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Festival della Traduzione a Napoli: giornata finale lunedì 29 novembre

Dopo otto giorni di appuntamenti che hanno raccolto il consenso di appassionati e curiosi, termina a Napoli lunedì 29 novembre:
Il Festival della Traduzione – Tradurre (in) Europa
L’iniziativa, cominciata lo scorso 22 novembre, ha galvanizzato esperti e amatori della letteratura, dell’arte, del teatro, della musica e del cinema, riscuotendo un successo quasi inaspettato.
Napoli ha risposto positivamente a quella che apparentemente poteva sembrare un’iniziativa per accademici, affollando gli appuntamenti in calendario. Sale piene per seguire lezioni di traduzione, per ascoltare i versi di poeti come quelli Hafez di Sciraz tra musiche sefardite e balcaniche, per assistere a performance, per seminari dedicati ai cosiddetti “intraducibili”, per conoscere la testimonianza avventurosa e affascinante di traduttori come Anthony Molino o per celebrare il genio di George Brassens. 
Un’ottima notizia per la città, afflitta da un’immondizia che oscura quanto di buono e sorprendente sopravvive e continua accadere grazie ai napoletani.
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Il Festival si conclude OGGI, lunedì 29 novembre, con alcuni incontri che spaziano tra argomenti diversi:
– Poetry slam con Marziale: una concorso, una gara di poesia e traduzione tra alcuni alunni dei licei.
– Una rivista, un sito e un centro studi. Il caso de
Il Porto di Toledo.
– Versi
dedicati alla patria e l’esilio del poeta palestinese Mahmud Darwish e del siriano Adonis .
– Il dramma musicale, l’opera lirica e la sua traduzione. Una storia di interpretazioni.
Tradurre il cinema. L’arte del sottotitolo nell’esperienza di Monica Tommasi.
– I versi di Omero e la trasmissione della tradizione orale dell’Odissea.
– La poesia tedesca contemporanea: Kathrin Schmidt e Marcel Beyer a Napoli.
– Un capolavoro della letteratura teatrale ebraica del Novecento, i Dybbuk di Sholem An-ski
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(di seguito i dettagli degli eventi in calendario OGGI – Ma PRIMA due parole sull’intero progetto).

La traduzione come arte del condurre al di là, è interpretata dagli organizzatori del Festival come tecnica e strumento di mediazione tra mondi, lingue, culture, codici, arti ed esperienze. A partire da questa idea è stato pensato un calendario di eventi caleidoscopico, per argomenti e per generi, che ha trasformato Napoli in una Babele di idiomi.
Il Festival della Traduzione di Napoli si inserisce nel ricco carnet di appuntamenti di EST (Europe as a Space of Translation) progetto finanziato con fondi del programma Cultura dell’Unione Europea a cui partecipano Italia, Francia, Austria, Turchia, Germania, Romania, e nel quale l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale riveste significativamente il ruolo di ente promotore e di project manager.
Un’iniziativa di eccellenza sul fronte della ricerca universitaria che però, per sua stessa vocazione, ha varcato la soglia accademica per entrare nei luoghi più rappresentativi della Città come piazze, librerie, vicoli, palazzi, cortili e caffè, “traducendo” gli spazi urbani in occasioni d’incontro e scambio d’idee, ripensando la traduzione come un aspetto fondamentale dello sviluppo delle culture. Il Festival coinvolge istituzioni, associazioni, gruppi che, tra moltissime difficoltà, continuano a produrre cultura, riflessioni e a porre interrogativi, contribuendo in questo modo al riscatto di una città in perenne emergenza.
Il progetto EST nasce a Napoli nel 2009, all’Università L’Orientale, ed al suo attivo ha già tre importanti appuntamenti che si sono svolti a Parigi (giugno 2009), Vienna (novembre 2009) e, in formula seminariale e laboratoriale, nella summer school Homelands in Translation, nella suggestiva sede de L’Orientale sull’isola di Procida (settembre 2010). EST è stato inoltre presentato all’ultima edizione della Fiera Internazionale del Libro di Francoforte (ottobre 2010), dando luogo a un intenso dibattito sul ruolo fondamentale e crescente della traduzione nell’Europa plurilingue, oggi e ancor più domani.
L’UNICA LINGUA IN EUROPA E’ LA TRADUZIONE
Il concetto di traduzione è qui inteso in un senso molto ampio, cercando di dare corpo a molte idee e teorie che dal Romanticismo in poi, ma in maniera più intensa negli ultimi 30 anni, hanno pensato questa pratica come aspetto fondamentale dello sviluppo delle culture. Traduzione come passaggio e metamorfosi di codici: non solo le lingue diverse, ma i linguaggi dei media, dell’espressione artistica, che accolgono e riscrivono temi, miti, figure. Non solo le lingue maggioritarie, a livello nazionale e internazionale, ma i dialetti e le lingue minoritarie con le loro ricchissime letterature, culture, visioni etiche.
L’Europa storicamente si pone, nel bene e nel male, come luogo collettore e ricreatore di lingue, linguaggi, culture altre. La forza dell’Europa è il suo lavorare spesso “di seconda mano”. Alla luce di ciò, il punto di riferimento del Festival diventa l’interpretazione del territorio di una comunità, come quella europea, come luogo di passaggi e mediazioni di una comunità multiforme e multilingue e non come centro irradiante, chiuso nel suo nucleo e spaventato dalle possibili contaminazioni.
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Gli appuntamenti di lunedì 29 novembre, giornata di chiusura del Festival della Traduzione – Tradurre (in) Europa
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Report di Maria Arpaia:
LUNEDI 29 NOVEMBRE – ORE 9.30, Università L’Orientale, Palazzo Corigliano, Aula Mura Greche, piazza San Domenico Maggiore 12. L’Antico parla oggi, IV. Poetry slam su Marziale. Moderatori: Simone Marchesi e  Simone Lenzi. Partecipano i licei di Napoli “A. Genovesi”, “A. Panzini”, “G.B. Vico”. A cura di “Semicerchio”, in collaborazione con  Maria Arpaia e Monica Lumachi. Una sfida a suon di versi. Marziale in gioco nelle scuole d’Italia. Dieci ragazzi propongono ad una giuria di esperti e non le traduzioni di alcuni epigrammi del poeta imperiale, introdotte e “spettacolarizzate” da Simone Marchesi, dantista di Princeton e traduttore dal latino,  e da Simone Lenzi, esperto di poesia latina e inglese e chitarrista dei Virginiana Miller ma, per l’occasione, traduttore-rock di Marziale. Un vero SLAM, secondo tradizione, in cui il testo è protagonista e l’abilità traduttiva dei partecipanti la cifra distintiva della manifestazione.  Per dimostrare quanto possa risultare moderno un poeta antico, quanto entusiasmo possa suscitare la traduzione come riscrittura poetica.
La voce dell’antico non è mai stata tanto attuale. Mai più viva di quando circa 120 studenti di liceo hanno giocato con Marziale e i suoi epigrammi, per quasi tre ore, in un’aula gremita.
Oggi la traduzione è vista da vicino al Festival. Si entra nelle officine dei piccoli traduttori,  un vero esercito di  dilettanti, tra i più numerosi d’Italia, gli studenti che si misurano con le lingue classiche,  per chiedere loro di dare libero sfogo all’inventiva, per provare a reinterpretare il passato a farlo parlare ancora, attuale come lo è ogni classico, da sempre.
Gara di traduzione da Marziale, nell’idea geniale della Rivista di letterature comparate “Semicerchio”, sostenuta e vivificata dalla presenza preziosa di un mediatore di eccezione, Simone Marchesi, dantista a Princeton ma, per l’occasione, arguto commentatore delle proposte di traduzione presentate in sede di gara.
Gli ingredienti per la rinascita del passato sono pochi e ben assortiti: un bando di concorso fatto circolare nei licei classici e scientifici di tutt’Italia; 10 epigrammi scelti dalla commissione giudicatrice di composita formazione (il medievista Francesco Stella – Università di Siena; il dantista Simone Marchesi – Università di Princeton; il filologo classico Giancarlo Abbamonte – Università di Napoli “Federico II”; il docente di letteratura latina Luigi Munzi – Università di Napoli “L’Orientale”), l’entusiasmo di docenti motivati ed appassionati.
Ma soprattutto 52 ragazzi pronti a mettersi in gioco, divertendosi insieme, scoprendo il gusto di lavorare al testo per cercarne di scoprirne i significati reconditi, sperimentando anche solo per pochi versi la fatica del  traduttore di professione, che ha il difficile compito di mediare non solo il messaggio, ma anche la forma linguistica da una lingua ad un’altra, da un pubblico all’altro.
Da Venezia a Roma, passando per Parma e Nuoro, coinvolgendo Napoli e la sua provincia, la sperimentazione linguistica e la creatività espressiva dei giovani alunni, cimentatisi nella lettura e reinterpretazione di un poeta sofisticato e a volte oscuro come Marziale, si è espressa nelle forme artistiche più disparate, come il dialetto, la vignetta umoristica, l’impiego di lingue straniere come l’inglese, il francese e il tedesco, fino ad arrivare ad esperimenti di pastiche linguistici  di dialetti vari e greco antico.
Arduo il compito della commissione: dei 52 lavori affluiti, sono stati selezionati e convocati a Napoli solo 10, distinti per correttezza semantica dell’interpretazione, rispondenza al tono e alla “chiave” del testo originale, originalità e  personalità delle soluzioni rispetto alle traduzioni esistenti, performabilità pubblica e leggibilità a voce alta della traduzione.
Nell’aula Mura Greche di Palazzo Corigliano, storica sede dell’Orientale, si è svolta la gara vera e propria: agguerriti ed orgogliosi del loro piccolo successo, i 10 concorrenti hanno dato lettura delle rispettive traduzioni, affrontandosi in gironi di cinque epigrammi ciascuno, in manche ad eliminazione diretta.
A detenere le fila delle loro sorti, una giuria di 50 ragazzi di tre licei classici napoletani, “A. Genovesi”, “A. Pansini”, “G.B.Vico”.  Dotati di cartoncini bianchi e neri, nel ricordo mitico delle vele di teseica memoria, la giuria popolare ha espresso il proprio parere basandosi sull’impatto linguistico del momento. Nel rispetto dei principi di improvvisazione della poetry slam, le traduzioni sono state rese note solo in sede di gara, così come le modalità di svolgimento dei passaggi ad eliminazione diretta.
Arrivati al testa a testa finale, l’ultima parola spetta alla giuria di sei docenti delle scuole coinvolte nell’organizzazione: a loro l’arduo compito di assegnare il premio finale di 500 euro e il privilegio di veder pubblicate le traduzioni del vincitore sulla rivista di Letterature Comparate “Semicerchio”.
La vincitrice, Marina Fastoso, Classe II sez A, Liceo classico “Agostino Nifo” – Sessa Aurunca (CE) ha letteralmente conquistato la giuria popolare, come aveva convinto la commissione giudicatrice che l’ha collocata al primo posto anche nella graduatoria delle convocazioni. Il motivo del suo successo  è  stato l’uso del vernacolo sessano: perfetta sintesi tra la straordinaria capacità di aver coniugato l’arguzia dello spirito di Marziale e la salace espressività del dialetto, come è emerso dalle motivazioni espresse dalla giuria di esperti. 
Un commento finale di un concorrente, a suggello della mattinata: “Grazie, non mi sono mai divertito tanto a studiare il latino. Marziale doveva essere proprio simpatico! Peccato non averlo conosciuto di persona…”
Nessuno dei presenti, credo, avrà più il coraggio di dichiarare morta la scuola italiana.
Maria Arpaia
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II.88

Nil recitas et vis, Mamerce, poeta videri:
quidquid vis esto, dummodo nil
recites.

Traduzione in vernacolo sessano:

“Oè Mamerco, nun reciti manc na poesia
e pò pur poeta t vuò fa chiammà!
Puoi esse chell ca t pare,ma per piacere
nun te mette a recità!”

Marina Fastoso
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Report di Gabriella Sgambati:
LUNEDI 29 NOVEMBRE ORE 9.30, Università L’Orientale, Rettorato, via Partenope 10/A. Dalle rotte del “Porto di Toledo” al Progetto EST, da EST a Toledo. Un sito, una rivista, un centro studi. Introduce Camilla Miglio. A cura di Gabriella Sgambati e Domenico Ingenito.
Durante l’ultima giornata del Festival, alle ore 9.30, si è svolta nella magnifica sala del Rettorato la presentazione del Porto di Toledo, punto di partenza, officina e laboratorio sulla Traduzione da cui è nato il progetto EST.
Prima di presentare il sito del gruppo del Porto di Toledo, Camilla Miglio, Project Manager di EST, mostra le prime scene del documentario “Tradurre” in cui panettieri da tutto il mondo lavorano il pane in religioso silenzio. Tradurre è come lavorare il pane, afferma Camilla Miglio. È un gesto che fa parte del quotidiano, della nostra sfera intima e familiare, un gesto femminino, un’azione che comporta fatica. Il panettiere, come il traduttore, trasforma ingredienti per offrire agli altri un prodotto necessario per il fabbisogno quotidiano. Tradurre è come impastare, è un’operazione artigianale, è un’attenzione e un fare. E’ declinazione della vita activa, ce lo insegna Hannah Arendt che mostra quanto sia importante e necessario l’atto del rendere pubblico, aprire la parola, farla agire in contesti plurali. Ed è proprio quello che si è cercato di fare attraverso il Porto di Toledo e, infine, col Progetto EST.
Camilla Miglio mostra il sito, le “rotte” e alcuni dei lavori di ricerca sulla traduzione nati come “tesine” di studenti del corso di teoria e storia della traduzione, tenuto da lei stessa per diversi anni. Il Porto di Toledo non sarà più semplice bacino che raccoglie studi di teoria e prassi sulla traduzione. Si trasformerà presto in un centro studi, in una rivista, almeno queste sono le intenzioni e i prossimi obiettivi della “crew”. Intervengono anche Gabriella Sgambati e Domenico Ingenito, membri del comitato tecnico-scientifico del Festival e “marinai” del Porto, che raccontano la loro esperienza e che rimarcano i valori della passione, attenzione e tenacia, necessari per perseguire i propri obiettivi accademici e non.
E l’agire umano come ce lo insegna Hannah Arendt è legato a una identità che perviene a se stessa attraverso la sua dimensione pubblica.
Rendere pubblico: aprire a un altro pubblico parole (OVVERO AGIRE CONDENSATO) in un certo contesto.
La poesia (ma il discorso si può estendere a tutta la letteratura) è il luogo di maggiore condensazione della parola, che a sua volta è traccia di un agire nella memoria culturale e nella koiné sociale. La poesia può essere considerata – paradossalmente – il luogo più incandescente delle possibilità dell’impegno politico, etico, estetico, umano.
E’ fondamentale una prospettiva ‘alta’ nel senso inteso da Pasolini: multilinguistica, multifocale.
La traduzione è una attenzione e un fare (declinazione della vita activa) che mette in comunicazione diverse memorie condensate dell’umanità, e le fa reagire.
Gabriella Sgambati
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Ore 11.00Università L’Orientale, Palazzo Mediterraneo, Aula 1.4 , via Nuova Marina 59
Tradurre Spazi, IV  – Quando la patria e l’esilio sono voce
Incontro con Francesca Corrao su Mahmud Darwish e Adonis (Ali Ahamd Said). Letture e commento. A cura di Stefania De Lucia. Presentazione di versi dei poeti Mahmud Darwish e Adonis sul tema dell’esilio, il percorso intellettuale: le fonti arabe di riferimento e l’incontro con il pensiero occidentale.
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Report di Carmen Gallo:
LUNEDI 29 NOVEMBRE – ORE 12.00, Conservatorio San Pietro, Sala Martucci, via San Pietro a Maiella, 1. Tradurre il canto, II. Dal libretto alla musica, voce e parola. Ascolti e immagini. Con Adrian La Salvia e Giovanna Ferrara. A cura di Carmen Gallo e Daniela Allocca. Tutta l’opera lirica è traduzione. La prima rappresentazione di una “tragédie en musique” in Italia, “ARMIDA. OPERA MUSICALE Tradotta dal Francese, senza mutar le note del Famoso Giovan Battista Lulli” (Roma 1690), ha lasciato un segno nella storia dell’opera lirica italiana. La scoperta di un importante fondo manoscritto getta una nuova luce sulla prima così detta riforma dell’opera lirica italiana. L’autore Jean Bertet, un gesuita francese di vastissima erudizione, ha tradotto in italiano sette “tragedie per musica” di Lully (Amadis, Roland, Armide, Le temple de la Paix, Idylle sur la Paix, Achille et Polyxène, Acis et Galathée) che destavano meraviglia e stupore in tutta l’Europa. Il tentativo di tradurre i grandi modelli della nuova drammaturgia musicale francese trova riscontro nel teatro d’opera di Amburgo.
Secondo appuntamento al Conservatorio di San Pietro a Majella, l’incontro con Adrian La Salvia e Giovanna Ferrara ha concluso lo spazio di riflessione dedicato da Est – Festival della Traduzione al rapporto tra musica e traduzione. Dopo l’incontro con Giampiero Moretti sul romanticismo tedesco e sul “romantico” come traduzione” dell’infinito nel finito di giovedì 25, l’incontro di lunedì 29 ha fatto qualche passo indietro temporale fino al Sei-Settecento, per indagare il rapporto tra testo poetico e musica nell’opera lirica e il passaggio dal letterario al libretto d’opera.
Giovanna Ferrara, docente di Storia della Musica presso il Conservatorio, ha illustrato le tappe fondamentali del passaggio dal recitativo al cantato, e alla sempre meno ancillare funzione attribuita alla musica nelle rappresentazioni liriche, concludendo il suo intervento con una conclusione che attribuiva al recitativo la possibilità di esprimere idee, e al canto e al segno musicale la possibilità di rendere l’ambiguità e la molteplicità delle passioni messe in scena. Ricostruendo i dibattiti  (tra librettisti, ma anche tra filosofi, impresari e artisti) e le riforme del periodo in ambito musicale, Ferrara ha fornito un quadro di riferimento generale ma abilmente puntellato da episodi biografici e definizioni critiche che hanno permesso ad Adrian La Salvia di inoltrarsi nell’ambito più specifico della sua relazione sulla poetica della traduzione nelle rappresentazioni dell’opera lirica del Seicento. Arricchendo il suo contributo anche di suggestivi materiali video che restituivano l’idea della Tragédie en musique francese del Seicento, La Salvia ha affrontato i problemi che si posero per la traduzione delle prime opere di questo genere importate in Italia, opere che ponevano il problema di “tradurre il canto”, ovvero della traduzione di un testo che tenesse conto – come in poesia, ma con conseguenze più evidenti – della metrica e della prosodia proprie di ciascuna lingua e che, nel caso del francese e dell’italiano, miravano a fini espressivi molto diversi: l’uno tendente al naturale, al parlato, l’altro all’artificioso. La riflessione non solo teorica ma anche pratica  sulla possibilità di tradurre il canto, e la specularità tra la sfida di tradurre il libretto d’opera e l’impresa di tradurre un testo poetico sono il punto di arrivo della relazione di La Salvia, che stabilisce le coordinate per indagare il dibattito tra musica e parola nel teatro lirico nell’ambito ricco e complesso degli studi sulla traduzione.
Carmen Gallo
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Report di Maria Rosa Piranio:
“Gli studenti cercano nuove possibilità di impiego e fanno mille domande sul ruolo culturale della sottotitolazione”.
LUNEDI 29 NOVEMBRE – ORE 12.00, Università L’Orientale, Palazzo Mediterraneo, Aula 1.3, via Nuova Marina 59. Dalla voce alla luce. L’artigianato dei sottotitoli. Monica Tommasi illustrerà il suo lavoro ai sottotitoli de “La sposa turca” di Fatih Akin e di “La Rosa Bianca. Sophie Scholl” di Marc Rothemund. A cura di Maria Rosa Piranio e Gabriella Sgambati. Al festival della traduzione si palesa il grande lavoro che soggiace alla sottotitolazione di opere cinematografiche. Monica Tommasi, professionista nel campo, mostrerà le difficoltà di traduzione intesa non solo come passaggio interlinguistico, ma, più propriamente, come passaggio interculturale. L’evento metterà l’audience nella posizione di sentire e vedere l’effettivo passaggio attraverso le spiegazioni e la proiezione de La sposa turca. 
Il lavoro del sottotitolatore è un lavoro artigianale in cui lo script di un film viene interamente riscritto alla luce di un passaggio non solo linguistico, ma soprattutto culturale. Tradurre vuol dire mantenere le differenze di contesti, stili e registri, che devono essere reinventati nella cultura d’arrivo poiché spesso non c’è corrispondenza. Monica Tommasi, sottotitolatrice di professione, ne fa alcuni esempi.  Il linguaggio scurrile, la parolaccia, spesso non trova un corrispettivo nella lingua di arrivo – essendo frutto di dinamiche sociali che cambiano di paese in paese – e per tanto deve essere reinventata; i  dialetti non rendono nella forma scritta e pertanto devono essere normalizzati, dando solo un sentore di cadenza non standard.
I problemi di traduzione sono complicati dalla brevità di resa (solo trentacinque battute). “Tradurre intere frasi molto lunghe in poche battute vuol dire tagliarle in più unità che però devono mantenere una certa economia cognitiva che permetta l’immediatezza della fruizione: il soggetto vicino al verbo, il verbo servile vicino all’infinito” spiega Monica Tommasi agli studenti che gremiscono l’aula e che cercano in questo artigianato una nuova strada per il loro futuro.
Sulla pratica del lavoro dice: “Spesso i ritmi di lavoro sono serrati perché le commissioni vengono affidate solo pochi giorni prima della scadenza e questo comporta poco tempo per la soluzione di problematiche traduttologiche che per la traduzione di testi può basarsi su strategie che hanno una storia alle spalle e non hanno problemi di spazio del testo”. 
Malgrado la difficoltà del suo lavoro il sottotitolatore resta sempre nascosto e confinato nell’anonimato; il suo nome non appare tra i titoli di coda né sul retro della copertina dei DVD. Il festival della traduzione mostra a una giovane e grande platea un mestiere del quale si parla poco, ma che ha un ruolo importante per la formazione culturale del paese d’arrivo e per l’industria del cinema.
Maria Rosa Piranio
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Report di Maria Arpaia:
LUNEDI 29 NOVEMBRE, ORE 15.00, Accademia di Belle Arti, via Costantinopoli, 107. Traduzione di un classico, III: “Prendendo le mosse dal dio, cominciò a cantare”. Lettura e commento dell’VIII libro dell’Odissea. Con Riccardo Palmisciano. A cura di Maria Arpaia e Marianna Rascente. Tradurre la poesia nella poesia. Sulle tracce  dell’aedo omerico, un viaggio nelle modalità poetiche ed esecutive della poesia orale. Attraverso la lettura delle tre esecuzioni di Demodoco, tratte dall’VIII libro dell’Odissea, Riccardo Palmisciano ricostruirà lo statuto professionale del cantore nell’età arcaica, rintracciando i caratteri del processo compositivo dell’aedo: la scelta dei temi più adeguati alla circostanza, la capacità di composizione su richiesta, la straordinaria abilità di creare immagini mentali ed empatia con il pubblico. L’incontro realizzerà una sorta di dialogo fra il traduttore/interprete moderno e l’aedo antico. Tradurre Omero in modo nuovo significa aver dato un’interpretazione nuova dei versi scelti.
“Paradosso della traduzione: posto un certo numero di scelte filologicamente corrette nella resa dei singoli vocaboli, si produrrà una traduzione inevitabilmente errata” (R. Palmisciano).
Tradurre la poesia nella poesia. Tradurre una parola che può dire l’invisibile. Questa la sfida che Riccardo Palmisciano (Università di Napoli “L’Orientale”) si accinge  a raccogliere mentre prepara la sua traduzione dell’VIII dell’Odissea, in cui la scelta dei vocaboli e del ritmo traduttivo diventa particolarmente significativa per il particolare  carattere metapoetico  di questi versi.
Sulle tracce  dell’aedo omerico, lo studioso conduce l’uditorio in un viaggio nelle modalità poetiche ed esecutive della poesia orale, circondato dalla cornice d’eccezione  della nuova aula magna dell’Accademia delle Belle Arti, impreziosita dalla cornice dei calchi delle metope del Partenone. Mentre risuona la recitazione cadenzata del verso greco e la lettura ritmica della sua traduzione in italiano i corpi della Centauromachia e Amazzonomachia scolpiti in pietra sembrano  quasi rianimarsi, essi stessi traduzione visiva dello spirito greco.
La riflessione dello studioso prende le mosse dal difficile ruolo del traduttore di classici, di chi ha il compito, meraviglioso ma al tempo stesso gravoso,di riproporre  alla sensibilità moderna una lingua ormai non più soggetta ad accrescimento lessicale ed una cultura differente per modalità e forme della comunicazione. Dalla considerazione che non si possa chiedere al traduttore di essere al tempo stesso un poeta, nasce la formulazione del  paradosso della buona traduzione: la precisione filologica della resa semantica quasi mai produrrà una traduzione godibile autonomamente. La missione del buon traduttore, quindi, sta nell’adottare il principio della massima divulgazione della cultura classica e il suo compito principale dovrà essere quello di produrre un testo  autonomo, piacevolmente leggibile soprattutto dal pubblico di non-specialisti. Ma le traduzioni, come ogni prodotto della cultura, invecchiano e vanno aggiornate, adeguandole al contesto culturale in cui vivono: questo è il motivo per cui è necessario continuare a ri-tradurre i classici. Nel senso contrario, avremmo un’idea antiquata del mondo antico perché filtrata da traduzioni a loro volta datate. Nella traduzione della poesia omerica altra scelta significativa consiste nell’adozione del ritmo della lingua d’arrivo che rispetti i moduli metrici con cui è scandito l’esametro. In una letteratura orale, infatti, i valori poetici sono inestricabilmente legati alla sfera sonora e all’andamento ritmico del recitativo.
Nessun altro libro come l’VIII dell’Odissea può fungere da banco di prova per il traduttore moderno che, oltre a rendere nella propria lingua la poesia omerica, deve tener conto della rappresentazione di un altro aedo oltre a quello compositore della rapsodia, Demodoco, che si esibisce alla corte di Alcinoo in differenti modalità performative. Attraverso la lettura delle tre esecuzioni del poeta dei Feaci, lo studioso ha ricostruito lo statuto professionale del cantore nell’età arcaica, rintracciando i caratteri del processo compositivo dell’aedo: la scelta dei temi più adeguati alla circostanza, la capacità di composizione su richiesta, la straordinaria abilità di creare immagini mentali ed empatia con il pubblico.  L’aedo, alla corte del sovrano di Scheria, è in grado di comporre poesia epica e al tempo stesso di cantare un racconto mitico di ierogamia, mentre un coro di danzatori compie una danza mimetica che illustri gli amori clandestini di Ares e Afrodite.  La specificità esecutiva delle due modalità performative  richiede un linguaggio differente, calibrato sul pubblico e sulle finalità comunicative del momento. Mentre l’epica necessita di un linguaggio in grado di creare immagini mentali, di dare forma alle parole che devono fiorire nella mente degli ascoltatori seduti a banchetto, in virtù della speciale sintonia empatica che si forma tra l’esecutore e il suo pubblico,  il canto di Demodoco eseguito all’aperto, alle spalle dei danzatori, interrompe ogni rapporto visivo tre esecutore e performance, e le parole sono realizzate plasticamente dalla danza. Questa diversità espressiva deve poter trasparire nella resa italiana dei versi antichi.
Nel tradurre la poesia epica, bisogna tener conto di una sorta di multi-traduzione che avviene nella stessa modalità compositiva: ciò che l’aedo vede, soccorso dalla musa, prende forma impalpabile e invisibile nelle parole che pronuncia.  L’immagine celeste così ispirata si trasmuta nella resa poetica che è frutto dell’esclusiva abilità narrativa del cantore, per creare poi l’immagine mentale che sorge negli occhi degli spettatori durante l’ascolto.
La parola poetica rende visibile l’invisibile, dicibile l’indicibile.
La descrizione così accurata dei contesti e dei modi della poesia aedica mira, quindi, a fondare le prerogative professionali del cantore arcaico: la Musa viene invocata perché infonda nell’animo del poeta una conoscenza superiore di eventi a lui ancora sconosciuti (come nel caos di Demodoco che canta l’inganno del cavallo a poca distanza dall’avvenimento stesso della presa di Troia), ma il riconoscimento pubblico di autorità spetta sempre e comunque agli uomini. Infatti, sebbene l’aedo “prenda le mosse dal dio” per cominciare il suo canto, ponendosi sotto la sua protezione, è sempre Odisseo, in quanto testimone diretto degli eventi, che conferisce col suo plauso la massima dignità al cantore e lo consegna all’immortalità della fama poetica, fornendogli una marca di veridicità. L’interpretazione e la traduzione del verso in questo senso contribuisce a porre una pietra miliare di straordinaria importanza nella conoscenza dell’epica antica: il cantore sta rappresentando il momento di prima formazione di una nuova epica, quella che aggiunge alla trattazione delle mitiche vicende degli dei l’attualità eroica della guerra troiana.
Tradurre Omero in modo nuovo significa, quindi,  aver dato un’interpretazione nuova dell’intero canto e aver aggiunto un tassello significativo nella conoscenza della creazione poetica nel mondo greco.
Maria Arpaia
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Report di Camilla Balsamo:
LUNEDI 29 NOVEMBRE – ORE 17.00, Atelier Lello Esposito, Palazzo Sansevero, Piazza San Domenico Maggiore. Neapolitanische Lesungen /Letture Napoletane 2010. Letture di Marcel Beyer e Kathrin Schmidt. Introducono Joachim Blűher e Monica Lumachi. A cura di Stefania de Lucia e Antonella Cristiani, in collaborazione con Accademia Tedesca in Roma Villa Massimo ed Edizioni Libreria Dante&Descartes. Siamo giunti ormai al sesto, tradizionale appuntamento con l’Accademia Tedesca di Roma a Villa Massimo e i suoi borsisti, che rappresentano le voci più interessanti della letteratura tedesca contemporanea. Ospiti a Napoli della cattedra di Letteratura Tedesca della Facoltà di Lettere e Filosofia de “L’Orientale”, delle Edizioni Dante&Descartes e dell’artista napoletano Lello Esposito sono quest’anno: Kathrin Schmidt e Marcel Beyer. Beyer leggerà un ciclo di poesie tratte dalla sua ultima raccolta Erdkunde (Geografia), le cui traduzione italiane sono state preparate dagli studenti del corso di laurea magistrale in Letterature Comparate; mentre Kathrin Schmidt proporrà una lettura  tratta dal romanzo Die Gunnar-Lennefsen-Expedition (A nord dei ricordi, trad. Anna Ruchat, Einaudi 2001). Inoltre come di consueto il direttore dell’Accademia Joachim Blüher presenterà e offrirà in omaggio agli ospiti della manifestazione il quarto volume della serie “Letture Napoletane”: Navid Kermani, Non devi, traduzione di Monica Lumachi e Camilla Miglio (Edizioni Dante&Descartes, Napoli 2010). Lunedì 29 novembre alle 17 nell’ambito del Festival “Tradurre (in) Europa”  e nella splendida cornice dell’Atelier Lello Esposito si è svolto l’ormai tradizionale appuntamento  «Letture Napoletane / Neapolitanische Lesungen» della cattedra di Letteratura Tedesca della Facoltà di Lettere e Filosofia de “L’Orientale” con gli scrittori borsisti 2010 dell’Accademia Tedesca di Roma Villa Massimo, Kathrin Schmidt e Marcel Beyer.  Un appuntamento giunto oramai alla sesta edizione grazie anche all’impegno di Camilla Miglio, Monica Lumachi e delle Edizioni Dante & Descartes di Raimondo Di Maio, in cui appare la serie di quaderni con testo a fronte «Letture Napoletane». 
Nello spirito del Festival, Marcel Beyer ha entusiasticamente sostenuto la proposta di far lavorare alla traduzione in italiano di alcune sue poesie tratte dalla raccolta “Erdkunde” un gruppo di studenti della Laurea Magistrale in Culture Comparate, di cui abbiamo ascoltato la lettura assieme a quella in tedesco. Kathrin Schmidt ha proposto invece la lettura del capitolo dedicato alla ‘quarta tappa della “Spedizione Gunnar-Lennefsen”, come suona in originale il titolo del suo romanzo del 1998, ottimamente tradotto in italiano con “A nord dei ricordi” da Anna Ruchat. 
Monica Lumachi ha introdotto per il pubblico ciascuno dei due autori, mentre il Direttore dell’Accademia Joachim Blüher ha presentato e distribuito ai presenti “Du Sollst / Devi. I Dieci Comandamenti”, come si intitola il IV quaderno delle Letture Napoletane / Neapoletanische Lesungen: cinque racconti del borsista Villa Massimo 2008 Navid Kermani in traduzione di Monica Lumachi e Camilla Miglio.
Camilla Balsamo
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Report di Daniela Allocca:
LUNEDI 29 NOVEMBRE – ORE 19.30,
Penguin Café, via Santa Lucia 88. Tradurre spazi, V. Il Dybbuk fra tre mondi. Presentazione della nuova traduzione da ebraico, russo e yiddish del Dybbuk di Sholem An-ski. Con Aurora Egidio, Raffaele Esposito, Giancarlo Lacerenza. Letture drammatizzate dal Dybbuk. Con Laura Fanina, Francesca Maddalena Floria, Antonio Lepre. A cura di Giancarlo Lacerenza, Daniela Allocca e Maria Rosa Piranio, in collaborazione con il Centro di Studi Ebraici dell’Università di Napoli “L’Orientale”.  Capolavoro della letteratura teatrale ebraica del Novecento, tradotto in numerose lingue e ancor oggi rappresentato in tutto il mondo attraverso sia trasposizioni fedeli sia i più vari adattamenti, il Dybbuk di Scholem An-Ski ha avuto una storia avventurosa e complessa. Scritto originariamente in russo nel 1914 e destinato al Teatro d’Arte di Mosca, nel 1917 il dramma fu tradotto in ebraico dal poeta ucraino Chaim Nachman Bialik (1873-1934) e pubblicato l’anno dopo sul periodico ebraico Ha-tequfah. Ma quando An-Ski, esule dalla Russia, non ebbe modo di recuperare il suo dattiloscritto, dovette pubblicare il Dybbuk dalla sua versione yiddish, rivista sulla traduzione ebraica di Bialik (da An-Ski considerata più ispirata del suo stesso originale), mentre della versione russa si perdeva ogni traccia, per la quale lo stesso An-Ski perse interesse. Alla traduzione tedesca del testo yiddish fanno seguito negli anni ’20 e ’30 traduzioni in numerose lingue europee – compreso l’italiano – mentre le rappresentazioni della compagnia di teatro ebraico moscovita Habima, nell’allestimento di Evgenij Vachtangov, consacrano la fortuna internazionale del dramma e rendono la versione ebraica di Bialik testo “ufficiale” del Dybbuk teatrale del teatro Habima che, dal 1928, si trasferisce definitivamente in Palestina e diventerà successivamente il Teatro nazionale ebraico d’Israele. In Europa e specialmente in Polonia, intanto, le rappresentazioni del testo yiddish si susseguono nell’allestimento tradizionale della Compagnia del teatro yiddish di Vilna, parallelo a quello Habima, ma completamente diverso nell’approccio visivo e stilistico. Il ritrovamento dell’originale russo del Dybbuk, avvenuto pochi anni fa nell’archivio della Biblioteca Statale del Teatro di S. Pietroburgo, permette oggi di conoscere in profondità la genesi e le trasformazioni di quest’opera decisamente eccezionale, con tre diverse versioni del testo che, tuttavia, a loro  modo costituiscono altrettanti “originali”. E sono anche altrettante espressioni di un ambiente linguisticamente e culturalmente tripartito – ebraico, russo e yiddish – che dopo il 1939 sarebbe stato spazzato via dalla guerra e dalla Shoah. La nuova traduzione del Dybbuk, promossa dal Centro di Studi Ebraici dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” (e curata da Giancarlo Lacerenza, Aurora Egidio e Raffaele Esposito), propone un’edizione comparativa dei “tre originali”, con testo a fronte in ebraico, russo e yiddish e una raccolta di saggi sul testo e i suoi protagonisti.
A conclusione della maratona del Festival della Traduzione EST, il centro di Studi Ebraici dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, presenta la nuova traduzione del testo teatrale di Sholem An-ski: il “Dybbuk”. L’opera  di cui fino a pochi anni fa si conoscevano soltanto gli originali in yiddish e in ebraico è stata sottoposta ad una nuova traduzione che si avvale anche del testo russo da poco riscoperto.  I tre traduttori dell’opera — il professore Giancarlo Lacerenza per l’ebraico, Raffaele Espostio per lo yiddish e Aurora Egidio per il russo — ci hanno permesso di dare uno sguardo al loro lavoro di ricerca e di pratica della traduzione intorno a questo testo che racchiude l’atmosfera di un mondo scomparso, quello della Russia ebraica degli anni ’20. Un progetto di lavoro che riporta alla luce uno scrittore la cui genialità non fu riconosciuta durante la sua vita. Si pensi al solo fatto che l’opera di An-ski si è avvalsa di una serie di interviste svolte presso le comunità ebraiche,  un metodo quello delle interviste che precede di molto il teatro antropologico o altri esempi di scrittura drammaturgica che si avvalgono dell’intervista per la raccolta di dati.  Il “Dybbuk” è quindi testimonianza della  sensibilità  di una scrittura che intercetta il valore della testimonianza orale e si fa carico di contribuire a fermare  e ricordare usi, costumi, credenze e valori di un mondo che scomparirà di li a poco. In questo senso quindi acquista ancora maggior valore , se è possibile, la necessità di ridare nuova voce a questo testo e attraverso l’opera della traduzione trasmettere anche sensi del testo che forse non erano stati ancora svelati.
Si è avuto modo inoltre di saggiare la scrittura di An-ski anche nelle diverse lingue grazie alla lettura drammatizzata di alcune parti del “Dybbuk” lette da Laura Fanina, Francesca Maddalena Florio e Antonio Lepre.
Traduttori e attori si sono dunque fatti interpreti per noi portandoci per una sera tra i tre mondi del “Dybbuk”  quello delle tre lingue in cui è stato scritto uno sguardo sulle pratiche erratiche di un testo nomade che ben si adatta a rappresentare le vicende e le avventure che compongono il mondo della traduzione.
Daniela Allocca
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Festival della Traduzione – Tradurre (in) Europa

 Organizzazione e Coordinamento scientifico: Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”.

Co-organizzatori: Universität Wien, Université Paris 8.

In collaborazione con: Universitas Studiorum Bukarestiensis, Instanbul Üniversitesi, Technische Universität Dresden.

Partenariati e collaborazioni: “Il Porto di Toledo”, Università di Roma “La Sapienza”, Cecille-Université Lille 3, Don Juan Archiv-Wien, Donzelli Editore, “Semicerchio”-Rivista di Poesia Comparata, “Testo a Fronte”-Semestrale di Teoria e Pratica della Traduzione Letteraria, Institut français de Naples-Le Grenoble, Goethe-Institut Neapel, Instituto Cervantes-Napoli, CNRS-Paris, Minimum Fax, Accademia Tedesca Villa Massimo-Roma, Istituto Svizzero-Roma, KUNST-Danish Arts Council, Edizioni Libreria Dante&Descartes-Napoli, Fondazione Morra-Napoli, Fondazione Premio Napoli, Conservatorio di Musica San Pietro a Majella-Napoli, Penguin Café, PAN-Palazzo delle Arti-Napoli, Accademia di Belle Arti-Napoli, Museo Archeologico Nazionale-Napoli, Nuovo Teatro Nuovo-Teatro stabile di innovazione, Palazzo Reale-Napoli, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, European School of Translation, Libreria Ubik-Napoli, Caffè Libreria Evaluna, Hde-arte architettura design, Atelier Lello Esposito-Scuderie Sansevero, Fumetteria Alastor, Mercatone Uno,Universität Graz, Univerza v Ljubljani, Polis-Nemzetközi Kulturális Egyesület, Empiria edizioni, CNR ILIESI, Department of State-United States of America, Lavieri Edizioni, Università di Napoli Federico II, Biblit-Idee e risorse per traduttori letterari, Österreichische Akademie der Wissenschaften-IKT, Paul Celan Exzellenz Zentrum Bukarest, Le Nuvole-Teatro arte scienza, Comicon-Napoli, Bobi Bazlen-Servizi editoriali, Sinnos edizioni, Kolibri-Napoli, Arci Solidarietà di Cesena.

 Il programma completo e le biografie dei partecipanti sono consultabili all’indirizzo: www.estranslation.net

 CONTATTI STAMPA

 Ufficio stampa Roma – Massimo Iacobelli – 339 2940781 – iacobellimassimo@libero.it

 Ufficio stampa Università L’Orientale:  081 2471375 – 338 8684687 – uffstampa@unior.it

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