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L’Europa vissuta all’italiana, dal Colle

Presentazione a Roma del libro di Antonio Puri Purini, Dal colle più alto. Al Quirinale con Ciampi negli anni in cui tutto cambiò, Il Saggiatore, Milano 2012.

Gli anni «cruciali» in cui tutto cambiò sono compresi tra il maggio 1999 e settembre 2005, e furono caratterizzati per non dire funestati dall’attacco alle Torri gemelle, dall’intervento armato in Afghanistan, dalla (prima) guerra in Iraq, dall’ascesa della Cina, dall’allargamento dell’UE, dalla Riforma costituzionale dell’UE dalla Convenzione al Trattato. E, nel 2001, dal ritorno in Italia al potere del centro destra che, in politica estera, scelse di allontanare così tanto l’Italia dall’Europa – perché è l’angoscioso interrogativo che scorre in tutto il libro. Perché a quel centrodestra l’Europa ha fatto e fa tanto schifo?

Credo che sia importante tentare una risposta a questa legittima domanda, in considerazione soprattutto del convinto e fruttuoso europeismo dell’Italia nella lunga durata. Cinque (mie) ipotesi:

- alla base potrebbe esserci una reazione alla retorica europeista italiana che si è protratta fino agli anni 90.

- ma anche una reazione ai vincoli e obblighi e richiami all’ordine che la costruzione europea da sempre comporta. Hai oneri e doveri se vuoi rimanere membro del club, il che costa fatica e non sempre porta voti immediati, quindi si fa credere ai propri elettori che l’Europa sia un corpo esterno, alieno, estraneo, «cattivo», sul quale scaricare tutti i torti. Non è l’Italia che «sceglie» o «contribuisce» ma è l’UE che «impone».

- Oppure, al contrario, potremmo considerare l’antieuropeismo delle destre italiane degli anni 90 e degli anni Zero (prima decade del XXI secolo) come la continuazione portata alle sue estreme conseguenze di un atteggiamento molto italocentrico e di un provincialismo tutto italico (Roma Caput Mundi). L’atteggiamento di «celudurismo» si rifà a una certa cultura fascista in cui lo slogan chiave è: «contare di più», ma poi…

- Ma c’è da mettere in conto anche un complesso d’inferiorità delle classi dirigenti italiane nei confronti delle classi dirigenti europee: per non competere (si rischia di perdere) e per mascherare i propri difetti (non conoscenza delle lingue e culture straniere, non conoscenza del mondo esterno, non sapersi muovere bene e a proprio agio in ambienti internazionali e nei meandri di Bruxelles, scarso interesse per tutto ciò che non è il proprio ombelico, il proprio elettorato diretto, il proprio territorio locale) si è demonizzata l’Europa, Bruxelles e gli eurocrati caricandoli di tutti i difetti e di tutte le colpe possibili.

- Infine ha giocato probabilmente la struttura binaria del pensiero politico nel ventennio berlusconiano: noi/loro, dove «loro» sono «il nemico»: sul piano interno i comunisti e l’Ancien Régime e sul piano esterno «loro» è l’URSS/Europa.

Gli interventi sul libro non sono stati banali, al contrario. Discussione densa di passioni civili, di visioni, di analisi interessanti, di informazioni e di fatti. Anche quei politici che per vari motivi si faceva fatica ad ascoltare, hanno detto frasi a tratti intelligenti. I temi evocati, d’altra parte, di per sé spingevano ad elevare la qualità delle riflessioni. Ne elenco alcuni: l’europeismo di Carlo Azeglio Ciampi e di Napolitano, il ruolo di Ciampi e della Presidenza della Repubblica rispetto alla collocazione internazionale del Paese, la diplomazia italiana come punta di eccellenza, la moneta unica come vincolo e baluardo, i rapporti italo-tedeschi, la dialettica tra visione del governo e visione del Quirinale, l’Europa sovranazionale e confederale, l’Europa cattolica/di altre confessioni/non confessionale, la separazione «amichevole» tra Europa e religione, tra Italia e Santa Sede, l’ascesa dei populismi europei, il momento magico non colto della Convenzione, i rapporti tra Italia-Europa-Germania ai tempi di Prodi, l’attuale crisi economico-finanziaria e politica dell’UE e dell’euro, le «soluzioni» di Mario Monti, l’incontro odierno Monti-Merkel… Mi sono segnato una frase: «il provincialismo è un virus».

Sono uscito dall’incontro con la voglia di leggere il libro, infatti l’ho subito comprato.

Nel libro c’è poca Polonia, pochi i polacchi nominati e rare volte: Giovanni Paolo II, Walesa, Kwasniewski. Ma si sente a partire dal 2000 un interesse crescente di Ciampi per i Paesi dell’Europa dell’Est, che si rivelano tuttavia «diffidenti verso il principio di sovranazionalità» e il principio delle decisioni a maggioranza. L’apertura a Est «soprattutto verso la Polonia, andava gestita con maggiore ponderazione» (era il 2000). Si misura, per contrasto, quanta Polonia c’è — «sta» come dicono i pugliesi — nella visione di Napolitano. Da Ciampi a Napolitano la Polonia è diventata presenza normale e quotidiana. Segno che, a prescindere dalle rispettive personalità dei due presidenti, l’integrazione tra Est e Ovest ha fatto passi da gigante in un decennio.

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