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Festival della traduzione a Napoli: è accaduto venerdì 26 novembre

Report di Stefania de Lucia:
Venerdì 26 Novembre ore 10.00 – Associazione Culturale Hde. Lanterna Magica. Traduzioni e riscritture per l’infanzia. Da Pinocchio a Gianburrasca, da Franti all’ ‘Avaro’. Con Johanna Borek, Betül Parlak, Rosario Sparno, Juliane Zeiser. Modera Donatella Trotta. Esposizione di libri per l’infanza; Donzelli, Kolibrì, Lavieri, Sinnos. A cura di Daniela Allocca e Stefania De Lucia.
Si è acceso alle dieci di venerdì mattina il bagliore dell’evento Lanterna magica, l’appuntamento che il progetto Est, nell’ambito delle attività del festival napoletano, ha deciso di dedicare alla traduzione della letteratura per l’infanzia.
Ospitati dalla colorata sede dell’Associazione Hde, nel cuore della Napoli storica,  e coordinati dalla raffinata presenza di Donatella Trotta, si confrontano le esperienze di Johanna Borek, docente presso l’Università di Vienna, Juliane Zeiser, dottoranda presso la stessa Università, Betül Parlak docente presso l’Università di Instanbul e Rosario Sparno, attore e regista.
Il tema comune di riflessione, forse influenzato dalla presenza in sala di un elemento decorativo d’eccezione, un burattino di legno a grandezza reale, è prevalentemente Pinocchio, che i discorsi dei partecipanti della tavola rotonda affrontano da diverse prospettive metodologiche. La massiccia presenza di relatori legati al mondo universitario, testimonia la volontà di partire da una riflessione comune: la letteratura dell’infanzia e naturalmente, di riflesso, anche la sua traduzione, acquista visibilità e dignità di studio nelle accademie solo di recente, dopo anni e anni di oscurantismo e scarsa considerazione.
Ma nonostante la riguadagnata dignità culturale, quali sono, ancora oggi, i principali limiti e ostacoli di questo tipo di traduzione? Johanna Borek, riallacciandosi all’incontro con il traduttore di Pirandello, Michael Rössner, avvenuto il giorno prima alla libreria Ubik, sottolinea che il problema di tradurre testi di letteratura per l’infanzia come quello di Pinocchio (o anche per il libro Cuore) comporta difficoltà oggettive, legate alla necessità di tradurre un contesto situazionale e semantico legato a particolari eventi storici, la cui comprensione piena è difficile a un non italiano, e particolarmente lo risulta, se si considera la tenera età della fascia di lettori ai quali l’opera stessa, generalmente, si rivolge.
Le riflessioni di Boreck, che si estendono su un piano prevalentemente ideologico e di scelta traduttologica, si sostanziano nelle parole di Juliane Zeiser e nella sua analisi della genesi traduttologica della traduzione del testo in lingua tedesca, che ha conosciuto numerose versioni tutte mirate a dare una più o meno marcata valenza pedagogica al suo contenuto. Le considerazioni di Zeiser ben si allineano all’interessante discorso di Betül Parlak che, per mezzo di un’analisi comparativa con testi turchi che ha portato in visione al pubblico in sala, analizza nello specifico quanto la traduzione di Pinocchio in turco sia stata quasi una necessità imposta dal governo. Negli ultimi anni, infatti, il ministero della cultura stesso ha stilato una lista di testi del canone letterario per l’infanzia e l’adolescenza internazionale la cui lettura, per svariate motivazioni pedagogiche, risulta auspicabile, se non obbligatoria, ai ragazzi in età scolare. In virtù dell’incentivazione alla lettura imposta dal governo, la traduzione e la pubblicazione di nuovi volumi si è moltiplicata in modo esponenziale, e la concorrenza di mercato ha naturalmente stimolato l’incremento di edizioni di scarsa qualità sia nella veste editoriale che in quella della qualità della traduzione. 
Ed è proprio nell’ambito della qualità della traduzione della letteratura dell’infanzia che si inserisce parte del contributo di Rosario Sparno, che porta al tavolo della discussione la sua esperienza di attore e registra che da anni realizza spettacoli di riscrittura e adattamento al palcoscenico di favole e testi per l’infanzia. Sparno evidenzia quanto la qualità nella riscrittura sia l’unico modo per inculcare, anche in un pubblico molto giovane, la curiosità e la sete di approfondimento: “le traduzioni per l’infanzia, e allo stesso modo le riscritture”– commenta –, non devono mai abbassare il livello di un’opera letteraria e in alcun caso devono semplificarne il linguaggio”. La sua proposta, accolta e condivisa dai partecipanti alla tavola rotonda, è invece quella di esaltarne le asperità, facendo in modo che queste siano, per il giovane pubblico, una sfida all’esercizio di quell’intraprendenza conoscitiva, di quella curiosità viva che sono il primo palese segnale di un amore per la cultura nelle sue diverse forme.
Stefania De Lucia
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Report di Dora Rusciano:
VENERDI 26 NOVEMBRE – ORE 12.00, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, via Monte di Dio 14. Seminario dei traduttori del Vocabulaire Européen des  philosophies (Dictionnaire des Intraduisibles). Con Barbara Cassin e il gruppo di lavoro in traduzione in otto lingue del CNRS-Paris: Emily Apter (NYU), Jacques Lezra (NYU), Constantin Sigov (Università di Kiev-Mohyla), Andriy Vasilchenko (Università di Kiev-Mohyla), Anca Vasiliu (CNRS, Università di Cluj), Ali Benmakhlouf (Università di Nice, Fondation du Roi Abdul-Aziz al Saoud), Fernando Santoro (Università Federale di Rio de Janeiro), Javad Tabataba’i (Università di Téhéran). A cura di Antonella Cristiani e Dora Rusciano, in collaborazione con Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Institut Français Le Grenoble, CNRS Paris.
Dopo aver illustrato il lavoro al Dizionario degli Intraducibili alla tavola rotonda che ha aperto i lavori del Festival, Barbara Cassin ha presentato all’Istituto Italiano Studi Filosofici i traduttori che hanno lavorato o stanno lavorando alla traduzione dell’opera. Essi hanno raccontato al pubblico, accorso numeroso all’evento, gli specifici problemi che hanno dovuto affrontare e gli scopi che si sono prefissi nell’intraprendere quest’impresa.
Ad accumunare le esperienze dei diversi traduttori è il carattere fortemente politico del loro lavoro alla  traduzione del Dizionario. Così, ad esempio, Jaques Lezra, docente di Letterature Comparate alla NYU e coordinatore della traduzione negli Stati Uniti sottolinea che con questo progetto – definito “Post-Cold-War Project” –  ha inteso perseguire due scopi: l’apertura della filosofia americana alla filosofia continentale, dopo decenni di chiusura e monolinguismo sclerotizzante; la riscoperta dell’inglese come lingua filosofica al fine di riflettere in inglese sul globish, evitando l’impoverimento dell’inglese. Il professore ucraino Costantin Sigov ha invece spiegato che la traduzione del Dizionario in ucraino ha lo scopo di creare un lessico filosofico comune in questa lingua, fino ad ora inesistente (a causa dell’utilizzo di lingue come il polacco, il latino o il russo per la produzione filosofica). L’opera di Cassin, evidenzia Sigov, consente di fare questo senza cadere nella fissità e normatività, ma piuttosto esaltando il valore della pluralità delle lingue. Javad Tabataba’i, traduttore in persiano, si è soffermato invece sull’importanza del Dizionario nel suo paese, dove la filosofia europea è stata mediata talvolta attraverso l’arabo, creando una sorta di mélange tra le due lingue.  La traduzione dà dunque la possibilità di riflettere sul significato delle parole, possibilità questa da non sottovalutare.
Vi sono stati poi interventi di carattere più generale sulla traduzione come quello di Fernando Santoro, il quale ha proposto un’immagine della traduzione come lavoro filosofico. Santoro mette in luce, inoltre, la capacità della traduzione di rivelare quanto è nascosto in un testo o in una lingua, di compiere un atto di donazione e seduzione. Lo studioso ha inoltre illustrato un altro aspetto del suo lavoro al Dizionario: la creazione di un sito che possa consentire a tutti di avere accesso a questo prezioso strumento.
L’incontro ha offerto dunque la possibilità di porre l’accento sulla natura etica e politica della traduzione, un aspetto molto interessante e da non trascurare.
Dora Rusciano
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Report di Maria Arpaia:
Venerdì 26 novembre , ore 15:00. L’antico parla oggi III. Paolini segreto: Eneide e Carmina Burana
“La traduzione come aspirazione alla leggerezza”.
Una conclusione del genere, parlando di Pasolini, può sembrare inusuale, eppure è stata la nota dominante di un incontro di riflessione sul Pasolini traduttore dei classici.
Moderati da un pasolinista di eccezione, Massimo Fusillo, che coniuga nell’eterogeneità dei suoi interessi culturali una formazione classicista e la passione per le sue riscritture moderne, Federico Condello, Paolo Lago, Francesco Stella hanno analizzato l’attività traduttoria del noto intellettuale, partendo  dall’analisi filologica  delle rese  lessicali per poi rintracciarne le basi ideologiche. La cornice è d’eccezione: la Fondazione Morra ha aperto le porte a studiosi e studenti accogliendoli nella mostra allestita per l’occasione con la collaborazione del Gabinetto G.P.Vieusseux, Centro Studi – Archivio P.P.Pasolini: disegni, dipinti, ritagli di giornale, filmati che raccontano la storia e le emozioni di un triste genio del novecento.
A rompere il silenzio che precede l’inizio di ogni momento di riflessione, la voce dell’attore Antonello  Cossia declama l’incipit dell’Orestea: incredibilmente attuale nel linguaggio, sentito e partecipato;  quasi indicibilmente personale nella foggia della veste poetica.
“Nel tradurlo, un testo si divora, come un cane l’osso”. In questa affermazione tratta dalla lettera del traduttore dell’Orestea, Massimo Fusillo riassume l’impressione dell’uditorio: Pasolini si appropria visceralmente di un testo solo quando lo traduce, perché l’intima frequentazione con la sua struttura determina una sorta di assimilazione. Il passato così si avvicina, si fa più intimo e familiare, più consono non solo al tempo del traduttore, ma alle sue tematiche. Il testo classico, nella lettura pasoliniana, si fa strumento delle categorie culturali del presente e al tempo stesso dell’espressione delle sue manie ed ossessioni. Il rapporto diventa così viscerale, fisico, di ingestione e digestione delle strutture lessicali e sintattiche delle lingue antiche per dare luce alla propria lingua poetica, raffinata dalla frequentazione di altri sistemi linguistici.     L’appropriazione del diverso per una migliore sintesi del proprio: questo potrebbe essere in nuce l’atteggiamento pasoliniano nei confronti dei testi classici. Nella continua consonanza tra testo e movenze dell’anima, lo scrittore piega l’opera del passato alle esigenze del presente, alle urgenze del suo spirito , ampliando le marche soggettive dell’espressività ed enfatizzando la soggettività poetica.
Federico Condello mette in luce, a tal proposito,  le numerose e volute distorsioni di Pasolini dagli originali  greci, tentando di rintracciare la possibile fonte di alcune integrazioni nella traduzione nel lavoro di Quasimodo sui lirici greci. Alcune particolari rese in italiano e l’inserzione di apostrofi si riscontrano, infatti, anche nel poeta ermetico. Ed è davvero simbolico il procedimento in base al quale Pasolini elabora il distacco dalla lirica ermetica attraverso il suo impegno di  traduttore, e  che la sua traduzione prenda però da Quasimodo stesso la sua origine. L’iper-soggettività  dei lirici greci si rende quasi palpabile anche dall’utilizzo di numerosi termini chiave che influenzano il linguaggio originale di valenze fortemente evocative dei suoi disagi personali. I termini del mondo antico vengono rivisitati e ricondotti alla polarità, a quel contrasto perenne di contrari che ha sempre dominato l’irruente personalità. Basti rilevare la  predominanza dell’elemento egoico  da un unico, eloquente esempio: il celeberrimo “arma virumque cano” dell’Eneide è reso da Pasolini “canto la lotta di un uomo”, in cui l’oggetto principale del canto viene ricondotto al solo elemento umano: le armi, testimonianza di valore per l’eroe classico, divengono una condizione intimistica di dolore e sofferenza del singolo.
Paolo Lago si sofferma ad analizzare in dettaglio i numerosi esempi in cui il genio pasoliniano integra e rivisita il testo latino, tendendo ad una progressiva generalizzazione rispetto alla maggiore puntualità dell’originale  ed enfatizzando alcuni dialoghi quasi fino a renderli più affini allo stile tragico che epico. Spesso, a livello lessicale, tende verso una sorta di razionalità dominante nella scelta dei vocaboli: l’esempio più evidente si legge dopo pochi versi del primo libro.    La Musa, di epica memoria,  simbolo del privilegiato rapporto del poeta con le divinità, diventa qui, nella resa pasoliniana, lo “Spirito”, quasi presenza  di una razionalità che aleggia, musa ispiratrice,a sua volta, della traduzione in sé. Tale lessico raziocinante sarebbe tornato tra breve in quello cinematografico di cui, si può dire, la traduzione dei classici  ne è la necessaria preparazione.
Francesco Stella si sofferma, invece, sulle due traduzioni dei Carmina Burana, tratti dalle poesie d’amore. Difficile ricostruire  la fonte da cui ha tratto ispirazione per questa traduzione: il lavoro sembra essere molto più autonomo di quanto si possa pensare, in cui è costante l’attenzione per il gioco dei suoni, pur inserendo rime e ricostruendo immagini assenti del tutto nei testi originali.
La traduzione diventa, qui, ancora di più un’operazione  artigianale, il cui scopo principale è affinare il dominio dei suoni e l’acquisizione di schemi metrici. Ed ecco il desiderio, la costante e molto spesso impotente ricerca di una leggerezza espressiva dal mondo antico: la necessità  di impadronirsi fino all’ingestione del mondo culturale del passato è dettata dall’aspirazione verso il suo raziocinante attaccamento alle cose “leggere”. Ma la tensione polare è perenne e nei suoi stati d’animo  permane, senza soluzione, l’insanabile conflitto tra l’afflato alla liberazione e il peso del presente.
Maria Arpaia
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Report di di Guia Boni:
VENERDI 26 NOVEMBRE – ORE 16.00, Università L’Orientale, Cappella Pappacoda, l.go San Giovanni Maggiore. Ri-tradurre i classici della modernità, II. Un esperimento di traduzione collettiva dal portoghese: Almeida Garrett, “Frei Luìs de Sousa”. Con Maria Luisa Cusati, Maria Teresa Gil Mendes de Silva, Iaia de Marco, Regina Pereira, Guia Boni, Graça de Pina. Traduzione in scena della compagnia teatrale “Niente per caso” (Valentina Buono, Giuseppe Di Fraia, Aurelio De Matteis, Lorenzo Caruso, Melissa Assanti). A cura di Guia Boni.
Guia Boni, Maria Luisa Cusati, Iaia de Marco, Regina de Carvalho, Graça de Pina e Maria Teresa Mendes (gruppo di ricerca del Dipartimento degli Studi Comparati de “L’Orientale”) raccontano la loro esperienza di traduzione della pièce “Frei Luis de Sousa” (1835, prima pubblicazione 1844) di Almeda Garret, uno dei massimi scrittori portoghesi del Romanticismo. Si tratta di un dramma storico, ambientato nei primi anni del 1600 quando, dopo la morte del giovane re Don Sebastiano durante una spedizione in Africa, il Portogallo passa sotto la dominazione Spagnola. È un testo ad elevata densità simbolica, irriducibilmente connesso al trauma storico cui esplicitamente fa riferimento, nonché alle passioni liberali che attraversano la società contemporanea di Garrett e lo scrittore stesso. La prima traduzione italiana “col consenso dell’autore” è di Giovenale Vegezzi-Ruscalla e risale al 1860. Circa un secolo più tardi, 1956, la seconda, curata da Giuseppe Carlo Rossi. Il gruppo di studiose presenta la nuova traduzione, frutto della collaborazione tra tre madrilingua portoghesi e tre italiane, e del relativo apporto di competenze diverse (anche legate alle singole biografie) che hanno sostenuto l’azione traduttiva nel difficile percorso del transito da una lingua, un tempo e una cultura a un’altra lingua, un altro tempo, un’altra cultura. In progress la comparazione con le due precedenti traduzioni. In chiusura, la compagnia “Niente per caso” traduce in scena un quadro per ciascuno dei tre atti del “Fra’ Luís de Sousa”. 
Guia Boni
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Report di Enza Dammiano:
VENERDI 26 NOVEMBRE – ORE 16.30, FONDAZIONE PREMIO NAPOLI, PIAZZA DEL PLEBISCITO. Antoine Berman e l’ “auberge” italiano. A cura di Maria Rosa Piranio ed Enza Dammiano.
Il Festival della Traduzione “Tradurre (in) Europa” ospita oggi un “inedito” Berman negli interventi di Dieter Hornig, traduttore e docente all’Università Paris 8 nonché co-organizzatore del progetto Est e Valentina Sommella, filosofa e curatrice, insieme alla vedova Isabelle Berman, del lascito del grande studioso di poetica della traduzione.
Con fluidità e immediatezza, i due relatori si snodano nelle varie fasi del pensiero di Antoine Berman, attraversandone opere edite e inedite, alla ricerca di intuizioni leggibili in quelle che Valentina Sommella definisce le “pieghe” dei suoi scritti.
Da La prova dell’estraneo, Cultura e traduzione nella Germania romantica (Quodlibet, 1997) a La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza (Quodlibet, 2003), fino all’inedito seminario dedicato a Walter Benjamin, Berman si muove, tra tentativi di definizione, intorno a un concetto complesso, equivocabile e spesso equivocato: la lettera.
Un concetto “strategico e paradossale”, per usare le parole di Dieter Hornig, che meglio si definisce, secondo Valentina Sommella, proprio nel Berman per noi ancora inedito, nel confronto cioè con un testo “mitico, mistico ed ermetico”: Il compito del traduttore di Walter Benjamin.
Il seminario tenuto da Berman al Collège International de Philosophie nel 1985, edito e curato in Francia da Isabelle Berman e dalla stessa Valentina Sommella (L’âge de la traduction. “La tâche du traducteur” de Walter Benjamin. Un commentaire, Presses Universitaires de Vincennes, Paris 2008) affronta in “maniera innocente e sperimentale” il testo più complesso, discusso e citato del XX secolo, riscoprendolo incredibilmente attualizzabile e comprensibile.
In un vero e proprio “corpo a corpo” con il testo, Antoine Berman conduce un’analisi volta alla rivelazione della lettera; in un processo in cui la traduzione è sia oggetto che strumento, la “reine Sprache” benjaminiana diviene concetto operativo.
La letteralità è allora eco, ritorno della voce, un far risuonare nella lingua materna l’eco della lingua “estranea”, un restituire “la tessitura dell’opera nel suo movimento”.
Enza Dammiano
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Report di Dora Rusciano e Camilla Balsamo:
Venerdì 26.11, ore 16:30 – Palazzo Corigliano, aula Mura Greche. Traduzione e amicizia poetica. Elisa Donzelli racconta il carteggio tra Vittorio Sereni e René Char.  A cura di Camilla Balsamo, con la collaborazione di Dora Rusciano e Ugo Di Fenza.
Elisa Donzelli – brillante giovane studiosa di poesia e traduzione poetica – narra a un’aula gremita la storia dell’amicizia poetica tra
René Char e quel Vittorio Sereni che con le sue traduzioni contribuì significativamente all’ampliamento dell’orizzonte poetico italiano. Tuttavia sono tre voci a intrecciarsi in racconto, nella bella cornice di Mura Greche. La Donzelli, erede spirituale dei materiali d’archivio di Luino, propone estratti dal carteggio tra i poeti e incoraggia Camilla Balsamo a farle da sponda nella lettura; con l’aggiunta preziosa e inattesa della recitazione teatrale di Ugo Di Fenza, laureando dell’Orientale appassionatosi al progetto della Donzelli.
La poesia di Char nasce profondamente diversa da quella del poeta lombardo (terrestre ed esistenziale quella di Sereni, verticale e
oracolare quella di Char) e forse proprio in virtù di questa distanza Sereni sente il lavoro sui testi del poeta della Resistenza francese
come una sfida. Coinvolto nel 1960 da Bassani e Caproni in un progetto di traduzione dei Fogli di Ipnos, Sereni intraprende uno scambio epistolare con Char che durerà vent’anni e porterà alla pubblicazione di un secondo volume di traduzioni, Ritorno Sopramonte e altre poesie. La traduzione poetica è il cardine del carteggio tra i due, che scambiano riflessioni teoriche sul tema e su singole scelte traduttive. Dalla lettura del carteggio, analizzato con cura e passione da Elisa Donzelli e pubblicato presso la casa editrice Aragno con il titolo di Come lenta cometa, emerge con chiarezza il carattere “artigianale” della poesia e della sua traduzione; opera lenta e faticosa, che comporta necessariamente un arretramento alle sorgenti, al luogo spoglio dell’originale.
Dagli studi d’archivio della Donzelli nasce poi, in una fase seconda, un nuovo libro di traduzioni inedite: Due rive ci vogliono – titolo
evocativo, da un verso dello stesso Char – che sottolinea la rilevanza dell’elemento dialogico; e quanto sia sottile in fondo il confine tra traduzione e produzione originale. Le intuizioni maturate durante il lavoro di traduzione di René Char confluiscono in via successiva nella produzione poetica dello stesso Sereni: che pur nella diversità risuona, come snella eco, la voce chariana.
Dora Rusciano e Camilla Balsamo
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Report di Camilla Balsamo:
VENERDI 26 NOVEMBRE – ORE 18.30, Penguin Café, via Santa Lucia 88. Tradurre il canto, I. Brassens in traduzione, tra Italia e Spagna. Due tradizioni a confronto. Musiche di Giovanni Block. Introduzione di Fernando Martinez De Carnero Calzada. A cura di Camilla Balsamo e Maria Arpaia.
Penguin Cafè, ore 19.00 scarse. Sound check rapidissimo, un computer portatile arrivato in treno collegato a un proiettore. Appena pronti la sala si riempie; Fernando Martinez da Carnero Calzada apre il sipario in media res – come ogni inizio delle vere perle brassensiane. La canzone d’autore, i suoi antenati letterari e le sue successive derivazioni per molti versi. Poi le riscritture ispaniche di Brassens: la parole nazionale e i suoi risvolti dialettali. Sulle ultime parole di Fernando Martinez si accorda la chitarra di Giovanni Block, che regala alla sala dei pezzi cristallini; traduzioni eccellenti di Chierici (Les copains d’abord), Capodacqua (Hecatombe), Medail (Le  Pornographe), De André (Le gorille). La cornice del Festival EST – Tradurre (in) Europa, in questi giorni di azione viva sul territorio, cerca anche questo: offrire uno spazio alle voci e all’opera incantevole dei tanti artigiani della lingua che hanno negli anni lavorato nell’ombra. Traduzioni Originali: timbro e fisionomia del giovane cantautore non convincono: seducono – fino ad un bis con un’ Avvelenata improvvisata, per la chitarra di Claudio Coltorti. Una serata europea, dotta, in nulla nostalgica, a tratti insolente e insieme assai garbata. E poi il nuntio di Block è bello: “Mi presento sono il nuovo menestrello.”
Camilla Balsamo
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Report di Irene Fantappié:
26 novembre ore 20.30. Location: Caffé  Eva Luna. Dalle nove a mezzanotte: voci dal Novecento. Con SILVIA BORTOLI legge Ingeborg Bachmann, GIANLUCA COCI legge Oe Kenzaburo, ROSARIA LO RUSSO legge Anne Sexton, FRANCO PARIS legge Hugo Claus, NORBERT VON PRELLWITZ legge Federico Garcìa Lorca. Cura e moderazione di IRENE FANTAPPIE’.
Nell’ambito del festival “Tradurre (in) Europa si è tenuta la manifestazione “Voci dal Novecento: dalle nove a mezzanotte”. Durante questa serata i traduttori sono entrati finalmente in scena e hanno prestato voce ai loro autori, in lingua originale e in italiano: sono stati letti alcuni dei testi più belli del Novecento e si è potuto sentire direttamente dai protagonisti il racconto di queste affascinanti e avventurose “sfide” di traduzione.
Silvia Bortoli, scrittrice e traduttrice dal tedesco, ha letto alcuni testi di Ingeborg Bachman tratti dal libro Non conosco mondo migliore. La sua lettura degli originali e delle traduzioni sottolinea la corrispondenza semantica tra testo e testo a fronte; i testi sono scelti per la loro affinità tematica. Silvia Bortoli racconta inoltre della difficoltà poste da questi versi della Bachmann, data dalla loro natura incompleta che spesso dà adito a molteplici interpretazioni.
Gianluca Coci legge da Salto mortale e da Note su Hiroschima di Oe Kenzaburo, sia in originale che in traduzione italiana. Coci ha condiviso col pubblico l’esperienza di tradurre un autore che è profondo conoscitore della letteratura occidentale e che quindi spesso cita o allude a altri scrittori. Prima di tradurre, racconta Coci, è stato necessario leggere i suoi modelli. Altra difficoltà è stata data dalle lunghe frasi di Kenzaburo.
Rosaria Lo Russo ha letto la poetessa statunitense Ann Sexton, della quale ha tradotto ben quattro libri. Performer oltre che traduttrice e poetessa, Lo Russo sa rendere leggendo tutte le sfumature del testo. La sua traduzione è particolarmente attenta agli aspetti ritmici e sonori, che risuonano anche nella performance.
Franco Paris ha invece prestato voce a Hugo Claus, autore fiammingo che si è dedicato non solo alla prosa e alla poesia ma anche al cinema. Paris ha letto quattro poesie in originale e in traduzione, una delle quali è un ritratto ironico dello scrittore italiano Italo Calvino. La difficoltà della traduzione di Claus, racconta Paris, risiede soprattutto nella presenza nella sua opera di citazioni mascherate.
L’ispanista e traduttore Norbert von Prellwitz ha invece letto Federico Garcia Lorca. Prellwitz ha diretto e compiuto in parte direttamente la traduzione dell’edizione di tutte le opere. Dopo aver letto al pubblico alcune poesie prima in spagnolo e poi in italiano, Prellwitz ha raccontato delle sfide postegli dalla traduzione di un grande autore come Garcia Lorca.
La serata è stata una possibilità unica, insomma, per ascoltare il testo dalla voce di chi lo ha riscritto, e per farci rivelare segreti e retroscena del “making of” della traduzione.
Irene Fantappié

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