Print This Post Print This Post

Intanto la Turchia

La Turchia, stanca di attendere l’integrazione nell’Ue, ha voltato le spalle all’Occidente? Solo speculazioni, affermano i diretti interessati. Ma tra l’opinione pubblica turca la fiducia nell’Unione comincia a calare. Questa settimana un approfondimento a firma di Fazıla Mat sui rapporti regionali della Turchia e sulle sue prospettive di integrazione nell’Unione. LEGGI su Osservatorio Balcani
——
…è opinione diffusa che alcune incomprensioni tra la Turchia e l’Occidente in questo momento effettivamente esistano.
Per cogliere la reale entità di queste incomprensioni, è necessario da un lato tener presente quella che un commentatore turco ha definito la triplice identità della Turchiaoccidentale, turca, e musulmana – e dall’altro distinguere i tre principali fronti – americano, europeo, ed israeliano – sui quali tali incomprensioni si sono verificate.
Fin dall’epoca ottomana, la Turchia ha sempre guardato verso occidente, ed ha ambito ad essere considerata come una potenza europea. Allo stesso tempo, l’identità turca la spinge a non dimenticare i propri legami con le regioni del Caucaso, del Caspio e dell’Asia centrale. Il suo carattere musulmano (Istanbul fu l’ultima sede del califfato, che fu definitivamente abolito con il crollo dell’Impero Ottomano) la spinge a guardare al mondo islamico, ed al mondo arabo che ne costituisce il cuore.
Come hanno osservato alcuni, la Turchia sembra condannata dalla sua storia e dalla sua posizione geografica a basare il suo ruolo sulla propria capacità di preservare fragili equilibri culturali, economici e politici, a cavallo fra due continenti e due visioni del mondo – un destino perfettamente simboleggiato dalla sua città più rappresentativa, Istanbul, situata a cavallo fra due mari e in bilico fra Europa ed Asia.
Se la fine traumatica dell’Impero Ottomano aveva spinto i turchi a mettere momentaneamente in secondo piano la loro identità musulmana – portando il fondatore della moderna Turchia, Mustafa Kemal Ataturk, a laicizzare il paese guardando all’Europa ed all’Occidente, e a troncare i rapporti con il retroterra arabo-islamico che aveva rappresentato una componente fondamentale dell’impero – il progressivo riemergere di questa identità negli ultimi decenni – accompagnato dalla comparsa di partiti politici di ispirazione islamica, e culminato con l’ascesa al potere del partito “Giustizia e Sviluppo” (AKP) guidato da Recep Tayyip Erdogan – ha spinto i turchi a riallacciare i legami con il mondo arabo-islamico, all’insegna della cooperazione economica e della riscoperta di comuni radici culturali.
Tuttavia – hanno fatto osservare alcuni commentatori turchi – anche questa rinnovata spinta verso oriente avviene all’insegna di valori europei ed occidentali. Al recente Forum di Cooperazione turco-arabo, un diplomatico turco ha affermato che Ankara, con i suoi sforzi volti a promuovere l’integrazione regionale in Medio Oriente, non sta facendo altro che applicare ai paesi confinanti un ideale che fu espresso nel 1950 da Robert Schumann, uno dei fondatori dell’Europa moderna, quando propose l’integrazione europea come strumento per assicurare la pace e la prosperità nel vecchio continente appena emerso dai drammatici anni della seconda guerra mondiale.
Molti analisti sostengono che lo sforzo turco di creare una maggiore integrazione economica regionale e di diventare uno snodo delle principali rotte energetiche eurasiatiche sia finalizzato a migliorare lo status della Turchia agli occhi dei paesi europei rendendo l’ingresso di Ankara in Europa un affare economicamente vantaggioso per tali paesi.
Questa ambizione turca sembrava essere stata colta dal presidente americano Barack Obama quando, rivolgendosi ai turchi nel suo discorso del 6 aprile 2009 ad Ankara, disse: “La grandezza della Turchia sta nella vostra capacità di essere al centro delle cose. Qui non è dove l’Oriente e l’Occidente si separano, è dove si riuniscono: nella bellezza della vostra cultura; nella ricchezza della vostra storia; nella forza della vostra democrazia; nelle vostre speranze per il domani”.
Tuttavia, più di un anno è trascorso da allora, e lo spirito di dialogo auspicato da Obama in quell’occasione, e poi nel suo discorso del 4 giugno al Cairo, non sembra aver preso piede. La ragione non sta però nelle incomprensioni sorte in quest’ultimo anno, quanto piuttosto nell’incapacità (americana in primo luogo) di fermare una deriva ormai in atto da tempo.
I recenti episodi, come l’incidente della flottiglia di Gaza e il diverso approccio alla questione nucleare iraniana, sono – a giudizio di molti osservatori – solo la manifestazione esteriore di divergenze originate dalle trasformazioni politiche degli ultimi vent’anni che, coma già accennato, hanno portato all’insorgere di incomprensioni fra la Turchia e l’Occidente nelle sue tre componenti: Stati Uniti, Europa, ed Israele.
Il primo spartiacque nella storia di queste trasformazioni è certamente rappresentato dalla fine della Guerra Fredda, che fece perdere alla Turchia il ruolo di baluardo della NATO contro il blocco sovietico. L’era della Guerra Fredda era stata accompagnata in Medio Oriente da un assetto che vedeva paesi non arabi, come Israele, la Turchia e l’Iran – all’epoca tutti caratterizzati da sistemi statali e governi laici, e schierati con il blocco occidentale – contrapporsi ai paesi arabi. Il primo duro colpo a questo assetto fu inferto dalla Rivoluzione Islamica del 1979 in Iran, che fece perdere agli Stati Uniti e ad Israele un importante alleato.
In Turchia, l’establishment dell’epoca, secolarizzato e dominato dall’esercito, vide nella Rivoluzione iraniana e nell’Islam politico che essa propugnava una minaccia al principio di laicità su cui si fondava lo stato turco. L’altra grande minaccia agli occhi dell’establishment turco era rappresentata dall’irredentismo curdo. Nel corso degli anni ’90, Ankara accusò la Siria e l’Iran di appoggiare il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK)…
L’Europa costituisce il terzo fronte di incomprensione tra la Turchia e l’Occidente. La diffidenza di molti paesi europei nei confronti della Turchia è uno dei principali fattori che hanno spinto il governo guidato dall’AKP a cercare sbocchi economici alternativi, e non viceversa. L’AKP, che è accusato da molti in Occidente di aver rivolto lo sguardo a oriente spinto dalle proprie ambizioni “islamiste”, è stato in realtà uno dei partiti più convintamente europeisti in Turchia.
Naturalmente, sebbene il governo turco possa avere le proprie giustificazioni per la sua attuale linea politica, dei rischi esistono nell’attuale condotta di Ankara. La recente crisi nei rapporti turco-israeliani rischia di andare a scapito di entrambi i paesi. La Turchia da paese mediatore rischia di diventare parte in causa nel conflitto israelo-palestinese. Se da un lato ciò le farebbe guadagnare il consenso delle masse arabe, dall’altro certamente non le farebbe ottenere il favore dei regimi arabi (che guardano con diffidenza al ruolo turco nella regione) e susciterebbe ulteriori sospetti in Occidente.
La ricerca del dialogo con Teheran è scambiata da alcuni in Occidente come un’aperta dichiarazione di amicizia nei confronti del regime iraniano e del suo presidente Ahmadinejad, le cui dichiarazioni sulla necessità di cancellare Israele dalla carta geografica sono certamente inaccettabili, soprattutto se si vuole avere la speranza di raggiungere un compromesso pacifico nella regione.
A giudizio di molti analisti, Ankara deve dunque evitare di diventare ostaggio delle proprie scelte politiche, cercando di non appiattirsi sulle posizioni iraniane e di non assumere un atteggiamento intransigente nella propria difesa dei palestinesi, e ribadendo invece la propria volontà di essere un ponte fra Oriente e Occidente, e fra l’Europa e il mondo arabo-islamico.
Il governo turco deve rifuggire da posizioni demagogiche e da errori come quello commesso dal primo ministro Erdogan quando ha espresso la propria solidarietà al presidente sudanese Omar al-Bashir, responsabile dei massacri in Darfur, affermando che “non è possibile, per coloro che appartengono alla fede musulmana, compiere genocidi”.
In assenza di una politica estremamente accorta da parte di Ankara, il rischio è che le divergenze tra la Turchia e l’Occidente crescano ulteriormente favorendo gli ambienti politici occidentali più intransigenti, che sono intenzionati a promuovere politiche ostili ad Ankara, come le dure parole di esponenti della maggioranza israeliana e dei neocon americani – i quali si ostinano a descrivere il governo turco come un governo che persegue un’agenda “islamista” – lasciano presagire.
Queste tensioni rischiano a loro volta di ripercuotersi sul dibattito politico in Turchia, inasprendo i contrasti fra l’AKP e l’opposizione laica nel paese in vista di delicati appuntamenti come il referendum del 12 settembre sul pacchetto di riforme costituzionali e le elezioni del 2011, ed alla luce della nuova offensiva del PKK e dell’impasse del processo di democratizzazione volto a risolvere la questione curda… LEGGI TUTTO L’ARTICOLO su MedArabNews
——————
… I giornali hanno riportato le seguenti parole dell’ambasciatore Bozkir, pronunciate martedì durante una conferenza a Smirne: “Il sogno dell’Unione Europea è finito. L’UE non è più un luogo che fornisce denaro ai nuovi aderenti, ma è un’area che deve affrontare i problemi dei suoi stessi membri.” L’ambasciatore Bozkir ha continuato il discorso, puntualizzando che questo non significa che la Turchia abbia rinunciato alla sua candidatura all’UE, e aggiungendo che egli si aspetta ancora l’ammissione di Ankara, da lui definita “inevitabile” se vista dalla prospettiva dell’Europa.   Ma le sue parole riflettono chiaramente uno stato d’animo crescente in Turchia riguardo all’Europa, certo non positivo… LEGGI TUTTO L’ARTICOLO su MedArabNews

Lascia un comento

 

 

 

Puoi usare questi tag

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>