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Una lettura cattolica di Solidarnosc

“Solidarnosc? Fu la festa delle teste alzate”
Annalia Guglielmi, ideatrice della mostra ricorda gli anni della liberazione dal regime 
Giovanni Bucchi, Nuovo Diario Messaggero, 10/02/2011
C’è un qualcosa di affascinante nella vicenda di Solidarnosc che si fatica a spiegare. Non basta raccontare di un sindacato cattolico fondamentale nell’abbattere in Polonia il regime sovietico, documentare l’anelito di libertà che si respirava nelle fabbriche di Danzica. L’essenza di Solidarnosc va alla radice del popolo polacco, dilaniato per secoli da divisioni e devastazioni, alla sua identità cattolica.
Fatta questa premessa, si comprende meglio perché un’iniziativa a 30 anni dalla nascita del sindacato polacco possa interessare anche i cittadini di Lugo, visto che da sabato prossimo sarà possibile visitare la mostra alle Pescherie della Rocca. Tra i curatori c’è Annalia Guglielmi, una donna che la Polonia la conosce ormai come le sue tasche. Imolese di 57 anni, Guglielmi fin dall’Università ha studiato la realtà polacca, dal 1978 al 1982 ha insegnato italiano all’Università di Lublino in Polonia. Lì ha conosciuto i protagonisti di Solidarnosc, e in Polonia è tornata nel 1990 per rimanervi fino al 2004. Di recente è stata insignita di diverse medaglie al merito da parte del governo polacco.
Professoressa Guglielmi, come è nata l’idea di questa mostra?
«L’idea mi è venuta pensando che nell’agosto 2010 ricorreva il trentennale della nascita di Solidarnosc. Nell’agosto 1980 si svolgeva anche la prima edizione del Meeting di Rimini e, ricordando la trepidazione con cui seguivamo gli avvenimenti di Danzica, ho pensato che quello fosse il luogo più indicato per riproporre l’esperienza di quegli uomini e donne che hanno cambiato il volto dell’Europa. Inoltre, sono convinta che l’esperienza di Solidarnosc sia particolarmente attuale per il mondo del lavoro anche oggi. Testi come “L’etica della Solidarietà” e “L’etica del lavoro” che padre Józef Tischner scrisse come riflessione sull’esperienza del lavoro nei paesi del socialismo reale e che fortunatamente la casa editrice Itaca ha recentemente riproposto in una nuova edizione, possono dire molto oggi in un momento in cui il lavoro dell’uomo sembra essere privato del suo significato più profondo».
Come presenterebbe l’esperienza di Solidarnosc a un giovane ignaro di tutto?
«Un esponente dell’opposizione al regime totalitario ha dato una definizione di Solidarnosc che amo molto: “La festa delle teste alzate”. Nei regimi dei paesi dell’Est tutto concorreva a far sì che gli uomini tenessero la testa bassa, perché ogni particolare, anche il più piccolo, della vita dei cittadini dipendeva dal potere centrale. Per questo le due grandi colonne su cui questi regimi si fondavano erano la menzogna e la paura. In questa situazione tesa a trasformare i cittadini in sudditi ubbidienti, fin dall’inizio alcuni uomini hanno detto di no, hanno deciso di assumersi il rischio e la responsabilità di affermare che la dignità dell’uomo è un bene che non si può sacrificare, e che è possibile creare dei rapporti tra gli uomini fondati sul rischio della fiducia».
Come ha vissuto questa esperienza in prima persona?
«Ho avuto la fortuna di vivere in Polonia dal 1978 al 1982. Insegnavo italiano all’Università Cattolica di Lublino, l’unica università cattolica dell’Est europeo. Ho quindi potuto condividere il prima, il durante e il dopo di Solidarnosc. Nel senso che prima ho vissuto lo svuotamento e l’alienazione prodotti dal regime, però avevo la possibilità di partecipare alla vita della cosiddetta opposizione e dei circoli della cultura libera e indipendente e quindi di rendermi conto che esisteva un’altra Polonia. Durante ho condiviso la festa delle teste alzate: ricordo l’entusiasmo e la determinazione, pur dentro il timore di un intervento russo, con cui nascevano e venivano allo scoperto associazioni, circoli, ambienti culturali, artistici, d’informazione. E dopo, cioè dopo l’introduzione dello Stato di Guerra ho potuto sperimentare come Solidarnosc fosse profondamente radicata nella coscienza del popolo, fosse realmente un’esperienza che andava ben al di là di un’organizzazione sindacale, tanto è vero che non solo lo Stato di Guerra non l’ha distrutta ma, paradossalmente, l’ha resa più forte attraverso la rete dei comitati di aiuto ai perseguitati politici e la fittissima rete della stampa e delle strutture clandestine».
Che cos’ha da insegnare Solidarnosc ai giovani di oggi?
«Il XX secolo è stato devastato da due tragici totalitarismi che hanno molto in comune: il nazismo e il comunismo. Il primo è stato immediatamente oggetto di riflessione e critica. A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, credo che sia giunto il momento di fare una profonda riflessione critica anche sul totalitarismo comunista. Credo che l’insegnamento più grande che ci viene da questi uomini è che non c’è nessun regime, neppure il più violento e disumano, che può distruggere il desiderio di verità dell’uomo».
Quale è stato il ruolo del sindacato cattolico nel crollo dei regimi dell’est?
«E’ stato, ovviamente, decisivo. Il Muro di Berlino non è caduto nel novembre del 1989, ma ha cominciato a cadere nell’agosto 1980, poi il 13 dicembre 1981, quando fu introdotto lo Stato di Guerra e fu evidente che Solidarnosc continuava a vivere, e poi, definitivamente, il 4 giugno 1989 quando in Polonia per la prima volta in un paese dell’Est si svolsero delle elezioni semi libere. In tutti i paesi dell’Europa dell’Est c’erano uomini che lottavano per la libertà e i diritti civili. La Polonia era un caso diverso, e questo soprattutto per la presenza della Chiesa e delle sue guide: il cardinal Stefan Wyszynski, primate di Polonia, e il cardinale di Cracovia Karol Wojtyla, che fanno parte di quella nutrita schiera di sacerdoti polacchi che nei secoli ha maturato una grande capacità di porsi a fianco della nazione tutta e di guidarla verso la propria verità».
Che ruolo ha avuto Giovanni Paolo II?
«Ovviamente ha avuto un’importanza decisiva. Molti fanno risalire la nascita di Solidarnosc al primo pellegrinaggio di Giovanni Paolo II in Polonia nel giugno del 1979. E credo ci sia del vero. Come ha detto un testimone, in quelle giornate i polacchi non solo hanno visto e incontrato la figura del Papa, ma hanno anche visto e sperimentato di che cosa potevano essere capaci: guardando il Papa hanno riscoperto se stessi e la Polonia in cui volevano e potevano vivere, e si sono anche contati».
C’è una cosa che noi italiani dovremmo imparare dal popolo polacco?
«Credo che innanzitutto dovremmo imparare che cosa significa sentirsi popolo e nazione. In questi giorni in cui si festeggia il 150 anniversario dell’unità di Italia sento molta retorica che proprio non mi convince. E poi, soprattutto noi cristiani, credo che dovremmo imparare che la fede o incide e cambia la vita degli uomini e delle comunità umane, entrando nel dettaglio della concretezza di cui vive l’uomo, o non serve a molto».

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