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Polonia-Germania, c’è del nuovo

Se Varsavia tira le orecchie a Berlino
di Matteo Tacconi, pubblicato da Europa il 30 novembre 2011

Il ministro degli esteri polacco: la Germania si assuma le proprie responsabilità nella crisi dell’eurozona. Non era mai successo che un politico polacco di alto livello si prendesse il lusso di criticare la locomotiva d’Europa.

Mai visto che un ministro degli esteri polacco si prendesse il lusso di tirare le orecchie ai tedeschi, per giunta a Berlino. Ma le cose sono andate davvero così. Dunque è il caso di raccontarle. Lunedì pomeriggio Radoslaw Sikorski, capo della diplomazia di Varsavia, ha tenuto un discorso nella capitale tedesca, ospite della Deutsche Gesellschaft Für Auswärtige Politik, rispettato think tank di politica estera. Il tema era “la Polonia e il futuro dell’Europa”.

Sikorski è partito tracciando un parallelo – in voga negli ultimi tempi – tra il crollo della Jugoslavia e l’attuale stagnazione comunitaria, spiegando che fu la decisione serba di battere il proprio dinaro a dettare il cataclisma balcanico e lasciando intendere che oggi, qualora qualcuno volesse uscire dall’euro, sarebbero guai. Ha in seguito smentito la tesi secondo cui i mali dell’Ue deriverebbero dall’allargamento a Est. Cosa smontata d’altronde dai numeri. Nel ‘95 il commercio tra “vecchia” e “nuova” Europa era pari a 55 triliardi di dollari, adesso è salito a 222. Poi è arrivata la stoccata alla Germania, colpevole a detta del ministro di non fare quello che potrebbe e dovrebbe fare, in una così precaria congiuntura economico- finanziaria, per salvare la moneta unica e l’Ue nel suo insieme.

Sikorski, accanto a lui l’omologo tedesco Guido Westerwelle, ha affermato che Berlino «dovrebbe ammettere che è la maggiore beneficiaria dell’attuale situazione», dato che gli investitori evitano i paesi a rischio e questo «ha abbassato il costo dei prestiti in denaro in Germania».

Non basta. Il ministro, a proposito della crescente frustrazione che i tedeschi provano nel soccorrere chi gestisce troppo allegramente i propri bilanci, ha rammentato che la Germania ha più volte «infranto il patto di stabilità », osservato che le banche di Berlino hanno comprato avventatamente titoli tossici e concluso mettendo in luce che la locomotiva d’Europa «non è la vittima innocente dell’altrui dissolutezza».

Ancora, la predica non s’è esaurita qui. Sikorski ha riferito che considerati il peso e la storia della Germania, essa «ha la speciale responsabilità di preservare pace e democrazia nel continente ». Anche perché – e qui la strigliata ha preso la forma di un’esortazione – la Germania è centrale e indispensabile a livello europeo. «Incomincio a temerne più l’inattività che la potenza e sono probabilmente il primo ministro degli esteri polacco a dirlo », ha chiosato Sikorski.

Morale? Scrive correttamente sull’Economist Edward Lucas, brillante osservatore di Europa centro-orientale e Russia: «È da capire se la Germania cambierà corso. Ma il momento storico è chiaro: vedere un ministro degli esteri polacco che parla a una platea tedesca con il piglio del peso massimo, con idee serie e domande altrettanto serie, dà il senso del cambiamento della Polonia, rispetto a quando il paese era percepito come bisognoso della generosità occidentale».
Certo, è anche vero che Sikorski, dal momento che il suo paese detiene la presidenza di turno dell’Ue, s’è potuto in una certa misura permettere di dire certe cose. Com’è vero che sa perfettamente che la Polonia, benché goda attualmente di sana e robusta costituzione, dipende dall’economia dell’eurozona e che il trattato di adesione all’Ue le impone di dotarsi prima o poi della moneta unica. Quindi il suo discorso va declinato anche secondo la lente polacca e tradisce una certa preoccupazione in vista degli obblighi futuri.

Rimane il fatto che mai un polacco aveva osato tanto e mai, dall’inizio della crisi a oggi, un politico europeo aveva mai detto le cose come stanno. Che la Germania non è immune da responsabilità e che sta risentendo ancora una volta del suo paradosso storico: troppo debole per essere egemone, troppo forte per unire. E dunque immobile.
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Se anche Varsavia invoca la guida della Germania
di Luigi Spinola, Il Riformista, martedì, 29 novembre 2011

Radek Sikorski dalla Porta di Brandeburgo vuole lanciare un appello che lasci il segno. E per farsi capire anche da chi fosse debole di memoria, sottolinea che «sono il primo ministro degli Esteri nella Storia della Polonia a dire una cosa del genere». A Varsavia la dichiarazione viene giudicata dal nazionalista Jaroslaw Kaczynski poco meno di un tradimento perché «nel passato molti polacchi sono morti per le cose che il governo concede ora senza una parola di protesta».
La bomba storico-diplomatica di Sikorski però non è destinata ai suoi concittadini, ma a svegliare i tedeschi e gli altri decisori europei, cui si rivolge anche nella lettera-editoriale pubblicata ieri dal Financial Times.
«Non c’è nulla di inevitabile nel declino dell’Europa – ammonisce il ministro degli Esteri polacco – ma siamo sull’orlo del precipizio (…) chiedo alla Germania, per il suo e il nostro bene, di aiutare l’eurozona a sopravvivere e a prosperare. Sapete benissimo – conclude a Berlino, rivolgendosi ai padroni di casa – che nessun altro può farlo».
L’appello alla piena assunzione delle proprie responsabilità da parte della Germania, questa volta arriva dal governo di un Paese ancora ai margini dell’unione monetaria, ma consapevole che «l’implosione dell’eurozona sarebbe una crisi di proporzioni apocalittiche, che andrebbe ben aldilà del nostro sistema finanziario». E dal Paese che, storicamente, avrebbe più di ogni altro motivo di temere risorgenti velleità egemoniche di Berlino.
Radek Sikorski però sembra l’idealtipo del “nuovo europeo”: oxfordiano, atlantista prima di essere europeista, a lungo studioso-militante dell’American Enterprise Institute e sposato con Anne Applebaum, storica dei gulag ed editorialista del Washington Post. E oggi il polacco teme più il nano politico che il gigante economico tedesco, il miope perseguimento del particulare germanico più dell’espansionistica volontà di potenza.
Sikorski da ministro degli Esteri ha lavorato in questi anni per migliorare i rapporti con la Germania, normalizzando al contempo quelli con Mosca, pur conservando una giustificata preoccupazione per l’asse energetico che passa per il Baltico. Ora chiede a Berlino ciò che Obama ripete inutilmente ad Angela Merkel da più di un anno: «Try something big». E mentre lavoriamo insieme per una maggior integrazione, per la quale Sikorski sollecita un salto di qualità anche al Regno Unito, rafforza la potenza di fuoco a difesa dell’euro.
La Kanzlerin per ora tira dritto in vista di un patto di stabilità rafforzato, frenando oggi un maggior attivismo della Bce di fronte all’emergenza, e in prospettiva una ridefinizione dei compiti di Eurotower. In cambio offre lezioni di tedesco, adeguandosi alla convinzione maggioritaria in Germania secondo la quale, senza gli incentivi giusti, i partner non impareranno mai la disciplina necessaria per tenere i conti in ordine.
Il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha rinnegato lunedì alla stampa estera la recente, trionfale rivendicazione del capogruppo della Cdu al Bundestag Volker Kauder: «Tutto a un tratto, l’Europa ha iniziato a parlare tedesco». Sono premure diplomatiche di scarsa sostanza. La preoccupazione oggi è un’altra: la Germania è pronta ad assumersi le proprie responsabilità in Europa, spiegando ai suoi frugali concittadini, se ne è convinta, che la voragine aperta nella periferia del continente rischia di risucchiare anche la ricchezza e la stabilità nazionale?
Nel momento di massimo pericolo per la costruzione comune la risposta passa anche dalla soluzione della crisi d’identità della Germania. Definita geopoliticamente con chiarezza quando era amputata sulla linea del fronte tra occidente e impero sovietico, ma ancora irrisolta in questa incompiuta transizione post-guerra fredda, la Germania unita deve decidere cosa vuole fare da grande. Altrimenti rischiamo davvero di morire presto come europei, tutti virtuosamente tedeschi.

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