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Festival della traduzione a Napoli: è accaduto giovedì 25 novembre

Report di Gabriella Sgambati:
“Grande successo anche questo workshop, abbiamo cambiato due volte aula perchè troppi studenti! Credo quasi 200 nella sessione plenaria… Bello!”
GIOVEDI’ 25 NOVEMBRE – “L’Orientale” – Palazzo Mediterraneo. Workshop: Libertà e vincoli della traduzione. ore 9.00-10.15  – Aula 1.3  1. Traduzione Giuridica. Laboratorio a cura di Michele Faioli (Università di Roma, Tor Vergata). Introduce Giuseppe Cataldi (Università di Napoli, “L’Orientale”); ore 9-10.15  – Aula 3.1   2. Workshop parallelo: Creative Translating. Laboratorio di riscritture con giovani delle scuole superiori e delle università. Con Michele Bernardini (Università di Napoli, “L’Orientale”); ore 10-30-12.00 – aula 1.4   3. Sessione plenaria. Esame comparativo di due case studies dai rispettivi workshop. A cura di Gabriella Sgambati in collaborazione con Dora Rusciano.
Oggi, giovedì 25 novembre alle ore 9, nelle aule del Palazzo del Mediterraneo, una delle sedi de L’Orientale, numerosi studenti hanno preso parte al workshop sul tema “Libertà e vincoli della traduzione” che prevedeva due momenti: un laboratorio a scelta tra traduzione giuridica e traduzione creativa, e una sessione plenaria dedicata al confronto e all’esame comparativo di due “case studies” dai rispettivi workshop. 
Giuseppe Cataldi (Prorettore de L’Orientale di Napoli, docente di diritto internazionale presso lo stesso Ateneo) ha introdotto il workshop di traduzione giuridica, affrontando in maniera generale i problemi di traduzione e dunque di interpretazione dell’ordinamento internazionale. Ogni ordinamento contribuisce all’ordinamento internazionale, che è autonomo. La difficoltà principale sta nel tradurre concetti in lingue diverse, ciascuna portatrice di concetti differenti. Giuseppe Cataldi pone al pubblico vari esempi in diverse lingue (vedi la parola “giurisdizione” in inglese e in francese) e mostra come anche nel diritto sia possibile riscontrare, sebbene più raramente rispetto all’ambito letterario, quello che potrebbe definirsi: lost in translation.
Il professor Michele Faioli, docente di diritto del lavoro e segretario del Seminario permanente “Lionello R. Levi Sandri” (Laboratori di studi e ricerca sul diritto delle attività transnazionali e sulla traduttologia giuridica) entra nel vivo dell’argomento e introduce i concetti di “geodiritto”, termine che designa lo studio delle relazioni tra norma giuridica e punti dello spazio, di fenotipo e genotipo. Il traduttologo giuridico deve ricostruire il contesto, l’albero genealogico del concetto e ciò non ha nulla a che vedere con i dizionari giuridici in cui si trova la categoria traslata, ma non interpretata. Non esiste, dunque, in ambito giuridico una traduzione garantita e Faioli sottolinea la necessità della presenza del giurista specialista – affiancato dall’economista e dal linguista. Bisogna rendere leggibile il diritto poichè il diritto traducibile ha in sé la connotazione della democraticità.
Durante il workshop di traduzione creativa, il professor Michele Bernardini (docente di lingua e letteratura persiana – Università l’Orientale),   ha cercato di mostrare, attraverso l’analisi della sua traduzione de Le gesta di Tamerlano, di Ghiasoddin Ali di Yazd, l’elemento derivante dalle percezioni personali e dal bagaglio culturale del traduttore che non si esprime solo in termini di stile ma spesso risente dei rumori psicologici del condizionamento ambientale.Il traduttore mette il suo ego sul tavolo e lo confronta con quello di un altro autore.
Durante la sessione plenaria gli studenti, insieme ai docenti, hanno riflettuto sulle libertà e sui vincoli della traduzione sia creativa sia giuridica, si sono confrontati sui diversi temi  sostenendo che bisogna sempre effettuare, in ogni atto traduttivo, un’operazione ermeneutica piuttosto che una trasposizione automatica di concetto.
Gabriella Sgambati
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Report di Maria Rosa Piranio:
GIOVEDI 25 NOVEMBRE – ORE 10.30, Libreria Ubik, via B. Croce, 28. Incontro col traduttore, II. Dall’Austria: Michael Rössner: Tradurre il Risorgimento con Pirandello: “I vecchi e i giovani”. Di questo e d’altro in conversazione con il traduttore dell’opera di Pirandello. Modera Johanna Borek. A cura di Stefania de Lucia e Maria Rosa Piranio.
La traduzione di un autore intesa come traduzione di un periodo storico e di una condizione sociale: la traduzione di Pirandello è la traduzione del Risorgimento italiano, con tutte le diverse vicende regionali. Una traduzione dei diversi Risorgimento italiani: “Certamente il  Risorgimento siciliano è un’altra cosa rispetto al movimento partigiano del nord. Esso è anzi legato all’esperienza garibaldina, che interviene in una società dominata dall’aristocrazia e che ha visto diverse dominazioni nel corso dei secoli”. La vicenda editoriale di Pirandello in Germania presenta un Risorgimento più propriamente siciliano che i tedeschi non conoscono.
Michael Rössner, primo traduttore di tutte le opere di Pirandello in tedesco, racconta la storia dell’edizione di quest’opera omnia tra finanziamenti che vengono a mancare e nuove opportunità. Mostra una vicenda editoriale che lui stesso definisce “pirandelliana”: liti in famiglia i cui protagonisti finiscono in ospedale, conflitti ideologici e intellettuali tra vecchi e giovani. “Con la caduta di Berlino” continua  Rössner “cade l’interesse e i finanziamenti del primo editore incaricato che viene rimpiazzato  da un altro dell’ex DDR, il quale cerca di inserisce questo progetto in una operazione politica volta a cambiare volto alla ex nazione e alla casa editrice.
La traduzione di Pirandello pone anche un problema di resa della lingua. Come tradurre le forme e le strutture dialettali? “Si è pensato a tradurre i sicilianismi in Austriaco, ma presto abbiamo capito che non reggeva” risponde Johanna Borek, “abbiamo quindi deciso di inventare un nuovo regionalismo quando era indispensabile. In altri casi abbiamo dovuto normalizzarlo.”
La traduzione in questo senso si pone come azione politica che mira a cambiare le letture dei giovanni, i programmi scolastiche: di dare all’opera di Pirandello lo status di classico nella cultura tedesca.
Maria Rosa Piranio
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Report di Gianna Fusco:
“In un momento così drammatico per la città di Napoli non ci sembra vero che centinaia di persone si muovano tra vari eventi in contemporanea (stamattina la sala del Conservatorio era gremita per l’evento su Chopin).”
Report di Lucia Barone:
GIOVEDI 25 NOVEMBRE – ORE 12.00, Conservatorio S. Pietro, Sala Martucci, via San Pietro a Maiella, 1. “Il Romantico è una traduzione”. Filosofia, musica, poesia dalla Germania romantica. Con Giampiero Moretti. Interventi musicali da Schumann a Chopin a cura degli allievi del Conservatorio. A cura di Carmen Gallo, in collaborazione con “Musica occidentale-orientale” e Lucia Barone.
 Un frammento di infinito… Ecco ciò che è stato rappresentato nell’incontro di oggi giovedì 25 novembre 2010.
L’evento tenuto presso il Conservatorio S. Pietro a Majella, reca un titolo quanto mai suggestivo: “Il Romantico è una traduzione” Filosofia, musica, poesia dalla Germania romantica.
Tradurre l’infinito nel finito, questa la grande sfida raccolta dai romantici, nodo focale del discorso tenuto da Giampiero Moretti, docente di estetica dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”.
Dopo aver egregiamente decritto il rapporto esistente tra particolare e universale, tra finitezza dell’individualità e mondo, si è posto l’accento sull’importanza dell’opera d’arte, soprattutto musicale, per i romantici considerata quale unico mezzo di espressione silenziosa, di linguaggio misterioso, capace di armonizzare l’interiorità umana con quella dell’universo.
La dimensione pendolare insita nel rapporto finito-infinito, il frammento come nuova possibilità di entrare in contatto con l’infinitezza, raffigurano un’esperienza tragica, transitoria e momentanea come quella che si esplicita nell’esecuzione musicale, che è inevitabilmente destinata a finire.
Un ringraziamento particolare va a Michele Massa e Ludovica De Bernardo, allievi del Conservatorio S. Pietro a Majella, i quali hanno eseguito con passione, dedizione e sentimento, rispettivamente Improvviso-fantasia op. 66 Ballata op. 23 e Andante spinato e grande polacca op. 22 di F. Chopin in un indimenticabile connubio tra parola e musica.
Lucia Barone
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GIOVEDI 25 NOVEMBRE – ORE 15.00, Università L’Orientale, Palazzo Santa Maria Porta Coeli, Aula 102, via Duomo 219. Traduzione di un classico, I. Dalla Croazia. “L’avaro” di Marino Darsa. Lettura di testi e traduzione. Con Rosanna Morabito e Suzana Glavaš. Coordina Laura Angiulli (regista teatrale). Presenta e modera Riccardo Maisano (Direttore del Dipartimento di Studi dell’Europa Orientale). A cura di Suzana Glavaš.
Marin Držić (Marino Darsa), nato a Dubrovnik nel 1508 e vissuto a lungo in Italia, fu chierico e poeta, musicista, autore drammatico in versi e in prosa; per rivelarsi nel 1566 – un anno prima della morte, avvenuta in circostanze poco chiare – cospiratore contro la patria oligarchia nobiliare. Intellettuale poliedrico, imbevuto di spirito rinascimentale di matrice italiana, viene oggi collocato al vertice della tradizione letteraria nazionale e riconosciuto a livello internazionale come anticipatore degli sviluppi del teatro europeo. (Le sue opere ci giungono, purtroppo, in buona parte incomplete.) La commedia L’Avaro si inserisce naturalmente nel quadro della riscoperta umanistico-rinascimentale del teatro di Plauto e Terenzio. L’incontro di oggi, avvenuto nella storica sede di Santa Maria Porta Coeli, cesella e ricuce estratti dal recente volume Marin Držić- Marino Darsa, L’Avaro (ed. Argo, Lecce 2009) – la cui curatela e traduzione furono appunto di Morabito e Glavas – e la proiezione del film documentario ambientato a Dubrovnik su vita e opera di Držić: “Od tartare do urote” / “Dalla tartara (tartara nel suo senso doppio: e il secondo è torta nuziale) alla congiura”.
(Accorciamento dalla versione originale e sottotitoli in italiano a cura degli studenti Giovanni Taurino e Federica Ruggero in collaborazione con le docenti del corso;
Lettura dei brani: studenti del corso di serbo e croato.
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Report di Maria Arpaia:
GIOVEDI 25 NOVEMBRE – ORE 15.00, Museo Archeologico Nazionale, piazza Museo Nazionale, 19. L’Antico parla oggi, I. Introduce Amneris Roselli. 1. Le molte lingue della lirica medievale. Con Melita Cataldi (Torino, poesia irlandese), Francesco Stella (poesia mediolatina), Gianfranco Agosti (poesia greco-bizantina), Marcello Meli (poesia germanica), Domenico Ingenito (poesia persiana). Letture di Federica Giordani. Modera Corrado Bologna. A seguire: 2. Scrittori Latini dell’Europa Medievale. Presentazione della nuova collana di Pacini Editore con Francesco Stella e Edoardo D’Angelo. Modera Corrado Bologna. A cura di “Semicerchio”, in collaborazione con Maria Arpaia e Maria Rosa Piranio.
“Come accade a chi risponde ad un richiamo per mare  deve tener conto del vento, delle grida, del rumore per remare verso l’essenziale di ciò che sembra inesprimibile. Questo è tradurre” (Antonella Anedda). “Dentro di noi abitano molte lingue: noi dobbiamo scegliere di vivere sul bordo, sui confini per far risuonare la parola di un altro nel cavo del nostro entroterra”  (Camilla Miglio). Con queste parole Corrado Bologna comincia la discussione sulla tavola rotonda sulle lingue della lirica medievale: accomunate dal rapporto di ciascuna con la traduzione lingue diversissime dialogano oggi una accanto all’altra.
Apre la seduta  la Preside di Facoltà, Amneris Roselli, che ha inaugurato questo ciclo di discussioni e letture sulla traduzione dell’antico nelle lingue moderne, ricordando quanto la traduzione fosse l’aria vivificante per i classici antichi, la barca che li traghetta attraverso il tempo, la garanzia della loro sopravvivenza ed estrema vitalità. Soprattutto il medioevo è stato un momento particolarmente fecondo per la trasmissione testuale, in cui traduzioni provvidenziali come quelle di Aristotele salvano un testo dall’oblio e lo regalano a noi moderni.
Corrado Bologna si sofferma a riflettere sul tasso di inespresso, di residuale che le traduzioni portano con sé nel rapporto con l’originale, una costante incertezza tra suono e senso, che per Paul Valéry era la poesia. Potrebbe la traduzione stessa essere un aspetto della poesia? Il tema della precisione irraggiungibile viene quindi rivalutato: lo scarto che emerge tra il tentativo di recuperare l’originale e la sua traduzione si traduce in enàrgheia, in potere espressivo che serve a far crescere la lingua d’arrivo.
Il turno degli interventi segue il giro del sole, da ovest ad est. Si comincia dalla lirica irlandese. Melita Cataldi (poesia irlandese) ci illustra l’armoniosa coesistenza del latino e del gaelico nella lirica e nella cultura irlandese, regalando all’uditorio l’ascolto di una lirica cantata in lingua gaelica, accompagnata dalla cornamusa.
La parola in irlandese è proteiforme, formata da prefissi e suffissi che la rendono plastica e perfettamente adattabile al tipo di realtà che intende descrivere.
Marcello Meli (poesia germanica), partendo dall’analisi della diffusione della cultura norrena e del tentativo di modernizzazione della Norvegia attraverso la traduzione di testi romanzi in lingua, si sofferma sull’effetto delle attività traduttorie sulla cultura di accoglienza e sul rapporto della traduzione col testo originale. La diffusione della cultura scandinava è sensibilmente aumentata, anche grazie alla ripresa del filone della letteratura comparata in Italia. Riguardo alla fedeltà al testo, invece, bisognerebbe fare una distinzione nella destinazione del lavoro di traduzione: al grande pubblico è necessario fornire un testo completamente autonomo in italiano, legato all’alta diffusione della cultura altra.
Gianfranco  Agosti (poesia greco-bizantina) fa notare quanto la traduzione sia stata a lungo osteggiata nel mondo bizantino dalla chiesa per cui “ellenico” sia a lungo stato sinonimo di “pagano”. Bisanzio è stata un tentativo doloroso di ritradurre il passato. La letteratura bizantina è una delle più durature, quasi un millennio di produzione che ritraduce e rielabora modelli della letteratura precedente, creando nuove sintesi. Ma una lingua così raffinata ha bisogno di una scelta traduttiva: come rendere l’accumulo di aggettivi, la sintassi complessa? La scelta di solito tende a rispondere alle esigenze di un pubblico moderno, in cui l’italiano medio è talora impreziosito con qualche stacco stilistico, nel tentativo di riprodurre l’effetto di recitazione presso il pubblico antico.
Domenico Ingenito (poesia persiana) ci racconta la lirica d’amore in una lingua senza genere grammaticale, neutra per natura, che riesce a raccontare il massimo dell’erotismo senza distinzione tra uomo e donna, un erotismo che diventa ponte verso le realtà superiori, divine.  In questo contesto la traduzione funziona come mezzo di contrasto per far emergere le contraddizioni del testo, contraddizioni solo apparenti agli occhi degli occidentali. Lo studioso ci legge liriche della “Dama del Mondo”, che sigla le sue composizioni poetiche con un nome che ha questo significato in persiano. Mal’io lirico della poetessa veste il ruolo di un uomo che invia versi di amore bruciante ad un altro uomo, nella completa perdita di legami tra il genere sessuale e scrittura poetica tipica del sistema linguistico, in una poesia passionale che confonde continuamente l’io lirico con quello empirico.
Francesco Stella (poesia mediolatina) parte dalla considerazione del polimorfismo medievale: contrariamente ai pregiudizi intellettuali che per molti anni hanno compromesso la comprensione e lo studio del medioevo, nessuna epoca si può considerare più viva e densa di fervori culturali. Tuttavia il latino medievale, per sua stessa natura, ha uno statuto ambiguo: è una lingua seconda, votata alla produzione scritta, a cui manca di necessità la vitalità linguistica di una produzione orale. Molto spesso, nelle produzioni letterarie, ci troviamo quindi dinanzi ad una auto-traduzione mentale: il pensiero nasce nella lingua d’uso per trasformarsi  poi nella forma latina scritta. La produzione letteraria, poi, presenta un alto tasso di intertestualità, che richiederebbe una traduzione in grado di comunicare questo effetto al lettore moderno. Con il rischio, però, di creare un prodotto estremamente raffinato e poco fruibile. In virtù di quest’impasse il medioevo rimane ancora un”continente sommerso”, tutto ancora da scoprire.
Corrado Bologna conclude poi la seduta con una riflessione sulla forma principe della produzione medievale: la sestina, la struttura lirica più perfetta  mai inventata. La sestina ripete i sei giorni della creazione, ma attende il settimo. Attraverso gli annunci e le riprese delle rime e il movimento circolare delle parole che legano la fine e l’inizio, la sestina scandisce un tempo d’attesa, comunica l’idea di incompiutezza, trasforma il tempo cronologico in quello messianico. La rima diventa così la transcodificazione linguistica del tempo messianico: introduce nella poesia romanza il tempo di attesa di un ritorno che è sempre promesso e mai avvenuto.
Maria Arpaia
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GIOVEDI 25 NOVEMBRE – ORE 15.00,  Institut Français de Naples, Le Grenoble, via F. Crispi, 86. Rassegna cinematografica. L’école en traduction. Linguaggio e scuola nelle periferie francesi. Proiezione in lingua originale: “L’esquive” di Abdellatif Kechiche. A cura dell’Institut Français de Naples Le Grenoble.
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Report di Stefania De Lucia:
GIOVEDI 25 NOVEMBRE – ORE 15.30, Fondazione Premio Napoli, piazza Plebiscito. Ritradurre i classici della modernità, I. Dalla Spagna. Da Miguel de Cervantes a Benito Pérez Galdós. Con Marco Ottaiano e Lucio Sessa. Coordina Francesca De Cesare. A cura di Marco Ottaiano e Stefania de Lucia.
È una conversazione dai toni informali, ma anche densa di contenuti, quella che si è tenuta questo pomeriggio presso la sede dell’Associazione Premio Napoli tra Marco Ottaiano e Lucio Sessa. Un incontro che inaugura il ciclo “Ritradurre i classici”, uno dei dieci percorsi tematici che impreziosiscono il programma del Festival Tradurre (in ) Europa.
Coordinati da Francesca De Cesare, professore associato di Lingua Spagnola presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, Ottaiano e Sessa raccontano la loro esperienza di traduttori, o meglio di ritraduttori, di opere già esistenti. Sebbene emergano numerose  possibili motivazioni che spingono alla ritraduzione di un classico, i discorsi affrontati dagli oratori ne evidenziano in particolare quattro. In primis l’esistenza di una precedente cattiva traduzione, in secondo luogo la possibilità di rilanciare sul mercato un testo in una nuova veste editoriale, a seguire una serie di motivazioni che potrebbero essere definite come target oriented, vale a dire sollecitate dalla consapevolezza che un cambiamento della lingua di arrivo e di fruizione di un’opera d’arte, comporti  la necessità di trasformare ed adeguare anche i linguaggi della traduzione. In  ultima analisi, e anche forse quella che maggiormente influenza la pratica dei due traduttori, si profila la necessità di privilegiare un lavoro traduttologico source oriented, volto,  cioè, a un maggiore rispetto filologico dell’opera originale.
Gli esempi pratici citati durante la chiacchierata sono essenzialmente due. Marco Ottaiano presenta il suo lavoro di ritraduzione di un’intricata commedia in versi di Miguel de Cervantes,  La Entretenida, apparsa presso i tipi di ETS con il titolo di La spassosa (in un lavoro a quattro mani con David Baiocchi). La novità sostanziale rispetto alla versione preesistente – redatta in prosa – consiste nel rispetto del complesso schema metrico dell’originale basato su un ritmo cantilenato su verso ottonario per le parti più discorsive, e su endecasillabi per quelle più sentimentali e intimistiche.
Riflettendo sul suo lavoro di ritraduzione in lingua italiana del romanzo Nazarín di Benito Pérez Galdós – anche in questo caso frutto di un lavoro di coppia con Bruno Quaranta per la casa editrice Avagliano – Lucio Sessa si è detto guidato dalla necessità di mutare l’estetica della precedente traduzione e introdurre maggiori fattori e principi di coerenza e coesione al testo originale.
Alla domanda mirata a testare l’opinione dei relatori in merito a quanto la traduzione già esistente possa influenzare la ritraduzione di un’opera, Sessa risponde citando le teorie di Casalegno che afferma che il confronto è utile quando non si riduce a una esclusiva ricerca dell’errore. “Chi analizza precedenti traduzioni alla caccia di difformità – aggiunge Sessa –soffre d’infantilismo critico”. Il ritraduttore di un’opera d’arte deve sì mirare alla perfezione, ma deve ben tenere a mente che la perfettibilità, nel suo valore utopico è una trappola che può facilmente trasformarsi in ossessione.
Dalla voce dell’esperienza dei traduttori in sala e dallo scambio d’idee con il pubblico, emerge un pensiero che lascia riecheggiare le considerazioni di Leopardi e in seguito anche di Magris: se tradurre appartiene alla sfera dell’impossibile, poiché mira a quella perfettibilità che mai è raggiungibile – poiché  immersa in un sistema in costante mutamento – bisognerà considerare la traduzione e quindi, di rimando, la ritraduzione come qualcosa di necessario.
Ogni traduzione va quindi considerata come un sistema provvisorio, di certo perfezionabile su scala diacronica, ma allo stesso tempo costituisce un patrimonio linguistico conchiuso, non meno importante dell’opera d’arte stessa, poiché in grado di testimoniare dei progressi, delle evoluzioni ed involuzioni sintattiche, semantiche e pragmatiche di una lingua.
Stefania De Lucia
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Report di Daniela Allocca:                                                                      
GIOVEDI 25 NOVEMBRE – ORE 18.00, Instituto Cervantes, via Nazario Sauro, 21. Erri de Luca e i suoi traduttori. Con Annette Kopetzki (tedesco), Carlos Gumpert (castigliano), Pau Vidal (catalano), Miriam Shusterman-Padovano (ebraico). Modera Silvia Acocella. A cura di Edizioni Libreria Dante&Descartes, con Antonella Cristiani e Daniela Allocca, in collaborazione con Instituto Cervantes Nàpoles.
Tradurre il vuoto. Introdotti dalle poetiche e precise parole di Silvia Acocella amica, lettrice e critica dei testi di Erri De Luca ecco che i traduttori di Erri per la prima volta seduti ad uno stesso tavolo,  hanno ripercorso nelle rispettive lingue le sue opere, scoprendo e svelando ognuno le strategie messe in campo per superare le difficoltà di tradurre una scrittura come quella di Erri De Luca che è di una densità tale per cui non possiamo non parlare di prosa poetica.  Eppure al di là delle pene relative alla traduzione, tutti i traduttori hanno definito un ‘dono’ la possibilità di tradurre Erri De Luca, nonostante gli sforzi, gli scogli di questa lingua che è già di per sé una lingua straniera in quanto è la lingua di un autore che spesso riflette la sua attività di traduttore e quindi fatta di riflessioni sul tradurre stesso. Allora difficile diventa per i traduttori ad esempio portare nelle proprie lingue le traduzioni personali della Bibbia di Erri De Luca, se non servendosi delle note, cosa che invece per Miriam Schustermann-Padovano risulta invece più semplice perché ha chiaro il riferimento al testo originale della Bibbia, mentre difficilissimo risulta la traduzione per la differenza tra le due lingue eppure nella traduzione ebraica di “Montedidio” ad esempio la Schusterman ammira e apprezza il fatto che gli editori abbiano mantenuto i silenzi di Erri De Luca, silenzi di cui è ricca la sua scrittura. Anche Paul Vidal traduttore in catalano di Erri, parte dal considerare la scrittura di Erri come una scrittura piena di vuoti e sottopone agli ascoltatori la difficoltà di tradurre questi vuoti. Silenzi, vuoti, pause costruiscono il testo stesso. Oppure si scopre che nella versione tedesca Annette Kopeztki è riuscita a far lasciare le parti in napoletano in dialetto originale, oppure  Carlos Gumpert che si vede proprio come un mercante di merce preziosa, o meno preziosa dipende dai casi,  e vede quindi anche la traduzione sempre in movimento. Tante le riflessioni e le suggestioni che generosamente ci hanno donato i traduttori di Erri De Luca che non ci hanno fatto sentire per niente  la mancanza dello scrittore stesso in questo evento dedicato ai suoi traduttori. E forse proprio questa la forza della traduzione, e per questo Carlos Gumpert afferma di sentirsi padre di uno stesso figlio seppur non padre originario e sente una familiarità tanto con lo scrittore quanto con gli altri traduttori in quanto tutti sono a loro volta genitori di uno stesso figlio, anche se ogni uno nelle rispettive lingue.  Questa sensazione di forte fratellanza ha accompagnato l’evento fino alla fine, quando i traduttori di De Luca hanno esaudito il desiderio della moderatrice Silvia Acocella che aveva loro chiesto di tradurre alcuni versi di Aleksandr Puskin tradotti a sua volta da Erri De Luca.  Ed ecco che in questo avvicendarsi di lingue e traduzioni vive  Babele, in un divenire continuo del testo da lingua, in lingua. In questo modo i traduttori e la critica Silvia Acocella hanno saputo restituirci il dono che per loro rappresenta, poter tradurre Erri De Luca.   .
Daniela Allocca
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Report di Maria Arpaia:
GIOVEDI 25 NOVEMBRE – ORE 19.00, Penguin Café, via Santa Lucia 88. L’antico parla oggi, II. Edoardo Sanguineti e la resistenza del classico. 1. Omaggio a Edoardo Sanguineti traduttore. Con Francesco Stella, Federico Condello, Niva Lorenzini. Letture di Luca Marra; 2. Roberto Andreotti, “La resistenza del classico”. Ne discutono con l’autore Federico Condello, Francesco Stella, Giancarlo Abbamonte. A cura di “Semicerchio”, in collaborazione con Maria Arpaia e Carmen Gallo. 
“La traduzione per Sanguineti è un travestimento, una messa in scena della parola, parola che diventa teatralizzabile, sonora, gestuale”.
Questo il filo conduttore che ha raccolto e tenuto insieme un fiume di pensieri, considerazioni, riflessioni maturate in itinere sull’attività di Sanguineti traduttore in una tavola rotonda di amici e studiosi del grande poeta, aperta da una velata malinconia nel ricordo della sua assenza. Sarebbe dovuto essere un incontro con Sanguineti, un  privilegiato confronto diretto tramutato, invece, in un omaggio. Ma dopo il primo mesto momento in cui il pensiero è andato alla sua assenza, la forza dirompente delle sue traduzioni, lette dalla voce potente ed impostata di Luca Marra, hanno contribuito a ricreare quel clima di vivace dibattito culturale che gli avrebbe sicuramente fatto aprire un sorriso.
Nell’ambiente intimo e raccolto del caffè letterario Penguin,  davanti ad un pubblico eterogeneo di specialisti e non, Francesco Stella,  Niva Lorenzini e Federico Condello si sono addentrati nell’analisi di alcune delle più note traduzioni sanguinetiane.
Partendo da un mito della modernità, come Shakespeare, tradotto con la massima attenzione alla dimensione fisica della parola, alla sonorità e alla segmentazione metrica, Niva Lorenzini ha dimostrato come alcune rese linguistiche di estrema precisione e perfetta aderenza al testo abbiano contribuito a fornire un’estrema concretezza alla lingua. L’intento era quello di creare un linguaggio “tattile”: solo nell’aderenza totale al testo originale la parola ha la libertà di restituire tutta  la forza primigenia.
In questo modo nessuna distinzione emerge tra fare traduzione e poesia: entrambe sono chiamate”imitazioni”, interpretazioni di una realtà che si presenta solo in maschera. Tradurre è travestire, fare poesia è travestirsi.  Ma per entrambe le operazioni il travestimento prevede una conoscenza del nucleo di verità che si desidera celare, un contatto profondo con la parola in sé, nuda e reale, solo allora duttile strumento nelle mani del poeta trasformista.
Lo sguardo con cui Sanguineti guardava al teatro greco è stato presentato da Federico Condello come summa esemplare della pratica traduttiva sanguinetiana.
Sotto la suggestione della recitazione dei versi potenti del prologo dell’Edipo Re, lo studioso ha illustrato come le scelte lessicali inusuali del poeta, che traduce assecondando il testo greco fino a forzare la resa italiana con termini impropri e stranianti, danno la cifra esatta del senso profondo della traduzione.
Il classico è per definizione “postumo”, è scritto in una lingua “morta” per esprimere la quale ci vuole una pseudo-lingua, costruita a livello laboratoriale e non-parlabile. La distanza incolmabile del classico  è resa così a livello linguistico, fonicamente palpabile.
A Francesco Stella il compito di tirare le conclusioni sulla teoria traduttiva del poeta, ma anche di individuare le inevitabili discrasie tra posizioni teoriche e prassi traduttoria, come accade per Lucrezio che rivela quasi un rispetto religioso del testo, forse dovuto ad un certo imbarazzo per la solennità e l’altezza della materia.
La “fantasmatica fedeltà”, come era ironicamente apostrofato lo sforzo inutile di una resa letterale del testo, è messa in ridicolo con l’uso del calco estremo: attraverso una traduzione che sfiora la parodia si esprime l’intraducibilità.
“Tradurre vuol dire riscrivere. Il testo è inevitabilmente manipolato dal traduttore che si assume la responsabilità editoriale di ciò che scrive”. Ragion per cui, paradossalmente come ogni sagace affermazione del poeta, i migliori traduttori sono coloro che non conoscono la lingua.
Verso i classici, dunque, l’atteggiamento corretto è quella della distanza, non dell’analogia: la frequentazione col passato ci insegna che l’uomo è mutabile, ci mette a contatto con la diversità.
La presentazione dell’Almanacco BUR “La resistenza del classico”, a cura di Roberto Andreotti, ha continuato ad alimentare una vivace discussione sulla permanenza del classico nel tempo. Un montaggio di materiale eterogeneo che offre un ventaglio di saggi sul mondo classico, di estrema leggibilità con l’ambizioso progetto di fare alta divulgazione sul mondo antico.
A recensire il libro Giancarlo Abbamonte, che ha posto l’accento sui saggi di Tonio Hölscher, che ha letto la cultura romana attraverso il simbolismo di cui è profondamente impregnata, e quello del giovanissimo poeta Gründbein, che sintetizza il suo speciale rapporto con il latino studiato a scuola, definendolo “una lingua che arraffava realtà: sarebbe stato il linguaggio della forza di gravità se avesse avuto il dono della favella”.
Roberto Andreotti ha illustrato il suo ambizioso progetto non solo di divulgazione, ma di una vera e propria educazione alla cultura classica, per estirpare i pregiudizi insiti nella memoria collettiva e diffondere una maggiore consapevolezza del mondo antico.
Perché il moderno possa essere una “traduzione” dell’antico, nel senso declinato in questo incontro.

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