Print This Post Print This Post

Festival della traduzione a Napoli: è accaduto martedì 23 novembre

Report di Domenico Ingenito:
“Napoli sta reagendo come nessun’altra città in Italia avrebbe mai fatto”.
MARTEDI 23 NOVEMBRE – ORE 10.00, Università L’Orientale, Rettorato, Via Chiatamone. Esistono gli Intraducibili? Con Barbara Cassin (CNRS, curatrice del Vocabulaire européen des philosophies-Dictionnaire des intraduisibles, Ed. du Seuil), Franco Buffoni (direttore di “Testo a  Fronte”), Riccardo Pozzo, (Direttore CNR – Lessico Intellettuale Europeo), Modera Camilla Miglio. A cura di Daniela Allocca e Domenico Ingenito.
L’intraducibile: confrontarsi con ciò che non può esser detto è il tormento di ogni traduttore, ma anche la forza attiva che mostra, sul suo limite, tutte le potenzialità del plurilinguismo e della differenza culturale.
Camilla Miglio, project manager del Festival della Traduzione “Tradurre (in) Europa” (Napoli 22-29 novembre 2010) apre di nuovo le porte del Rettorato dell’Università di Napoli “L’Orientale” e, in una sala colma di studenti, studiosi, traduttori e intellettuali fermamente convinti che la rinascita napoletana passa per la commistione culturale e lo sguardo sull’alterità, presenta come i teorici europei della traduzione hanno pensato il concetto di intraducibile.
Un libro meraviglioso è presentato da Barbara Cassin, il Dizionario degli intraducibili letterari, da lei stesso curato e aperto su migliaia di pagine poste ad illustrare le parole non altrimenti definibili in tutte le lingue europee. Si affaccia al discorso una nozione non negativa di intraducibile e di differenza, come se il limite al trasporto non fosse altro che un’occasione per ottenere guadagno e superamento del punto di partenza. Questo perché intraducibile è ciò che non cessa mai di essere tradotto, e nella traduzione è compresa tutta la semantica del tramandare, concetto chiave per un’Europa ultimamente troppo disposta a dimenticare le tragedie che ha dovuto sperimentare lungo il profilo delle sue stesse radici.
La lingua, continua Barbara Cassin, citando Lacan, è l’integrale degli equivoci che la sua storia le ha lasciato decantare.  L’errore, l’angolo preso male lungo il percorso, la deviazione dalla purezza originaria, non sono altro che occasioni di superamento e ripetizione in altra forma di tutto il senso e di tutti i valori di cui una cultura si fa latrice attiva quando è pronta a non cristallizzarsi in rigidi schematismi nazionalistici.
Franco Buffoni, poeta, saggista, traduttore, studioso e direttore di “Testo a Fronte”, la più importante rivista italiana (ed europea) di traduzione letteraria, insiste sul significato politico che deve assumere la lotta contro la purezza intoccabile dei testi originali dinanzi alla possibilità della loro traduzione. Il concetto di intraducibile per Buffoni  va ridiscusso radicalmente proprio a Napoli, per combattere parte del crocianesimo che negli ultimi anni ha negato l’autonomia estetica del testo tradotto.  Riccardo Pozzo del CNR italiano presenta il “Lessico Intellettuale Europeo”, e segnala i percorsi strani e non immediatamente lineari che hanno contraddistinto la formazione dell’identità culturale europea, come parte di quel patrimonio filosofico greco classico che fu tramandato da Averroè e trasportato dal Marocco alla Spagna a dorso di cammello accanto alla salma del filosofo arabofono. La questione dell’immigrazione è chiamata direttamente in causa, non bisogna più permettere che i figli degli immigrati crescano perdendo la propria lingua materna.
Abbiamo bisogno di pluralità, lasciare che le parole seducano costantemente gli oggetti che designano, per cambiare gli oggetti stessi, sottolinea ancora Barbara Cassin. Affidare al plurilinguismo il destino culturale dell’Europa significa operare una vera politica già nel rapporto con le lingue e le letterature che esse hanno lasciato fiorire, per innestare un nuovo programma civile dove le istituzioni sono immobilizzate nel mutismo, mentre  le parole d’altri suoni, d’altri spazi, lasciano che il mondo vibri di rinnovato senso.
Domenico Ingenito
——————–
Report di Maria Rosa Piranio:
Un successone! Centinaia di persone. L’atelier gremito di gente. Napoli risponde veramente bene”.
MARTEDI 23 NOVEMBRE – ORE 12.00, Atelier Lello Esposito, Palazzo San Severo, Piazza San Domenico. Terre Emerse (a Nord). Il poeta Morten Søndergaard legge da “Ritratto di Orfeo con Euridice” insieme al suo traduttore Bruno Berni. A cura di Maria Rosa Piranio e Maria Arpaia.
Il festival della traduzione apre oggi un ciclo di incontri dal titolo Terre emerse. Una serie di tre incontri che segnano un itinerario attraverso ‘piccole lingue’ dalle grandi letterature nella voce di poeti e traduttori.
La diffusione di alcune letterature come quella danese in Italia è limitata dalla scarsa presenza di traduttori che possano renderla accessibile al grande pubblico. Il traduttore è, in questo senso passaggio obbligato, di culture che spesse volte faticano a farsi conoscere e che sono destinate a rimanere piccole nell’immaginario di coloro i quali non ne conoscono la lingua senza l’opera dei traduttori.
La traduzione della sonorità di una poesia è il tema sul quale si sono soffermati a riflettere Berni e Søndergaard, a sua volta traduttore di Borges e Pavese in Danese. “Tradurre la dominante fonica vuol dire spesso cambiare il testo, rimodellarlo e riscriverlo nella lingua di arrivo. Un gioco, potremmo definirlo così, che porta alla creazione di una nuova opera” dice Berni. La traduzione è un processo di restaurazione delle lettere. Un atto che mantiene vive le letterature e le previene dall’oblio.
Artista poliedrico e sensibile, Søndergaard è un maestro delle sonorità, come dimostrano la sua fine abilità vocale nelle letture poetiche e le sperimentazioni sonore all’origine di sue numerose trasmissioni per la Radio Danese e di molteplici incisioni. Il lavoro del traduttore sta anche nella riproduzione di quel livello di significazione che si basa proprio sul suono.
Morten Søndergaard e Bruno Berni — traduttore delle sue opere in italiano — hanno regalato a Napoli una lettura che, se da principio era un’alternanza di voci, si è presto trasformata in  quella che Berni ha definito “lettura stereofonica”: una lettura nella quale le due voci, quella del poeta e del suo traduttore, si sovrappongono, fino a diventare un unico suono. Un testo a fronte vivente.
“Farsi tradurre vuol dire affidarsi alle mani  del traduttore.  (Af)fidarsi a lui e di lui. Affidarsi-fidarsi” spiega Søndergaard sottolineando l’essenza della traduzione come passaggio culturale, prima che meramente linguistico. Søndergaard chiarisce inoltre che lo stesso poema Ritratto con Orfeo e Euridice è una riflessione sulla traduzione: “Orfeo è una traduzione che non funziona e al suo fallimento sopperisce Hermes”.
Maria Rosa Piranio
——————–
Report di
Camilla Cederna e Daniela Allocca:
MARTEDI 23 NOVEMBRE – ORE 15.30, Palazzo Reale, Sala accoglienza, piazza Plebiscito, 1. Tradurre il teatro del Sei e Settecento oggi. Seminario a scena aperta con Lucie Comparini (Paris Sorbonne): Tradurre/mettere in scena Goldoni; Françoise Decroisette (Paris 8): Le fiabe di Carlo Gozzi alla prova della scena contemporanea; Vincenza Perdichizzi (Lille 3): Alfieri intraducibile?; Paola Ranzini (Università di Avignone): Ricchezze manifeste o latenti nelle traduzioni di Patrizia Valduga e Cesare Garboli: gli allestimenti dell’Avaro di Lamberto Puggelli (1996) e Marco Martinelli (2010); Piermario Vescovo (Venezia, Ca’ Foscari): Tradurre Shakespeare in dialetto; Ulf Birbaumer (Universitaet Wien): Kurz-Bernardon traduce Goldoni nella Vienna settecentesca. Moderano Johanna Borek e Camilla Cederna. A cura di Camilla Cederna (Université de Lille 3), in collaborazione con Daniela Allocca e Gabriella Sgambati.
Teatro come traduzione, teatranti traduttori e traduttori teatranti sono i temi  affrontati   nell’ambito del Seminario a Scena aperta: Tradurre il teatro del Sei e Settecento oggi, parte del programma del secondo giorno del  Festival della Traduzione Est “Europe as a Space of translation” in corso a Napoli fino al 29 novembre. Il seminario, moderato da Camilla Cederna  (Université de Lille3) e da Johanna Borek (Università di Vienna),  ha messo il luce il nesso profondo che intercorre tra testo originale, traduzione e messa in scena.
Il seminario ha preso avvio da alcune considerazioni di ordine teorico sulla traduzione teatrale di testi classici espresse da Camilla Cederna (Lille 3) nella sua introduzione. Si tratta di una forma traduttiva particolarmente interessante da studiare che moltiplica la funzione stessa della traduzione, richiedendo vari livelli d’interpretazione, sia sul piano sincronico, tra testo, traduzione, messa in scena, recitazione, che su quello diacronico, restituendo tutta la sua attualità al testo. Tale procedimento è stato ben evidenziato dal regista francese Antoine Vitez: « Ecrire, traduire, jouer, mettre en scène relèvent d’une pensée unique, fondée sur l’activité même de traduire, c’est -à -dire sur la capacité, la nécessité et la joie d’inventer sans trêve des équivalents possibles : dans la langue, dans le corps et entre les corps, entre les âges, entre un sexe et l’autre » (Le théâtre des idées, Paris, Gallimard, 1991).
Uno degli obiettivi del seminario è stato dunque quello di cercare di capire come sia stata affrontata dai traduttori in questi ultimi anni, la sfida rappresentata da figure come Molière, Goldoni, Gozzi, Alfieri, scrittori che hanno spesso operato essi stessi un lavoro di traduzione e auto-traduzione, nel rivolgersi non solo a un pubblico nazionale, ma anche europeo.
Prima di analizzare i vari tentativi fatti in questo senso, va ricordato come il rapporto tra la Francia e gli autori italiani sopra citati, in particolare, sia stato a lungo caratterizzato da un ritardo nella traduzione e da una fondamentale incomprensione. Tanto che nel 1990, in vista del bicentenario della scomparsa di Goldoni (1793-1993) è nata l’Associazione Goldoni Europeo, con il compito di far conoscere quest’autore “ignorato, vittima di molteplici pregiudizi, e perfino sconosciuto per quanto riguarda vari settori della sua opera”, come dichiara Ginette Herry, traduttrice, studiosa di teatro e fondatrice dell’associazione. Grazie a uno straordinario lavoro interdisciplinare tra traduttori, editori, attori, registi, specialisti in vari campi, l’associazione è riuscita a realizzare la traduzione e edizione di quaranta testi, e la messa in scena di numerose commedie, opere e spettacoli musicali. Dagli anni novanta in poi un grande sforzo intellettuale è stato compiuto in Francia per recuperare il ritardo anche rispetto a un autore come Carlo Gozzi. Nei numerosi convegni consacrati alla ricezione e traduzione teatrale, sono state gettate le basi per un’approfondita riflessione sulla traduzione ed edizione di autori considerati classici, cercando di rispondere alle seguenti domande: come risolvere il rapporto col presente (come conservare l’alterità evitando arcaismi, ma anche adattamenti troppo moderni)? Come conservare la qualità del testo, il suo ritmo e musicalità?  Come porsi davanti ad elementi “intraducibili” come il dialetto o specifiche strutture metriche o sintattiche complesse? Come preservare l’autonomia del testo rispetto alla pressione esercitata da registi e attori? In che modo una traduzione specifica può orientare la messa in scena?  Delle varie versioni di un testo, quale deve essere destinata all’edizione?
Prendendo spunto da questi interrogativi, il tavolo dei relatori ha visto alternarsi alcuni degli studiosi che hanno lavorato dagli anni ’90 in poi, alla ricerca di una metodologia che permettesse di tradurre un classico oggi. Partendo dalla sua esperienza di traduttrice nell’ambito del progetto di ritraduzione di Goldoni che ha portato alla definizione di alcune regole che hanno cambiato il modo di tradurre questo autore oggi, Lucie Comparini (Paris Sorbonne), ha illustrato i risultati del suo lavoro di ricerca all’interno di un laboratorio di traduzione e messa in scena con gli studenti universitari francesi. Vincenza Perdichizzi (Lille 3) ha mostrato come dagli archivi di Alfieri si possa trovare un’indicazione significativa per quanto riguarda la traduzione di una scrittura in endecasillabi, caratterizzata dalla ricerca di asprezze foniche, di spezzature e di ardite dislocazioni verbali, che contrastano con la sintassi piana del teatro francese che predilige invece l’alessandrino. La traduzione qui implica un ulteriore passaggio oltre a quello tra i codici linguistici anche quello dal verso alla prosa. Di rovesciamenti si è parlato anche con Ulf Birbaumer (Universitaet Wien) che ha portato testimonianza dell’operazione « politica » di Kurz-Bernardon che traduce e mette in scena Goldoni nella Vienna settecentesca, facendone un portavoce della commedia dell’arte. In questo modo, Bernardon riesce a proporre al publico una forma teatrale che il governo gli aveva vietato, considerandola  politicamente pericolosa. Traduzione e/o adattamento questo il difficile territorio in cui si muove il traduttore che affronta il testo teatrale dove la differenza della traduzione è subito tradotta in differenza della messa in scena come mostra Paola Ranzini (Università di Avignone) nell’intervento dedicato alle  traduzioni di Patrizia Valduga e Cesare Garboli (2004), sulle quali si basano rispettivamente gli allestimenti dell’ Avaro di Lamberto Puggelli (1996) e di Marco Martinelli (2010). Da un Arpagone interpretato da Paolo Villaggio, attore che già nel corpo mostra un eccesso di ricchezza e abbondanza, si passa così alla invisibilità della ricchezza e all’ostentazione grottesca del potere e dei suoi simboli scelte da Martinelli, con l’attrice Ermanna Montanaro nei panni di Arpagone. Nel suo intervento Françoise Decroisette (Paris 8) mostra i diversi criteri da tenere presenti nella traduzione di un testo teatrale: essere leali verso il testo di partenza, essere capaci di rispondere e allo stesso tempo di resistere alle richieste del regista e degli attori. Per quanto riguarda la questione dell’edizione di un testo, nel caso di autori come Carlo Gozzi, per esempio, Decroisette sostiene la necessità di pubblicare il testo drammatico che lascia trasparire l’ibridismo del testo originale anziché il testo scenico, costituito tra l’altro, da innumerevoli varianti.
Camilla Cederna e Daniela Allocca
———————————
Report di Monica Lumachi e Camilla Balsamo:
MARTEDI 23 NOVEMBRE – ORE 16.00, Goethe Institut, Riviera di Chiaia, 202. Traduttore passeur, I. Il mio sguardo è una serra”. Antologie poetiche italiano-tedesche a confronto”. Con Federico Italiano e Theresia Prammer. Letture di Jan Wagner, Alessandro Ceni e Gabriele Frasca. A cura di Monica Lumachi e Carmen Gallo. 
L’appuntamento letterario “Il mio sguardo è una serra” propone non solo la lettura incrociata d’importanti poeti e traduttori contemporanei provenienti dalla Germania e dall’Italia, ma offre uno sguardo esclusivo e prezioso nel laboratorio di due diversi sebbene convergenti progetti antologici. Da un lato, Federico Italiano, poeta, critico e comparatista (Accademia Austriaca delle Scienze / Università – Monaco di Baviera), presenta l’antologia di poesia italiana contemporanea in traduzione tedesca che sta curando con Michael Krüger, per l’editore Hanser. Dall’altro, Theresia Prammer, filologa, critica letteraria e traduttrice (Berlino / Vienna), ci svela i retroscena del suo lavoro antologico (di prossima uscita presso Scheiwiller) sul movimento poetico berlinese.
Berlino, per lo meno dalla caduta del muro, si sta imponendo (e non solo in Germania) come luogo di permanenza privilegiato dei creativi d’ogni sorta. Per artisti, studiosi, letterati, nonché per i più disparati fruitori delle effervescenti notti metropolitane, la città è come un magnete. È in questo clima di entusiasmo e d’intraprendenza che a Berlino ha preso vita un fervido e variegato rinascimento poetico, con punte di qualità spesso altissime. Ed è su questo fertilissimo terreno che Theresia Prammer ha esercitato il suo “sguardo antologico”, portando alla luce e selezionando non solo opere d’indubbio valore estetico, ma offrendo al lettore italiano anche un documento di bruciante attualità.
Lo “sguardo antologico” di Federico Italiano lavora invece su un panorama poetico più vasto: la poesia italiana dal 1945 al 2001 – dal Secondo Dopoguerra dunque all’11 settembre – due cesure storiche d’impatto globale. La poesia italiana contemporanea è celebrata dagli addetti ai lavori, che non temono nel considerarla qualitativamente superiore alla contemporanea prosa – e tuttavia, la poesia italiana, non pare godere d’ottima salute all’estero. Con questo volume, Federico Italiano e Michael Krüger vogliono non solo colmare, almeno in Germania, quest’insostenibile lacuna editoriale, ma anche offrire un documento poetico di valore storico, che non può mancare in questa delicata fase della crescita europea.
Momento clou dell’appuntamento “Il mio sguardo è una serra” è la lettura, per bocca dei loro stessi autori, di alcuni testi tratti dalle due antologie. Presenti il berlinese Jan Wagner, preciso tornitore del verso e sensibile “narratore” – forse il più significativo tra i poeti tedeschi dell’ultima generazione – e due autori italiani – diversissimi tra loro, ma ugualmente protagonisti della più recente storia della poesia italiana: Gabriele Frasca, poeta i cui versi funzionano come complessi organismi ritmici e sintattici; e Alessandro Ceni, voce singolarissima, sismografica, dal respiro cosmico.
Monica Lumachi e Camilla Balsamo
———————-
Report di Enza Dammiano:
MARTEDI 23 NOVEMBRE – ORE 16.00, Università L’Orientale, Palazzo Mediterraneo, Aula 1.4, via Nuova Marina 59. Webinar di Traduzione. Seminario on line di traduzione con Andrea Spila e Melani Traini. Marco Giovenale traduce Emily Dickinson. A cura di Stefania de Lucia e Enza Dammiano, in collaborazione con European School of Translation.
Est ad Est. Il Festival “Tradurre (in) Europa” nell’ambito del Progetto EST- Europe as a Space of Translation ospita oggi la 16ma puntata di “Tradurre”, webcast di formazione e aggiornamento per traduttori curato dalla European School of Translation-EST, nata dall’incontro tra un gruppo di docenti e traduttori professionisti e l’agenzia di traduzione e comunicazione “AlfaBeta”.
In rete con utenti di diverse città italiane ed europee (Trani, Udine, Roma, Pisa, Sulmona, Napoli, Pamplona, Spalato, Losanna) e, per la prima volta, di fronte ad un folto pubblico accorso all’evento, Andrea Spila, traduttore, consulente web e direttore della European School of Translation, insieme a Melani Traini, traduttrice e docente di Lingua e Linguistica Tedesca presso l’Università dell’Aquila, incontrano Marco Giovenale, poeta e traduttore, che propone la traduzione della poesia Spring della poetessa statunitense Emily Dickinson.
In una formula originale e interattiva, Andrea Spila e Melani Traini si fanno moderatori di un processo traduttivo in fieri che, guidato dal poeta Marco Giovenale, si apre alle proposte degli ascoltatori, on line e in sala, arricchendosi di volta in volta dei tasselli “mancanti” fino ad approdare ad un testo nuovo: una traduzione collettiva, una sorta di “experiment” (per citare la poetessa statunitense) che si anima nel mutuo confronto e nella riflessione condivisa sul testo e sul suo tessuto fonico-semantico.
Al lavoro collettivo segue allora la traduzione d’autore di Marco Giovenale: nel passaggio dalla lingua inglese a quella italiana, il poeta va alla ricerca della “scintilla di senso” che innesca la “macchina dei significati” della poesia di Emily Dickinson.
In una inevitabile e irrinunciabile “partita a scacchi”, con le sue perdite e le sue rivincite, il poeta-traduttore tenta, attraversando “minimi spazi”, di restituire al testo la sua complessa rete di significati e conclude:
La parola tesse
La bocca che la parla
La beve fino a farla
Essere.
(da Shelter, Marco Giovenale, Donzelli 2010)
Enza Dammiano
———————
Report di Gabriella Sgambati:
MARTEDI 23 NOVEMBRE – ORE 18.00, Goethe Institut, Riviera di Chiaia, 202. Paul Celan 90 anni.  Letture in traduzione. Con Peter Waterhouse (tedesco, inglese), George Gutu (rumeno, tedesco), Gertrude Durusoy (turco),  Dieter Hornig (francese), Camilla Miglio (italiano), Luisa Valmarin (rumeno, italiano). A cura di Gabriella Sgambati e Carmen Gallo, in collaborazione con Goethe Institut Neapel.
I
l 23 Novembre 2010 Paul Celan, forse il più grande poeta del Novecento, avrebbe compiuto 90 anni e il festival della traduzione lo festeggia  e lo ricorda al Goethe Institut. Le sue parole risuonano nelle lingue che lui stesso ha posseduto non solo come poeta ma anche come traduttore. Peter Waterhouse legge Celan traduttore di Emily Dickinson, George Gutu (Università di Bucarest) traduce e recita poesie del poeta, a molti sconosciute, in rumeno (tradotto da Gutu stesso) e ricorda gli anni più sereni del poeta a Bukarest. Il professore Michele Bernadini esperto di lingua e letteratura persiana ma anche turcologo dell’Università L’Orientale, ci fa ascoltare le traduzioni in turco di Gertrude Durusoy. Dieter Hornig (Parigi 8) ricorda Celan in francese, Camilla Miglio in italiano. È  un evento collegato a moltissimi altri eventi in diversi luoghi del pianeta  che lo ricordano attraverso le parole delle sue poesie, dei suoi aforismi e dei suoi manifesti di poetica.
Gabriella Sgambati
———————–
MARTEDI 23 NOVEMBRE – ORE 19.30, Goethe Institut, Riviera di Chiaia, 202. Spazio èkphrasis, I. Inaugurazione della mostra fotografica di Helmut Böttiger, Doppelleben. Literarische Szenen aus dem Nachkriegsdeutschland-Doppia vita. Scene letterarie dalla Germania del dopoguerra. A cura di Goethe Institut Neapel.
————————
Report di Gabriella Sgambati
“è andata molto bene! ;)”
MARTEDI 23 NOVEMBRE – ORE 21.00, Nuovo Teatro Nuovo, via Montecalvario, 16. Tradurre spazi. Scrittori che nella loro opera traducono territori mentali. Letture di Peter Waterhouse, Michalis Pieris, Igiaba Scego, Cristina Ali Farah. Modera Maria Antonietta Saracino. Intervengono Paola Maria Minucci, Lidia Curti, Camilla Miglio. Videotraduzioni: Alessandro De Vita, Pasquale Napoletano. A cura di Gabriella Sgambati e Daniela Allocca, in collaborazione con Donzelli Editore.
La prima giornata del Festival della Traduzione si chiude al Nuovo Teatro Nuovo con l’apertura del ciclo di incontri “Tradurre Spazi”. Sul palcoscenico del teatro napoletano poeti e scrittori, che nella loro opera traducono territori mentali, incontrano i loro traduttori e critici, cercando di rispondere alla domanda: cosa significa “Tradurre Spazi”.
Maria Antonietta Saracino (professore di letteratura inglese all’Università di Roma, La Sapienza) prima di presentare  i poeti che partecipano all’evento, ricorda l’importanza del lavoro “artigianale” alto del traduttore che è sempre a metà tra due mondi almeno. Egli è un funambolo, si muove su una corda a metà tra un mondo e l’altro, guardandolo con rispetto, cercando di non appropriarsene. Senza la parola del traduttore la parola non percorre gli spazi della comunicazione. È un’operazione ad alto rischio, ai limiti dell’impossibilità.
Le letture dei poeti sono accompagnate sullo sfondo della scena dalle immagini delle video traduzioni di Alessandro De Vita e Pasquale Napolitano.
Camilla Miglio (germanista Università di Roma La Sapienza, traduttrice) introduce il poeta di lingua tedesca Peter Waterhouse, nel cui nome è inscritta l’appartenenza a più lingue.  Il suo spazio di scrittura multilingue gioca molto spesso  sulle omofonie, sulla melopea, sulla incomprensione e sul fraintendimento traduttivo. Prima di cominciare a recitare le sue poesie (tratte da Fiori. Manuale di poesia per chi va a piedi) il poeta stesso ribadisce l’idea di traduzione come Wiederholungskunst: come arte della ripetizione. La ripetizione non ripete lo stesso ma l’altro .
Paola Maria Minucci (professore di letteratura neogreca dell’Università di Roma La Sapienza)  presenta il poeta cipriota Michalis Pieris, chiedendosi cosa significa nascere in un paesino sull’isola di Cipro. Cipro è una patria piccola, una pietra gettata nel mare, un ponte tra oriente e occidente, una patria dolce ma amara che non ha mai conosciuto libertà e indipendenza, un crocevia di lingue e culture. È un’Itaca da ricercare, ma, nello stesso tempo, un’Itaca da fuggire. Le città di Pieris racchiudono Cipro ma, nel frattempo, si allontanano. Pieris sceglie di scrivere in greco che non è il greco di Atene, è una lingua arricchita da tante inflessioni dialettali che risente l’influenza di tutte le lingue che sono state parlate nell’isola. Suona quasi una lingua straniera per i greci eppure uno strumento ricchissimo.  Da qui nasce la sua poesia e la sua personalità, alla ricerca della propria identità: poesia ricca di luoghi, città in movimento reali e metaforiche che vivono attraverso la scrittura.  Queste città sono un modo per conquistare l’altrove e allo stesso modo uno specchio del suo mondo interiore. Anche per Igiaba Scego, presentata da Lidia Curti (professore di letteratura inglese de L’Orientale di Napoli) la scrittura è specchio che riflette il proprio mondo interiore. L’io della scrittrice di origini somale  che scrive in italiano, è provvisorio e scomponibile proprio come i post-it colorati che utilizza  e che preferisce di gran lunga alla carta. Seppur non abbia vissuto a Mogadiscio, essendo nata e cresciuta in Italia (“Io sono romana ma anche di Mogadiscio” recita dal suo libro Oltre Babilonia), Igiaba sente suo quel paese tormentato oramai da anni dalla dittatura  prima e dalla guerra civile poi. 
Gabriella Sgambati

Lascia un comento

 

 

 

Puoi usare questi tag

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>