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Festival della traduzione a Napoli: è accaduto sabato 27 novembre

Report di Monica Lumachi:
SABATO 27 NOVEMBRE – ORE 10.00, Accademia di Belle Arti, via Costantinopoli, 107. Terre emerse (a Occidente). Bernardo Atxaga e altri autori baschi nell’interpretazione di Danilo Manera, narrativa galega nella traduzione di Attilio Castellucci; José María Micó (poesia catalana), Ursicin  G.G. Derungs (letteratura romancia) presentato da Giovannella Fusco Girare. Modera Augusto Guarino. A cura di Monica Lumachi e Domenico Ingenito.
Sabato 27 novembre alle ore 10   nell’ambito del Festival della Traduzione di Napoli “L’Europa (si) traduce” si è svolto nell’Aula Magna  dell’Accademia di Belle Arti di Napoli il secondo incontro del ciclo ‘Terre Emerse’, a cura di Monica Lumachi e  dedicato questa volta alle aree linguistico-letterarie dell’estremo lembo occidentale di Europa.
Danilo Manera ha presentato la storia e la situazione della lingua e letteratura basca. Una ‘isola’ linguistica antica, precedente la grande migrazione che portò alla costituzione di latini, germani e celti, e con somiglianze strutturali riferibili, eventualmente, al georgiano. Per l’euskera –  o euskara, come suona il nome in basco – è esistito storicamente il problema di creare una lingua unificata in assenza di compagine statale, dato che la ‘terra dei baschi’ è suddivisa tra Spagna e Francia, e  che la lingua basca si è conservata nei secoli sempre in situazione di diglossia. Molte, ha ricordato Manera, sono le voci poetiche in basco, che spesso tematizzano la storia stessa e i destini della lingua, dello ‘spegnersi’ di euskara. Tuttavia oggi, passata l’epoca della difesa militante, quando la lingua è parlata da ottocentomila persone e si doppiano  in basco i film di Hollywood, ecco che si può e si deve scrivere per l’universo, come fa Bernardo Atxaga. Un autore che ha ottenuto nel frattempo i massimi riconoscimenti internazionali ed è tradotto in tutte le lingue (in Italia, pressoEinaudi).
Attilio Castellucci ha presentato la storia e la situazione del galego. Lingua dell’area nord-occidentale della Spagna, si parla moltissimo nella migrazione, basti pensare ai quasi 5 milioni di argentini che parlano galego, e che fanno di Buenos Aires la quinta città galega. Si tratta della lingua più antica della penisola iberica, anche più del catalano, con diverse varianti locali e una variante scritta normativizzante che molti parlanti non sentono come propria. E dopo secolari persecuzioni, fin dai tempi di Isabella di Castiglia, oggi che a scuola è insegnata per diritto costituzionale la lingua galega va perdendo parlanti. Resta la ‘lingua degli affetti’, dell’intimità. E dunque di numerosa letteratura. In particolare Castellucci distingue un filone femminile  – di tradizione fine ottocentesca – e un filone antifranchista, che affronta le memorie della guerra civile. La scoperta di ‘originali’ catalani dietro a opere e autori che si credevano ‘castigliani’, e dunque il ritorno a una traduzione diretta senza l’intermediazione dello spagnolo è tuttavia un fenomeno recente. 
Come ha ricordato José Marìa Mico, la situazione del catalano è ancora diversa rispetto a basco e galego. Anche il catalano ha varianti dialettali tra i suoi 6-7 milioni di parlanti, tutti bilingui. Ma ha una vivissima tradizione scritta, che risale al Quattrocento, per quanto riguarda la poesia, mentre la prosa catalana ha un inizio ancora più antico, in quanto ancorata a testi trilingui, ossia in catalano e latino e arabo. Il primo poeta in lingua catalana è Ausìas March, valenciano nato alla  fine del Trecento e legato alla corte di Alfonso il Magnanimo. Proveniente dalla tradizione trobadoresca, è tra i primi lettori di Dante e di poesia italiana. Poeta modernissimo, ricco di metafore inusuete, autore di una poesia carnale, sensuale, creatore di continui giochi di parole in un catalano non perfetto, strano, con parole che ancora provengono dalla tradizione trobadoresca: modello per i poeti novecenteschi.
In un progressivo percorso di ‘avvicinamento’ all’area linguistica italiana, Giovannella Fusco Girard  ha infine illustrato la situazione del Romancio, divenuto lingua ufficiale a seguito di un referendum del cantone dei Grigioni e dell’Engadina.  Attualmente vi sono circa 35000 parlanti, distribuiti tra le 150 valli del cantone e per di più almeno in cinque modalità. La sesta modalità è il cosiddetto romancio dei Grigioni, costruito a tavolino da due professori universitari di Zurigo trent’anni fa allo scopo di sostituire queste varianti. Oggi per ragioni economiche è il tedesco la lingua egemonica, e i parlanti sono tutti bilingui. Tuttavia, è segno di distinzione conoscere il romancio, sentito come lingua più ‘svizzera’ delle altre, autoctona, che si sostiene solo da sé,  e per di più con una ricca tradizione letteraria, sviluppatasi dal 1500 in poi, con un picco nel Novecento.
Tra  le ‘pieghe’ del portoghese, del castigliano, del francese, dell’italiano e anche del tedesco della Svizzera sono dunque emerse di altre realtà e altre tradizioni: lingue ‘minoritarie’ che tuttavia rappresentano lo strumento espressivo di identità storiche, culturali e non ultimo letterarie, che traducono e  vengono tradotte. Come ha ricordato il moderatore, Augusto Guarino, questo mosaico linguistico rimanda alla questione dello ‘spazio’ in Europa. Un continente plurale, costituito da espressioni non assimilabili esclusivamente a quella ‘nazionale’, che forse ci sfida, allora, a  cambiare il modello di nazione. E che non significa arroccamento localistico, che è ben altra cosa dalla difesa della diversità.
La tavola rotonda si è conclusa con una lettura del traduttore e scrittore Ursicin G.G. Derungs.
Monica Lumachi
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Report di Mara Rosa Piranio:
SABATO 27 NOVEMBRE – ORE 12.00, Università L’Orientale, Palazzo Mediterraneo, Aula T1, via Nuova Marina 59. Traduttore Passeur, III. Presentazione del Progetto “Un mare di sogni”. Letteratura e cultura italiana in dono per l’America Latina. Con Danilo Manera. A cura di Antonella Cristiani e Carmen Gallo, in collaborazione con l’Arci Solidarietà di Cesena.
Nell’ambito del Festival della traduzione un incontro con Danilo Manera – docente di letteratura Spagnola contemporanea e cultura spagnola presso l’Università degli studi di Milano, traduttore e narratore pluripremiato e curatore di 40 antologie di autori dell’America Latina.
Manera presenta al pubblico napoletano “Un mare di sogni”. Un progetto che mira alla diffusione della letteratura italiana nell’America Latina. Un progetto molto ambizioso che da molti anni va avanti nonostante i tagli dei finanziamenti e le numerose difficoltà. Un mare di sogni consiste in una serie di iniziative che, partendo da una collana di opere italiane in traduzione, si è arricchita nel corso degli anni di numerose iniziative tra le quali il rifornimento delle biblioteche delle carceri e alcuni premi per recensioni e letture a opera di Sud Americani di origine italiana.
La collana di letteratura italiana consta di un numero grandissimo di traduzioni tra le quali l’opera di Collodi, Leonardo Da Vinci, Cesare Pavese, Grazia Deledda, Giovanni Pascoli e di due autori napoletani di grande rilievo come Gianbattista Basile e Matilde Serao. Grazie all’opera di questi ultimi due autori si presenta al pubblico Sudamericano una Napoli della quale si mostra l’anima, il ventre fatto di vicoli, tradizione e  folclore.
Un progetto che dimostra come, anche senza grandi mezzi, sia possibile dare vita a grandi opere di mediazione culturale.
Maria Rosa Piranio
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Report di Daniela Allocca:
SABATO 27 NOVEMBRE – ORE 12.00, Fumetteria Alastor, Via Sedile di Porto, 60. Spazio èkphrasis, V. Tradurre fumetti. Dal manga giapponese al graphic novel brasiliano. Con Manuela Capriati, Clelia Pinto, Marcello Buonuomo. Modera Antonio Iannotta. A cura di Daniela Allocca e Gabriella Sgambati.
Protetti dallo sguardo vigile dell’Uomo Ragno e di Batman nelle sale della Fumetteria Alastor di Napoli intrepidi traduttori di fumetti hanno esposto le gioie e le miserie del tradurre fumetti davanti ad una folla di studenti e appassionati. I traduttori di fumetti infatti sono forse i più invisibili tra i già invisibili traduttori. Perché mai si dovrebbe pensare che un super eroe con super poteri non sappia parlare anche italiano?
Da anni infatti il Festival del fumetto Comicon (Antonio Iannotta) che si svolge proprio a Napoli tenta di mettere in luce il fumetto ma anche di dare dignità ad una professione legata a tutti coloro che lavorano in questo ambito. E in questo incontro dedicato ai traduttori di fumetti si è quindi cercato di illuminare anche questo aspetto di non secondaria importanza nella traduzione del fumetto. Così la simpaticissima Federica Lippi traduttrice di manga giapponesi ha raccontato la sua esperienza di traduttrice  a partire dai primi anni in cui si traduce di tutto fino alla traduzione  di due volumi di Dragonball e di altri classici che sono forse il sogno per traduttori appassionati. Ed è appunto la passione per i fumetti e manga che ricordiamo è uno dei motori che porta molti studenti e studiare giapponese ed è stato così anche per la Lippi. “Come mai hanno tutti il cuore a destra e sono tutti mancini?” si chiedeva da adolescente quando le tavole dei manga venivano girate per essere adattate alla lettura da destra verso sinistra mentre il giapponese segue quella da sinistra verso destra.  Oggi giorno fortunatamente le tavole non vengono più girate ma ci sono ancora tante difficoltà da superare come quella legata alla traduzione delle onomatopee dove il grafico deve agire sulla tavola, e non ultimo le difficoltà economiche in cui vessano i traduttori.
Con Clelia Pinto e Marcello Buonomo rispettivamente traduttrice ed editor/editore di Galvao siamo entrati invece nel vivo del backstage della produzione di fumetti e nel difficile o felice rapporto che si instaura tra traduttore ed editore, dove si capisce che date scelte stilistiche o tagli sono dati dal gusto dell’editore più che da quello del traduttore. Un incontro completo quindi che fa dalla traduzione alla pubblicazione fino alla pubblicizzazione (Comicon) e per finire ai lettori che grazie a questo incontro forse ora hanno imparato qualcosa in più sul come e perché i loro eroi “parlano” in un certo modo.
Daniela Allocca
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Report di Gabriella Sgambati:
SABATO 27 NOVEMBRE – ORE 15.00, Università L’Orientale, Rettorato, Sala conferenze, Terre emerse (a Sud-Est). Con Ana Blandiana (Romania) e i suoi traduttori Biancamaria Frabotta e Bruno Mazzoni. Con Jasminka Domas (Croazia) e la sua traduttrice Suzana Glavas. Con Mirala Ivanova (Bulgaria) e Márton Kalász (Ungheria). Moderano George Gutu e Monica Lumachi. Intermezzo al violoncello di Luca Signorini (Orchestra Teatro San Carlo Napoli). A cura di George Gutu, in collaborazione con Gabriella Sgambati e Stefania de Lucia.
Sabato 27 novembre alle ore 15 si è svolto, nell’ambito del Festival della Traduzione, il terzo e ultimo appuntamento di “Terre emerse” nella sala degli specchi del Rettorato dell’Orientale. Lo sguardo si orienta verso le cosiddette piccole lingue europee e la tappa di quest’ultimo viaggio ci conduce attraverso l’ungherese, il rumeno, il bulgaro e del croato.
George Gutu, professore di Germanistica all’Università di Bucarest, ha moderato con Monica Lumachi, germanista de L’Orientale, la tavola rotonda illustrando la geografia di questi luoghi piccoli dalle grandi letterature.
Comincia la lettura Mirela Ivanova, nata a Sofia, dove vive tuttora,  in un luogo caratterizzato dal multiculturalismo. Ivanova  ha curato antologie di poesia tedesca, bulgara, macedone. È stata autrice di volumi di poesie e di racconti, ha vinto premi letterari nazionali e internazionali.
Continua Marton Kalasz, germanista ungherese, nato nel 1934 in Ungheria, ha collaborato da sempre per diverse riviste ed è uno dei membri della casa di cultura ungherese. Ha pubblicato  oltre 25 libri in ungherese, sebbene sia di madrelingua tedesca . L’opera letteraria rappresenta il suo spazio identitario.  E’ stato, ricorda Gutu, il primo tedesco che ha dichiarato la propria identità tedesca-ungherese: io ho due lingue, afferma Kalasz, la mia lingua madre è il tedesco ma la mia madrelingua intellettuale è l’ungherese. Quando si scrive, si è prima di tutto artisti, solo dopo sono un tedesco, ungherese.
Segue la voce di Ana Blandiana, una delle più grandi poetesse rumene, accompagnata  da Bruno Mazzoni, suo traduttore in italiano che spiega il successo di Blandiana durante gli anni 60, considerata uno dei grandi autori che ha recuperato la lezione della poesia rumena e la sua funzione catartica. La poetessa legge alcune poesie meravigliose dalla sua ultima raccolta La mia patria formato A4 .
La tavola rotonda si conclude con il magnifico intervento musicale del maestro Luca Singorini (teatro San Carlo), preceduto dalla lettura di Suzana Glavas, traduttrice dal croato della scrittrice Jasminka Domas, che, purtroppo, non è potuta esser presente all’incontro.
Gabriella Sgambati
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Report di Dora Rusciano:
SABATO 27 NOVEMBRE – ORE 17.00, Università L’Orientale, Rettorato, Sala conferenze, via Partenope 10/A. Traduire, di Nurith Aviv (Produzione Francia/Israele). Proiezione e presentazione del film alla presenza dell’autrice. Anteprima assoluta al Festival della Traduzione. A cura dell’Institute Grenoble de Naples, in collaborazione con Gabriella Sgambati.
In anteprima assoluta e alla presenza della regista Nurith Aviv, è stato oggi presentato a Palazzo Dumesnil il film di produzione franco-israeliana Traduire. Una proiezione appassionante, cui è seguito il dibattito molto vivo di un pubblico entusiasta. Il film rappresenta l’ultimo atto di una trilogia iniziata nel 2004 con D’une langue à l’autre – lungometraggio in cui nove personaggi, tra cui il celebre scrittore Ahron Appelfeld, riflettevano sul rapporto tra la lingua della loro infanzia e quell’ebraico moderno che sempre ne cela un’eco in sé. Il discorso era poi proseguito nel 2008 con Langue sacrée, langue parlée: un film sulla trasformazione dell’ebraico da lingua sacra a lingua di uso quotidiano a seguito di una precisa scelta politica.
Ed ecco il terzo capitolo, Traduire: un film babelico. Dieci traduttori parlano dell’ebraico – ciascuno nella propria lingua. Si confrontano su testi che vanno dalla Midrash alla poesia medioevale, fino alla letteratura contemporanea. E la scelta di Aviv – sappiamo – è stata condotta proprio in base a testi e autori che costoro traducono. Sono quindi i traduttori a dare corpo e voce all’enigma di questa lingua, insieme giovane e millenaria; sono loro a raccontare cosa comporti provare ad accoglierla nella propria. Si tratta di spingere la lingua d’arrivo al limite della propria potenza, giungendo così a un ampliamento delle possibilità espressive, a un respiro più lungo. Pur nell’eterogeneità dei testi di partenza e dei contesti in cui debbano inserirsi, nella diversità delle esperienze e delle lingue d’arrivo, c’è un tratto sostanziale che accomuna l’esperienza di tutti: lo sforzo di non appropriarsi meccanicamente della lingua straniera – ma di preservarne l’estraneità. Attraverso la regista siamo entrati nelle case dei traduttori, abbiamo guardato dalle loro finestre: per Aviv la lingua stessa è una casa e la traduzione è una finestra aperta su mondi altri, ai quali si offre ospitalità attraverso la traduzione.
Dora Rusciano
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Report di Irene Fantappié:
SABATO 27 NOVEMBRE – ORE 18.00, Penguin Café, via Santa Lucia 88. Ri-tradurre i classici della modernità, III. La seconda volta di Fitzgerald. Con Franca Cavagnoli (Feltrinelli), Francesco Pacifico, Tommaso Pincio (minimum fax), Ottavio Fatica (Premio Elsa Morante per la traduzione 2010). A cura di Cristina Beretta e Irene Fantappié.
A cent’anni dalla morte di Francis Scott Fitzgerald, e settanda dopo la pubblicazione della traduzione di Fernanda Pivano, scrittori e traduttori ricominciano a confrontarsi con le sue opere – a conferma che non esistono traduzioni definitive. Ottavio Fatica ha tradotto Il crollo, per il quale ha anche vinto il premio Elsa Morante per la traduzione; Franca Cavagnoli ha ritradotto Il grande Gatsby per Feltrinelli e Francesco Pacifico è uno degli autori che collabora al progetto della casa editrice minimum fax, che prevede la ritraduzione di tutte le opere del grande scrittore americano. Come nascono questi nuovi approcci al testo? Cos’hanno di diverso le traduzioni fatte oggi, in un panorama letterario diverso e con mezzi mediatici diversi? Come tradurre un grande autore, e come ritradurre un grande autore che in italiano è già disponibile in una celeberrima, storica traduzione? Ne abbiamo parlato con i tre traduttori che hanno presentato un approccio molto diverso al testo, e per questo la discussione è stata estremamente vivace.
Ottavio Fatica ha sottolineato l’importanza dei modelli di Fitzgerald, e la necessità di confrontarsi con essi prima ancora che con Fitzgerald stesso; ha raccontato di aver letto i libri letti da Fitzgerald prima di iniziare a confrontarsi con la sua opera. La traduzione di Feranda Pivano non è stata per lui un modello, ma in ogni caso gli è nota. Al contrario Franca Cavagnoli ha raccontato di aver volutamente evitato di leggere la traduzione della Pivano, affinchè essa non la influenzasse nelle sue scelte traduttive. Franca Cavagnoli ha inoltre sottolineato la difficoltà di tradurre un testo in cui il narratore è sostanzialmente inaffidabile. Francesco Pacifico ha detto di aver inteso la propria traduzione come una riscrittura: non si è fatto scrupolo di allontanarsi dalla letteralità del testo quando ciò gli è sembrato necessario. Ha messo in luce anche la particolarità della lingua di Fitzgerald, che si serve di avverbi per rendere più vago e sfumato il significato delle parole; la vaghezza della terminologia rende più complesso il processo di traduzione, che però diventa un modo per comprendere l’autore e evidenziarne il talento.
Tutti e tre i traduttori, pur diversi nelle scelte e nell’approccio al testo, hanno concordato sul fatto che l’avere alle spalle una traduzione ‘classica’ non è necessariamente uno svantaggio. La vera traduzione è in fondo proprio la ritraduzione, che può permettersi una prospettiva doppiamente critica rispetto al testo.
Irene Fantappié
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Report di Daniela Allocca:
SABATO 27 NOVEMBRE – ORE 18.00, Libreria Ubik, via B. Croce, 28. Tradurre Spazi II. Don Giovanni a Napoli. Ovvero: la stirpe del testo perduto. Con H. E. Weidinger (Don Juan Archiv Vienna). Modera Johanna Borek. A cura di Don Juan Archiv Vienna, in collaborazione con Daniela Allocca e Maria Rosa Piranio.
Sabato pomeriggio dopo la merdenda letteraria dedicata ai lettori più piccini ecco che nell’accogliente saletta della libreria Ubik di Napoli va in scena il secondo appuntamento di “Tradurre spazi”, evento del Festival della Traduzione Est. Han Ernst Weidinger che la moderatrice Johanna Borek presenta giustamente come Giovanni Weidinger è fondatore del Don Juan Archiv di Vienna e riporta a Napoli una storia che prende le fila proprio dal partenopeo Palazzo Reale. Ripercorrendo varie fasi del testo che ruotano però intorno ad un centro vuoto, rappresentato dal  testo mai trovato. È a partire da un originale mai trovato che al lettore non resta che affidarsi alle traduzioni, riscritture e adattamenti successivi. Abbandonando dal principio l’idea di un originale e con essa l’idea della possibilità che le traduzioni successive possano aver anche tradito l’originale. A partire dal Don Giovanni di Gilberto di Solofra inizia la tradizione di questo personaggio sulle scene dei palcoscenici italiani e in quello di Peduccio, nel libretto di Da Ponte, ci sono dei cambiamenti dovuti al riadattamento teatrale, o musicale legato in parte alle scelte del drammaturgo ma soprattutto del tempo e dei luoghi in cui si andava a re-interpretare.
Il Don Giovanni è un modello di traslazione e di riformulazione, perché quando si muove cambia anche lingua, e c’è bisogno della traduzione; e quando si traduce si adatta al luogo dove viene rappresentato, in Germania  si adatta anche a diventare un “Kassastuck”, pezzo per fare cassa.
Weidinger ci fa inoltre notare delle strane coincidenze ovvero il fatto che in Italia i drammaturghi erano tutti giuristi (Onofrio da Solofra fino a Goldoni),  i drammaturghi francesi del Don Giovanni erano tutti attori, mentre in Inghilterra il drammaturgo era un poeta di corte. Il palco è sempre un palco pubblico. Battaglie vinte e perse vanno introdotte sulla scena.  Si tratta in definitiva di un viaggio interessante – che è partito da Napoli, attraversando l’Europa per ritornare nella città dove il mito è stato ambientato – alla ricerca di un testo perduto o della necessità stessa di perdere un testo per ritrovarlo in tutte le sue traduzioni.
Daniela Allocca
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Report di Stefania De Lucia:
SABATO 27 NOVEMBRE – ORE 19.30, Associazione culturale HDe, piazzetta del Nilo, 7. Il viaggio del traduttore. Vedi i Caraibi e poi muori. Serata multimediale dedicata alle letterature cubana e dominicana. Con Danilo Manera. Leggono Luca Marra e Francesca Esposito. A cura di Antonella Cristiani e Stefania De Lucia. 
La serata “Vedi i Caraibi e poi muori” sposta idealmente i luoghi del festival per una sera dal centro di Napoli a luoghi d’oltreoceano, vale a dire ai paradisi naturali del sud America e delle isole caraibiche.
Danilo Manera, professore di Letteratura spagnola Contemporanea e di Cultura spagnola presso l’Università degli Studi di Milano conduce il pubblico in un viaggio tra suoni, colori e parole dell’America del sud, portando sulla scena, in una chiacchierata dai toni informali le sue esperienze di studioso, osservatore, giornalista e viaggiatore.
La sala è illuminata dalle immagini che Manera stesso ha scattato durante i suoi numerosi viaggi di studio e di ricerca e che ha organizzato per formare una sorta di percorso ideale, con tanto di raccordo di voli interni, che conducono il pubblico da un punto all’altro del territorio geografico sudamericano, spostando anche le coordinate topografiche della cultura ispanoamericana e delle sue molteplici manifestazioni paesaggistiche, musicali e poetiche.
È in particolare la mangrovia che, secondo le parole di Manera, con le sue intricate ramificazioni che camminano e si espandendono sulla superficie dell’acqua, da cui traggono nutrimento, rappresenta il nucleo centrale dell’esistenza e della cultura sudamericana. L’immagine di questa pianta così peculiare diviene metafora di culture che al di là dell’esoticità del loro aspetto esteriore – troppo spesso l’unico mediato dalle immagini patinate dei depliant turistici – rilevano sistemi di complessa decifrazione, nei quali proprio l’intrico e la stratificazione producono una complessiva immagine di grande fascino e al contempo  evidenziano zone d’ombra che rendono difficile tradurre in un’ottica “culturale” l’essenza di quei luoghi a un pubblico europeo.
Mentre le immagini scorrono, guidate dalla voce del professore, che racconta gli aneddoti alle quali sono legate, enucleando gli elementi caratteristici dei luoghi visitati, Luca Marra e Francesca Esposito, due giovani attori napoletani, prestano la propria voce a quella di autori e autrici sudamericani e caraibici, le cui parole echeggiano nella sala nella traduzione  in italiano a cura dello stesso professor Manera.
Scopo della serata non è certo una promozione turistica di luoghi incantevoli, già meta di un interesse turistico di non sempre lecita motivazione. Le suggestioni offerte – come suggerisce lo stesso Manera – dovrebbero indicare piuttosto la complessità dello spirito e la molteplicità delle anime presenti in quei luoghi che si traducono, nel senso di trasporsi in forma altra in una forza endogena di conservazione e autoriproduzione, unica grande ricchezza, al fianco di quella paesaggistica, in uno scenario che spesso contrappone alla lussuria di natura e orizzonti culturali una grande povertà ed indigenza di mezzi economici, politici e sociali.
Stefania De Lucia

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