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Festival della traduzione a Napoli: è accaduto domenica 28 novembre

Report di Maria Arpaia:
DOMENICA 28 NOVEMBRE – ORE 11.00,  PAN, Palazzo delle Arti Napoli, Via Argine, 268. Read on Dante. Ridondante. Redone-Dante. Incontro con i traduttori Farideh Mahdavi-Damghani (Iran), Jarosław Mikołajewski (Polonia), Jaqueline  Risset (Francia). Ascolti a cura di “Semicerchio”. Moderano Arianna Punzi e Simone Marchesi. A cura di “Semicerchio” in collaborazione con Maria Arpaia e Antonella Cristiani.
“E però sappia ciascuno che nulla cosa
per legame musaico armonizzata si può
de la sua loquela in altra transmutare
sanza rompere tutta sua dolcezza e armonia”
(Convivio, I, VII)
Dante stesso sembra essere categorico: la  poesia è intraducibile. Si può rendere il senso, farlo “trasmutar in  varie loquele”, ma pagando un costo molto alto, perdendo irrimediabilmente dolcezza del verso e armonia del suono. Eppure, dall’incontro con alcuni dei più grandi traduttori della poesia dantesca, ciascuno ha portato con sé la ferma convinzione che Dante stesso avrebbe auspicato il lavorio traduttivo per eternizzare e diffondere a livello universale la sua Commedia.
Nella cornice moderna del PAN-Palazzo delle Arti di Napoli, che fungeva da suggestivo contrasto con i versi medievali che vi hanno risuonato durante tutta la mattinata di una domenica sferzata dal vento, traduzioni plurilinguistiche si sono esibite, mostrate e confrontate tra loro in tutta la loro forza espressiva che l’ars poetica di Dante sa infondere. Un unico, saldo punto di ancoraggio in comune nella babele linguistica: il testo dantesco, vivo come non mai, generatore ed emanatore di poesia quasi per induzione, tanto da fecondarne le versioni del polacco, spagnolo, inglese e persiano, ciascuna poesia a sua volta.
“Tradurre la poesia con la poesia” è stata la nota dominante del discorrere.
Tra gli ospiti, nomi di eccezione. Simone Marchesi, uno dei maggiori dantisti dall’Università di Princeton, ha moderato la tavola rotonda che ha visto riunite personalità  di spicco del panorama poetico e culturale europeo, come il poeta, narratore e saggista Jarosław Mikołajewski, che si è occupato della traduzione di Dante in polacco;  Josè Maria Micò, poeta e filologo spagnolo, che ha impreziosito la discussione con la lettura della sua traduzione inedita di alcuni versi del XXXIII dell’Inferno;  Arianna Punzi, filologa romanza che ha delineato il punto di vista di Jacqueline Risset sulla sua traduzione francese, mentre Domenico Ingenito ha illustrato il delicato rapporto che si instaura nella cultura iranica tra un classico della poesia universale e le forti questioni di appartenenza religiosa e di identità nazionale, leggendo e commentando una lettera di Farideh Mahdavi Damghani che non ha potuto essere presente per motivi indipendenti dalla sua volontà.
La riflessione parte da una domanda legittima del moderatore,  quella originaria e primigenia di ogni traduzione: perché tradurre Dante in altre lingue? Perché proprio Dante? Sapientemente lanciato, il quesito rimbalza tra i relatori e ciascuno gioca la sua parte.
Perché Dante è l’iniziazione di ogni buon poeta, è il punto di riferimento inevitabile di chiunque provi il desiderio di affacciarsi al panorama culturale internazionale, sostiene Jarosław Mikołajewski, che dichiara di aver tradotto Dante da poeta, prima che da studioso, facendo parlare il suono, interpretandone le note come un sapiente musicista. Le difficoltà  dell’aspetto metrico  della traduzione potrebbero essere, infatti, un ostacolo alla resa del testo: nella lingua polacca la terzina rischia di essere un suono molesto, ritmo martellante ed incisivo, mentre la ricerca di rime perfette o di una struttura endecasillaba rischia di forzare l’espressività e la scelta lessicale. Quindi, nonostante la consapevolezza di violare una delle regole del buon traduttore, cioè di non tradurre mai una poesia rimata con una non rimata, il poeta traduttore  ha il compito di preservare l’effetto dell’opera sull’uditorio, magari adottando un sistema di assonanza e consonanze che tenti di riprodurre anche in altra lingua la musica della poesia. 
L’importante, tuttavia, in una traduzione è la veridicità. Nella tradurre  si diventa ricreatori del testo, poeti occulti, ri-elaboratori di suoni: l’unico elemento che del testo originale riesce a veicolarsi senza dover necessariamente mutare è il messaggio, che va preservato nella sua essenza. Per questo il traduttore è sì un poeta, ma non un autore ex novo del testo.
Sulla difficoltà di rendere Dante in altra lingua si pronuncia anche Arianna Punzi, che riprende l’affermazione di Jacqueline Risset formulata a proposito della sua traduzione in francese. Per la ricchezza lessicale di Dante, la complessità della struttura di rimandi interni, il ritmo imprevedibile, interrotto da soste inattese e  da accelerazioni brutali, tradurre Dante si rivela un’esperienza disperata, un inevitabile compromesso tra rinunce e scelte sbagliate.  Il rischio è quello di irrigidire, solennizzare il testo in una gabbia di arcaismi e di rime scontate, nel frustrante tentativo di rendere pedissequo adempimento al testo di partenza. Invece, in un testo complesso e misterioso come quello dantesco, forse il segreto sta nel rintracciare il ritmo veloce e imprevedibile, la freschezza di una lingua che cresce su se stessa per esprimere oltre i limiti linguistici una realtà oltre i limiti umani. “Il segreto è utilizzare la semplicità, che è effetto della stessa velocità”, aspettare che si producano da soli quagli effetti fonici che nella lingua d’arrivo riproducano al meglio le emozioni comunicate dall’originale.
Josè Maria Micò, già grande traduttore dell’Orlando Furioso in Spagna, si cimenta ora nella traduzione della Divina Commedia, di cui ha cominciato a lavorare ad alcuni versi dei brani a lui più cari:  i celeberrimi episodi di Ulisse e del Conte Ugolino (Inferno XXIV e XXXIII), che ha reso noti al pubblico per la prima volta in questa tavola rotonda.  La questione linguistica torna prepotentemente alla ribalta: come rendere i neologismi danteschi, che tanta linfa vitale conferiscono all’originale ma rischiano di suonar fuori contesto in una lingua moderna? La discussione verte su di una scelta di appartenenza alla famiglia linguistica: i latinismi, base comune in quasi tutte le lingue europee, potrebbero essere una soluzione ma un loro eccesso potrebbe causare una notevole forzatura agli occhi dei lettori moderni. Forzatura che certo non si percepiva al tempo di Dante.
Da Domenico Ingenito apprendiamo quanto abbia influito nel canone iraniano un  testo considerato per eccellenza fonte del patrimonio culturale italiano. La Divina Commedia è entrata nella tradizione poetica persiana attraverso la costante riflessione sull’amore universale che affonda le sue radici nel pensiero plotiniano. Nel clima di sincretismo assimilativo tipico delle culture islamiche, che tende a riportare al proprio punto di vista i testi occidentali,  la lettura escatologica di Dante è stata assorbita, riadattata e riconsiderata come parte della propria tradizione.
La lettera della traduttrice Farideh Mahdavi Damghani è lo specchio di questa temperie culturale, che tende a riportare al proprio l’esperienza del contrario, fino ad affermare che tradurre Dante è un’azione mistica ed estetica, un ritorno ad un periodo aureo di armonia pre-babelica in cui unica era la razza e la lingua. La sua traduzione risente inevitabilmente di tale atteggiamento, nonché del vigore religioso dell’Iran.
Ingenito procede quindi con la lettura in persiano del brano più contestato dalla cultura islamica: la menomazione di Maometto nel XXVIII dell’Inferno. Il passo naturalmente è censurato, ma non ex silentio. Una nota a piedi pagina di Farideh Mahdavi Damghani informa sui motivi per cui i  versi oggetto di scandalo sono stati da lei eliminati, invitando i lettori musulmani a non demordere dalla lettura dantesca. L’atteggiamento di Dante è solo il riflesso del timore della cristianità nei confronti dell’Islam. Dante stesso avrebbe in un non ben specificato passo delle sue opere decretato l’importanza di tale religione per le generazioni future.
Simone Marchesi si sofferma invece ad analizzare il rapporto di Dante stesso con la traduzione, prendendo in considerazione la traducibilità di un testo che si pone l’universalità come orizzonte comunicativo. Il passo del Convivio sembra non lasciare adito a dubbi: la poesia, secondo Dante,  è per se stessa intraducibile; ogni tentativo di trasposizione penalizza dolcezza dell’eloquio e armonia  del suono. Eppure, paradossale risulta questa posizione ideologica:  Dante pensa ad un poema universale, che per sua stessa natura e finalità si sarebbe dovuto aprire alla  massima traducibilità, per ampliare i confini di diffusione dell’opera e del suo messaggio religioso. Agostiniana è, del resto,  l’idea della traducibilità come garanzia di sopravvivenza e maggiore diffusione del messaggio di salvezza delle opere di educazione religiosa,  applicata alla traduzione della Bibbia.
Quindi, nessuno come Dante e più di Dante avrebbe gradito tutta la fortuna traduttiva di cui ha poi goduto la Commedia fini ai giorni nostri: il poeta stesso si fa traducibile nei suoi intenti comunicativi, per assicurare la vera immortalità al suo poema.
Sulla scia di queste riflessioni, ancora carichi negli occhi e nella mente dei pensieri e delle considerazioni della discussione appena tenuta, i presenti sono stati investiti dalle letture in lingua delle traduzioni dantesche. Alla luce delle nuove acquisizioni, il suono russo della preghiera di S. Bernardo, l’accento spagnolo della tragedia del conte Ugolino, il ritmo del persiano e il respiro dell’inglese (Inferno IV, vv. 70-98, letti dalla voce di Pinsky) si sono mescolati al tono rustico del dialetto siciliano (Inferno IV, v. 72-102, letti da Cauteruccio) per essere poi suggellati dall’originale italiano, recitato da Rosaria Lo Russo. E l’impressione che nuova poesia si sia generata dalla poesia ha trovato prova incontrovertibile.
Maria Arpaia
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Report di Daniela Allocca:
DOMENICA 28 NOVEMBRE – ORE 15.00, PAN, Palazzo delle Arti Napoli, Via Argine, 268. Tradurre spazi, III, Southeastsounds. Translating the Venetian Madrigal into the Nationscape of the Balkans, con Srđan Atanasovski (Belgrade). “Translating” Italian opera into the national operas in Southeastern Europe, con Tatjana Marković (Graz/Belgrade). Translating geographical places in music – cases on Mediterranean music in Slovenia, con  Leon Stefanija (Ljubljana). Modera Michail Hűttler (Don Juan Archiv Vienna). A cura di Daniela Allocca e Gabriella Sgambati.
Terzo incontro con “Tradurre Spazi”. Dopo le voci dei poeti e dei traduttori al Nuovo Teatro Nuovo e l’appassionante viaggio attraverso le rocambolesche vicende del testo del Don Giovanni ecco che “Tradurre Spazi” offre uno spazio di riflessione sul ruolo della musica nella costruzione dell’immaginario dell’Europa del Sud-Est..
Nel caso dei Balcani, grazie a Sdran Atanasovski, si scopre quanto proprio il madrigale veneziano sia stato tradotto, traslato negli spazi ad Est per essere utilizzato come base su cui costruire un immaginario musicale unitario che fondasse il mito di uno scenario musicale unitario. Lo stesso sembra accadere anche con l’opera italiana, come si evince dall’intervento di Tatjana Markovic, la quale mostra come alcune opere vengano prese a modello. A volte ci si trova anche di fronte a casi in cui le compagnie non erano in grado di eseguire completamente le opere di Puccini o Rossini e quindi solo delle parti venivano cantate altre invece venivano recitate. Uno sguardo interessante volto ai destini della musica italiana all’Est e al ruolo che essa ha avuto nella formazione della musica nazionale delle culture d’arrivo. Nell’intervento di  Michael Hüttler viene analizzato invece il caso degli spazi mediterranei tradotti in musica e tradotti in Slovenia. Una duplice traslazione  è qui in atto.  Hüttler analizza infatti in primo luogo la trasposizione dei paesaggi mediterranei in musica e in secondo luogo la trasposizione di questi spazi in Slovenia attraverso tre casi specifici: Saskla Lendero, Aldo Kumar e Uros Rojko.
Si tratta di un evento che ben sintetizza l’operato del Don Juan Archiv  che da sempre si pone come obbiettivo quello di tradurre la testualità dell’archivio nel luogo, nel territorio, e mostra quanto la musica possa essere utilizzata come finestra per entrare nella cultura europea e svelarne pratiche di traduzione che muovono tanto i saperi alti quanto quelli popolari.
Daniela Allocca
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Report di Daniela Allocca:
DOMENICA 28 NOVEMBRE – ORE 17.00, PAN, Palazzo delle Arti Napoli, Via Argine, 268. Corpi in traduzione. Spazi di performance. Con I Pedoni dell’Aria (Alessandro de Vita, Luca Marra), Platform Translation (Elena Bellantoni, Silvano Manganaro), Performing Translation (Bibiana Arena). Presenta Daniela Allocca. A cura di Daniela Allocca e Carmen Gallo.
Riscrivere lo spazio urbano è un atto di traduzione: camminare è scrivere perché ogni passo è un atto locutorio. Con queste parole comincia l’incontro del pomeriggio al PAN, Palazzo delle Arti di Napoli, nel quale il Festival della Traduzione Tradurre (in ) Europa sceglie di dare spazio alla performatività come pratica traduttiva. A raccontare la sua esperienza in tal senso  due artiste d’eccezione che in questo momento trovano entrambe nella città di Berlino ospitalità per le loro idee e concettualizzazioni spaziali.
Elena Bellantoni, in rappresentanza del progetto Platform Translation (P/T), racconta la sua esperienza ormai quadriennale con il suo gruppo di lavoro e una progettualità innovativa e coraggiosa che si configura a metà strada tra atto performativo e video trasposizione. P/T si presenta infatti come una piattaforma mobile di traduzione: il progetto emigra di città in città assumendo i contorni di nuovi luoghi, percorsi e collaboratori che vengono cercati nelle città in cui sbarca. Le tappe fin’ora attraversate sono la Grecia, Santiago de Compostela  e Roma.
Bellantoni mostra al pubblico napoletano il risultato del lavoro cileno, uno strolling, o, per meglio dire,  un tentativo di mappatura della città che resta volutamente incompiuto, perché è nella frammentarietà dell’esperienza che si legge la cifra dello spazio urbano moderno. La protagonista si muove nello spazio portantosi dietro una tenda di patchwork, fatta di stoffe ricevute in dono dalle donne del luogo, e quindi metafora di un’accoglienza condivisa e di un corpo di metallo, simbolo, a sua volta di un corpo reale in movimento, viene trascinata per le strade di Santiago. Il percorso cittadino non è deciso ma si costruisce. È la strada stessa che si costruisce e distende ai piedi della protagonista, dispiegandole un percorso topografico che è in primis anche un percorso di ricerca esistenziale. Lo strolling inizia nelle favelas, continua nella zona uffici e conclude l’azione davanti al palazzo della Moneda che rappresenta la presa di potere di Pinochet concludendo il percorso che la città ha scelto per lei con il silenzio.
Corpi in traduzione continua con la presentazione del solo di Bibiana Arena (Puerto Alegre / Berlino), l’artista presenta al festival la sua “Prova di Traduzione”,  ancora in costruzione, sviluppata durante il laboratorio Performing Translation  (PeTra) svoltosi a Genova tra maggio e giungno di quest’anno a cura di Daniela Allocca ed Elisa Ricci. Il progetto ha intenso operare un confronto e fra  le pratiche della traduzione e pratiche della danza. Un progetto di ricerca sulle interrelazioni tra movimenti generati dal corpo del testo in traduzione e processi di traduzione tra culture e linguaggi artistici differenti . Spunto di partenza sono stati i monologhi teatrali Schattenstimmen/ Voci dall’ombra scritti da Günther Senkel e Feridun Zaimoğlu. Nove monologhi scritti a partire da 30 interviste con immigrati illegali che vivono in Germnia, Roma e Europa. Così nel solo di Arena trovano asilo e cornice poetica, la rabbia, la violenza e la riflessione sulla lingua straniera come possibilità di ricostruzione poetica. Dall’artista stessa apprendiamo quanto questo lavoro sulle strategie di traduzione abbia messo in  crisi il suo vecchio modo di lavorare con il corpo e di costruire le sue opere e quindi l’abbia portata a cercare nuovi modi per tradursi e drammatizzare. Uno sguardo interessante su quanto la traduzione di discipline e il sapersi tradurre e tradurre gli spazi che si attraversano siano tema di fondo delle ricerche anche nel campo delle arti performative.
Daniela Allocca

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