polacca ha subito un tale trauma è perchè milioni di polacchi si riconoscono in quelle storie, in quelle biografie. Quei tasselli di storia sono una componente molto importante dell’identità polacca. E questo tragico incidente a mio modo di vedere ha fatto affiorare l’importanza di questo aspetto, al di là di ogni ufficialità.  La società polacca odierna (e siamo nel XXI secolo) è figlia della seconda guerra mondiale e dei suoi effetti in una maniera insondata e non facile da decriptare. Con la scomparsa di queste 96 persone muore la parte di storia che essi incarnavano, una parte meno visibile della storia polacca, quella che a fatica si è mantenuta attraverso il mezzo secolo comunista, e che da appena vent’anni ha acquistato piena dignità e visibilità alla luce del sole.
Quando avrò raccolto una qualità significativa di informazioni e riflessioni in proposito, la pubblicherò in italiano su “poloniaeuropae”.
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I media (polacchi, ma non solo) come Topolino apprendista stregone in “Fantasia”
Ah! questi giornalisti-mediatori-intermediari. Riescono a illuminare un fatto, un’idea, ma poi non sanno più come “auto-gestire”, “arginare” o “fermare” la comunicazione, che straripa. Ai miei occhi è la più grande dimostrazione del fallimento dei sistemi di educazione e formazione. Siamo tutti come dilettanti allo sbaraglio che, nel fondo, non hanno alcuna professionalità. La professionalità come la percepisco io è certamente un mito, un miraggio all’orizzonte. Ma meglio avere modelli forti, bussole e orizzonti verso i quali tendere, che non averne.
La Tv polacca nei giorni successivi alla tragedia ha cominciato pian piano a virare verso il patetico, verso il falso, verso il plastico, verso l’esagerato, verso l’autoreferenzialità, verso… lo spettacolo, la fiction in serie, il “FORMAT: TRAGEDIA NAZIONALE”.
E poi: quante formule a bolla di sapone: “una seconda Katyn”, “scomparsa l’élite del paese”, “Lo Stato, la Polonia orfana”… Si ascolta, si lascia correre. I primi giorni prevale l’emozione, lo shock da notizia. Ma poi dal terzo, quarto giorno, anche questo linguaggio da “fine del mondo” indigna, perchè, è chiaro, partecipa a una grande mistificazione.
I lutti hanno una componente fondamentale di silenzio.
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Quello del 10 aprile 2010 non era un viaggio “normale”, piuttosto una “missione di Stato nell’interesse nazionale” e per di più da compiere in terra straniera, non per forza amica, in Russia. Una missione che aveva origine da una serie di linee di tensione e di conflitto, sul piano interno quanto esterno.
Sul piano interno la “contrapposizione” era nei confronti della visione storico-politica di Donald Tusk e del suo partito PO; Tusk recatosi a Katyn su invito di Putin, con una delegazione che rappresentava una Polonia politicamente e idealmente avversa a Kaczynski, più di lui favorevole a una politica di buon vicinato con la Russia e meno interessata alla sua “politica della storia”. Ciò per sottolineare che, schematizzando, viaggiava col presidente Kaczynski una élite polacca (dal 2007 passata all’opposizione) che si opponeva a un’altra élite polacca (dal 2007 al governo o filo-governativa), ambedue queste élite odierne essendo comunque idealmente legate alle élite polacche uccise dal NKVD nel 1940, ambedue accomunate dal desiderio di rendere un appropriato omaggio ai propri predecessori eliminati dalla follia stalinista.
Sul piano esterno la “contrapposizione” della delegazione presieduta da Lech Kaczynski era nei confronti della Russia, principale erede dell’URSS, per il suo desiderio di dividere i polacchi in “buoni” e “cattivi”, per la sua non volontà o incapacità di dire tutta la verità su Katyn, di consegnare tutti (e non solo una parte) dei documenti relativi a quel crimine, di riconoscere il torto commesso nei confronti delle vittime polacche e delle loro famiglie, di rendere pubblici i nomi dei carnefici sovietici e, nel caso, di portarli in giustizia, eventualmente di risarcire almeno simbolicamente le vittime.
In generale si trattava di un viaggio contro il comunismo polacco che su ordine di Mosca cercò fino all’ultimo, insieme al comunismo sovietico e internazionale e con la complice passività occidentale, di stendere un velo di oblio su Katyn. Era dunque di un viaggio “di riscatto morale” per difendere, recuperare, anzi affermare la memoria polacca nel quadro delle memorie europee.
Trattandosi di una missione particolare, sensibile e sentita, la morte ha subito assunto una dimensione particolare, eccezionale.
Scatenando un’emotività senza precedenti, Smolensk da un lato ha rafforzato taluni modi negativi di sentire tipicamente polacchi: che la storia non ama la Polonia e i polacchi, che ciò che unisce la comunità nazionale sono le grandi prove e sofferenze, che la maestà della morte ha un senso nell’aldiquà, che il martirio è per la causa, che il vero patriota muore per la Patria, che il sacrificio non ha fini di ricompensa e altre metafisiche nazionali. All’incidente in effetti vi è chi ha immediatamente dato una lettura che esalta il senso di tragedia della storia polacca, una lettura che attinge i suoi quadri interpretativi nei drammi vissuti in passato, nelle sofferenze già patite, nei modelli di pathos e di martirio consolidati dalle vicissitudini degli ultimi due e passa secoli. In sostanza, in codici antici. Ma, in positivo, Smolensk ha avvicinato come mai i cittadini alle istituzioni, la nazione allo Stato (dandogli un volto umano), i palazzi del potere al Paese reale, la vita quotidiana alla sfera politica, la società a se stessa. La comunità immaginata si è fusa in quella effettiva. Basti osservare che sono i polacchi stessi i primi a sorprendersi del loro moto di (temporanea?) unità e concordia, che si manifestano nei chilometri di persone in file composte; o nelle folle pacate che per ore aspettano, pregano, si fermano in silenzio; o nel fatto che migliaia di persone escono di casa per recarsi laddove più intensi si svolgono i riti di memoria. Tutto ciò accade in modo spontaneo, a prescindere da ogni genere di personale convincimento.
In modo altrettanto spontaneo è avvenuta l’omologazione delle reazioni a nuovi codici culturali popolari. Complice l’immaginario televisivo occidentale, comportamenti e gesti ricalcano modi di fare e azioni visti in altri luoghi e altre occasioni, sacre e profane. Basti evocare le similitudini con ciò che avvenne con la scomparsa di Lady Diana.

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