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Ricordando Geremek

Bronisław Geremek. Grande patriota polacco e grande patriota europeo
di Paolo Morawski
Accademia Nazionale dei Lincei
Roma, 21 aprile 2009
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Grande patriota polacco e grande patriota europeo – così, in estrema sintesi, la ricca esistenza di Bronisław Geremek.
Polacco: talvolta lo sottolineava lui stesso cominciando una frase con: “in quanto polacco le dirò…”, quasi mettendo le mani avanti, creando interessanti giochi di prospettive identitarie.
Europeo: egli lo fu per tragedie vissute e per positive esperienze di vita, per scelte politiche, per le sue idee. Europeo con passione, per convinzione. Comunicava con fervore la sua gioia di vivere in un’Europa riunificata, il suo entusiasmo per una UE politica, l’UE dei cittadini, l’UE dal volto umano. Credeva nell’Europa spazio di libertà (al plurale), spazio di incontri, di condivisione. Chi l’ha conosciuto lo ricorda trasmettere una fantastica voglia di costruire l’Europa di domani. Aveva un talento internazionale innato arricchito da una conoscenza profonda delle vicissitudini di questo continente. Celebri alcune sue battute. Quella in cui parafrasava il piemontese Massimo D’Azeglio: “abbiamo l’Europa, ora si tratta di fare gli europei, se non vogliamo perdere la prima e i secondi”. O il suo ironico: “studio le direttive europee ascoltando Bach. Aiuta sempre”.
Europeo Geremek lo diventò poco a poco sulla scia delle letture, dei studi, dei viaggi all’estero. Per molti aspetti il lievito fu il suo amore per la Francia e la rete dei contatti con gli storici francesi (Fernand Braudel, Georges Duby, Jacques Le Goff) stretti in maggioranza attorno alla cosidetta “scuola della rivista delle Annales”. Attraverso il suo disincanto dal comunismo e dopo la sua uscita dal POUP (1968), il suo sentire europeo giunse a maturazione assai tardi, sicuramente a partire dall’agosto 1980, con Solidarność. Fu allora che, per la prima volta, egli sentì l’Europa vibrare come un insieme unico. Per dirla con le sue parole: “Uno dei grandi momenti di gioia in questa battaglia per la libertà è stato quando i polacchi non si sono sentiti soli, ma sapevano di contare sul sostegno degli altri europei”, di “tutti coloro i quali, nel cuore e nell’anima, erano convinti che l’Europa dovesse essere libera”. Nei 500 giorni di attività vittoriosa di Solidarność e poi negli anni della sua repressione e clandestinità, a stringersi ai polacchi furono le persone, non gli Stati, con immediatezza, spontaneità, generosità senza precedenti. Frotte di sindacalisti, giornalisti, politici e giovani europei scoprirono attraverso Solidarność il socialismo reale e l’opposizione al socialismo reale; e sullo sfondo, la Polonia e i suoi abitanti. Geremek divenne subito una sorta di ministro degli Esteri dell’opposizione polacca, un punto di riferimento dello spazio pubblico europeo.

Se il suo battesimo politico europeo avvenne, dunque, nella solidarietà a Solidarność, l’avventura europea di Bronisław Geremek cominciò veramente nel 1989 col “passaggio nonviolento dal regime totalitario alle libertà democratiche”. A partire dal governo di Tadeusz Mazowiecki, Geremek divenne tra l’altro presidente della Commissione degli Affari Esteri del Parlamento polacco. Esercitò tale funzione fino al 1997, quando fu nominato ministro degli Affari Esteri della Polonia (fino al 2000). Svolgendo anche, nel 1998, la carica di presidente dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa; e poi, dal 2000 al 2001, quella di presidente della Commissione per il Diritto Europeo del Parlamento polacco. In tutto quel periodo, in modo diretto o dietro le quinte, egli contribuì a spingere la diplomazia polacca verso cinque priorità principali tese a “proteggere l’indipendenza nuovamente riconquistata e assicurare la prosperità materiale”:
1) la stabilità delle frontiere del 1945. La questione ridivenne particolarmente sensibile dopo l’Ottantanove tra i diversi paesi dell’Europa centrorientale (nella regione – osservò – “ci sono nostalgie storiche ma anche sogni pericolosi”) e con la riunificazione tedesca. In proposito Geremek ammonì duramente: “un cambiamento dei confini orientali della Germania, cioè della frontiera tedesco-polacca, non può essere ottenuto che con la guerra”.
2) la riconciliazione con la Germania (sul modello della riconciliazione franco-tedesca). Riconciliazione facilitata dalla nascita nel 1991 di una struttura di consultazione nota come il Triangolo di Weimar tra Polonia-Germania-Francia. Proprio Germania e Francia avrebbero in seguito appoggiato con calore l’ingresso della Polonia nell’UE.
3) l’ancoraggio della Polonia alle strutture euro-atlantiche: alla NATO (nel 1992 Geremek era scettico circa la reale possibilità di adesione della Polonia al Patto Atlantico, ma fu poi lui a formalizzarne l’ingresso nel marzo 1999) e all’Unione Europea (fu Geremek ad avviare i negoziati finali per accedere all’UE). Ottenemmo questi due successi – disse più tardi – “anche perché avevamo dalla nostra un capitale storico, un capitale morale che ci derivava da Solidarność”. All’ingresso nella NATO fece sempre da pendant una politica estera tesa ad assicurare la presenza duratura degli Stati Uniti nelle strutture di sicurezza europee.
4) la collaborazione centroeuropea tra Polonia, Cecoslovacchia (poi divisa in Repubblica Ceca e Slovacchia) e Ungheria nell’ambito del cosiddetto Gruppo di Visegrad, che faceva leva sul sentimento della “comunità storica di destino” e prendeva a modello l’esperienza europea del Benelux. I risultati furono tuttavia inferiori alle aspettative.
5) infine l’invenzione di una politica orientale della Polonia, rivolta fin dal 1989 (ecco la novità!) non più verso la sola URSS, ma verso diverse entità statali distinte. La Russia: la Russia non fa parte dell’Europa, la Russia vuole contenere il vento di libertà che viene da Ovest, la Russia è fuori dallo Stato di diritto, ma con la Russia bisogna dialogare, bisogna augurarsi che la Russia possa esprimere in un futuro abbastanza ravvicinato la sua potenzialità europea – diceva Geremek). L’Ucraina: con l’obiettivo della reciproca riconciliazione e di appoggio alle sue aspirazioni europee. La Bielorussia: nella speranza di addolcirne il regime. La Lituania: di cui la Polonia sostenne l’ingresso nella NATO e nell’UE.
Per il suo impegno per l’unificazione europea, nel 1998 Geremek ricevette il Premio Internazionale Carlo Magno di Aix la Chapelle. Nel 2002, dopo aver insegnato al Collège de France e al Collegio d’Europa di Bruges, fondò il Collegio d’Europa di Natolin presso Varsavia, dove sarà titolare fino al 2008 della cattedra di Civiltà Europea.

Un nuovo salto di qualità nel suo impegno europeista avviene il primo maggio 2004, quando la Polonia entra nell’UE. Geremek descrive l’emozione intensa che prova alla vista delle due bandiere, polacca ed europea, appaiate. Un mese dopo stravince, nel collegio di Varsavia, le prime elezioni dell’UE allargata. È deputato europeo. In luglio l’Alleanza dei liberali e dei democratici europei, di cui è membro, e i Verdi lo candidano, spiazzando tutti, a presidente dell’Assemblea di Strasburgo in quanto simbolo ideale della fine della guerra fredda e della nuova UE a 25. Chiedendo il voto ai colleghi dirà: “Martin Luther King ha detto che è impossibile impegnarsi in politica senza avere un sogno… anch’io ho un sogno: il sogno di un’Europa fondata sulla solidarietà… e sulla giustizia… La mia ambizione è quella di servire un’Europa sempre più unita”. Non ha alcuna possibilità di vittoria dati gli accordi tra il Partito Socialista Europeo e il Partito Popolare Europeo, i due gruppi politici più numerosi, ma raccoglie molti più voti del numero di deputati membri dei gruppi parlamentari che lo hanno sostenuto. Commenterà: “partecipavo per vincere, comunque non ho l’impressione di aver perso”.
La sua mancata elezione fu un’occasione persa per il Parlamento Europeo, per la crescita dell’UE, per il rafforzamento dell’unità psicologica e culturale comunitaria, per il senso di appartenenza a un’Europa al tempo stesso unificata e riunificata: “ambedue i termini hanno la loro giustificazione” – osservava Geremek. Unificata, perché non vi è alcun precedente o parallelo nella storia: nel 2004 l’Est e l’Ovest per la prima volta si sono uniti con un atto di volontà. Riunificata perché la mitologia e la storia europee da tempo hanno espresso l’idea che esiste una comunità di destino dell’Europa che nel corso dei secoli è riuscita a almeno due riprese a formare una unità culturale: con la comunità cristiana medievale (“prima unificazione europea”) e, successivamente, con la comunità creata dalla Repubblica delle lettere nel periodo che va dal secolo di Erasmo al secolo dell’Illuminismo. Richiamarsi a questi due grandi momenti storici unitari è un arricchimento e rende giustizia alla storia – dirà Geremek intervendo nel dibattito sulle radici cristiane d’Europa.
A partire dal 2004 Geremek consacra gran parte delle sue energie alla sfida europea, dentro e fuori dal Parlamento Europeo. Dal 2004 al 2008 è vice presidente della Fondazione per l’innovazione politica, think-tank europeo. E nel 2006 diventa presidente della Fondazione Jean Monnet per l’Europa, dove moltiplica le iniziative. Creando, ad esempio, a Lausanna i “Dialoghi europei” ad alto livello in cui si affrontano temi “spinosi”. Quale fosse la sua fama internazionale lo si vide nell’aprile 2007, quando egli rifiutò platealmente dalla sede del Parlamento Europeo di piegarsi in Polonia alla legge della cosiddetta lustracja, che intimava a centinaia di migliaia di quadri dirigenti polacchi di autodenunciare la propria eventuale collaborazione con i servizi di sicurezza dell’èra comunista. Senza entrare nel merito della questione si osserverà che, col suo gesto di accusa contro la lustracja polacca, Geremek europeizzò il problema facendone oggetto di dibattito in tutto il continente. Il rischio di farsi privare del suo mandato di europarlamentare gli ottenne l’appoggio della maggioranza del Parlamento Europeo, che lo applaudì lungamente, alzandosi in piedi, in segno di sostegno.
Nel Parlamento Europeo Geremek fu membro di varie Commissioni, tra cui quella degli Affari Esteri, degli Affari costituzionali, e della cooperazione parlamentare UE-Russia; e pure membro della Delegazione alla commissione di cooperazione parlamentare UE-Moldavia, della Sottocommissione per la sicurezza e la difesa, della Delegazione per le relazioni con gli Stati Uniti. Ma assai più ricca fu la gamma dei suoi interessi e impegni, che spaziavano su vari fronti: dai “Provvedimenti di liberalizzazione dei visti per l’Ucraina” alle “Libertà di azione delle ONG nel Caucaso settentrionale ed efficacia dell’aiuto umanitario dell’UE”, dalla “Liberalizzazione del mercato dei servizi” alla “Discussione sull’avvenire dell’Europa”, dalla “Situazione in Tibet” alle “Prospettive della politica estera comune”, dalla “Discriminazione delle persone colpite da sclerosi a placche nei nuovi Stati membri in seguito all’allargamento del 2004” alla “Eliminazione della povertà in Europa quale base per un modello sociale europeo più equo” alla “Ricerca pubblica in materia di software libero”.
Una piccola precisazione. Geremek ha sempre pensato che l’UE si fa con e non contro gli Stati nazionali. Non si può integrare l’Europa contro l’identità nazionale, bisogna rispettare il sentimento nazionale di ciascun popolo – diceva. Al tempo stesso egli invitava a ragionare, nell’ambito del Parlamento Europeo, non solo e non tanto in termini di appartenenze nazionali, quanto di partiti politici europei. L’europeizzazione dei partiti presenti nel PE era parte del suo progetto di servire l’Europa superando la logica dei singoli Stati; serviva a potenziare la dimensione politica dell’UE creando uno spazio effettivo di dibattito europeo. Altro aspetto molto importante per Geremek era il “pensare l’Europa”, dopo cinque allargamenti, senza preoccuparsi delle frontiere geografiche: “Cercando, al contrario, di definire l’Europa come un continente aperto, la cui caratteristica principale sia il rispetto della libertà. Il rispetto dell’individuo (i diritti dell’uomo) e anche il rispetto dell’economia di mercato. E il tutto fa un insieme aperto”, al quale chiunque può aderire “a condizione che accetti questa definizione europea e la realizzi”.
Ciò premesso dalla lettura delle sue innumerevoli interrogazioni parlamentari, proposte, interventi e dichiarazioni scritte al PE è possibile desumere tre possibili profili:
Uno: Geremek rappresentante – cito – “di una patria che si è trovata al centro di tutti i drammatici eventi del XX secolo”, ovvero ambasciatore di preoccupazioni e interessi “polacchi”. Ne troviamo traccia nei vari dibattiti che riguardano “L’anniversario del 17 settembre 1939 relativo all’invasione della Polonia da parte dell’Armata Rossa”; e poi nella “Risoluzione del Parlamento Europeo sul 25° anniversario di Solidarność e il suo messaggio all’Europa”; e ancora nelle discussioni sulla “Possibile chiusura dei cantieri navali di Gdańsk”.
Due: Geremek rappresentante – cito – “di quella parte d’Europa che, contro la propria volontà, per mezzo secolo è rimasta segregata dal resto del continente”. Tracce della sua sensibilità est-europea in senso lato si ritrovano nelle discussioni sulla “Situazione in Ucraina” (dicembre 2004-gennaio 2005); nelle riflessioni sulle “Conseguenze a lungo termine della seconda guerra mondiale”; quindi durante la “Commemorazione dell’insurrezione ungherese del 1956”; infine nella “Commemorazione dell’Holodomor”, la carestia artificiale del 1932-1933 in Ucraina sovietica che fece milioni di morti – commemorazione fortemente voluta da Geremek ma alla quale egli purtroppo non partecipò.
Tre: Geremek rappresentante – cito – “di un’Europa cui va il merito di una delle più importanti realizzazioni del ventesimo secolo: la creazione dell’Unione Europea”. Lo vediamo all’opera nella “Risoluzione del Parlamento Europeo sul sessantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale in Europa, l’8 maggio 1945”; e nella “Condanna del regime di Franco in Spagna nel 70° anniversario del colpo di Stato, nel giugno 1936”.

La griglia di lettura appena proposta disegna chiaramente un percorso, di cui Geremek è stato protagonista. Un percorso da cui, data l’importanza attribuita alla storia – “L’identità dell’Europa è fondata sulla storia, sulle tradizioni che abbiano ereditato e sull’adesione a un insieme di valori fondamentali” – si possono trarre alcune idee chiave sul suo rapporto tra memorie storiche e costruzione europea. Possiamo evidenziare alcuni punti significativi:
- inestimabile è il successo dell’integrazione europea che ha contribuito ad abbattere quasi tutte le dittature del dopoguerra sul continente europeo, prima in Spagna, Portogallo e Grecia, poi nei Paesi dell’Europa centrorientale. Il passo successivo è contrastare gli effetti del dominio dei regimi totalitari che hanno inasprito le disparità di sviluppo del continente portando al ritardo economico delle aree interessate, dalla Spagna alla Lettonia. Sanare queste disparità è una delle grandi sfide del XXI secolo;
- l’allargamento dell’Unione Europea avvenuto il 1° maggio 2004 è stato l’atto che ha unificato l’Est e l’Ovest dell’Europa: “L’allargamento consente di pensare l’integrazione europea in termini di unificazione del continente” – scriveva. Tale unificazione è stata avviata da Solidarność che ha tolto la prima pietra dal Muro di Berlino. Danzica è dunque un luogo della memoria europea e Solidarność va iscritta tra le leggende fondanti dell’Europa che si unifica;
- dall’Ottantanove in poi si assiste a un duplice processo di europeizzazione: le memorie particolari si aprono all’Europa e l’Europa integra progressivamente le memorie particolari. Ma l’unificazione delle memorie su scala continentale non è avvenuta. Nelle teste resta conficcata una cortina di ferro mentale. L’Ovest non ha idea di cosa sia veramente successo a Est nel XX secolo, di che cosa abbia significato la duplice esperienza del comunismo e del nazismo; mentre i paesi dell’Est devono ancora uscire, ciascuno e collettivamente, dal “egoismo del proprio dolore”. Le commemorazioni, dunque, più che a regolare i conti con il passato servono a radicare i fatti e le tragedie di ieri nell’immaginario europeo;
- il Parlamento Europeo non può legiferare sul passato, non detiene la verità sul passato. È tuttavia importante, per il futuro dell’integrazione europea, che il Parlamento si senta responsabile della memoria collettiva dell’Europa, perché essa è il principale fattore costitutivo dell’unità europea. Non vi è coscienza europea senza memoria comune: “È il XX secolo che ha creato l’Europa, che ci ha dato l’idea di un’Europa a venire. Ma la formazione dell’idea d’Europa ha una profondità storica senza di cui non vi sarebbe mai stata una prospettiva europea”. Detto in altre parole, l’UE non sarà tale fino a quando non sarà in grado di conseguire una visione comune, oltre che del proprio futuro, della propria storia. Negli ultimi tempi tuttavia Geremek era più consapevole di prima di quanto fosse difficile unificare le memorie. Pertanto considerava che la vera sfida del XXI secolo fosse di natura culturale e mentale: creare una comunità di pensiero in cui ognuno si sentisse a casa. Egli riteneva che il cittadino europeo dovesse operare una consapevole e responsabile scelta critica su quale memoria collettiva onorare e quale no. In proposito egli era dell’idea che ne il fascismo ne il comunismo fossero estranei all’Europa. Ambedue queste ideologie sono al contrario il prodotto della civiltà europea: “Non si dirà mai abbastanza fino a che punto i due sistemi totalitari sono legati alla nostra civiltà”. Ma in un patrimonio storico ci sono glorie che si accettano e vergogne che si rifiutano, “dipende da noi. Voglio dire – affermava Geremek – che il totalitarismo in forme rinnovate sarà sempre un pericolo per il nostro continente”;
- infine, non può esservi riconciliazione fra le nazioni senza verità, il che presuppone che si aprano gli archivi e si sollevi il velo di tutti i silenzi. L’obiettivo è la costruzione di un futuro europeo fondato su valori comuni, quelli già racchiusi nel 2001 nella Carta dei Diritti Fondamentali, bussola ideale dell’UE. Il valore fondante della civiltà europea è il riferimento alla dignità della persona umana. Tra i valori vi è anche una specifica etica della particolarità, per cui le differenze non sono pricipio di separazione, ma fonte di fecondazione, occasione di infiniti arricchimenti per chi, come l’UE, promuove il dialogo tra le culture.

Le prese di posizione europee di Geremek erano spesso minoritarie ma non per questo meno autorevoli e incisive. La politica lo interessava se gli consentiva di sognare: “Il mio sogno europeo è un sogno che Victor Hugo definiva gli Stati Uniti d’Europa, un sogno che non si è realizzato sotto quel nome, bensì sotto il nome di Comunità… è la denominazione ufficiale dell’integrazione europea… Per quanto riguarda la Polonia, il mio sogno si è avverato, visto che la Polonia è membro dell’Europa. Il mio sogno per quanto riguarda l’UE è soprattutto che sia capace di uscire dall’atmosfera cupa che è calata in seguito alla crisi costituzionale, che ritrovi il suo spirito di promozione, che sia una civiltà dell’innovazione, una società aperta e che diventi la più grande democrazia del mondo”. Negli ultimi tempi sognava anche la possibilità di una sorta di Erasmus dei lavoratori, dei mestieri, delle professioni – come disse durante le assise europee di Lille nella primavera 2008.
La politica lo interessava se gli consentiva di volare alto. Ben lo si vede nel suo ragionare sulla crisi, per lui duplice crisi: della civiltà europea e dell’UE. Nel caso dell’Europa – notava – si tratta di una crisi nella prosperità: crisi della natalità, crisi psicologica e culturale che si esprime nella paura dell’avvenire e nell’incapacità ad affrontare le nuove sfide. Nel caso dell’UE è una crisi radicata nel successo stesso della costruzione comunitaria. Successo immenso per Geremek ma non irreversibile come rivelava – a suo dire – lo scarto tra la formula attuale dell’UE e le aspettative degli europei, tra le élite e la platea dei cittadini. Duplice crisi, dunque, pertanto veramente pericolosa (come nel 1954-57, per fare un paragone). Crisi di legittimità e crisi di identità, di profonda stanchezza, di sfiducia dei cittadini, crisi del progetto politico, angoscia sul futuro dell’UE. “Una delle debolezze della situazione attuale è l’assenza di un motore nella costruzione europea”. Ciònonostante, “Sappiamo che l’Europa uscirà da questa crisi. Sono tra coloro che credono nella forza delle idee europee e nelle istituzioni comunitarie” – dichiarò in uno dei suoi ultimi interventi al Parlamento Europeo.
Nei dibattiti sulla Convenzione (che egli riteneva essere “uno dei grandi momenti dell’integrazione europea”), sul Trattato costituzionale e sul Trattato di Lisbona Geremek ha costantemente ribadito l’esigenza di una UE forte, efficace, unita “come una squadra”, dotata di una esplicita dimensione politica. Egli ha sempre avuto però l’acuto sentimento della fragilità delle costruzioni politiche, mai acquisite una volta per tutte. Donde la sua costante preoccupazione a mettere insieme, a unire, a mediare, a tessere reti di relazioni fra uomini, idee, progetti. Fragile è la riconciliazione polacco-tedesca, minata dal risorgere del revisionismo storico. Fragile è l’UE, tra le più grandi democrazie al mondo, assediata dalle tendenze al ripiegamento interno e dal populismo – “Non bisogna aver paura del popolo, ma del populismo che sfrutta l’assenza del popolo sulla scena pubblica”. Debole è per definizione, anzi per eccellenza il regime democratico che, per effetto dei suoi propri principi, produce il pericolo antidemocratico ovvero genera il pericolo autoritario. Oggi, disse nel 2007 in un appassionato intervento all’università di Torino: “La democrazia ci sfida nell’Europa stessa, dove i concetti di libertà stato di diritto, diritti dell’uomo sono nati e dove si sono maggiormente impiantati”.
All’allargamento del 2004-2007 Geremek ha dedicato molte riflessioni. Fin dall’Ottantanove giudicava l’aspirazione dei paesi dell’Est a entrare nella CEE (come allora si chiamava) una prova dell’innegabile successo della costruzione europea. Quindici anni dopo considerava l’allargamento dell’UE “una decisione ammirevole per coraggio e immaginazione”, viste le sue dimensioni. Eppure lo riteneva un’occasione persa: perché non era stato frutto di una stategia deliberata da parte di Bruxelles, ma piuttosto un fatto imposto dalla forza delle cose, dalla pressione degli eventi. Come altri analisti anche Geremek meditava sulla “dura verità” che la Comunità Europea non avesse inizialmente saputo rispondere alla caduta del comunismo. E che nel 2004 l’allargamento dell’UE non avesse suscitato l’entusiasmo dovuto. É stato un colpo d’ala mal preparato e poco celebrato – affermava. Non si è capita la portata storica e positiva dell’atto che chiudeva definitivamente la seconda guerra mondiale “ricucendo” le due Europe ovvero due parti d’Europa con esperienze alle spalle così diverse. Non si è capito che un paese come per esempio la Polonia non ha solo dei punti di vista da difendere, ma porta anche una dote con sé, dà degli apporti, dei contributi all’UE. Per esempio l’insistenza su un certo modello sociale europeo, vicino ai cittadini: “proprio alla Polonia si deve l’ingresso della parola solidarietà nel nostro lessico politico” – ricordava spesso. Per innumerevoli ragioni il 2004 avrebbe dovuto essere vissuto come una grande festa: la festa della libertà, con la gioia del ritrovarsi in famiglia. All’opposto – osservava con una certa delusione – all’insieme delle classi dirigenti è mancata l’immaginazione per dare nuova dimensione all’intero processo d’integrazione europea. Così, per mancanza di un dibattito pubblico europeo, le società del continente hanno sostenuto di meno in meno questo allargamento. Alla fine, invece di un sentimento di rinnovamento, ha prevalso l’indifferenza.
Se nel momento in cui l’allargamento si è compiuto “l’Europa ha avuto paura del suo proprio coraggio”, cosa può unire oggi gli europei? Quali minacce, sfide, opportunità? Fin dall’inizio l’integrazione europea è stata una risposta alle sofferenze inflitte da due guerre mondiali e dalla tirannia nazista che ha comportato l’Olocausto. E una risposta, pure, all’espansione dei regimi comunisti totalitari e non democratici nell’Europa centrorientale. Ma oggi – chiedeva Geremek – cosa potrebbe rafforzare la nostra unione? La modernizzazione economica e sociale ovvero l’obiettivo di sanare le differenze di prosperità all’interno dell’Unione e, in particolare, il divario economico tra l’Est e l’Ovest dell’Europa? O a cementare gli europei saranno i prossimi allargamenti previsti nei Balcani e in Turchia? Difficile crederlo. Oggi si tende a frenare l’allargamento, a posticipare il suo completamento. La prospettiva auspicata da Geremek (dentro i Balcani, dentro la Turchia, dentro l’Ucraina e dentro l’UE anche lo Stato di Israele e i Territori palestinesi) appare decisamente lontana. Cosa, dunque, potrebbe spingerci a voler essere insieme? La definizione di una chiara politica di vicinato nei confronti del mondo che ci attornia? L’allargamento dei diritti e vantaggi sociali per il cittadino? La minaccia dei cambiamenti climatici? La sfida della mondializzazione? La difesa dell’ambiente? Le questioni energetiche? L’esigenza di sicurezza?
La soluzione – egli ragionava – è ripensare l’Europa cominciando con il sentire l’UE come una comunità. Comunità parola forte, calda, da riscoprire, perché allude in modo diretto ai rapporti umani: “Vorrei che fosse una comunità con una dimensione politica, economica e che sia anche una comunità di valori. Una società aperta, che accetti la diversità, la tolleranza e che agisca in questo senso”. La soluzione è creare una cittadinanza europea, che Geremek amava confrontare alla cittadinanza romana, con i suoi diritti e doveri. La soluzione è stimolare la partecipazione dei cittadini – fattore “capitale” – convincendoli che il progetto europeo risponde alle loro preoccupazioni e aspirazioni quotidiane. La soluzione sta nel promuovere un sentimento politico “caldo” capace di generare speranze. Come? Realizzando politiche di solidarietà in campo sociale a vantaggio dei più poveri e meno fortunati, era la risposta di Geremek. Puntando senza retorica sui giovani, sulla generazione Internet. “I giovani s’interessano all’Europa, occorre che l’Europa si interessi ai giovani” – dichiarava nel maggio 2008 a Lille chiedendo con l’occasione più Erasmus, più mobilità universitaria, più circolazione delle persone e delle idee. E ancora: creando una agorà politica paneuropea capace di incrementare la legittimità dei processi decisionali nell’UE. Dando vita a degli spazi aperti ai cittadini in cui si parli anche “la lingua dei sentimenti e delle emozioni” – parole di Geremek. L’unità dell’Europa, ripeteva, è una visione del nostro futuro, per realizzare la quale occorrono scelte complesse di prospettiva, capacità di tradurre in pratica quel quid inafferrabile che è lo “spirito europeo”, nonché arte e fatica della persuasione. L’Europa non è un insieme definito dall’origine etnica, ma “dalla cultura e dall’educazione, dalla storia e dalla visione dell’avvenire comuni”. Quindi bisogna “apprendere l’Europa per sentirsene corresponsabili”.

Bronisław Geremek si è battuto con forza negli ultimi anni perché l’Europa riannodasse il suo legame con la scienza, con il sapere, con lo spirito di innovazione; perché gli europei reagissero al prestigio declinante dei loro centri accademici, alla crescente mancanza di fondi necessari alla ricerca o destinati all’università. Ne faceva una questione di sopravvivenza della costruzione europea e della stessa civiltà europea. “Sono le scienze e l’avventura prometeica che hanno formato l’identità europea” – scriveva, sottolineando quanto la cultura europea fosse profondamente impregnata di “insoddisfazione creatrice”, di “inquietudine” e di “autocritica”, di incessante rimessa in discussione delle proprie certezze. Puntare sulla cultura e sull’educazione come ambiti prioritari d’azione dell’UE, fare dell’Europa un progetto educativo – proponeva.
È questo il senso del suo ultimo progetto: creare una università europea (a Strasburgo). Si badi, non una università qualsiasi, non la cinghia di trasmissione delle istituzioni europee avviluppate nella loro routine, ma l’ambizioso progetto pilota, il prototipo di una università di tipo nuovo, di nuova generazione. Ne aveva tracciato le caratteristiche originali, poi presentate dai suoi partner al PE nel luglio scorso. Sognava una università aperta a tutte le età, a tutti i saperi, a tutti i popoli del continente fino alle rive del Mediterraneo. Una fucina della società aperta, dove forgiare, riformare e ricreare le competenze adatte al XXI secolo. Lo colpiva, ad esempio, l’inquietudine etica sui limiti dell’ingegneria genetica. Un centro, dunque, di eccellenza transdisciplinare, di formazione continua, dedicato ai saperi dell’avvenire: dalle nano alle biotecnologie all’ICT, dall’economia dello sviluppo all’economia dell’innovazione, dalle scienze giuridiche alla gestione delle scienze umane (demografia, urbanistica, salute). Con un’idea di fondo, molto personale. Per uscire dalla crisi, affermava, l’Europa ha assoluto bisogno di rompere il suo conformismo mentale. Gli europei devono rinnovare lo spazio politico continentale e, soprattutto, ritrovare l’ambizione dell’Europa. Per questo hanno urgenza di uscire fuori dai sentieri battuti, dai binari usuali, oltre la miseria delle ideologie chiuse. Gli europei hanno bisogno di luoghi in cui elaborare le categorie e le parole per dire e pensare l’avvenire (si pensi – ricordava Geremek – alla potenza mobilitante della parola solidarność negli anni Ottanta). Luoghi che siano anche di dissenso politico, crogioli dove si discuta veramente, dove si concentri la forza del dibattito, dove si possa immaginare altro che non sia l’esistente; dove, insomma, tendere oltre il tran tran dell’ideale europeo.

Per rilanciare la costruzione europea serve una nuova forma di dissenso intellettuale. All’alba di un nuovo grande cambiamento, gli europei hanno bisogno di una nuova dissidenza, a misura delle sfide della nostra epoca – è, questo, l’ultimo degli stimolanti messaggi che ci ha lanciato Bronisław Geremek.

Principali riferimenti (tra quelli consultati, si elencano qui solo i titoli non polacchi)

• Ralf Dahrendorf, François Furet, Bronisław Geremek, La democrazia in Europa, a cura di Lucio Caracciolo, Editori Laterza, Roma-Bari 1992
Les frontières de l’Europe, Dialogue entre Michel Foucher et Bronisław Geremek, «Politiques», Éditions Quai Voltaire, n. 2, printemps 1992, pp. 121-142
• Georges Duby, Bronisław Geremek, Passions communes. Entretiens avec Philippe Sainteny, Editions du Seuil, Paris 1992
• Text: Polish Foreign Minister Bronisław Geremek at NATO, Address at accession accords signing ceremony, 16 December 1997, USIS Washington File
L’historien et le politique. Entretiens avec Bronisław Geremek recueillis par Juan Carlos Vidal, Traduit de l’espagnol par Nicolas Véron, Les Éditions Noir sur Blanc, Montricher (Suisse) 1999
• Bronisław Geremek, The Transformation of Central Europe, «Journal of Democracy», vol. 10, n. 3, July 1999, pp. 115-120
• Bronisław Geremek, Europe – united we stand, discourse at The Hague, February 5th, 2003
L’Europe est un état d’esprit, entretien avec Bronisław Geremek, propos recueillis par Yann Mens, «Alternatives Internationales», no 7, mars-avril 2003
• Bronisław Geremek, Penser l’Europe en tant que communauté de valeurs, in Quelles valeurs pour quelle Europe?, supplément à la revue «Esprit», octobre 2003, pp. 5-12 (intervention prononcée pendant la conférence «Quelles valeurs pour quelle Europe?», Paris, 20 juin 2003)
• Bronisław Geremek, Contre l’«élargoscepticisme». L’élargissement de I’UE et ses adversaires, «Commentaire», Automne 2003
• Bronisław Geremek, L’élargissement et l’unité de l’Europe, intervention pendant la conférence sur «L’élargissement et l’unité de l’Europe», Fondation Robert Schuman, 27 janvier 2004
• Bronisław Geremek, Devenir européen et défi prométhéen, «Les Cahiers du débat», 10 décembre 2004 (Intervention prononcée au Collège de France, le 26 novembre 2004 dans le cadre du Colloque: «Science et Conscience Européennes»)
La Constitution et l’avenir de l’Europe, Débat entre lycéens sur l’avenir de l’Union européenne et de son projet de Constitution, sous la présidence de M. le Professeur Bronisław Geremek, Lycée Français de Varsovie, Mardi 17 mai 2005
• Geremek: «Il faut redéfinir le projet européen», interview de Albert Salarich, «Cafébabel», 03/10/05
• Bronisław Geremek, The Intrinsic Society of United Europe, text of a lecture delivered at 2nd Brentano Lecture in Berlin, 3 November 2005.
• Bronisław Geremek, Jean-Didier Vincent, Pour une Université de l’Europe, «Le Monde», 19 janvier 2006
Visions d’Europe, a cura di Bronisław Geremek, Robert Picht, Odile Jacob, Paris 2007
• Bronisław Geremek, L’Europa e la sfida della democrazia, Lecture Altiero Spinelli, 30 ottobre 2007, Università degli Studi di Torino e Centro studi sul federalismo
• Bronisław Geremek, European Foreign Policy and the Challenges of the 21st century, in Open Europe. An anthology about liberal values in modern Europe, compiled by Lena Ek, Mediahavet AB, Sweden, 2007
• Bronisław Geremek, Jean-Didier Vincent, Lettre ouverte à M. José Manuel Barroso, Président de la Commission européenne, «Le nouvel Economiste», 27 mars 2008
• Bronisław Geremek, L’intégration européenne après l’élargissement. Les craintes et les défis, intervento al convegno «Allargamento europeo. Nuove cittadinanze, nuove sfide», Unidea-UniCredit Foundation, Milano, 16 giugno 2008
Interview with Bronisław Geremek, by Aziliz Gouez and Katarzyna Biniaszczyk, spring 2008, in «Rencontre européenne», n. 9, July 2008
• Bronisław Geremek, Europe, et si l’on changeait de contexte?, «Le Monde», 28/06/2008
Prof. Bronisław Geremek (1932-2008), Alliance of Liberals and Democrats for Europe, October 2008
Tribute to Prof. Bronisław Geremek, Alliance of Liberals and Democrats for Europe, s.d.

Principali siti consultati

ALDE-Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa
Bronisław Geremek
College of Europe, Chair of European Civilisation
Demokraci.pl
Fondation Jean Monnet pour l’Europe
Fondation pour l’innovation politique
Parlamento Europeo, Bronisław Geremek

Video interviste

Bronisław Geremek répond aux questions de Maurice Huelin, pour l’émission “Les grands entretiens”, 11 et 18 septembre 2003, Les archives de la TSR, langue: Français (fr),
1ère partie, durée: 62m 06s2ème partie, durée: 52m 19s
Bronisław Geremek, intervention au colloque «Trajectoires de l’Europe, unie dans la diversité depuis 50 ans», 17 mars 2007, Université Toulouse 1-Sciences Sociales,Toulouse II-Le Mirail-Maison des Sciences de l’Homme et de la Société de Toulouse, langue: Français (fr), durée: 0h 31m 38s, Production: Université Louis Pasteur de Strasbourg
Bronisław Geremek interviewé par Serge Thines, Bruxelles, 11 juin 2008, Centre Virtuel de la Connaissance sur l’Europe (CVCE), Sanem (Luxembourg), langue: Français (fr), durée: 01h 13m 25s, couleur, son original,
• Interview de M. Bronisław Geremek, le 27 juin 2008, Fondation Jean Monnet pour l’Europe, langue: Français (fr), durée : 3m 32s

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