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Festival della traduzione a Napoli: è accaduto mercoledì 24 novembre

Report di Marianna Rascente:
MERCOLEDI 24 NOVEMBRE – ORE 10.00 , Fondazione Morra, Palazzo Bagnara, piazza Dante, 89. Spazio èkphrasis, II. Inaugurazione della mostra Trasumanar e comparar. Linguaggi di rivoluzione in Pier Paolo Pasolini. Materiali di e su P.P. Pasolini: disegni, dipinti, ritagli di giornale, filmati. Con Giuseppe Morra, Carlo Vecce, Johanna Borek, Graziella Chiarcossi. A cura di Marianna Rascente e Daniela Allocca, in collaborazione con Gabinetto G.P. Vieusseux, Centro Studi-Archivio P.P. Pasolini e Fondazione Morra.
Saluto e ringraziamento di Marianna Rascente, curatrice della mostra.
Prof. Giuseppe Morra: la Fondazione ha voluto condividere questa esperienza, fedele al proprio percorso anche antecedente al 1991. Non poteva mancare questa mostra nel nostro curriculum. A 13 anni il mio precettore di nascosto mi fece leggere “Una vita violenta”: da allora Pasolini lo annovero tra i miei maestri. La mostra è organizzata anche in prospettiva della fondazione del Quartiere dell’Arte in Napoli, presso l’ex Convento delle… Oggi è qui presente anche Claudio Cornia, figlio di Franco Cornia (ufficio stampa della produzione del Decameron, dell’Edipo Re, di Medea) che ha avuto modo di conoscere Pasolini, e che io invito alla tavola degli oratori.
Prof. Carlo Vecce, moderatore: un ringraziamento particolare alla prof.sa Chiarcossi, presenza ricorrente nelle iniziative di Pasolini, per la sua disponibilità ai prestiti.
Prof.sa Johanna Borek, Università di Vienna: ringrazio Marianna Rascente e il “padrone di casa” prof. Morra, di questa splendida dimora. Vorrei parlare del Pasolini napoletano, sì, ma soprattutto del suo rapporto con Gramsci. Il dialogo immaginario Gramsci-Pasolini si svolge nel cimitero acattolico di Roma; Gramsci è per lui “fratello”, non “padre”, è colui che ha dato voce a quelli che non avevano voce, i subalterni. “Eleganza non cattolica” è quella dell’urna gramsciana in un maggio della Roma degli anni ’50, in una contraddizione ossimorica tra il Pasolini sacrale e il Pasolini marxista (“lo scandalo di contraddirmi, di essere con te e contro te”). Questo è l’autoconfronto di Pasolini con il Grasmci teorico, in un’Italia unita in cui il nord ha colonizzato il sud (ricordiamo il saggio non finito di Gramsci), e questo sud era ancora, in quegli anni, il sud del mondo.
Prof. Vecce: il tema di Napoli e del sud del mondo è presente nella mostra. Ma prima la parola a Claudio Cornia.
Carlo Cornia: Pasolini, uomo del nord, conosceva poco Napoli, ma aveva il senso profondo della curiosità che lo portava a avvicinarsi a qualunque tipo di fenomeno, cui lui si avvicinava pur sapendo di non poter ottenere risultati definitivi. Ma le sue analisi erano purtuttavia analisi che sentiva di dover fare: poi chiudeva la parentesi. Tornando alla sua impressione di Napoli, era di aver colto qui la quintessenza di quel che oggi occupa il centro del dibattito su Napoli.  A tavola, una volta, disse di essere colpito dalla “sensualità” di Napoli, città che conformava e deformava la natura degli uomini. Non volle location sfruttati come la costiera amalfitana, ripiegò su Caserta vecchia e i suoi ruderi (oggi malamente restaurati), la sua torre. Il Decameron, non il suo primo film, fu però quello che scatenò davvero lo scandalo – quello che lui cercava, sulla propria pelle. Questa era per lui la giusta e vera dimensione di un artista: creare un innesco su cui poi altri avrebbero sviluppato la propria vita artistica. Il Decameron era per lui una cartina di tornasole: la TEA che produceva il film non voleva sganciare una lira, e lui con la risonanza del film si aprì alle grandi platee. Passò al cinema per un’esigenza interiore. Il cinema serviva alla sua elaborazione intellettuale – salvo poi abiurare dalla Trilogia della vita. Le immagini esprimevano quanto lui non poteva più esprimere per iscritto. Non ci fu film suo che non fosse sbeffeggiato dalla critica, censurato con tagli (Il Decameron è la metà di quel che lui aveva girato). Quel motto che compare a illustrare la seconda sala della mostra racchiude la natura della gente napoletana, e questa è l’idea che trasmise nel Decameron. Pasolini assimilò allora tutto quanto oggi si dice – anche in maniera poco appropriata – di Napoli e lo trasmise per immagini. Tornò poi a Napoli più volte. Lo vidi qui ancora nel ’73, convinto di dover rielaborare in chiave documentaristica – di intervista – quanto assimilato su Napoli, per aiutare la città a togliersi di dosso quei luoghi comuni che l’hanno contrassegnata.
Johanna Borek: sì, Pasolini, ha cercato lo scandalo, ma ancor prima di cercarlo si scandalizzò lui stesso.
Carlo Vecce: Gramsci, Napoli. Questi due incontri sono avvenuti per vie del tutto inconsuete. Negli anni ‘50 e ‘60 Pasolini aveva l’edizione dei Quaderni del Carcere curata da Togliatti (tematica), ma lui riusciva a cogliere prima dell’edizione critica il nucleo forte del lavoro di Gramsci: il dar voce ai subalterni – divenuta poi sua linea guida di poetica – che solo negli anni ’70 avrebbe dato vita alla corrente dei “subaltern studies”. Oggi 2010 siamo a 40 anni dal Decameron, anniversario inavvertito, sia a livello nazionale che a Napoli, eppure quello del Decameron è un momento chiave della storia pasoliniana. Recupero antropologico di un’umanità preindustriale (europeo e arabo): “non sono io che ho scelto il Decameron, ma il Decameron che ha scelto me”. Perchè il Decameron arriva a Napoli? Perché Napoli è avvertita da Pasolini come laboratorio della traducibilità. Le novelle boccacciane di Alibech e Peronella sono girate in Yemen, dove poi nasce il docuntario “Le mura di Sana’a”, e quelle mura sono assimiliate alle mura di Napoli. Straordinaria la rivisitazione della figura di Totò, e infine il valore rivoluzionario che Pasolini associa alla scelta del napoletano nella realizzazione del film. Tutti i materiali d’archivio per la preparazione sono in lungua italiana, invece nel film c’è il napoletano, di cui manca ogni documentazione scritta. Dichiarava Pasolini in un’intervista con Dario Bellezza, apparsa sull’Espresso nel 1970: “Nessuna polemica con Firenze. Ma ormai Firenze come centro propulsore di unità linguistica è finita, l’egemonia linguistica di oggi è delle aziende neocapitalistiche di Torino e Milano. Contro la stronza Italia di oggi e la sua lingua ho scelto dunque il napoletano. Ho scelto Napoli perché è una sacca storica. I napoletani hanno scelto di restare quello che erano, e così di lasciarsi morire, come certe tribù africane”. La profezia di Pasolini oggi si è avverata, e l’italiano medio è oggi l’italiano Mediaset.
Carlo Cornia: ricordo che il Decameron ha delle canzoni popolari perchè Pasolini rimase affascinato da questi motivi popolari, tanto che li riutilizzò anche nei racconti di Canterbury girati in Inghilterra! Fascinazione vera e propria, a scapito della filologia.
Prof. Giuseppe Morra: Pasolini, tradizione e contemporaneità-avanguardia. Era come Hermann Nitsch: non basava l’oggetto del suo fare dentro un pensiero e un’estetica, ma nel fare stesso. Non appartiene a nessuna area ricorrente, lui si è discostato da ogni etichetta dei propri tempi pur avendole provate e attraversate tutte sulla propria pelle. Qui le radici della sua conoscenza onnivora.
Johanna Borek: partendo da una discussione con la curatrice (dal fatto che Pasolini viene visto sempre più come regista della sua vita e soprattutto della sua morte), vorrei aggiungere che si crea un ambiente così sacro, religioso ecc. nell’opera dell’autore, ma si tratta di un carattere ossimorico, Pasolini sacralizzava in modo secolare (laico) tutto, ed evitiamo la parola “pagano”.
Carlo Vecce: il tema della sacralità, della forte presenza del mito, è anche nei disegni in mostra: il tema del Narciso, del nudo contatto con la terra, l’acqua.
Johanna Borek: la sacralizzazione in Pasolini avviene tramite arte.
Marianna Rascente
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Report di Lucia Barone:
MERCOLEDI 24 NOVEMBRE – ORE 10.30, Università L’Orientale, Palazzo Mediterraneo, Aula 1.4, via Nuova Marina 59. Tradurre per mestiere. Come muovere i primi passi nel mondo editoriale. Con Marina Rullo e Vincenzo Barca (Sindacato Nazionale Scrittori) a colloquio con Andrea Spila e Melani Traini (European School of Translation). A cura di Stefania De Lucia e Lucia Barone.
L’evento di oggi mercoledì 24 novembre 2010 dal titolo “Tradurre per mestiere – Come muovere i primi passi nel mondo editoriale” si inserisce all’interno del Festival EST “European Space of Translation” come un intervento mirato alla conoscenza del mestiere del traduttore in Italia e in Europa.
Svoltosi nella sede di Palazzo del Mediterraneo dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, il seminario, ha suscitato l’interesse di numerosi studenti che hanno interagito con i relatori.
Marina Rullo, responsabile della Sezione Traduttori del Sindacato Nazionale Scrittori, ha iniziato ad occuparsi dei diritti dei traduttori già a partire dal 1999. Ha fondato a tal proposito il network Biblit dando vita ad iniziative a sostegno dei traduttori letterari con l’intenzione di fornire informazioni ai giovani che intendessero svolgere questo lavoro.
La traduzione, che fino a poco tempo fa rivestiva un ruolo poco preponderante all’interno del sistema accademico italiano, nel corso degli ultimi anni ha assunto un’importanza sempre maggiore.
Tuttavia è ancora complicato sciogliere i nodi che avvolgono questo mestiere di “artigiano della letteratura”. Quali sono le sue tutele sociali? I suoi diritti? Qual è la differenza tra traduttore editoriale e traduttore tecnico?
Questi sono solo alcuni dei quesiti che hanno trovato risposta all’interno della sessione, anche grazie all’intervento di Vincenzo Barca, delegato nazionale per il CEATL, – il Consiglio Europeo che riunisce le diverse associazioni di traduttori letterari – il quale ha sottolineato l’importanza di comunicazione tra i traduttori dei diversi stati europei, soprattutto per risolvere la situazione anomala che investe la professione in Italia.
Indispensabile è stato l’apporto fornito da Andrea Spila, fondatore e direttore della European School of Translation, che ha posto l’accento sulla creazione di botteghe online affinché i giovani traduttori abbiano la possibilità di entrare in contatto con le opere e con le esperienze dei traduttori professionisti e quindi siano in grado di scegliere i corsi di formazione per traduttori più adatti alle loro attitudini.
Melanie Traini, docente di lingua e linguistica tedesca all’Università dell’Aquila, ha inoltre donato utilissime informazioni su come muovere i primi passi nel mondo editoriale, utilizzando gli adeguati strumenti informatici e assicurandosi le dovute tutele sociali, per proteggere e preservare il meraviglioso mondo della traduzione.
Lucia Barone
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Report di Camilla Balsamo:
MERCOLEDI 24 NOVEMBRE – ORE 10.30, Accademia di Belle Arti, via Costantinopoli, 107. Traduttore Passeur, II. Letteratura italiana tradotta negli Stati Uniti. Con Anthony Molino. A cura di Camilla Balsamo e Carmen Gallo, in collaborazione con Consolato Generale degli Stati Uniti d’America. A cura di Camilla Balsamo e Carmen Gallo.
L’Aula Magna dell’Accademia di Belle Arti di Napoli prende vita a metà mattinata, con la grandine che batte i vetri. Un racconto delicato per voce ironica sola.  Anthony Molino, nato a Filadelfia, vive ora in Abbruzzo. Non è un accademico e neanche un letterato. A cavallo tra due lingue per essere figlio di emigranti, Molino finisce psicanalista: a suo dire, anche per lo scollamento e la frenesia di una famiglia che non esita a definire ‘gioiosamente schizofrenica’. Ma com’era iniziato tutto? Con la dichiarazione assertiva di un ventunenne: non tradurrò mai più saggistica.
E così giunsero in America le poesie di Danilo Dolci. E poi Antonio Porta e Magrelli, Santanelli, infine il teatro di De Filippo. Molino racconta di un sé agli inizi, intorno a un tavolo da biliardo con l’amico trovarobe che aveva studiato teatro, ogni mercoledì sera per due anni, a tradurre Natale in Casa Cupiello. Racconta la propria frustrazione davanti a una America che non seppe allora recepire l’immagine – meno caricaturale – di un meridione italiano a cui in qualche modo sentiva anche lui di appartenere.
Tra una lingua e l’altra, tra una professione e un’arte, avanti e indietro, indietro e avanti: Molino racconta se stesso e tutto in quella strofa di Magrelli che ha tradotto e che sceglie di leggere: “(…) E’ questo il futuro, la spola, il traslato,/il tempo manovale e citeriore,/trasferimento e tropo,/la ditta di trasloco.”
Camilla Balsamo
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Report di Maria Rosa Piranio:
MERCOLEDI 24 NOVEMBRE – ORE 12.00, Accademia di Belle Arti, via Costantinopoli, 107. Spazio èkphrasis, III. Haiku occidentali-orientali. Letture di Terri Olivi e Riccardo Duranti. Mostra di fotografie di Silvia Stuky. Interviene Carla Vasio (Edizioni Empiria). A cura di Maria Rosa Piranio e Gabriella Sgambati, in collaborazione con Edizioni Empiria.
Nell’ambito del Progetto EST (Europe as a Space of Translation) un evento in cui lo haiku viene tradotto in arti visive e la sua espressione fluttua tra la parola e l’immagine. Un sensazionale esempio di quello che Roman Jackobson definisce “traduzione intersemiotica”: la parola si fa immagine.
Dopo numerose mostre in Ecuador, Egitto, Francia, Germania, Indonesia, India, Iran, Marocco, Olanda, Svizzera, Thailandia e Turchia Silvia Stucky fa tappa a Napoli, con una proiezione di fotografie e video — Haiku e Come l’acqua che scorre —  che mostrano l’estetica haiku. L’immagine diventa haiku” dice Stucky “solo quando va oltre la tecnica e diventa frutto di un atteggiamento costante che l’artista ha nei confronti della natura e del mondo che lo circonda”. Nelle sue parole riecheggiano quelle del maestro Basho: “lo haiku non è un genere poetico, ma un modo di vivere la realtà che ci circonda”. Il lavoro nell’ambito delle arti visive di una artista di fama internazionale come Silvia Stucky può essere inserito nell’ambito della tradizione giapponese dello haiga (immagine haiku) . Stucky, come Buson,  traduce lo haiku in immagine, dispiegando l’istante agli occhi dell’osservatore.
Maria Rosa Piranio  (studiosa e  traduttrice di haiku dal giapponese per Empiria) apre un momento di riflessione sull’estetica haiku espressa non solo attraverso la parola, ma anche attraverso l’immagine, mostrando i modelli classici che giacciono dietro l’opera dell’artista: l’acqua che, rimasta sulla superficie, di una pietra appare in tutta la sua bellezza, richiamando alla mente uno haiku di Chiyojo: solo se bagnata dall’acqua/ la nuda pietra/ mostra il suo spirito.
In questo ambito si apre un discorso più generale su come la traduzione e la ricezione in lingue e culture diverse dia vita a un mutamento delle poetiche haiku in occidente. Maria Rosa Piranio  mostra come diverse traduzioni abbiano funto da motore per la nascita di produzione haiku diversi basati su dissimili poetiche in inglese e italiano.
Riccardo Duranti (Professore all’Università La Sapienza di Roma e poeta haiku) e Terry Olivi (Poetessa romana vincitrice di molti premi haiku) danno saggio della loro opera, con una lettura dei loro haiku.
Questo evento segna un passo avanti nel dibattito internazionale sul ruolo della traduzione nella nascita di poetiche ed estetiche haiku in Occidente e della loro relazione con la tradizione giapponese.
Maria Rosa Piranio
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Report di Carmen Gallo:
MERCOLEDI 24 NOVEMBRE – ORE 15.00, Accademia di Belle Arti, via Costantinopoli, 107. Spazio èkphrasis, IV. Scomporre quadri, immaginare mondi. La traduzione di vita e letteratura nel dettaglio di un quadro. Con Antonella Anedda a colloquio con Michele Cometa. Introduce Giovanna Cassese. A cura di Carmen Gallo e Marianna Rascente, in collaborazione con Donzelli Editore.
Nella suggestiva aula magna dell’Accademia di Belle Arti, si è svolto mercoledì 24 novembre “Scomporre quadri, immaginare mondi” con Antonella Anedda e Michele Cometa, il quarto appuntamento dedicato dal Festival della traduzione allo “Spazio Ekphrasis”, ovvero ad arti, testi, e  autori che si sono occupati del rapporto tra parola e immagine, e più in generale del rendere verbale il visibile, sfidando l’impossibilità di tradurre lo spazio degli occhi in spazio della parola. Il percorso “Ekphrasis”, cominciato martedì 23 con l’inaugurazione al Goethe Institute della mostra fotografica di Helmut Bottiger, l’inaugurazione della mostra evento “Transumar e Comparar. Linguaggi di rivoluzione in Pier Paolo Pasolini” e ancora con un appuntamento sull’Haiku occidentale-orientale, ha proposto mercoledì l’incontro tra l’esperto di visual studies Michele Cometa e la poetessa Antonella Anedda. Partendo da un testo di quest’ultima, La vita dei dettagli (Donzelli), i due relatori hanno condotto la platea, tra cui moltissimi studenti, in un percorso affascinante e minuzioso nel mondo dell’ekphrasis. Con grande abilità comunicativa, Cometa ha ripercorso per grandi tappe la tradizione occidentale di questo espediente tra iconofilia e iconofobia, soffermandosi in particolare sulle descrizioni della visione nella mistica femminile, e suggerendo con il termine di “mistica profana” una prima chiave di accesso al libro dell’Anedda, e al suo problematizzare e allo stesso tempo presentificare  sulla pagina scritta  l’invisibile e l’indicibile.
Attraverso una sovrapposizione di sguardi – quello dell’autrice che descrive dettagli di quadri capaci di rivelare mondi quasi autonomi, ma anche quello del lettore-spettatore  – l’Anedda ci ha guidati nella descrizione di immagini costantemente integrate da suggestioni sinestetiche, interpretative e da echi di altri poeti con i quali costruisce un dialogo immaginario e immaginativo.
Dettaglio, desiderio, dialogo, distanza e soprattutto spossessamento sono le parole chiave che descrivono il suo operare nel libro e che “ritagliano” lo spazio della perdita, dello scarto inevitabile della parola che sfida la propria ineffabilità “collezionando perdite”. Lo stordimento dei dettagli e la loro contemplazione, sottolinea l’Anedda in chiusura, in fondo è ciò che ci resta: il dettaglio che non viene restituito è ciò ritma la nostra vita.
Carmen Gallo
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MERCOLEDI 24 NOVEMBRE – ORE 15.00, Institut Français de Naples, Le Grenoble, Via F. Crispi, 86. Rassegna cinematografica. L’école en traduction. Linguaggio e scuola nelle periferie francesi. Proiezione in lingua originale: “La journée de la jupe” di Jean-Paul Lilienfeld. A cura dell’Institut Français de Naples Le Grenoble.
Un percorso tra i linguaggi delle banlieux parigine, così come vengono praticati nelle scuole – in molti casi non troppo lontani da quelli ben noti della periferia napoletana. In tre tappe, film che hanno fatto epoca e dibattito in Francia, per la prima volta proiettati in Italia, ci consentono di confrontare due mondi periferici in traduzione perpetua, tra Francia e Italia.
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Report di Stefania De Lucia:
MERCOLEDI 24 NOVEMBRE – ORE 16.30, Goethe Institut, Riviera di Chiaia, 202. Dalla parte dei traduttori: La politica della traduzione come impegno civile e culturale. Con Vincenzo Barca (Sindacato Nazionale Scrittori), Jürgen Jakob Becker (Literarisches Colloquim Berlin), Leyla Dakhili (Société européenne des Auteurs), Camille de Toledo (Societé européenne des Auteurs), Annette Kopetzki (Weltlesebühne, Berlin), Turgay  Kurultay (Turchia). Modera Valentina di Rosa. A cura di Stefania de Lucia e Gabriella Sgambati, in collaborazione con Goethe Institut.
“La Weltliteratur, lo suggerisce anche il nome, non è una letteratura che si radica in un paese e in una lingua, ma una letteratura che è di casa in tutti i paesi e in tutte le lingue. Prima che questo avvenga è necessario che si sottoponga a una metamorfosi, quella della traduzione”. Con queste parole Annette Kopetzki riassume il ruolo della traduzione in quello che è il manifesto dell’associazione che rappresenta, la Weltlesebühne di Berlino. Nel suo discorso, che ha molti punti in comune con quello di Leyla Dakhili e Camille de Toledo, in rappresentanza della Société européenne des Auteurs, con sede a Parigi, Kopetzki sottolinea il ruolo centrale di una spazialità ampia, fluida e condivisa, percepita come nuova possibile dimensione per l’arte della traduzione.
Si tratta di una spazialità che deve rileggere e attualizzare la sfera d’azione della traduzione al di là dei canoni nazionali in cui è generalmente rinchiusa, e pensarla in un’ottica plurinazionale che tragga profitto dai processi di attraversamento della babele linguistica europea e non solo.
La testimonianza di Jürgen Jakob Becker – Literarisches Colloquium di Berlino – rende possibile, al pubblico in sala, di comprendere l’importanza e il peso che gli studi e le pratiche della traduzione assumono oggi in Germania. Le numerose progettualità che Becker elenca e racconta, a tratti rapidi, rendicontano di una pluralità di iniziative, supportate innanzitutto da un adeguato sostegno economico e da un altrettanto adeguato fondamento giuridico a tutela della figura del traduttore. Cedendo la parola al professor Turgay Kurultay dell’Università di Instanbul, si propone invece una opposta configurazione del problema: la Turchia, il paese che nella storia della cultura più di tutti rimanda alla memoria di una tradizione che traduce e si traduce di continuo, lamenta oggi non solo una carenza di fondi destinati a finanziare progetti di qualità, che non rispondano soltanto a meri processi di mercificazione, ma anche un’inadeguata retribuzione del lavoro del traduttore. E l’Italia? Vincenzo Barca, dal Sindacato Nazionale degli Scrittori, descrive lo scenario di una realtà in fieri. Il sindacato che rappresenta, è un ente di recente formazione, fortemente sostenuto dal suo omologo norvegese, disposto a supportare le attività dei colleghi italiani non solo per quanto concerne la condivisione di una prassi ormai consolidata e innovativa nei campi della regolamentazione editoriale e di categoria, ma anche nella generosa attribuzione di un finanziamento economico a sostegno delle loro attività.
La prossima apertura, a Roma, della Casa delle traduzioni è il primo importante passo, verso una nuova “spazialità” della traduzione, che cerca, secondo un modello già molto diffuso all’estero, di creare un luogo del dialogo internazionale. Essa offrirà inoltre, a studenti e professionisti, la possibilità di usufruire di materiali di studio e consultazione innovativi, dei quali, per mancanza di fondi e personale adeguatamente formato, i luoghi istituzionali della cultura spesso difettano.
Le esperienze dei relatori presenti in sala, moderati da Valentina di Rosa – Università “L’Orientale” – concordano sulla necessità di rifondare un concetto di traduzione su base comune che, nell’ottica di condivisione di sinergie, progettualità, pratiche e riflessioni, rifondi l’arte della traduzione basandola su canoni universali di qualità, eticità e rispetto delle professionalità.
Stefania De Lucia
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Report di Maria Rosa Piranio:
MERCOLEDI 24 NOVEMBRE – ORE 18.00, Fondazione Premio Napoli, piazza Plebiscito. Incontro col traduttore, I. Dall’Italia: Giuseppe Merlino: Jean Paulhan, Alexandre Dumas, Marcel Proust. A cura di Maria Rosa Piranio e Maria Arpaia. Giuseppe Merlino racconta la sua esperienza di traduttore di letteratura francese. Le strategie di traduzione cambiano se traduciamo Proust, Paulhan, o Dumas… Verranno letti testi dei tre autori, in francese e in italiano.
Un evento che apre un nuovo ciclo di incontri: il grande pubblico incontra eccellenti traduttori che mostrano il grande lavoro e le problematiche celate tra le pagine delle opere in traduzione.
Giuseppe Merlino, raccontando la sua esperienza di traduttore e studioso di letteratura francese, sottolinea l’importanza della traduzione nell’analisi  di un’opera. Tradurre vuol dire andare a fondo nella comprensione del testo; vuol dire addentrarsi nella mente dell’autore, per poi rendere non solo il suo pensiero, ma anche il suo stile in un’altra lingua.
Merlino racconta alcuni dei problemi traduttologici dei Pastiches di Marcel Proust, soffermandosi a lungo sul problema della resa degli stili allorquando Proust decide di riprendere ed esagerare la scrittura di altri autori. I Pastiches riprendono ed esagerano le caratteristiche dell’autore che viene ripreso. In questo senso la traduzione il lavoro linguistico che Proust fa sullo stile di Balzac, per esempio, non è stato facile da rendere in italiano. La ragione è che, poiché le traduzioni precedenti di Balzac hanno sempre moderato e normalizzato il suo linguaggio, si è reso necessario ri-inventare uno stile Balzacchiano in italiano.
Un incontro che ha destato molte domande delineando una grande differenza tra il traduttore di professione e l’accademico che si presta a questa pratica.
Maria Rosa Piranio
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Report di Domenico Ingenito:
“Il Festival della Traduzione ha trasformato Napoli in una Babele radiosa nella sua diversità!”
MERCOLEDI 24 NOVEMBRE – ORE 20:30, Nuovo Teatro Nuovo, via Montecalvario, 16. Divano occidentale-orientale. Poeti italiani di oggi riscrivono il poeta persiano medievale Hafez.  Dalla Persia del Trecento riprende vita la voce di Hafez di Sciràz, il massimo poeta dell’Oriente islamico, ispiratore del Divano Occidentale-Orientale di Goethe e innovatore della canzone classica persiana. Con Antonella Anedda, Maria Grazia Calandrone, Omar Ghiani, Rosaria Lo Russo, Edoardo Zuccato. A cura di Daniela Allocca e Domenico Ingenito, in collaborazione con Donzelli Editore.
La poesia persiana medievale conquista il centro storico di Napoli: cinque tra i maggiori poeti italiani di oggi, Antonella Anedda, Maria Grazia Calandrone, Omar Ghiani, Rosaria Lo Russo ed Edoardo Zuccato hanno tenuto con il fiato sospeso il pubblico del Nuovo Teatro Nuovo facendo rivivere nella loro voce i versi di Hafez di Sciraz.
La serata, costellata a più riprese da vigorosi applausi, è stata presentata e diretta da Domenico Ingenito, studioso di letteratura persiana, poeta e co-organizzatore del Festival “Tradurre (in) Europa” che sta trasformando Napoli in una Babele radiosa nella sua diversità.
Camilla Miglio, germanista e project manager del Festival, illustra in che modo la raffinatezza lirica del poeta medievale Hafez sia stata esperienza estetica travolgente per Goethe, che nel suo Divano occidentale-orientale fonde il suo canto con la voce del poeta persiano.
Acclamatissimi i Bonamanera (con Simona Schettini, Lorenzo Miletti, Roberto Trenca, Gerardo Musso) che hanno ispirato pubblico e poeti con interventi musicali della tradizione classica persiana, balcanica, ottomana e sefardita. Un incontro aperto come libro a più voci, tra i terreni del sacro e i percorsi accesi dalla contemplazione della bellezza del mondo e dei corpi che lo abitano. Una polifonia in cui i grandi poeti seducono e chiamano a sé una lingua persiana, che pur non conoscendo, fanno propria nel lasciarsi trasportare dal rapimento lirico di questo incontro trasformazionale. Il poeta persiano medievale si confonde nel presente, e l’orizzonte ritmico dei poeti di oggi mette in luce tutte le sfaccettature della sua poetica poliedrica, sospesa tra mondano e trascendente, trasparente e geometrica come cristallo, vigorosa come fuoco che avvampa.
Il mio rapporto con la riscrittura di Hafez equivale all’essermi arresa dapprima a una restrizione e immediatamente dopo a una possessione – dichiara Maria Grazia Calandrone, che legge versi di una bellezza struggente, di una rara potenza vocalica. La riscrittura in sardo campidanese e italiano del giovane e promettente poeta Omar Ghiani commuove l’intero pubblico per il languore del suo ritmo, – come voce d’acqua che scorre – qualcuno ha affermato. Domenico Ingenito presenta il suo progetto “Amare in due direzioni”, con cui versi della tradizione lirica italiana sono innestati nelle traduzioni dalla poesia classica persiana.
Antonella Anedda legge in religioso silenzio, il linguaggio ricco, sonoro e mondano del poeta persiano è riportato al suo stile pacato, spezzato da versi addolorati, come supplica sussurrata, – Gettare le reti tutta la notte e non pescare nulla – come i naufragi dalla barca spezzata nell’oceano d’Amore. I versi della Anedda hanno la capacità di farsi materia pulsante nel petto di chi ascolta. La sfida di riportare in auge il dialetto è accolta da Edoardo Zuccato, la cui riscrittura da Hafez in altomilanese mostra le sue consonanze con il napoletano e mostra quanto poroso sia il versante bacchico ed ironico dei suoi versi.
Ultima lettura è quella di Rosaria Lo Russo, a metà strada tra monologo e danza mistica, lirica possessione nella convulsione ritmica dell’originale persiano esaltato dalle straordinarie capacità performative della poetessa.
Un incontro indimenticabile, in una Napoli pronta a rinnovarsi costantemente nella poesia e nelle lingue che alimentano la sua natura polifonica. Potrà la poesia salvare Napoli e restituirle la sua bellezza dimenticata?
Domenico Ingenito

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