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Wojciech Unolt su “poloniaeuropae”

Grazie all’Associazione Italiana Studi di Storia dell’Europa Centrale e Orientale (AISSECO) e in occasione dell’Incontro Dibattito – intitolato: Dagli Imperi multinazionali alla transizione postcomunista. L’Europa centro-orientale tra XX e XXI secolo – Venerdì 14 maggio 2010, alle ore 15.30, presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Roma, si è tenuta la presentazione della rivista/libro/sito poloniaeuropae, il cui primo numero/tema è: Ricordare la seconda guerra mondiale”.
Ecco la trascrizione dell’intervento di Wojciech Unolt, primo Consigliere dell’Ambasciata di Polonia in Italia, che ringraziamo per le sue osservazioni critiche.
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Mi è stato chiesto di presentare il primo numero di una nuova rivista online dal titolo “Poloniaeuropae. Storie, spazi, idee in rete”. Il primo numero, dedicato al tema “Ricordare la seconda guerra mondiale”, è stato pubblicato, cioè messo in rete il 14 marzo. I suo ideatore e redattore capo è Paolo Morawski.

Comincio da due brevi premesse. Non sono uno storico. Non mi azzarderò quindi, specie qui in presenza di tanti addetti ai lavori, a fare delle valutazioni di merito, sul valore e la qualità dei contenuti,  che solo la competenza di uno storico potrebbe fare.

Secondo: sono un funzionario dell’Ambasciata di Polonia, Ambasciata che ha anche sostenuto con un modesto contributo questa nuova iniziativa editoriale. Non vorrei però essere percepito e recepito come il solito diplomatico che approfitta dell’occasione offertagli da un intervento pubblico per intromettersi con un messaggio “politico”, promuovendo un punto di vista che corrisponde agli interessi di parte dello Stato che rappresento. E’ un punto che tengo a sottolineare: personalmente nutro una profonda diffidenza nei confronti di ogni forma della cosiddetta “politica storica”. E ciò perché essa consiste essenzialmente nello scegliere e promuovere, ed imporre quando si può, una sola narrazione ed interpretazione dei fatti storici, quella appunto che serve agli interessi politici del momento. Se noi invece abbiamo deciso di sostenere l’iniziativa di Paolo Morawski, è perché siamo convinti, che qualsiasi storia, in questo caso la storia della Polonia, deve essere raccontata, ricordata  e interpretata da più voci, per essere credibile, interessante  e utile ai fini della vera conoscenza del passato, che aiuta a capire il presente. A maggior ragione nel caso di una rivista che si propone di avvicinare e spiegare agli italiani, o almeno in lingua italiana, la realtà storica, e indirettamente anche quella attuale, di un Paese ancora abbastanza lontano: lo si può fare  solo mettendo quella realtà in un contesto molto più ampio, quello europeo, nel quale anche gli italiani si sentano coinvolti insieme a tante altre nazioni; e facendo parlare tutti, non solo i polacchi, anzi – soprattutto i non-polacchi.

Sembra che sia proprio questa la vocazione e l’obiettivo di “poloniaeuropae”. A cominciare dal titolo stesso della rivista che è un piccolo rebus: innanzitutto perché è in latino, e la scelta di questa lingua per il titolo di una rivista che parla della Polonia in italiano, va capita come un rimando criptato a un idioma nel quale si esprimono tutte le culture che ci accomunano e ci permettono di capirci a vicenda, tra polacchi e italiani, e tra tutti gli europei: la cultura classica, quella cristiana  e cattolica, quella umanistica, e anche quella giuridica e scientifica di oggi. Il rebus consiste anche nel fatto che le due parole, Polonia e Europa, sono declinate in latino in un modo che si presta a due interpretazioni diverse: il titolo può essere pronunciato come “Polonia Europae”, e cioè “Polonia dell’Europa”, Polonia in Europa; oppure insistendo sul duplice plurale come “Polonie-Europe”. Ambedue le letture sono valide: la prima sottolinea un fatto forse banale, ma non per questo comunemente accettato, né in Polonia, né altrove: che la Polonia non è né la periferia né il centro dell’Europa, per il semplice motivo, che Europa non ha un centro, semmai ne ha molti. La seconda lettura ci ricorda, che sia l’Europa, sia la Polonia sono realtà plurime: come scrive  Morawski nella sua breve introduzione, le due entità possono e devono essere raccontate e capite “come spazi  plurali, eterogenei, differenziati, dinamici, non esattamente delimitabili, mutanti”.

Bisogna riconoscere che per esercitarsi in questo compito Morawski si è scelto forse il tema più esigente: la seconda guerra mondiale – la catastrofe epocale del XX secolo, che più di ogni altro evento ha diviso Europa,  e oltre a enormi danni umani e materiali ha creato profondi conflitti di memoria, il cui risanamento e ancora in fase molto preliminare e richiede, appunto, la pazienza di ascoltare tantissime voci diverse, dai testimoni agli storici.

Basta scorrere l’indice  del primo numero, per capire come la rivista intenda rispettare questo impegno. La prima impressione è di natura quantitativa. Essere una rivista online, detta anche virtuale, vuol dire che i singoli articoli si possono scaricare e leggere uno ad uno, a scelta,  ma si ha anche la possibilità di scaricarli tutti insieme in un solo file, e allora formano un volumone che conta circa 400 pagine. Un numero destinato a crescere, perché è dichiarata intenzione di Paolo Morawski aggiungere altri contenuti a mano a mano che verranno approntati nuovi testi e nuove traduzioni. Questo per dire quanto “pesi” la quantità di cose che vanno raccontate per avere almeno un abbozzo dell’insieme.

Seconda impressione: la rivista è una specie di silva rerum:

… per la varietà dei generi letterari – ci sono interviste, documenti storici, brani di diari, racconti di testimoni, saggi, articoli di stampa, lettere aperte, verbali e risoluzioni parlamentari;

… per la diversità degli autori – ex-combattenti, scrittori, ricercatori e storici, giornalisti, ma anche vescovi, europarlamentari e addirittura un capo del KGB. Sono autori polacchi e italiani, ma anche tedeschi, inglesi, russi, per non parlare dei personaggi “non esattamente delimitabili”, come lo stesso Paolo Morawski, un italo-polacco,  come la scrittrice ebrea-polacca-tedesca-italiana Helena Janeczek, o come il giornalista Basil Kerski, polacco-iracheno-tedesco; per l’amplitudine cronologica dei testi – il rapporto di Vincenzo Palmieri sui risultati dell’inchiesta nella foresta di Katyn è del 1943, il saggio di Sandra Cavallucci sulla Polonia nel 1939 è  stato scritto appositamente per “poloniaeuropae” e precede un suo libro sul tema analogo, che sta per essere pubblicato quest’anno;

… per la varietà delle lingue d’origine –  meno di un terzo dei testi è stato scritto in italiano, dietro gli altri due terzi c’è un importante lavoro di traduzione, che non si limita alla sola versione dei testi  ma viene integrata da un apparato di note esplicative, e quindi è una vera operazione di mediazione culturale.

L’ordine che la redazione della rivista cerca di dare a questa silva rerum, è per forza, e per fortuna,  anch’esso disomogeneo. Si comincia con un criterio cronologico: la prima sezione, intitolata “Guerra polacca, europea, mondiale”, contiene il già menzionato saggio di Sandra Cavallucci e quello di Francesco Cataluccio analizzano la situazione subito prima e dopo lo scoppio della guerra, mentre la lunga conversazione con Norman Davis ne segue le varie tappe fino al processo di Norimberga. Seguono due sezioni raggruppate secondo un criterio territoriale: la prima dedicata al “fronte” per così dire, polacco-tedesco, con accento posto però non sul confronto militare, ma su quello delle memorie; e la seconda, ben più ampia, che parla in una chiave simile, di polacchi, ucraini i russi. Il tema centrale qui sono i rapporti polacco-russi  all’ombra di Katyń. Colpisce come in queste due sezioni gli ultimi articoli, di Basil Kerski e di Francesco Maria Cannatà tocchino questioni che sono oggetto di accesi dibattiti proprio in questi giorni – come il progetto tedesco di costruire il “Centro contro le espulsioni” e l’evoluzione dell’atteggiamento russo nei confronti dell’eccidio di Katyn e i crimini stalinisti in genere. Un’evoluzione ancora tutta in fieri, dai risvolti e esiti incerti. Cannatà scrive dell’imminente incontro di Putin con il primo ministro polacco Tusk a Katyń il 7 aprile scorso, formulando quattro ipotesi su quello che Putin avrebbe detto in quell’occasione. Oggi sappiamo già cosa ha detto Putin a Katyń., sappiamo anche quel che è successo tre giorni dopo a Smolensk  e in seguito. Se “poloniaeuropae” pensa di integrare il primo numero con altri contenuti, potrebbe essere proprio questo lo spazio giusto d’intervento, per ora e probabilmente per molto tempo ancora.

La sezione seguente, la quarta nell’ordine, è un contenitore di un tipo ancora diverso: non si riferisce a un territorio, come le due precedenti, ma al contrario, parla di un’odissea, quella del II Corpo d’Armata Polacco, cioè di un cammino che comprende tutto l’arco temporale della guerra e i suoi diversi scenari: parte infatti dall’invasione sovietica della Polonia nel settembre del 1939, attraversa l’esperienza dei gulag, e dopo la lunga marcia, le cui tappe sono Persia, Iraq e Palestina porta i soldati del Generale Anders a combattere in Italia – a Monte Cassino, ad Ancona e Bologna. Qui la voce più lucida e autorevole è quella di Gustaw Herling Grudziński – prigioniero del gulag, soldato di Anders, scrittore polacco che visse  a Napoli. Herling prende la parola anche in un altro dibattito sulla memoria, tutto polacco questa volta: per lui la Battaglia di Monte Cassino, anche se  – cinque mesi dopo Teheran – militarmente e politicamente inutile per i polacchi, era moralmente e psicologicamente necessaria. Questa sezione contiene anche dei testi di storici italiani, frutto di meticolose ricerche,  che invece si inseriscono in un conflitto di memoria tutto italiano, rivendicando il ruolo dei polacchi, e degli eserciti alleati in genere, nella liberazione d’Italia, contro certe impostazioni ideologiche che tendevano a sminuirlo. Allo stesso tempo però rivendicano il diritto di raccontare quella storia da un altro punto di vista ancora – quello della popolazione civile italiana.

“poloniaeuropae” aggiunge all’odissea del II Corpo d’Armata anche una sorta di appendice –  un testo dedicato alla rivista “Kultura” edita dall’Istituto Letterario fondato dopo la fine della guerra a Roma da un gruppo di ufficiali di Anders, tra cui lo stesso Gustaw Herling,  e più tardi trasferitosi a Parigi. Il mensile “Kultura” è stato per oltre 50 anni il forum più prestigioso del pensiero politico e della vita culturale di quella “grande emigrazione” polacca, uscita in gran parte proprio dall’esperienza del II Corpo. Il testo di Basil Kerski descrive tra l’altro come “Kultura”, proibita in Polonia ma clandestinamente presente, influiva sull’opinione pubblica all’interno del Paese. Attraverso “Kultura” i reduci del II Corpo d’Armata tornavano idealmente in Polonia, chiudendo il cerchio della loro odissea.

Nell’ultima sezione “poloniaeuropae” ci si aspetterebbe una sintesi, una dimostrazione del fatto, che l’incontro delle varie narrazioni e dei diversi punti di vista porta, o almeno può portare a una visione comune, riconciliata del passato. Invece l’ultima sezione ripropone alcune risoluzioni del Parlamento Europeo riguardanti la memoria o meglio le memorie della II guerra mondiale e i relativi dibattiti. Non so se tale sia stata l’intenzione della redazione, ma questi documenti, specie i verbali dei dibattiti, nella loro chiassosa verbosità,  possono portare all’amara conclusione che l’ambizione stessa della rivista – quell’istanza di far parlare tante voci diverse – se portata alle estreme conseguenze può rivelarsi anche sterile e fuorviante. Mi è stato difficile trattenere un senso di irritazione di fronte a questa babele di voci dissonanti e contraddittorie. È ugualmente difficile conservare la speranza che un giorno sarà possibile almeno in parte ricomporre una visione comune. “poloniaeuropae” sembra crederci – e se dedica tanto spazio a questi testi, lo fa probabilmente per segnalare ai suoi lettori, onestamente e realisticamente, quanto siamo ancora lontani, in Europa, da un tale obiettivo.

Del resto, c’è poco da stupirsi di questa discordia delle memorie al livello europeo, se anche nella stessa Polonia ferve oggi un dibattito che uno storico dell’Università di Varsavia Paweł Machcewicz,  in un interessante articolo pubblicato di recente dal settimanale “Newsweek Polska” (4 maggio 2010), definisce addirittura come La nuova guerra della memoria. Ne faccio menzione qui perché l’articolo potrebbe benissimo far parte di questo primo numero di “poloniaeuropae”, anche per il fatto di confermare alcune tesi contenute nei vari articoli della rivista, in particolare quelle di Norman Davis sul bilancio della guerra per i polacchi e di Basil Kerski sull’attuale dibattito storico in atto in Germania. Machcewicz constata un fatto singolare, anche se forse comprensibile: fino a 1989 l’immagine della II guerra mondiale – quale risultava essere quella veicolata dalle ricerche degli storici polacchi e dalle pubblicazioni appartenenti alla vulgata ufficiale propinata all’opinione pubblica dalla propaganda di Stato – presentava alcune evidenti lacune. Anche se il morso della censura si era un po’ allentato già negli anni Ottanta,  alcuni temi rimanevano tabù, in particolare, com’è ovvio,  tutto quello che riguardava i rapporti polacco-sovietici e i crimini commessi dall’Unione Sovietica contro i polacchi. Dopo la svolta dell’Ottantanove la comunità degli studiosi si è mossa in massa a colmare quelle lacune e ristabilire il giusto equilibrio. Si può dire che in un solo decennio, quello degli anni Novanta, l’impresa è riuscita. Però con una conseguenza collaterale inattesa e potenzialmente dannosa:  infatti, è stata interrotta la continuità delle ricerche sull’occupazione tedesca e sui crimini nazisti, in base alla convinzione che, tanto, ormai sono sufficientemente noti e documentati.  Quando però nei primi anni del Duemila si è imposto in Germania un nuovo orientamento nel dibattito sulla storia tedesca – cioè, si è cominciato ad accentuare le sofferenze patite dai civili tedeschi a causa dei bombardamenti alleati e delle deportazioni di massa post-belliche eccetera, e ciò prescindendo dalle responsabilità tedesche per i crimini nazisti – ebbene, sono scoppiate vive polemiche tra polacchi e  tedeschi attorno al progetto del “Centro contro le espulsioni”. Non solo, ma, sostiene Machcewicz, si è scoperto allora che in Polonia sono veramente pochi gli storici competenti in materia, vale a dire quelli che in base alle proprie ricerche sulle fonti sanno affrontare tale dibattito. Un’altra conseguenza della massiccia ondata di studi dedicati alle tematiche prima proibite, è stato un certo nuovo squilibrio nella percezione pubblica dell’entità dei crimini commessi dai due regimi totalitari in Polonia: alla fine si tende quasi a equipararli. A questo proposito Machcewicz cita i risultati di una ricerca sul numero delle vittime delle due occupazioni – una ricerca sulle fonti e documenti, portata avanti da più anni e coordinata dall’Istituto della Memoria Nazionale. Ebbene dalla ricerca risulta che le vittime  del nazismo in Polonia sono state circa cinque milioni e mezzo, di cui circa la metà erano cittadini polacchi d’origine ebraica, e metà polacchi etnici. Per mano dei sovietici invece hanno perso la vita, sempre secondo tale ricerca, circa 150 mila polacchi. Altre stime attendibili parlano di 300-400 mila vittime dello stalinismo. Queste statistiche, dice sempre Machcewicz, non devono servire a costruire una sorta di “gerarchia dei crimini”, ma ricordarci che nei dibattiti sulla memoria del passato, sulle colpe e responsabilità, dobbiamo comunque fare riferimento ai fatti e al buon senso. Qui mi fermo per rispettare i due caveat che ho posto all’inizio del mio intervento. 

Certamente non c’è bisogno di ricordare la necessità di mantenere l’equilibrio tra i fatti e le memorie alla redazione di “poloniaeuropae”. La rivista offre, credo, il giusto mix in questo senso, e la molteplicità delle voci e dei punti di vista non è un segno di relativismo, ma, al contrario, esprime uno sforzo serio e sincero di facilitare ai lettori italiani la comprensione di una realtà per molti versi sconosciuta o mal conosciuta. Non resta che augurare a Paolo Morawski e al suo team di poter procedere, con la stessa serietà e intelligenza, alla pubblicazione di nuovi numeri della rivista. Il prossimo, secondo le indiscrezioni, potrebbe essere dedicato al fenomeno di Solidarność, cosa più che giusta. Nel 2010 cade il trentesimo anniversario degli scioperi di Danzica. Un tema, anche questo, molto “europeo”, specie se verrà allargato fino a comprendere il 1989 e la transizione post-comunista.  Grazie per la vostra attenzione.

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