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La traduzione è la lingua dell’Europa

Linguaggi in transito verso la nuova Europa
di Camilla Miglio, Il Manifesto, 28-09-2012

Le Giornate della traduzione, la cui decima edizione si apre oggi a Urbino, sono uno dei tanti segnali della nuova visibilità, anche in Italia, di un mestiere a lungo trascurato e sommerso. Con i «translation studies» emerge finalmente il ruolo politico di una pratica profondamente connessa con la sfera pubblica
La traduzione come attività, come prassi linguistica, intellettuale e politica, come modo di leggere e ascoltare l’Altro in senso lato, negli ultimi dieci anni ha rivoluzionato un mondo, quello dei traduttori stessi, che proprio in virtù della loro presunta, forzata «invisibilità» (così Lawrence Venuti ne L’invisibilità del traduttore) hanno sviluppato incredibili capacità e strategie di agire nella terra di mezzo delle differenze. Nel frattempo, a dispetto delle tariffe sempre troppo basse per i traduttori – soprattutto in Italia – la cultura contemporanea ha attraversato un vero «translational turn» legato al «transnational turn» in atto nella critica della cultura, nella sociologia, nella stessa politica.
Proviamo a fare mente locale. Ci imbattiamo in traduttori protagonisti di romanzi. È ormai un sottogenere quello della translator’s novel. Basti pensare alla Vendetta del traduttore di Brice Matthieussent (Bompiani). Ma è un genere di cui abbiamo già avuto, qualche anno fa, un precoce esempio in Italia con Laura Bocci, Di seconda mano. Né un saggio né un racconto sul tradurre letteratura (Rizzoli). E a loro modo traduttori sono anche la maggior parte dei poeti del Novecento. Fino ai giorni nostri praticano la traduzione non solo come mezzo di sostentamento, ma soprattutto come corpo a corpo con altri autori, con la grana della lingua altrui, che solo con un contatto fisico e profondo riescono a riconfigurare, empaticamente o per contrasto, nella propria. È il caso di poeti come Rainer Maria Rilke e Paul Celan per citarne solo due tra tutti i possibili stranieri. O come gli italiani Vittorio Sereni, Eugenio Montale, Giorgio Caproni, Amelia Rosselli, e una lunga serie di nomi che arriva fino ai contemporanei, da Franco Buffoni a Antonella Anedda, da Valerio Magrelli a Rosaria Lo Russo, a Marco Giovenale).
I traduttori di professione si cercano, si organizzano. Escono dall’isolamento del loro lavoro interinale e nascosto, si ritrovano in seminari e convegni: le giornate di Urbino che cominciano oggi, i laboratori estivi di Firenze a cura della cooperativa del Nuovo Traduttore Letterario, i seminari che in tutta Europa fioriscono, in officine internazionali di grande rilevanza culturale. Penso, ancora, alle giornate di Montpellier, o ai seminari del Literarisches Kolloquim di Berlino. Pionieristica è stata la scuola itinerante di Magda Olivetti; da poco è nata la scuola di Torino; in Italia si contano almeno due Festival della traduzione (Napoli, con i due anni del festival della traduzione www.estranslation.net) e l’appuntamento annuale di Babelfestival a Bellinzona. Molti e importanti sono i siti italiani di approfondimento del tema e del mestiere del tradurre: rivistatradurre.it; www.lanotadeltraduttore.it, www.lerotte.net. Per non parlare, last but not least, di riviste storiche come «Testo a fronte», «Semicerchio» e «Lettera internazionale» che alla traduzione dedicano mirate esplorazioni e di traduzione vivono.
Scambi di lunga durata
I traduttori ora hanno un loro sindacato autonomo anche in Italia, STRADE. A livello continentale esiste la piattaforma europea per la traduzione letteraria www.petra2011.eu (che proprio in Italia, a Roma tra l’Università la Sapienza e la Casa delle Traduzioni, in collaborazione con STRADE, il 22-23 ottobre si darà appuntamento). Oltre i tradizionali premi alla traduzione (il Premio nazionale del Mibac, il Monselice), altri premi letterari tout court, come il Premio Napoli, hanno aperto da quest’anno una sezione per la traduzione (grazie al suo presidente, a sua volta poeta e traduttore, Gabriele Frasca).
La traduzione, dunque, è arrivata sulla ribalta italiana, con qualche ritardo forse rispetto al resto del mondo, dove è considerata attività e arte primaria. I Translation studies fioriscono infatti nei dipartimenti di tutto il mondo, illuminando diversi campi del sapere. La sociologia della traduzione, innanzitutto, con importanti studi sul «campo culturale» (Bourdieu), ha ben individuato il ruolo dei traduttori editoriali, analizzando le scelte delle case editrici e del mondo accademico in relazione agli scambi tra culture nella lunga durata. Poi si sono imposti in primo piano i subaltern e i postcolonial studies, che hanno sottolineato soprattutto il potenziale sovversivo dell’atto di traslare, di tradurre nella propria lingua figure e idiomi dell’altro (Homi Bhabbha). Negli Stati Uniti è molto vivo il dibattito sulla Translation Zone di Emily Apter, che da filologa romanza ripensa il ruolo politico della traduzione in tempi di conflitto, come i nostri.
Il mondo nella valle dell’Ebro
Generalizzando appena, si può sostenere che la traduzione ha sempre avuto a che fare sia con il passaggio pacifico tra culture, sia con l’elaborazione dei conflitti e dei traumi. Una storia per tutte: la Toledo di Alfonso el Sabio. Possiamo pensarla come comunità di traduttori arabi, spagnoli, ebrei, cristiani convenuti nella valle dell’Ebro da tutto il mondo, capaci di vivere e lavorare insieme in nome della reciproca comprensione; oppure immaginarla come una città zeppa di agenti, di rappresentanti di parte, che si sforzano di conoscere, di decifrare il pensiero dell’avversario. Sono vere entrambe le versioni dei fatti. Ed è questa la translation zone, war zone e passaggio di pace, nella quale ci troviamo ancora oggi.
Un esercizio di lealtà
Anche se è vero che oggi abbiamo qualche nozione in più rispetto a «quello che la traduzione fa alla lingua» (così Henri Meschonnic, nella sua Etica e poetica del tradurre). Cosa significa nozione in più? Significa che non ci sono «parti», o identità distinte che si «trasportano» nello spazio e nel tempo, ma entità fluide che si mescolano (ce lo insegna Zygmunt Bauman). Il movimento e il contatto traduttorio modificano i testi e le lingue (e qui, ad insegnarcelo, sono stati Walter Benjamin e Jacques Derrida prima di ogni altro).
Ma chi ha paura della traduzione? Ha paura della traduzione chi teme l’«imprevisto». La traduzione non è specchio dell’esistente, non è imitazione. Non è fedele né infedele. È forse – come spesso dice Franco Buffoni – «leale». Certamente sposta in terra incognita i significati e le lingue. Per questo, a buon titolo, essa entra nell’idea di praxis, di vita activa, così come la intende Hannah Arendt. È legata al futuro e alla libertà. Produce il nuovo e l’inaspettato, ma è connessa in maniera profonda con la sfera pubblica del lavoro e della produzione, materiale e simbolica.
Il legislatore italiano deve aver percepito il potenziale libertario e di disturbo dello status quo che caratterizza la traduzione. Ecco perché – almeno per quanto riguarda il sistema accademico italiano – si continua a far finta di niente. Gli studi sulla traduzione, e persino la pratica della traduzione, mantengono nella scala simbolica e disciplinare un rango ancillare. 
Tali studi, nella migliore delle ipotesi, sono considerati una sottosezione della linguistica, teorica o applicata. La traduzione, una attività a latere delle occupazioni nobili dello studioso, o una malpagata occupazione artigianale, che nulla ha a che fare con importanti questioni ermeneutiche. E questo – spiace dirlo – più di duecento anni dopo Schleiermacher, padre dell’ermeneutica e degli studi sulla traduzione (se proprio vogliamo tacere di Lutero, Erasmo, e dell’Umanesimo italiano).
La buona notizia è che accademici e traduttori di professione da una decina d’anni cominciano a cercarsi e a incontrarsi, a creare circuiti di discussione in vista di un’azione comune. La traduzione come rete? La traduzione come tessuto connettivo, come spazio politico, pratico e simbolico, della nuova Europa?

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