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Varsavia 1943. Storia di un’icona: il bambino nel ghetto


 
Una foto che tutti conoscono: un bambino con un berretto a visiera e le calze al ginocchio, con le mani sollevate in alto. Non si sa quando sia stata scattata. Durante la grande liquidazione, nel luglio oppure nell’ agosto del 1943? Durante l’insurrezione del ghetto di Varsavia, nell’aprile del 1943? O forse in un altro momento. La seconda liquidazione – nel gennaio 1943 – non entra in gioco, poiché si capisce che la foto era stata scattata in primavera, o in estate, in autunno, ma sicuramente non d’inverno. Il bambino sta in un cortile oppure per strada, davanti a un portone. Non è possibile stabilirlo, dato che vediamo solo l’interno scuro del portone e un cantone. Dall’aspetto del cantone – pezzi d’intonaco scrostati – si può dedurre che il caseggiato da cui il bambino è stato trascinato fuori fosse vecchio e andato in malora. E dunque ci troviamo dalle parti di via Miła, Gęsia o Wołyńska. Più probabile qui che non in via Sienna o in via Grzybowska. Ma potrebbe essere anche un’altra strada. Alle spalle del bambino con le mani alzate c’è una fossa di forma allungata e in quella fossa c’è qualcosa: qualcosa di bianco. Forse della spazzatura. Dunque è uno condotto per la spazzatura. Forse non siamo per strada allora, ma in un cortile. A destra – alla nostra destra, ossia alla destra di coloro che guardano – stanno quattro tedeschi. Uno di loro è dentro l’androne, il terzo proprio accanto all’ingresso, accanto al cantone scrostato e a una grondaia di ghisa. Si vedono chiaramente due volti, nelle riproduzioni migliori persino tre. Ho osservato questa foto così a lungo e così spesso che se oggi, dopo quarantacinque anni, incontrassi uno di quei tedeschi per strada di sicuro lo riconoscerei immediatamente. Uno dei tedeschi tiene sotto l’ascella un fucile automatico: il fucile sembra essere puntato alle spalle del bambino con il berretto e le calze al ginocchio. I tedeschi hanno gli elmi, quello con il fucile porta sopra l’elmo degli occhiali da motociclista. A sinistra della foto vediamo delle donne, degli uomini, qualche bambino, forse tre. Tutti con le mani alzate. Gli uomini portano dei berretti. Proprio sul lato sinistro c’era una bambina di cinque o sei anni, più piccola del bambino con le calze al ginocchio, con un fazzoletto in testa. Anche lei ha le mani alzate, ma dato che è proprio al margine della foto si vede solo una mano sopra la testa con il fazzoletto. Ho contato che in questa foto si vedono ventitrè persone – le figure di sinistra stanno proprio uno accanto all’altra, dunque posso essermi sbagliato – diciannove ebrei e quattro tedeschi. Vorrei far notare il viso molto bello della donna a sinistra. Di sicuro è la madre della bambina con il fazzoletto. I capelli con la riga da una parte, gli zigomi alti, gli occhi grandi e la bocca grande. Si può immaginare il rossore sulle guance bianchissime. La fascia bianca sul braccio alzato. La stella di Davide non si vede. Anche questa donna, dopo quarantacinque anni, la riconoscerei per strada. Ma è chiaro che non la incontrerò mai.
Il bambino al centro della foto ha un cappotto corto, arriva appena alle ginocchia. Sotto il cappotto forse porta un maglione, ma non è certo, perché il cappotto è abbottonato. Il berretto, un po’ sghembo o meglio scostato di lato, gli sta un po’ troppo grande. Forse è il berretto di suo padre? O del fratello maggiore? I dati del bambino ci sono noti: Artur Siemiątek, figlio di Adam e di Sara Dąb, nato a Łowicz. Artur è mio coetaneo; siamo nati entrambi nel 1935. Stiamo uno accanto all’altro, lui in quella foto scattata nel ghetto di Varsavia, e io in un’altra foto, scattata sul terrapieno di Otwock. Si può anche supporre che le foto siano state scattate nello stesso mese: la mia qualche decina di giorni prima. Sembra che persino i nostri berretti siano simili. Anche il mio – un po’ più chiaro – mi sta un po’ troppo largo. Lui con le calze al ginocchio, io con le calze basse. Io, sul terrapieno di Otwock, sorrido contento. Dal suo viso – la foto è stata scattata da un sergente delle SS – non si riesce a indovinare nulla.
Ti sei stancato – dico ad Artur. –  Deve essere veramente molto scomodo, star fermi, con le braccia alzate. Facciamo così. Adesso sarò io ad alzare le braccia, e tu le puoi abbassare. Forse non se ne accorgeranno. Oppure sai,  facciamo in un’altra maniera. Stiamo fermi tutti e due, con le mani in alto”  …. Jarosław Marek Rymkiewcz, Umschlagplatz [1].


[1] Jarosław Marek Rymkiewcz, Umschlagplatz,   Biblioteka “Kultury”, Paryz 1988, pp. 223. Umschlagplatz è stato tradotto in francese (1989), tedesco (1993) e inglese (1994); nel 1992  è stato ripubblicato in Polonia.
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Il testo qui tradotto da Laura Mincer, che ringrazio, è tratto da Umschlagplatz di Jarosław Marek Rymkiewcz. Nato a Varsavia nel 1935 in una famiglia di intellettuali, Rymkiewicz ha trascorso a Varsavia gli anni dell’occupazione nazista. La città, che era stata per anni una delle più vivaci capitali del mondo ebraico, durante la guerra era diventata uno dei centri dello sterminio di questo popolo. Nel ghetto di Varsavia, diviso da un muro dal resto della città, erano state rinchiuse 500.000 persone, e pochissimi ne erano sopravvissuti. La “parte ariana” testimoniava quotidianamente scene di caccia agli ebrei, spesso bambini, riusciti a fuggire dal ghetto; durante l’insurrezione del 1943 le lingue di fuoco degli incendi erano visibili da grande distanza, e arrivavano fino molto lontano le grida degli assassinati e il lezzo di carne umana   bruciata. Se possiamo stupirci di quanto nei primi decenni dopo la guerra queste esperienze sembrino non aver lasciato traccia nella coscienza collettiva polacca, d’altro canto è lecito il dubbio di quanto questo silenzio  non possa essere attribuito anche a “una molto umana impossibilità a parlare di una tragedia così mostruosa.” Non è questa la sede per un approfondimento di questo tema; è certo che le terribili sofferenze imposte dall’occupazione nazista anche ai polacchi  hanno sbiadito ai loro occhi l’evidenza della tragedia ebraica, e i decenni di regime autoritario e la conseguente, continua e studiata manipolazione dell’opinione pubblica hanno approfondito ulteriormente la gravità di un problema così difficile da affrontare. Nel 1988 questi temi erano già stati affrontati in opere letterarie di rilievo ma Rymkiewicz ne tenta una summa morale, una sorta di trattato o vademecum per i polacchi della fine del XX secolo. Al tempo di Umschlagplatz già assai noto come scrittore e uomo di teatro, Rymkiewicz debutta agli inizi degli anni Sessanta. Rappresentante e teorico del neoclassicismo polacco, si occupa anzitutto di problematiche metafisiche ed esistenziali: l’etica della morte e la questione dell’estinzione biologica e dell’estinzione culturale sono fra i suoi temi centrali ai quali, in particolare dopo il periodo di Solidarność e il seguente stato di guerra dichiarato dal generale Jaruzelski si associa una sempre più profonda riflessione sul senso e sulla “missione” della storia polacca. E’ quasi naturale che, in questo percorso, il poeta dovesse trattare anche della questione dello sterminio ebraico di cui era stato testimone da bambino e di cui era impossibile sottovalutare il peso per la coscienza polacca.
Nel descrivere quella che è forse la più celebre foto del ghetto di Varsavia (il bambino raffiguratovi sopravvisse allo sterminio ed emigrò negli Stati Uniti alla fine della guerra) Rymkiewicz arriva alla massima accettazione possibile della corresponsabilità per il destino dei concittadini ebrei, proponendo all’ebreo di condividere la sua sorte. Ma neanche quest’ultima, definitiva accettazione di responsabilità spirituale può ormai cambiare nulla. Umschlagplatz termina con una sconfitta. L’impossibilità di comprendere il passato, di ridargli voce  e presenza – ossia il fallimento della missione dell’artista –  equivale all’impossibilità di restituire completezza alla storia polacca, all’impossibilità di ogni redenzione. L’assenza degli ebrei resta in Polonia una piaga insanabile.
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La violenza e il terrore: La terribile immagine del bambino ebreo con le mani alzate venne scattata durante il rastrellamento del ghetto di Varsavia, dove la popolazione si era ribellata agli occupanti nazisti nell’ aprile del 1943. Alle vicende di quello scatto, divenuto un’immagine simbolo, un’ icona del Novecento, ma che fu a lungo quasi ignorata e divenne nota con il caso Eichmann, è dedicato il saggio di Frédéric Rousseau «Il bambino di Varsavia. Storia di una fotografia» (Laterza, pagine 224, Euro 18), che sarà in libreria dal prossimo 7 gennaio. Ecco parti della recensione di Paolo Mieli, sul Corriere della Sera, 28 dicembre 2010:
Il bambino del ghetto. Un’ icona sequestrata — L’uso ossessivo ha stravolto il significato della foto. L’ origine dello scatto. Era in un album commissionato dal generale delle SS Stroop per documentare l’ annientamento dei resistenti ebrei a Varsavia (“Es gibt keinen judischen Wohnbezirk in Warschau mehr“). Separato dal contesto storico un documento si può ritorcere contro il suo stesso contenuto. La sfortuna iniziale. Per molto tempo nel dopoguerra lo sterminio delle vittime inermi venne posto in secondo piano rispetto all’ eroismo dei combattenti.
… La foto del bambino ebreo con le braccia alzate, da anni simbolo dell’ oppressione nazista sulla Polonia e sull’ intera Europa, non fu scattata incidentalmente. Fa parte di un rapporto del generale Jürgen Stroop, capo delle SS e della polizia del distretto di Varsavia, redatto per documentare la repressione dell’ insurrezione ebraica nel ghetto della capitale polacca che, tra il 19 aprile e il 16 maggio del 1943, aveva tenuto in scacco i nazisti….
… un interessantissimo libro di Frédéric Rousseau, Il bimbo di Varsavia. Storia di una fotografia, che la Laterza si accinge a pubblicare all’ inizio del prossimo anno (l’ accurata traduzione è di Fabrizio Grillenzoni)…
… Fa parte di una serie di fotografie che accusano, ma non è ancora la fotografia che accusa». E così sarà per un lungo tempo. Una serie di «chiavistelli mentali» impedisce alla fotografia del bambino di Varsavia «l’ accesso allo statuto di icona» che oggi le viene riconosciuto in tutto il mondo…
… La prima volta che la fotografia del bambino si affaccia in un libro è ne La stella gialla di Gerhard Schoenberner, pubblicato in Germania nel 1960. Schoenberner sceglie quella foto come manifesto per la mostra, sempre in Germania, sempre nel 1960, dal titolo «Il passato ci ammonisce»…
… Ma il punto centrale della questione non è quello relativo all’ identità del bimbo. L’ attenzione del libro s’ incentra sul fatto che quella fotografia poco a poco si è trasformata «in un’ icona universale utilizzabile per tutte le buone cause dal momento», che «esercita un potere sociale di coesione e di comunione». È un bene? No, risponde Rousseau. Anzi…
… Per essere significanti, le immagini richiedono una contestualizzazione precisa e rigorosa, e soltanto a questa condizione possono rimanere documenti storici…
(Leggi tutto l’articolo di Paolo Mieli, sul Corriere della Sera, 28 dicembre 2010).
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 Geografia della vita nel ghetto
di Sergio Luzzatto dal Sole 24 Ore del 16 gennaio 2010
(Recensione a: Barbara Engelking e Jacek Leociak, «The Warsaw ghetto. A guide to the perished city», Yale University Press, pagg. 902, $ 75,00).
Il 27 gennaio di quest’anno (2010), il Giorno della Memoria non somiglierà a nessuno dei precedenti per almeno una ragione: perché nel frattempo è scomparso Marek Edelman. Il più rappresentativo degli ebrei sopravvissuti all’insurrezione del ghetto di Varsavia aveva novant’anni al momento della morte, nell’ottobre scorso (2009)…
… La morte di Marek Edelman segna un momento simbolico di svolta nel rapporto fra la storia del ghetto di Varsavia e la sua memoria. Conclude “l’era del testimone”, la stagione di una memoria intesa come esperienza vissuta. Consegna definitamente alla storia i due anni e mezzo intercorsi fra il novembre 1940 e il maggio 1943, durante i quali 450mila ebrei di Polonia vennero rinchiusi in tre chilometri quadrati al centro della capitale, uscendone vivi soltanto per essere gasati a Treblinka. Quest’anno, il Giorno della Memoria deve misurarsi con la scomparsa di colui che della memoria polacca della Shoah si sentiva, a buon diritto, Il guardiano (così il titolo di una riflessione autobiografica di Edelman pubblicata da Sellerio nel 1998).
Ma quest’anno, come per un risarcimento della perdita, i lettori occidentali dispongono di un nuovo, meraviglioso strumento per avvicinarsi alla storia del ghetto di Varsavia. È l’edizione americana di un librone di novecento pagine, uscito in Polonia nel 2001 per opera di due specialisti locali della Shoah, Barbara Engelking e Jacek Leociak. Se in inglese il titolo suona asciutto, puramente descrittivo, il sottotitolo riesce tanto suggestivo quanto esatto: The Warsaw Ghetto. A Guide to the Perished City. Proprio di questo si tratta, di una guida alla città ebraica dapprima riempita e sigillata, poi svuotata e distrutta dagli uomini del Terzo Reich.
Grazie a una varietà di mappe, si ritrovano nel volume i confini geografici del ghetto, la topografia delle strade, il percorso dei mezzi di trasporto. Ma soprattutto si ritrova la dislocazione precisa, infallibile – sembra di stare su Google Maps – di ogni singolo luogo, più o meno pulsante di vita o di morte. Case private, uffici pubblici, sinagoghe, commissariati di polizia, caserme dei pompieri, parcheggi delle ambulanze, ospedali, farmacie, laboratori, scuole dichiarate o segrete, cimiteri, giardinetti, mense popolari, orfanotrofi, bagni comuni e bagni rituali, ricoveri per profughi, uffici postali, buche delle lettere, saloni di coiffure, lavanderie, sartorie, calzolerie, gioiellerie, negozi di alimentari, pompe funebri, imprese artigianali, biblioteche legali o illegali, librerie, stamperie clandestine, teatri, ristoranti ordinari o kosher, scuole rabbiniche, caffè, cabaret, sedi di riunione delle forze di resistenza, depositi di armi, bunkers… per il lettore di questa guida, la geografia del ghetto non ha più misteri.
Ritrovare la storia nel segno della geografia è tanto più importante, in quanto la dimensione spaziale fu costitutiva dell’esperienza del ghetto di Varsavia. Onnipresenti, i muri di recinzione conferivano all’enclave ebraica l’aspetto inatteso di una città orientale. E fino all’estate 1942, pareva che ogni cosa lì dentro succedesse all’aperto, davanti a tutti. Il ghetto brulicava di gente in perpetuo andirivieni, risuonava delle voci dei passanti come delle urla dei gendarmi, vibrava dei traffici nei mercati dell’usato, sussultava a ogni movimento dei militari tedeschi, celava a malapena l’indaffararsi dei contrabbandieri, ed esibiva ininterrottamente – suo malgrado – lo spettacolo della morte: cadaveri nudi sul marciapiede, vinti dal tifo, dalla fame, dagli stenti. Solo nell’autunno del ’42, dopo la prima ondata di deportazioni verso Treblinka, il ghetto avrebbe assunto l’aspetto di una città non più strapiena ma deserta, non più vociante ma silenziosa. E solo nella primavera del ’43, dopo il soffocamento della disperata insurrezione, i tedeschi ne avrebbero fatto un paesaggio vuoto, immobile, lunare: il paesaggio che ci è rimasto negli occhi attraverso il film di un superstite del ghetto di Cracovia, Il pianista di Roman Polanski.
Quasi tutte le fotografie del ghetto di Varsavia pervenute sino a noi furono scattate dagli occupanti tedeschi: compresa quella – dolorosamente celebre – del bambino che alza le mani mentre viene trascinato con altri fuori da un rifugio. In compenso, furono gli ebrei polacchi a raccogliere la maggioranza dei documenti non fotografici che hanno consentito a Engelking e Leociak di ricostruire la vita e la morte del ghetto nei più minuti dettagli. Riunendosi intorno alla figura di uno storico di professione, Emanuel Ringelblum, un gruppo di intellettuali fondò allora un’istituzione unica nella storia dell’Europa occupata: l’archivio clandestino del ghetto, dove si radunavano materiali sulla storia del presente destinati alla memoria del futuro.
Diari, poesie, lettere, volantini, carte d’identità, ricette mediche, biglietti del tram, bracciali con la stella di David, menù di ristoranti, quaderni di scuola, disegni di bambini, dépliants pubblicitari, locandine di spettacoli, verbali di riunioni politiche, giornali clandestini, contabilità commerciale, statistiche demografiche: Ringelblum e i suoi compagni ebbero la lucidità di riconoscere in questo il lascito più prezioso che fosse dato ai morituri di trasmettere alla posterità. Dopo l’avvio delle deportazioni di massa verso Treblinka, infilarono migliaia di documenti in dodici contenitori metallici e li seppellirono di nascosto sotto le cantine di due edifici del ghetto, dove vennero ritrovati fra il 1946 e il 1950.
… Uomini più o meno atletici si guadagnavano il pane pedalando, autisti di un mezzo di trasporto rudimentale eppure diffuso: il risciò. Donne più o meno fascinose percorrevano le strade da coquettes, in precario equilibrio su tacchi sorprendentemente alti. Musicisti di rango o di dozzina suonavano nei caffè, agli angoli delle vie, nei cortili delle case. La programmazione teatrale era intensa, in yiddish come in polacco, e capitava che gli spettacoli durassero tutta la notte per aggirare le regole del coprifuoco. Se costretti in casa, molti cittadini-prigionieri si tenevano occupati leggendo, giocando a scacchi, sfidandosi a carte (il bridge la faceva da padrone). Quanto al proverbiale humour ebraico, si tradusse addirittura nella circolazione, in forma manoscritta, di una Guida turistica del ghetto… Leggi tutto
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“Un film incompiuto“. La vita nel ghetto di Varsavia attraverso le immagini originali.
Una regista israeliana documenta la vita nel ghetto di Varsavia riprendendo le immagini originali raccolte dal Ministero della Propaganda, segnalato da Gexplorer.net
“Un film incompiuto“, realizzato dalla giovane regista israeliana Yael Hersonski è un found footage di un documentario nazista dal taglio grezzo, prodotto dal Ministero della Pubblica dell’Informazione e della Propaganda. Goebbels aveva una duplice urgenza per realizzare l’opera: l’uso a breve termine come propaganda di guerra e l’uso a lungo termine come propaganda storica di una razza che pensava si sarebbe presto estinta. La stragrande maggioranza di questo filmato è stato perduto, e il filmato in questione è stato trovato in un archivio tedesco orientale nel 1954. Vedi un pezzo con intervista alla regista.
– vedi anche: Warsaw ghetto archival footage – Warszawskie getto – Film taken mainly by German sources of the Warsaw ghetto. The Warsaw Ghetto was established by the German Governor-General Hans Frank on October 16, 1940 and completely closed one month later. At this time, the population in the Ghetto was estimated to be 400,000 people, about 30 percent of the population of Warsaw. However, the size of the Ghetto was about 2.4% of the size of Warsaw.
– Vedi inoltre: Jest to niemiecki film propagandowy z getta warszawskiego. Film nigdy nie ujrzał światła dziennego ze względu na brutalne sceny w nim zawarte.
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Today (21/12/10), Yad Vashem announced that it has identified two-thirds of the Jews murdered in the Holocaust – 4 million names.

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