La Turchia rimarrà fuori dall’UE: fine del flirt
Un altro segno di come la Turchia si stia allontanendo dall’idea di integrarsi all’UE?
Dal 2009 (con l’inaugurazione di un apposito Museo) la Turchia celebra la presa di Costantinopoli del 1453 a opera degli eserciti ottomani del sultano Mehmed II il Conquistatore. Ma è una vera e propria ottomania che si osserva oggi tra i turchi, a vari livelli (cinema, cucina, musica, moda, urbanistica). Proprio perchè si trasforma in ideologia e populismo neo-ottomani in alcuni gruppi islamici e nel partito (AKP) al potere, questo recupero del passato ottomano cozza con l’invenzione di una repubblica nazionale turca secolare da parte di Ataturk, quella che si voleva modernizzare “turchizzando” il Paese, quella che guardava all’Europa, in opposizione al legame tra politica e religione musulmana di tradizione imperiale, appunto. A ben guardare riaffiora ciò che si pensava fosse stato cancellato o messo in sordina nella seconda metà del Novecento
Di positivo, forse, c’è il fatto che nella glorificazione della conquista e dell’età d’oro ottomana si fa largo la narrazione anche nostalgica della passata coesistenza tra le diverse comunità religiose ed etniche che si esalta come pacifica.
Gli storici che osservano questo fenomeno parlano del “ratto del passato ottomano” (come il ratto delle Sabine), di storia “snaturata, piegata” agli interessi politico-religiosi, di storia “vittima”. Da approfondire.
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Nel dibattito interviene, collegandosi all’attualità politica, Paola Caridi, sul suo Blog: Invisible Arabs, Non è più tempo di “Mamma li Turchi”…, June 6th, 2010
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La Turchia cambia alleati, si dice. Non è più con noi, è contro di noi. Beh, noi non l’abbiamo voluta, potrebbe essere la risposta secca. Andiamo oltre. La Turchia volge lo sguardo da un’altra parte. Lo dimostra la politica di Recep Tayyep Erdogan, il suo viaggio in America Latina, la sua mediazione tra Iran e Brasile. La Turchia, insomma, si sposta verso Teheran, e rende instabile la solidità strategica europea nel Mediterraneo.
A dir poco semplicistico. Anzitutto, per la stessa storia della Turchia nella NATO. Alleato fedelissimo. Salvo che problemi di instabilità vi erano stati anche prima che il partito islamista dell’AKP arrivasse al potere. I problemi c’erano già quando l’Europa non si poneva problemi sulla democraticità della Turchia, e diceva ben poco sulle forze armate che prendevano il potere. Che dire, per esempio, dell’annosa questione di Cipro e dei rapporti sempre tesi con la Grecia? Questioni di instabilità che la NATO ha sempre gestito cercando di non urtare più di tanto le sensibilità nazionalistiche della Turchia.
Se, dunque, c’è un governo islamista in Turchia, questo non significa che non sia – al tempo stesso – un governo che ha introiettato il nazionalismo turco. E anche il senso di sé, che deriva non solo dal nazionalismo di inizio Novecento, ma anche da tutta quella storia imperiale (ottomana) che rende Ankara, o meglio Istanbul, molto diversa da un qualsiasi interlocutore arabo. Quella storia imperiale (ottomana) certo ritorna d’attualità, soprattutto quando si pensa alle reazioni della Turchia ad attacchi come quelli alla Mavi Marmara, nave battente bandiera turca in acque internazionali. La Turchia, per chi ha studiato un po’ di storia diplomatica e per chi si è letto – per esempio – le corrispondenze diplomatiche ai tempi della Repubblica Veneziana, è ancora oggi l’erede della Sublime Porta. In fondo, anche allora il rapporto con la fede musulmana aveva un certo qual discreto ruolo…
Non capisco, insomma, cosa stupisca di questa reazione turca. E’ una reazione orgogliosa? Certo. E’ una reazione politicamente forte? Certo. E’ soprattutto una reazione che dice: il Medio Oriente non è più soltanto il luogo dello scontro tra arabi e israeliani. E’ il luogo in cui sono presenti e agiscono attori che non sono arabi e non sono israeliani. Attori, come la Turchia, che sono da anni al centro di molte delle vie che contano: del petrolio e dell’acqua, per esempio, ma anche di quello spazio aereo (militare) necessario per gestire l’Iraq del post-invasione angloamericana e dell’Iran a rischio bombardamenti preventivi. Non si può pensare che un attore come la Turchia, necessario quando bisogna chiedere il passaggio nel proprio spazio aereo, o quando bisogna contrattare i percorsi degli oleodotti presenti o prossimi venturi, non abbia voglia di dire la sua. E di dire, per esempio, che anche Gaza conta, in tutto questa storia (geopolitica).
Nuovo ottomanismo? Forse, ma la storia non ritorna mai, e non bisogna mai dimenticarlo. I paralleli sono inutili, quando non falsano il reale, il presente. Quello che c’è, da parte degli arabi e dunque anche dei palestinesi, è il ricordo di una storia che è stata comune, che ha attraversato diverse fasi, che si è conclusa ex abrupto nel 1917, ma che ha segnato nel profondo queste terre. Basta girare per Gerusalemme, e vedere i segni nelle pietre. Basta ascoltare l’arabo dei palestinesi, e udire parole di origine turca usate ancor oggi. Basta osservare quanto parte dell’antica legislazione ottomana sia usata ancora oggi, anche dagli israeliani. Basta leggere il modo in cui il dominio ottomano è stato introiettato nelle identità multiple degli arabi del Levante.
Addendum. Lucido, come sempre, Rami Khouri sul libanese “Daily Star” ha spiegato perché la Turchia ha ormai assunto un ruolo così importante non solo nella regione (su questo blog lo si ripete da tempo…), ma nell’immaginario delle èlite arabe. Tutto sta in quel concetto di sovranità nazionale, di difesa della dignità del paese e dei suoi abitanti, della consapevolezza del proprio ruolo e del proprio volume nella regione. A prescindere dalle alleanze. Una coscienza di sé e del proprio potere che cambia il modo di far politica. Necessariamente. Leggi tutto


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