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C’era una volta il festival della traduzione a Napoli

Il Festival della Traduzione: un miracolo napoletano…
di Lucia Pascale
Napoli, 22-29 novembre 2010,
Tradurre (in) Europa” – Festival della Traduzione, un evento straordinario in una città straordinaria, una di quelle cose che merita di essere aspettata, per cui vale la pena di muoversi e di cui, a distanza di un giorno o di due mesi, si ha nostalgia. Nostalgia di una settimana interamente dedicata alla traduzione e alle sue meraviglie, ricca di incontri, musica, poesia, teatro, arte, danza. Napoli non mi è mai sembrata così bella come in quei giorni, nonostante la pioggia e la spazzatura, entrambe in abbondanza.
Io mi chiamo Lucia e sono una studentessa dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Mi sto laureando in Lingue e Culture dell’Europa Orientale e nella vita vorrei essere una traduttrice, precisamente dal polacco. Sto appunto terminando i miei studi in Polonia, a Varsavia. Da dove sono partita per partecipare al Festival della Traduzione e dove sono tornata dopo la sua conclusione, portando con me un bastimento di cose che non conoscevo e la memoria di un’esperienza importante, di quelle che lasciano il segno e indicano una strada. Mi piace ricordare qui le parole dette dalla Prof.ssa Gabriella Sgambati l’ultimo giorno del Festival, dopo la presentazione del “Porto di Toledo” e del Progetto EST da parte della Prof.ssa Camilla Miglio. «Il Festival della Traduzione costituisce sì un punto di arrivo, ma anche e soprattutto un punto di partenza, perché le cose da fare sono tante e per farle bisogna alzarsi presto la mattina, rimboccarsi le maniche e studiare e lavorare tanto, con impegno, costanza e pazienza». Parole queste che trasmettono tanta energia e voglia di andare avanti. Anche voglia di ritornare a Varsavia, allo studio e al lavoro, con lo stesso spirito e la stessa freschezza delle giornate napoletane.
Vorrei ora raccontare in breve le cose che del Festival mi hanno maggiormente colpita. Innanzitutto la calorosa accoglienza, da parte della città di Napoli e di tutti i partecipanti alla manifestazione, organizzatori, ospiti, relatori, studenti. Un’atmosfera veramente piacevole, amichevole e cordiale. Successivamente la bellezza dei luoghi in cui si è svolto il Festival. Pur avendo studiato a Napoli ed avendoci abitato per diversi anni, non ero mai stata per esempio al Conservatorio San Pietro a Majella o all’Atelier Lello Esposito. Quindi anche una bella occasione per conoscere meglio la città e le sue risorse umane e culturali. Cosa che capita di rado. Che dire poi degli eventi? Una vera e propria maratona, come si soleva dire. Una delle più entusiasmanti che io abbia mai fatto. Gli incontri ai quali ho partecipato sono stati tutti interessantissimi. Ricordo le riflessioni iniziali sulla questione dell’intraducibilità, punto fondamentale per chiunque voglia capire cosa sia la traduzione e cosa significhi tradurre. Barbara Cassin, relatrice alla tavola rotonda, citando Hannah Arendt diceva che bisogna conoscere più di una lingua affinché il mondo si metta a tremare, quindi possedere più di una lingua significa veder tremolare il mondo. La prospettiva di sentire il soffio del mondo, imparando un’altra lingua e magari traducendola, mi ha particolarmente incantata. Credo che sia stato proprio il soffio del mondo quello che tutti noi abbiamo sentito durante gli otto giorni del Festival, mentre ascoltavamo i suoni delle lingue più diverse, moderne e antiche, nonché dei dialetti. E tutto un mondo si è aperto ai nostri occhi sentendo parlare della traduzione di teatro, spazi, poesia, musica, fumetti, sottotitoli e quant’altro. Utilissimi sono stati inoltre, specie per noi studenti, il seminario on line di traduzione e l’incontro su tradurre per mestiere, ossia come muovere i primi passi nel mondo editoriale. Una preziosa miniera di informazioni e indicazioni. Che belle poi le serate trascorse al Nuovo Teatro Nuovo, tra poesia, musica ed emozioni.
Desidero infine riportare qui alcune delle cose ascoltate l’ultimo giorno del Festival, durante la già citata presentazione del “Porto di Toledo” e del Progetto EST. La Prof.ssa Miglio ci ha parlato della traduzione come pane e dei traduttori come panificatori. «Quando pensiamo alla parola pane pensiamo agli affetti, alla casa, alla soggettività, al lavoro di una persona. Il pane arriva nelle nostre case attraverso un viaggio: prima si semina il grano, poi lo si raccoglie e così via. Una catena di lavoro. Ci sono tanti modi di produrre il pane: diverse forme, diversi tipi di pane, diversi ingredienti. Umberto Eco dice infatti che ci sono diversi modi per dire la parola pane. (…) Che significa dire quasi la stessa cosa. Ma la sostanza è la stessa. Il pane mette in evidenza il lavoro dei traduttori. Chi conosce il nome della persona che fa il pane per noi? C’è sempre un aspetto domestico nella traduzione. Laura Bocci nel suo libro “Di seconda mano. Né un saggio, né un romanzo sul tradurre letteratura” dice che il tradurre è l’arte più femminea che c’è. (…) Tradurre è come fare il pane, ossia trasformare in qualcosa che poi si può dare in dono. C’è nel tradurre l’idea del partorire qualcosa, della produzione, dell’accoglienza, dell’ascolto, del dono appunto. Quando si traduce c’è anche un aspetto economico, più mascolino, che fa della traduzione un servizio, un potere, ma non è questo il punto più importante, noi vogliamo mettere in evidenza l’altro aspetto, quello femmineo. Il traduttore non traduce solo per guadagnarsi il pane, ma in primo luogo per portare alla comunità in cui si trova un bastimento di cose che non si conoscevano e in secondo luogo per portare a se stesso un bastimento». Queste parole, bellissime, sono rimaste impresse nella mente e nel cuore di tutti noi che le abbiamo ascoltate. E se la traduzione è come il pane e il pane è un miracolo, concludo dicendo che il Festival della Traduzione è stato un vero e proprio miracolo, un miracolo napoletano…
Lucia Pascale

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