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Un libro su Jerzy Popieluszko

Eroe di un popolo perseguitato
di Marco Invernizzi, La Bussola Quotidiana, 05-03-2011
Don Jerzy Popieluszko è il titolo di un altro bel libro sul martire polacco riconosciuto beato dalla Chiesa cattolica. Scritto da Ewa K. Czaczkowska e da Tomasz Wiscicki (Mimep-Docete, euro 12), è un volume ponderoso di oltre 500 pagine, tradotto dal polacco, arricchito da una splendida serie di fotografie raccolte direttamente dall’archivio della parrocchia dove il sacerdote risiedeva, a Varsavia. Esso va oltre la semplice biografia, perché racconta la storia di un popolo, le radici da cui è uscito il futuro martire, familiari, parrocchiali, sociali.
Così, questa opera importante, ci permette di comprendere le ragioni di una resistenza miracolosa, che negli anni ‘80 del secolo scorso meravigliò tanti anticomunisti in Occidente per la sua rapida diffusione, per la forza che seppe esprimere durante gli anni della legge marziale, e per la vittoria che nel 1989 riuscì a ottenere. Don Jerzy Popieluszko è stato ucciso da tre ufficiali dei servizi segreti polacchi dopo essere stato rapito il 19 ottobre 1984 ed è stato beatificato il 6 giugno 2010. Egli è considerato un eroe, oltre che un testimone della fede, proprio perché dopo l’introduzione dello stato di guerra rimase legato a Solidarnosc, che era stata costretta a entrare in clandestinità. Ma è eroe e martire di un popolo eroico e martire.
La sua figura e il suo sacrificio ci offrono la possibilità di riflettere un po’ più in profondità sul mistero doloroso che accompagna il popolo polacco nella sua storia, in particolare quella contemporanea, anche alla luce della prossima beatificazione del “grande” Giovanni Paolo II, prevista il 1° maggio 2011. La Polonia ha conosciuto più volte nel corso della sua storia l’esperienza della perdita delle istituzioni pubbliche, di ciò che oggi chiamiamo lo Stato; anzi, in qualche modo essa è la conferma di come una società possa crescere, svilupparsi, produrre grandi risultati artistici, letterari e in genere culturali, anche senza avere uno Stato. Anche se uno Stato può aiutare a crescere, a volte anche in modo decisivo.
Ma è soprattutto nella storia contemporanea che la Polonia fa in modo drammatico l’esperienza del dolore. Una prima volta avviene nel 1939, quando la Polonia viene spartita dai due totalitarismi del XX secolo stretti nel patto di non aggressione che unisce la Germania all’Urss dal 1939 al 1941. Lo Stato e l’esercito polacchi si dissolvono, ma la società resiste. Può sembrare che Dio abbia abbandonato la nazione cattolica, ma non è così. Proprio in quegli anni si diffonde a Cracovia una devozione alla divina misericordia che diventerà patrimonio di tutta la Chiesa 60 anni dopo. L’artefice è una suora polacca, santa Faustina, che Giovanni Paolo II canonizzerà nel 2000, istituendo addirittura la festa liturgica della divina misericordia la domenica in albis, dopo la Pasqua.

E tutto parte da dove il peccato ha sovrabbondato, come appunto in Polonia, perché questa nazione non ha soltanto subito la guerra, come tanti altri popoli, ma addirittura è stata divisa fra due entità nemiche fra loro ed entrambe avverse alla Polonia stessa.
Durante la guerra, un’altra prova si abbatte sulla Polonia. Nella foresta di Katyn, nei pressi di Smolensk, vengono uccisi dalle forze militari sovietiche con un colpo alla nuca circa 22mila soldati polacchi, fra cui 8mila ufficiali. Contemporaneamente Stalin ordina di internare in Siberia altri ufficiali polacchi prigionieri in altre zone sotto il controllo sovietico, con tutte le loro famiglie. L’intento è quello di annientare la classe dirigente polacca allo scopo di indebolire la Polonia, in vista del dopoguerra. Il colpo per la Polonia è gravissimo, difficilmente calcolabile. Ogni polacco laureato doveva entrare nell’esercito come ufficiale della riserva e non è difficile immaginare come i laureati fossero, grosso modo, la classe dirigente del Paese. Nella Polonia comunista tutti sapevano che la responsabilità dell’eccidio di Katyn era dei comunisti sovietici, ma nessuno poteva dirlo pubblicamente, fino al 1990, quando anche Mosca riconobbe la responsabilità dell’Urss.
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la Polonia conosce la altrettanto dolorosa esperienza del regime comunista. A differenza di altre nazioni dell’Est europeo, la nazione polacca non si divide ma rimane sostanzialmente unita attorno alla Chiesa, che ha profonde radici nel popolo. Questo impedisce al partito di avere un reale consenso, non solo, ma il dissenso, comune a tutti gli Stati comunisti, in Polonia si orienta verso la Chiesa, che lo guida, in qualche modo lo protegge da una peggiore persecuzione. E’ in questa situazione che matura la crescita e la vocazione di don Popie?uszko, così come la nascita di Solidarnosc, nel 1980, nemmeno due anni dopo l’elezione al pontificato dell’arcivescovo di Cracovia. Trascorrono soltanto dieci anni e il leader del sindacato diventa Presidente della Repubblica polacca, dopo la caduta del Muro di Berlino, le elezioni libere e la sconfitta comunista.
E qui comincia un’altra storia, certamente meno cupa ma anch’essa segnata dal dolore. Il dolore di una difficile ricostruzione, di un rapporto contrastato con l’Europa che vuole imporre a una Polonia cattolica stili di vita incompatibili con i principi cristiani. Una storia infine segnata da una nuova tragedia, il 10 aprile 2010, a Smolensk, in Russia, dove cade l’aereo presidenziale polacco che stava atterrando per le celebrazioni dell’eccidio di Katyn, che avrebbero unito per la prima volta le autorità polacche e russe. Muoiono il Presidente Lech Kaczynski, la moglie, il capo di Stato maggiore dell’esercito, numerosi ministri, la figura carismatica di Solidarnosc Anna Walentynowicz, tutti i responsabili delle Forze armate. In tutto cento persone, la classe dirigente della parte conservatrice del Paese, oltre a parlamentari di altre forze politiche… LEGGI TUTTO.

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