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L’immagine della Polonia e dei polacchi in Italia

Un’osservazione generale, non riferita a questo libro in particolare di cui prendo conoscenza ora dalla recensione di Alessandro Vitale, pubblicata sul nuovo sito dell’Aisseco, e qui sotto riportata, libro che cercherò di leggere quanto prima.
Quando ero uno giovane storico mi sono appassionato per circa tre/quattro anni al tema “immagine della Polonia in Italia” riferita al Quattro-Cinquecento. Anzi, posso dire col senno del poi, di essere stato un pioniere al riguardo in Italia. Dalle ricerche di allora, pubblicate su riviste storiche specialistiche, ho tratto almeno una lezione. Che se si cerca solo l’immagine della Polonia in Italia, alla lunga si sbaglia per “eccesso” o per “difetto”. Nel senso che l’approccio bilaterale ha i suoi limiti e il limite maggiore è quello di spingere il ricercatore a essere (in questo caso specifico) “polonocentrico”.
Se ci si pone dal punto di vista dell’italiano (ammesso che esista un italiano e non milioni di italiani…) la prospettiva corretta è: qual è l’immagine che in Italia si ha del mondo/Europa/Europa del centroest/Polonia… Al 99% si scoprirà che le considerazioni di Karolina Golemo relative alla Polonia, qui sintetizzate da Vitale, valgono anche per altri Paesi e per altre aree geografiche. Il fatto che stereotipi, pregiudizi, forme di ignoranza e di oblio, deficit di conoscenza e alerazione delle informazioni, immagini semplificate e idee falsate  non riguardano solo un paese in particolare, ma entità storico-geografiche più ampie e diversificate dovrebbe spingerci a relativizzare il giudizio a cui si giunge attraverso l’analisi del livello solamente bilaterale. Come risulta incrociando varie ricerche, gli italiani “pensano” e “conoscono” poco il mondo, e in quel poco un “pochino”  la Polonia. Lo sottolineo con l’intento di attenuare “l’indignazione offesa” che sento erompere in tanti polacchi quando si affrontano questi temi. “Ma come?! gli italiani non sanno che, non dicono che, dimenticano che, credono che, tacciono che, fanno finta di non sapere che… la Polonia, i polacchi… eccetera”. E io, ogni volta, a rispondere: ma perchè gli italiani dovrebbero interessarsi alla Polonia, quando chiudono gli occhi sul Mediterraneo, e non si interessano ai loro vicini francesi, austriaci, sloveni o croati? E ancora meno guardano all’UE. D’altra parte i polacchi sono forse esenti da stereotipi, pregiudizi, forme di ignoranza e di oblio, deficit di conoscenza e alerazione delle informazioni, immagini semplificate e idee falsate sugli italiani? L’approccio multilaterale credo che aiuti molto a dare il giusto peso a ciascun caso specifico, senza nulla togliere ai “caratteri originali” di ciascun caso con le sue trasformazioni nei diversi periodi.
In riferimento alle reciproche rappresentazioni tra italiani e polacchi vi sono certamente, visti dalla prospettiva polacca, alcuni spartiacque nel XX secolo: la fine della prima guerra mondiale che fa rinascere una Polonia indipendente sulla carta d’Europa; la seconda guerra mondiale (il cui portato sono state l’inserimento di una ancora nuova Polonia nella sfera sovietica e la stagnazione della guerra fredda); l’elezione di GPII al trono pontificio e la rivolta di Solidarnosc del 1980-81; poi l’Ottantanove-1991 (crollo dell’URSS); infine il 2004 (ingresso nell’UE).
Ciò che vale per gli italiani vale per i polacchi e per altre nazioni, ovviamente. Non si tratta di “accusare” gli italiani, bensì di analizzare un meccanismo.
Un ultimo dettaglio: ho spesso litigato con gli amici polacchi per la confusione tra essere membri dell’UE e parte dell’Europa. Sono due cose distinte. Chi mai potrebbe dubitare che i polacchi sono europei da almeno mille anni? Ma sono membri dell’UE solo dal 2004, quindi non ha torto chi li considera talvolta (ma sempre meno) “neocomunitari”, “ultimi arrivati” nell’ambito delle istituzioni comunitarie. E’ un fatto oggettivo. Così come oggettivo è che l’UE non è l’Europa e viceversa.
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A cura di Alessandro Vitale
Recensione del libro Obraz Polski i Polakόw we Włoszech. Poglądy, oceny, opinie. (L’immagine della Polonia e dei Polacchi in Italia. Giudizi, valutazioni, opinioni) di Karolina Golemo,Wydawnictwo Uniwersytetu Jagiellońskiego, Krakόw (Università Jagellonica, Cracovia) 2010.
Nonostante le strette relazioni culturali e d’amicizia che hanno sempre caratterizzato i rapporti fra Italia e Polonia e gli intensi contatti storici fra i due popoli, di ogni genere e tipo, la presenza in Italia di stereotipi e pregiudizi nell’immagine della Polonia e dei Polacchi risulta un fenomeno tanto evidente quanto enigmatico. Sembra difficile, infatti, soprattutto per chi conosce la storia italiana e quella polacca e i loro innumerevoli punti di intersezione in Europa, spiegare come legami storici profondi – molto maggiori in confronto a quelli che le vicende politiche internazionali e istituzionali (soprattutto degli ultimi cinquant’anni) potrebbero far pensare[1], fatti di plurisecolare rispetto reciproco, di attrazione, di scambio costante – abbiano potuto trasformarsi in parte in gravi pregiudizi, in stereotipi, in immagini sintetiche semplificate e falsate di un Paese e di un intero popolo dalle straordinarie capacità e portatore di una storia senza paragoni. Eppure il fenomeno esiste ed è stato sottoposto a un’analisi scientifica accurata e dettagliata da Karolina Golemo, competente ed esperta sociologa dell’Università Jagellonica di Cracovia, in questo libro di notevole fascino. Risultato di lunghi anni di studio sul campo, dedicati alla cultura e alla società italiane, la ricerca si occupa – dopo una trattazione approfondita della teoria più consolidata sulla genesi e la dinamica degli stereotipi e dei pregiudizi (che si sviluppano sulla base sia di un deficit di conoscenza che di un’alterazione delle informazioni disponibili) – del periodo storico che va dal 1945 a oggi, acutamente messo a confronto con i secoli precedenti, molto diversi in tema di relazioni italo-polacche, utilizzando una metodologia intelligente, capace di abbracciare e analizzare un’ingente quantità di fenomeni e un vasto materiale ‘sperimentale’. Il risultato è innanzi tutto la scoperta del peso reale che nella distorsione dell’immagine della Polonia e della sua gente ha prodotto in Italia il drammatico periodo della guerra fredda, che con la dominazione sovietica e il regime interno a sovranità limitata hanno violentato un Paese da secoli portatore di una cultura che ha influenzato profondamente quella dell’Europa occidentale (e con la quale i legami sono sempre stati di stretta interdipendenza), così come la sua economia e il suo sviluppo civile. Proprio in questo periodo in Italia si sono cristallizzati stereotipi ideologici sulla Polonia che non esistevano negli anni precedenti la Seconda guerra mondiale, nei quali sopravvivevano invece l’antica visione dei Polacchi come “naturali” portatori di un indomito spirito di libertà e di indipendenza, esempio per tutta il mondo e quella della Polonia come di una nazione gloriosa e infelice dell’Europa centrale, “baluardo” contro il dispotismo asiatico, terra di antichissime libertà, di tolleranza e cultura, problema vivente da sempre per le tirannidi di ogni tipo e nient’affatto parte dell’Europa “dell’Est”, nozione vaga e falsa prodotta a Yalta, le cui conseguenze distruttive, proprio in termini di stereotipi, continuano fino a oggi. Anche la conoscenza della cultura polacca era in quel periodo molto più diffusa di quanto non sia stato dopo la spartizione del mondo fra i due blocchi politico-militari e ideologici dominanti. Persino l’apporto straordinario dei Polacchi alla guerra di Liberazione in Italia (Armata del generale Anders, liberazione di Bologna, battaglie di Ancona e di Montecassino, ecc.) e il ricordo di protagonisti che poi si fermeranno in Italia, quali il grande scrittore Gustaw Herling Grudziński, interprete della lotta a tutti i totalitarismi del Novecento (ma a lungo emarginato in Italia per gravi ragioni politico-ideologiche), verranno passati sotto silenzio nella pubblicistica italiana e nelle scuole. In tal modo in Italia ci si troverà del tutto incapaci anche di comprendere il ruolo determinante della Polonia nella preparazione del 1989 europeo, in cui emergerà in tutto il suo splendore l’indomito spirito di resistenza di un popolo, che consentirà un’accelerazione nel cambiamento dell’Europa e del mondo. A lungo così le devastazioni prodotte dalla guerra fredda hanno impedito in Italia una piena comprensione delle ragioni della rinascita polacca e della stessa cultura della Polonia, con la sua storica ricchezza, tanto vicina a quella italiana, ma finita nel “tritacarne” della dominazione dell’impero esterno sovietico e della sua inaudita repressione ideologico-poliziesca. La diffusa, spaventosa e profonda ignoranza italiana sulla plurisecolare storia polacca (molti storici professionali italiani continuano ad esempio a ignorare e a non studiare la straordinaria storia dei quattro secoli della Confederazione Polacco-Lituana, la sua tradizione anti-assolutista, di tolleranza politico-religiosa e per molti versi anticipatrice del Costituzionalismo moderno) è stata provocata principalmente dalla lunga stagnazione del confronto bipolare freddo. Mentre prima della Seconda guerra mondiale la Polonia veniva ritenuta in Italia un Paese centro-europeo, con il dopoguerra e dopo Yalta, quando vennero spostati più a Ovest i confini polacchi, con la contestuale sottrazione forzata di città di enorme importanza per la storia e la cultura polacche quale Lwόw/Leopoli, paradossalmente il Paese venne infatti incluso in una generica (e errata, ideologica) nozione di “Europa dell’Est”[2] e la cultura di un popolo dalle millenarie origini venne in Italia totalmente alterata o dimenticata. Gli stereotipi consolidatisi nel periodo della guerra fredda, alcuni dei quali molto gravi e fondati su ignoranza e indifferenza, non si sono diradati del tutto nemmeno oggi e hanno contribuito ad alterare negativamente una lunga tradizione culturale e di relazioni, di segno totalmente opposto. Il superamento di un lungo, drammatico periodo di ignoranza sulla Polonia, sulla sua storia e sulla sua cultura, non è avvenuto nemmeno dopo il 1989, quando alle colpevoli “dimenticanze” indotte dalla guerra fredda si sono sostituiti stereotipi, che la Golemo classifica per tipi e per periodi e indaga accuratamente, legati non solo a sciocche visioni sbrigative (cattolici integralisti, nazionalisti, antisemiti, lavavetri, beoni, scarsamente inclini al lavoro, ecc.) diffuse pure in strati intellettuali e nei media, ma anche in gran parte all’immigrazione polacca per motivi economici. Al lento e faticoso diradarsi delle nebbie ideologiche che hanno avvolto la storiografia del Novecento e le percezioni culturali più diffuse – dovute in Italia anche alla straordinaria, persistente influenza ideologica di un sottofondo costante di stampo filo-sovietico, che è stato capace di condurre una fuorviante politica culturale – non è corrisposto un dissolversi degli stereotipi, ma una loro trasformazione. Tuttavia è lecito aspettarsi che i maggiori contatti e la conoscenza reciproca diretta, le aumentate possibilità di scambio, la fioritura attuale della Polonia, nonostante la crisi economica mondiale, finiscano per dissolvere gli stereotipi legati a ragioni lavorative, di immigrazione ed economiche o quelli legati al ridicolo termine, sottilmente discreditante, “neocomunitari”, quasi che si trattasse di “ultimi venuti in Europa” e non di una nazionalità che per secoli dell’Europa è stata parte integrante e imprescindibile. ….  Leggi tutto

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