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Olek Mincer a puntate (1 e 2 e 3 e 4)

Da oggi, ogni LUNEDI — in attesa che esca in sala «In Darkness», il film di Agnieszka Holland — l’attore Olek Mincer pubblicherà a puntate il suo racconto «Il cuore di Leopoli».

Di seguito la prima puntata, seguita dalla seconda e ora anche dalla terza e pure dalla quarta.

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«In Darkness» sarà in sala dal 24 gennaio 2013

Il 24 gennaio 2013, in occasione della Giornata della Memoria del 27, uscirà nelle sale In Darkness. Il film, diretto da Agnieszka Holland (Poeti dall’Inferno; Il Giardino Segreto; Io e Beethoven), racconta la storia vera di Leopold Socha, operaio del sistema fognario e ladruncolo a Lvov, nella Polonia occupata dai nazisti.

Distribuito da Good Films e interpretato da Robert Więckiewicz (Dark House; All Will Be Well), Benno Fürmann (La Principessa + Il Guerriero; Joyeux Noël – Una Verità Dimenticata dalla Storia; Jerichow), Agnieszka Grochowska (Pregi; Upperdog), Maria Schrader (Le Valigie di Tulse Luper; Rosenstrasse), Herbert Knaup (Lola Corre; Le Vite degli Altri), In Darkness, è tratto dal libro In The Sewers of Lvov (Nelle fogne di Lvov), di Robert Marshall. La sceneggiatura è stata affidata a David F. Shamoon.

Sinossi: Leopold, si imbatte in un gruppo di ebrei nelle fogne della città e accetta di nasconderli per denaro. Quello che inizia come un mero accordo “economico» prende, però, una piega inaspettata. Tutti dovranno trovare un modo per scampare alla morte nei 14 mesi vissuti in un continuo stato di allerta.
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«Il cuore di Leopoli»

di Olek Mincer

a  Witek

«La trasferisco, è la cosa migliore».

Witek non mi telefona quasi mai.  Non mi ricordo neanche bene se è stato lui a chiamarmi oppure se ero stato io a chiedere della mamma. In ogni caso la notizia del suo  trasferimento in una casa di riposo era arrivata da un giorno all’altro, senza il minimo preavviso.

Dopo la morte di papà la mamma aveva cominciato a stare sempre peggio. Per qualche ora al giorno andava da lei  la signora Renia,  che già ci aveva dato una mano durante la malattia di papà. Renia le cucinava qualcosa, le dava le medicine, la aiutava a lavarsi, ma il resto della giornata  e la notte rimaneva da sola. Witek controllava la situazione con la sua efficienza da manager ben inserito nella Polonia di oggi.

 Era stata mia cugina Maryla a raccontarmi per telefono questo episodio:

 «Ero andata a trovare Edzia e l’ho incontrata  smarrita nel cortile davanti casa. «E come pensavi di tornare, tutta sola? Magari non ti ricordi neanche l’indirizzo di casa tua». «Io? certo che lo ricordo benissimo:  via Jakub Herman 12 barra 8».

Da quando ci eravamo stabiliti a Varsavia, nel 1959, abitavamo in via Żeromskiego al numero 4A, nel quartiere di Bielany, una zona costruita appositamente per i dipendenti dell’acciaieria Huta Warszawa, dove mio padre aveva trovato lavoro. In via  Jakub Herman  mia madre aveva abitato con i suoi genitori,  negli anni Trenta, a Leopoli …

Ma non era stato questo episodio a convincere  Witek  della necessità di non lasciarla mai sola, bensì il solito vicino di casa  che aveva “rubato” la signora Renia per  sua madre, anziana e sola come la nostra,  e a questo punto.

«La mamma è in una casa di riposo non lontanissimo da casa mia. È il meglio che sono riuscito a trovare. Ci  sono anche delle inservienti ucraine, chissà, magari qualcuna viene anche da Leopoli».

«Laura, dovrò andare a Varsavia al più presto… ».

«Certo,  la mamma è la mamma».

  Era l’ottobre del 2009 quando sono partito.

«Magda, sai magari di qualche film  con un ruolo per me? Ho bisogno di venire a trovare mia madre ogni tanto,  e mi farebbe davvero comodo».

«Mia sorella Agnieszka sta preparando qualcosa, forse fa per te …».

Magda la conoscevo da tempo, era la moglie di Piotr, che anni fa era stato  ospite a casa nostra a Roma, e sorella di Agnieszka Holland. A giugno, l’anno prima, Piotr mi aveva  invitato a vedere il suo ultimo film 0_1_0. Era una proiezione privata al cinema Muranów, proprio nel cuore di quello che durante la guerra era stato il ghetto di Varsavia, a cento metri dall’Istituto Storico Ebraico dove per tanti anni aveva lavorato mia madre, e dal Grattacelo Azzurro, costruito  al posto della  grande sinagoga di Varsavia, progettata dall’architetto Leandro Jan Marconi e distrutta dai nazisti; alla proiezione era venuta anche Agnieszka. Piotr, che ci teneva tanto alla sua opinione, solo pochi giorni dopo non era più tra i vivi, stroncato da un attacco cardiaco durante un trasloco.

 In quel momento non avevo  la minima idea che tra poco più di un anno avrei lavorato con Agnieszka, né che mia mamma sarebbe andata in casa di riposo, o che nell’ottobre successivo ci sarebbero stati i funerali di Marek Edelman.

Tanta gente intorno al monumento degli eroi del ghetto. Canta per Edelman Alina, attrice del teatro ebraico di Varsavia, figlia di un’amica di Marek ancora nel ghetto, Adina Blady Szwajgier, che passò con lui attraverso le fogne di Varsavia alla parte ariana della città, medico anche lei. Più tardi vedrò al museo dell’Istituito Ebraico Alina recitare un monologo tratto dal libro di sua madre. L’inno del Bund – il partito operaio ebraico, la Shvue, è intonata da colleghi e amici del teatro dove avevo fatto i miei primi passi da attore. La cerimonia funebre era condotta da Agnieszka. Parlano collaboratori di Edelman, suoi allievi, le autorità. Davanti al monumento la grande foto con il nastro nero, fiori. I visi dell’enorme bassorilievo di Nathan Rappaport si confondono con quello del comandante.  Andiamo tutti in  via Mordechaj Anielewicz; il capo della rivolta del ghetto, eroe di tutti gli ebrei ma in maniera particolare del movimento scoutistico ebraico Ha-shomer Ha-tzair di cui faceva parte (così come ora, a Roma, mio figlio Emanuele). Lungo il percorso  dal monumento al cimitero ebraico un’orchestra di ottoni suona le musiche  dei funerali di New Orleans. Forse un desiderio di Edelman, lui odiava  la retorica e amava il whisky. Parlo con gli amici  venuti apposta da Roma, ebrei  e polacchi come me,  grazie a cui qualche anno fa avevo potuto stringere la mano a Edelman. Una volta, per la diretta televisiva della RAI, mi era stata affidata la traduzione in  diretta delle parole di Edelman. Allora  era stata apprezzata la mia commozione, che aveva reso patetica la mia voce …

Allo strettissimo ingresso al cimitero, era aperta solo una porticina di ferro all’interno del portone più grande, qualcuno mi spinge con forza sulla spalla, è più basso di me, ha addosso un pesante paltò marrone che ingrandisce ancora di più le sue spalle larghe. Improvvisamente vedo una camera e un microfono a pochi centimetri dal mio naso, non sarò mica diventato famoso, così all’improvviso?

«Signor presidente! Una parola per il Nobel ad Obama!» «Vedremo se sarà all’altezza».

A rispondere era quello che mi aveva spintonato vicino alla porta, Nobel anche lui, Lech Wałęsa, che presenziava al funerale del suo commilitone nella clandestinità durante la Polonia Popolare.  Al cimitero di nuovo discorsi, la sepoltura in silenzio e alla fine un frastuono di spari – gli onori militari del plotone di rappresentanza dell’esercito polacco. Una volta questo plotone aveva la caserma a Bielany, a due passi da casa nostra. Dalle recinzioni si potevano intravvedere file di specchi sistemati all’aperto,  che servivano per verificare la perfezione delle mosse degli singoli soldati. Le divise dovevano essere immacolate e anche la rasatura doveva essere irreprensibile (si trattava esclusivamente di maschi). Una volta li avevo visti radersi le barbe nel cortile, tutti insieme a comando, davanti ai loro specchi d’allenamento. Poi si erano trasferiti dall’altra parte della città. Nel poligono dei narcisisti erano state erette delle case. Per vedere i soldati in azione oggi si può  andare in piazza Maresciallo Piłsudski, dove stanno di guardia  alla fiamma eterna del milite ignoto,  sistemato all’interno dei pochi resti del palazzo Saski: solo poche pietre risparmiate, bontà loro, dai nazisti. Ora i soldati del Corpo di Rappresentanza portano i berretti quadrati, la rogatywka che riprende un’antica tradizione militare, reintrodotta grazie a una delle mosse populiste degli ultimi governi comunisti. Come ci piacevano i soldatini di piombo visti in televisione durante le visite ufficiali di stato. «Guardali i nostri soldati! Sono i meglio organizzati, marciano  dritti come fusi!», diceva mio padre con l’entusiasmo di chi era cresciuto nei tempi eroici della costruzione del porto sul Baltico e nel culto dei legioni del Maresciallo Piłsudski. E adesso i soldati del plotone di rappresentanza sparano a salve per Marek Edelman, uno del popolo dei paurosi, malaticci, ingobbiti ebreuzzi dello shtetl.  Non lontano sta la tomba simbolica, opera dello sculture Smorczewski,  in forma di monumento a Janusz Korczak,  educatore e scrittore, fondatore  di orfanotrofi e martire insieme con i suoi collaboratori e bambini a Treblinka. Korczak era fra i pochi – o forse l’unico – che nel ghetto avesse continuato a indossare l’uniforme da ufficiale dell’esercito polacco. Smorczewski era il marito della mia professoressa del liceo di Bielany frequentato da me e da mio fratello. Questo liceo era dedicato al Corpo d’Aviazione dell’Esercito Popolare Polacco – ora l’aggettivo Popolare si è perso. Tra la piscina e il campo da calcio c’era  un aereo militare, un MiG sovietico in disuso con orgogliosamente dipinto lo stemma dell’aviazione polacca,  la scacchiera bianco rossa.

La piscina dove potevo sfoggiare le mia agilità  di nuotatore era una grande rarità nelle scuole polacche dell’epoca. Nella scuola c’era anche una foresteria per gli studenti fuori sede, figli di militari occupati «nel servizio per la difesa del paese». Noi cani sciolti facevamo numero, per dare la possibilità di formare le classi.

«Forse è l’ultimo ebreo a cui riconoscono tali onori», sento dire da qualcuno al funerale. E io penso a tutto il veleno antisemita stillato durante le campagne presidenziali negli anni precedenti, perché accusa di essere ebrei  poteva, secondo alcuni, far perdere i voti all’avversario. Penso a mio padre con cui due anni  prima, mi ero accomiatato in quello stesso cimitero, al nonno, anche lui, come Edelman, del Bund e seppellito qui, alla mamma lontana da casa, in mezzo a persone estranee, ai miei a Roma – e anche al provino che mi attende fra qualche giorno.

So già di che si tratta.  Una storia accaduta veramente durante la guerra a Leopoli. Un gruppo di ebrei salvatisi nelle fogne (costruite da prigionieri italiani della Prima guerra mondiale, Leopoli a quel tempo era austriaca) da un operaio polacco. Non ho idea per quale ruolo sia il mio casting. Sono un ebreo nato a Leopoli e faccio l’attore, forse ho le carte in regola.  Se potessi parlare con papà e mamma della loro città sentire la loro cadenza!, invece  mi dovrò affidare ai miei ricordi d’infanzia – non di Leopoli però, ero troppo piccolo, ma di un bambino vissuto in una famiglia dove aleggiavano sempre i racconti e la nostalgia  per la città perduta.  Debbo fare il provino per la parte di Mundek il protagonista, so benissimo che farò un ruolo minore, ma per ora studio la parte.  Dovrò presentarmi in via Chełmska,  una sorta di Cinecittà di Varsavia, alla WFD, il Centro produzione film documentari – nella Polonia Popolare sotto una rigida sorveglianza militare. All’epoca dei miei primi passi da attore mi era capitato di prendere parte a un film documentario sull’alcoolismo. Insieme ad altri attori, dovevo partecipare a una libagione finta in una scena che veniva filmata “di nascosto” con una telecamera piazzata in una finestra. Certo in Polonia non bisognava impegnarsi molto per essere credibili, quasi tutti eravamo potenziali alcolizzati.  Ora qui c’è anche la sede di svariate agenzie per attori, case di produzione, studi fotografici, uffici di produzione, società di cinetecnica ecc. Io dovevo andare in un posto chiamato Studio Tanka, nel seminterrato dello WFD.

Continua — Olek Mincer

Il cuore di Leopoli — Seconda parte

Imparo la parte tentando un poco probabile accento di Leopoli, per scoprire dopo che il mio ruolo sarà praticamente muto, salvo qualche parola in yiddish e un accenno a una canzone  in polacco.  Il film deve essere girato  in gran parte in Germania e a Łódź, ma comunque dovrò passare per Varsavia più volte. Così potrò visitare la mamma (in fondo ci tengo tantissimo a questo film arrivato grazie alla sua malattia – ma d’altro canto sarei andato a trovarla anche senza il film…).  Prima ancora del provino incontro di nuovo Agnieszka a un’anteprima  in un teatro di Varsavia, c’è anche sua figlia Kasia, anche lei regista, spesso lavorano insieme. Tanti anni fa ho fatto una comparsata in un film di suo padre, Laco Adamik, insieme a un gruppo di attori del mio teatro, chiamati a rappresentare una piccola folla di ebrei in partenza dalla Polonia negli anni Sessanta. La scena era girata alla stazione Łódź- Kaliska, luogo leggendario per il cinema polacco. Se si aveva bisogno di figuranti dall’aspetto mediterraneo – in Polonia sinonimo di ebreo – la cosa più semplice era ingaggiare attori del Teatro Ebraico di Varsavia dove per lavorare, a volte, bastava avere il naso più lungo della media.

Un mio collega attore diceva scherzando: «Sono cattolico, ma con un naso come il mio solo qui mi potevano prendere». All’epoca del Pianista  il casting director  di Roman Polański si era invece servito di un annuncio sul giornale: «Cerchiamo comparse con la faccia da ebreo». Una cosa del genere quando io ero ragazzo sarebbe stata impensabile, la censura non avrebbe mai permesso di alludere alla presenza ebraica nel paese.

Fra gli altri si erano presentati anche due figli dei miei cugini. Uno come ebreo poteva passare ma all’altro, che ha ereditato gli occhi azzurri di mia madre e di mio zio, suo nonno,  avevano proposto di fare una SS – e ha rifiutato.

Al teatro davano una pièce di  Ivan Vyrypaev, Luglio, un vero teatro dell’orrore, un monologo su un pazzo assassino recitato dalla giovane ed esile moglie dell’autore, Karolina Gruszka. La chiave registica mi portava alla mente certe produzioni di Carmelo Bene: per l’uso della voce, ma anche per la maestria dell’esecuzione, intrisa di spiritualità russa. Allo  spettacolo ero stato invitato da un amico, direttore letterario del teatro. All’ingresso mi chiama dicendo:

«C’è qui una regista che ti vorrebbe in un suo progetto sul ghetto di Varsavia, dice che era tanto che non vedeva una faccia cosi ebraica … ».

Lo prendo come un complimento e un buon auspicio per il mio provino con Agnieszka Holland.   Alcune scene dei suoi film fanno parte della nostra memoria collettiva. Ad esempio in Attori di provincia, quando un’attrice mezzo ubriaca esclama: «Noi siamo artisti, il nostro posto è al bar!». O in Febbre, quando i giovanissimi soldati dello Zar con i loro stivaloni calpestano a comando la terra che a malapena ricopre i cadaveri dei rivoluzionari socialisti del 1905.

Ma Agnieszka Holland fa parte della nostra storia anche per altri motivi. Ad esempio perché suo padre era un giornalista, e trasmise in occidente il resoconto del XX congresso del PCUS e il testo segreto di Nikita Chruščёv con le denunce dei crimini di Stalin. Pochi mesi più tardi cadde dalla finestra di casa sua in presenza degli uomini dei servizi di sicurezza. Ricordo le lezioni di lingua yiddish al nostro teatro, che il nostro insegnante,  Michał Friedman che è stato anche consulente del film di Agnieszka Europa, Europa e di Austeria di Jerzy Kawalerowicz, trasformava in lezioni di storia contemporanea. Friedman condivideva l’opinione pubblica secondo cui Henryk Holland era stato ucciso. «Lo abbiamo suicidato», ci ripeteva. Poco tempo fa è invece risultato che si trattava veramente di un suicidio, ma il padre di Agnieszka e di Magda rimane per noi uno degli eroi ebrei della storia polacca.

Proprio grazie al disgelo politico inaugurato da Nikita Chruščёv la mia famiglia aveva potuto lasciare l’URSS  e tornare in Polonia alla fine dei anni Cinquanta. Come  ci insegnava la mia professoressa di geografia al liceo, una donna dal nome della moglie di Lenin e dal naso degno del duca di Urbino: «In quel periodo tornavano in Polonia quasi solo gli ebrei». Evidentemente aveva ragione.

È strano dormire da solo nella casa dove sono cresciuto.

La stanza che dividevo con Witek era rimasta come era una volta: il componibile con due letti e un tavolo a scomparsa  della fabbrica di Wyszków, così ambito nella Polonia degli anni Settanta, un armadio di radica, che mio nonno chiamava «l’occhio del pavone» (lui se ne intendeva, aveva imparato l’arte della pittura delle venature sul legno a Vienna, quando Leopoli era la capitale della Galizia austriaca), e la scrivania di Witek. Quando eravamo piccoli sull’ armadio coperto da un lenzuolo bianco, proiettavamo dei film realizzati con diapositive su pellicola, che venivano infilate dentro un proiettore a manovella di produzione sovietica. Tanti avevano le scritte che occupavano metà dello schermo rubando lo spazio al disegno, le scritte erano in russo perché  i film erano stati acquistati prima del nostro trasferimento; i nuovi film polacchi non contenevano quasi niente testo. La mamma ci traduceva le scritte russe, quelle in polacco le  leggeva Witek. La magia del cinema  c’era tutta, il buio della stanza, il racconto, la luce del proiettore che, tolta la pellicola , formava un cerchio luminoso che ci permetteva di fare il teatrino delle ombre. Mancavano solo la voce e il movimento,  evidentemente cose superflue per noi, spettatori- proiezionisti di 4 e di 7 anni della prima metà degli anni Sessanta del XX secolo.

Il lato corto dell’armadio era  situato subito dietro la porta, facilitandomi  nell’adolescenza la difesa del campo nei momenti della giusta ira paterna, che comunque si placava abbastanza presto grazie a un incantesimo della mamma: «los im up»  –una delle tre o quattro espressioni yiddish che ho imparato in casa e  che voleva   dire: «lascialo stare». Comunque papà, esausto dal lavoro, non vedeva l’ora di piazzarsi davanti a un piatto di minestra calda, per scivolare subito dopo mangiato sulla poltrona davanti alla televisione accesa, o immergersi nel qualche suo progetto per migliorare la tecnologia della produzione dell’acciaio o pensare a un’invenzione per la macchina per la dialisi.

L’armadio, dopo avermi salvato, invitava a essere aperto con il suo magico sottile scricchiolio, quasi il gridolino di un pavone spaventato.  Dentro: l’odore di naftalina a protezione della   pelliccia di astrakan della mamma e  un paltò imbottito di pelliccia di scoiattolo color cenere di papà. Le piccole codine gli penzolavano servizievoli addosso corpo durante le eleganti uscite invernali, quando il gelo a volte scendeva sotto i meno 25. Poi c’erano le sciarpe di lana e i cappelli, tra cui il bojka – il colbacco di mio padre, anch’esso di astrakan. La borsetta con  i documenti (severamente vietato  toccarla!). Una scatoletta con due cerotti da polso da neonati, di un ospedale della Leopoli sovietica,  con la scritta in russo malčik  evrej, maschietto ebreo, e con una ciocca dei miei capelli, raccolti quando mia mamma si era accorta che stavo perdendo il mimetico colore biondo. I contenitori delle foto delle vacanze, di solito organizzate dalla fabbrica, e un’immagine  speciale, l’unico ricordo di zia Ida con il piccolo Adaś in braccio.

Sotto i cappotti e i vestiti eleganti della mamma e del papà c’era un atlante. Un enorme volume  50 x 70, rivestito da morbida finta pelle verde, con una grande scritta nera: Atlante del Mondo Edizioni Scientifiche Statali PWN. Tre enormi viti di plastica stringevano insieme le pagine  arrivate via posta nel corso di molti mesi. Il buono per l’acquisto dell’Atlante, così come della Grande Enciclopedia Popolare in 12 volumi delle stesse edizioni lo avevamo ricevuto dallo zio che nel PWN ci lavorava, oltre a far parte della Commissione Centrale per i Crimini Nazisti  in Polonia, dalla quale venne licenziato con all’inizio della campagna antisemita  del 1968 – con la scusa di indispensabili tagli al personale. Un suo vecchio conoscente, ignaro dell’accaduto, lo incontrò per strada proprio in quei giorni. «Che fortuna che ti vedo,  alla Commissione Crimini Nazisti farebbero carte false per avere uno specialista come te! Perché non ti fai avanti?».

I nostri due tesori  enciclopedici erano macchiati di una colpa terribile, che  l’ex direttore del PWN, Adam Bromberg, pagò con la prigione e l’emigrazione. L’Atlante indicava Gerusalemme  come capitale d’Israele. L’Enciclopedia, alla voce Campi di concentramento nazisti,  spiegava che  nei campi di sterminio erano morti quasi solo ebrei e rom, separando dunque il martirio ebraico da quello polacco. Una posizione, nella nuova situazione politica, del tutto inammissibile.

D’ora in poi gli ebrei non avrebbero più avuto il potere di influenzare la cultura polacca, ora a prendere la parola dovevano essere solo i fedeli delle direttive moscovite «non macchiati di sionismo». Ci sono volute persone speciali, come i membri  del Club Intellettuali Cattolici o l’Università Volante degli anni Settanta-Ottanta, o i protagonisti della stampa clandestina, per poter affrontare in modo pubblico (e ovviamente non ufficiale), i temi ebraici e tutti gli altri vietati dal regime, come l’eccidio di Katyń.

Stanotte non dormirò di certo…

Domattina dovrò  attraversare quasi tutta la città. Prendo la nuovissima metropolitana sotto casa fino alla piazza Wilson ex Comune di Parigi ex piazza Wilson, poi l’autobus lungo Vistola fino al quartiere di  Czerniaków, dove era nato e cresciuto Mordechaj Anielewicz. Scendo alla fermata Chełmska, la WFD è al numero 19/21.

«Ciao Witek,  il provino è andato bene, adesso mi chiameranno per firmare il contratto, credo che la prossima volta verrò direttamene dal set in Germania. Ora vado a trovare la mamma, e  poi vengo da voi e magari brindiamo …».

«Mi riconosci? Hai due figli, ricordi?».

«Ma si certo sei mio… sei mio…  E ieri è venuto anche, come si chiama…? Oh, Gesù, tu lo sai?».

«Waldek, vero?».

«Ecco, si, è venuto ieri. Waldek lui è …mio».

«E’ il marito di Maryla».

«Si, lo so».

Lipsia, Lipsk, la  città dei tigli, in polacco, è la città tedesca  della Fiera, dell’Università, della musica del secolare coro di Johann Sebastian Bach, di Felix Mendelssohn, di Robert Schumann. Il  nome slavo della città non è casuale, il suo territorio è abitato da una minoranza slava germanizzata da secoli. Più o  meno queste erano le  mie notizie che avevo di Leipzig, dove arrivai per entrare  nei canali costruiti apposta nei capannoni  industriali in disuso non lontano dalla fiera. Il produttore a Varsavia mi ha concesso un volo andata e ritorno  sulla tratta Roma-Berlino  e Varsavia-Roma. Da Berlino con il treno fino a Lipsia. In albergo con la macchina della produzione.  Nelle pause di qualche giorno potevo andare a Varsavia col treno.

Quando ero bambino da Lipsia ci arrivavano delle cartoline. Era un amico di famiglia, un mezzo parente in viaggio di affari. Sulle cartoline  c’era sempre il logo della fiera, la doppia emme dalla Messe – una sopra l’altra sembravano il simbolo della Volkswagen rovesciata.  Il mio albergo è vicinissimo all’emblema  riprodotto in cartolina. La doppia emme, una sorta di scultura gigante posta su di un piedistallo, si erge all’ingresso della più grande fiera dell’ex impero comunista.

Vado visitare la città, senza nessuna guida. Vedo una chiesa che mi sembra antica, mi incuriosisce  una colonna  in mezzo alla piazzetta sul suo retro. Il capitello verde dalle enormi foglie di palma  la fa sembrare una scultura moderna ironicamente baroccheggiante.

Dentro la chiesa vedo due file di colonne identiche a quella fuori; allora forse è successo come a Siena, dove dell’enorme cattedrale   progettata è rimasto solo una piccola parte e qualche frammento di muro sulla piazza? Non c’è nessuno, oltre a me e il custode. Sto per uscire quando qualcuno apre la porta d’ingresso. I suoi capelli ricci e grigi in controluce mi sembrano stranamente familiari.

«Olek, che ci fai qui?».    — Continua  Olek Mincer

Il cuore di Leopoli – Terza parte

«Visito la città … e sto anche lavorando in un film su Leopoli durante la guerra, con Agnieszka Holland… e tu?»

«Non posso mancare una visita a questa chiesa! È qui che è iniziata la fine della DDR nell’autunno del ’89. Hai visto la colonna fuori? È il monumento in ricordo di quella data … Comunque sono qui per il compleanno del direttore del coro della sinagoga di Lipsia, se vuoi sei mio invitato».

«Ma certo, come faccio a dirti di no! E poi mi farà piacere conoscere gli ebrei di qua». «Va bene, questo stasera ci vediamo al centro ebraico, ma prima ti offro una tazza di cioccolato nel caffè più antico di Germania. È proprio qui accanto, dobbiamo festeggiare il nostro incontro e il tuo ruolo».

Mi viene subito in mente il cioccolato bevuto con la mamma al bar della fabbrica dei dolci E.Wedel, in via Szpitalna a Varsavia. Era il nostro modo per finire in bellezza la spesa nel vicino grande magazzino per bambini CDD Centralny Dom Dziecka – Casa Centrale dei Bambini che in polacco suona un po’ come Orfanotrofio Centrale.

 Per arrivare dal negozio nel bar bisognava superare una porta coperta da un drappo sistemato a mo’ di un antico sipario. Si entrava così in un mondo d’altri tempi. Eleganti tavolini rotondi con intorno sedie imbottite in stile, sulle pareti antiche foto e pubblicità d’epoca, alle finestre tende di pizzo bianco –indispensabili a rendere l’ambiente accogliente ed elegante di una casa polacca. Il cioccolato caldo scurissimo guarnito di panna montata era servito in porcellana pregiata e leggerissima da sorridenti cameriere con candidi grembiuli bianchi stirati e inamidati. L’odore che usciva dalle tazzine fumanti si mescolava a quello del legno del pavimento che scricchiolava, risvegliato dai passi dei clienti. Quell’atmosfera rituale di sospensione obbligava tutti a parlare sotto voce, persino mia madre che mi raccontava: «Da noi a Leopoli c’erano dei caffè bellissimi ,proprio come a Vienna. Mia zia Rosa, quella che scacciava tutti i pretendenti, mi portava spesso in uno dei locali più eleganti nel Passaggio Mikolasch».

Mi tornò in mente anche quel pomeriggio di pioggia battente che ci sorprese all’uscita del CDD e che mi costò una febbre a 40, alcune settimane al letto e un enorme senso di colpa di mia mamma, che non faceva altro che biasimarsi per una serie di mancanze reali e immaginarie. Una di queste era la morte della sorellina minore, Pola, che era scivolata in acqua e poi si era ammalata di polmonite acuta. La mamma avrebbe dovuto proteggerla, anche se allora aveva solo 8 o 9 anni.

Ma nel mio ricordo io ero coetaneo di Pola e avevo 5 o 6 anni. All’epoca il caffè dei miei sogni si chiamava E. Wedel– 22 lipca. La data del 22 luglio era stata aggiunta al nome del fondatore della celebre fabbrica di cioccolato dai comunisti, che volevano commemorare la nascita della Polonia Popolare avvenuta il 22 luglio del 1944 nella città di Chełm, famosa nella cultura yiddish per essere abitata da ebrei svitati. La fama della città era tale che se qualcuno chiedeva: «Sei di Chełm?», l’interlocutore rispondeva: «Non mi dare del cretino!». Che la Polonia Polare sia nata proprio a Chełm per me è un segno inconfutabile che in quel gruppo non c’erano ebrei oppure, se anche c’erano, che stavano attuando una sorta di sabotaggio ironico, una strizzata d’occhio al fatto che quello che stava nascendo era frutto di un’ idea svitata. In ogni caso allora gli ebrei di Chełm, stupidi o no, erano già stati sterminati così come quelli di Leopoli e di Varsavia, dove proprio, lo stesso giorno, solo due anni prima, aveva avuto inizio la grande deportazione dal ghetto.

«Sai, Joachim, arrivando in Germania; ho fatto scalo a Colonia, e come sempre, quando metto piede in questo paese, mi sentivo terribilmente a disagio. Avevo un po’ di tempo per il volo per Berlino e ho sfogliato un album di fotografie in una libreria dell’aeroporto. C’erano varie immagini di Colonia, e anche foto del 1945. Si vedevano un mare di rovine, un ponte distrutto, le case sventrate. Solo la cattedrale era rimasta in piedi, come la chiesa del ghetto di Varsavia. Ho pensato: ve lo siete tirati addosso da soli. La vostra arroganza è stata pagata con la stessa moneta – o quasi, perché nessuno ha sterminato il popolo tedesco. Però le rovine si, ci sono… E questa visione mi ha tranquillizzata. Sai, ero proprio contento».

Eppure quando penso ai musei di Dresda, al famoso Zwinger e ad altri palazzi ricostruiti, mi fa piacere vederli belli e fastosi. È anche bello constatare la presenza degli stemmi nazionali polacchi sul castello del re Sassone, che a suo tempo era stato anche eletto a re di Polonia.

A Varsavia d’altronde fin dall’infanzia avevo avuto a che fare con le rovine. Nel centro c’era ancora un intero quartiere chiamato Far West (Dziki Zachód) con i palazzi squarciati; vasche da bagno, tubi, lavandini, caloriferi sospesi in alto come se volassero, la carta da parati ancora in bella mostra, le impronte dei quadri e, mi sembra proprio lassù, al terzo piano, una foto in cornice che non era stato possibile recuperare perché mancava la rampa di scale, di era rimasta appesa cosi per vent’anni! E poi, in tutta la città, le mura dei palazzi con i segni degli spari e delle raffiche di mitragliatrici.

A casa dei miei c’era un album con le riproduzioni di Bronisław Wojciech Linke, che dipingeva le mura delle case in rovina come se fossero persone. Un viso-città avvolto dalle fiamme, con i riccioli alle tempie, si chiama Il Ghetto lotta; un altro rudere con i tefillin al braccio e sulla fronte (mattoni e intonaco butterato di spari), indossa il talled e recita el mole rachamim, la preghiera ebraica in ricordo dei defunti.

E forse in queste rovine di Colonia ho riconosciuto la mia casa … «Olek, non me lo aspettavo da te … ma ti rendi conto dell’importanza della cattedrale di Colonia per la cultura europea? …

«Mi raccomando: visita la casa di Mendelssohn, sto organizzando una rassegna della sua musica alla Fondazione Judaica a Cracovia, ci vediamo stasera!».

Come faccio a trovare il centro ebraico di Lipsia nel 2010? Basta chiederlo, in russo, alle signore dai visi slavi che tengono per mano bambini appena usciti, come indovino bene, dal doposcuola ebraico.

Una grandissima sala in seminterrato, con delle scalinate che conducono in basso, nella sala del banchetto.

Il direttore del centro è un attore ebreo dei cabaret di Leningrado, pardon, di San Pietroburgo. Si festeggia il direttore del coro ebraico. A porgergli gli auguri ufficiali il vice-sindaco, o forse il presidente della regione, che si chiama Stanislav. «È polacco?», domando. «Ma no, è un sorabo, è di qui». Servono il sushi in versione rigorosamente kosher. Ho un posto al tavolo degli artisti. La cantante svedese si esibisce in alcune arie in italiano e mi si siede accanto. «Ah, lei è polacco! Ascolti…. Gdybim ja bila slonekim na nibie… Riconosco il canto di Chopin solo grazie alla melodia sussurrata davanti al sushi, perché le parole sono altrettanto enigmatiche di quelle in italiano intonate qualche minuto prima.

Dall’imbarazzo mi salva il mio amico, felice di accontentare il mio desiderio di conoscere ebreo di Lipsia:

«Olek, ho una sorpresa per te: ti presento l’unico ebreo del coro sinagogale, è un russo di Mosca ».

Dunque tutto il resto del coro è formato da tedeschi, mi torna nella mente l’avvertimento lanciatomi tanto tempo fa dalla studiosa dell’Archivio Ringelblum del ŻIHRuta Sakowska: «Ci sono diversi tedeschi ora che si avvicinano all’ebraismo, pensano di guadagnarsi il perdono per le colpe dei padri». Ma io vedo davanti a me soltanto persone felici di esprimersi nel canto, nient’altro.

Vitja è simpatico, sta a Lipsia da qualche anno, mi promette di visitare insieme la città. Lo chiamo dopo qualche giorno, è libero solo di sera, ci diamo appuntamento alla stazione centrale.

Prendo un tram vicino all’albergo che mi dovrebbe portare dritto alla stazione ma dopo poche fermate scendo. Decido di prendere il trenino, forse farò prima. L’edificio della stazione sembra vecchio alcuni decenni. È piccolo, bisogna salire sulla massicciata, è una specie di metropolitana all’aperto che porta anche nelle altre città vicine. Le pareti di legno dalla vernice scrostata danno un’aria di abbandono, e mi torna in mente la finta stazione della poesia di Władysław Szlengel su Treblinka – stile ed epoca mi sembrano simili. Questa noncuranza forse è un residuo della sovietizzazione della Germania dell’Est, oppure dipende semplicemente da mancanza di soldi, d’altronde questa non è certo la vetrina della città di Lipsia Pochissimi passeggeri in attesa, a malapena trovo qualcuno a cui chiedere in che direzione devo andare e che treno prendere.

Vitja mi saluta con le sporte della spesa, sembra appena arrivato da un mercato moscovita. Ma non importa. Andiamo in giro per la città. Piove un pochino, una pioggerellina tipica delle nostre parti, quella che in polacco chiamiamo kapuśniaczek, minestra di cavolo, e in effetti non ce ne importa un cavolo a noi nordici. Entriamo in un locale dove suona il violino un amico di Vitja, anche lui emigrato ebreo dall’ Unione Sovietica, ma usciamo subito. Vitja dice che il suo amico suona troppo male, e non riuscirebbe a mangiare con l’accompagnamento di questa musica. Inoltre alla fine gli toccherebbe complimentarsi per l’esecuzione … Ma io penso che sarebbe semplicemente umiliante per tutti e due i filarmonici partecipare a questa messa in scena intitolata Che ci tocca fare per campare.

Entriamo in un ristorante dove al posto dei tavoli ci sono cuscini sparpagliati su materassi sistemati su pedane e dove anche le cameriere sono obbligate a camminare scalze. Ordiniamo qualcosa, la spesa sta lì vicino ai nostri cuscinoni – forse non troppo elegante ma dà un senso di casa in quello spazio inventato, finto e pretenzioso. Fuori la pioggia continua a cadere per trasformarsi pian piano in neve, altrettanto leggera. La gente mi sembra non essere al suo posto: i clienti del ristorante, i camerieri, noi stessi. Mi sembriamo tutti travestiti da qualcun altro.

Tutta questa vicenda mi sembra una citazione da un romanzo di fantascienza. Per mangiare mi devo togliere le scarpe come se fossi in una tenda nel deserto. Per incontrare un ebreo di Lipsia devo imbattermi in un amico polacco di Cracovia in una chiesa celebre per l’inizio della democrazia nella parte est della Germania odierna. Per girare un film sulla mia città natale, Leopoli, dobbiamo spostarci in Germania, o a Łódź. Per avere la possibilità di andare a trovare mia madre devo tornare nelle fogne di Leopoli, costruite nelle cantine di una fabbrica dismessa della ex DDR, per recitare in un film ambientato nell’anno della morte dei miei famigliari.

«Vitja, mi fai vedere dove era la sinagoga di Lipsia? »

Una piazza con un grande rettangolo nel centro, interamente occupato da sedie. Le sedie sono vuote, cioè proprio ora si vanno riempiendo di neve.

Al posto della sinagoga di Lipsia file di sedie, come in un cinema o in una sala d’attesa. O forse come in una sala da concerto, che sarebbe anche logico dato che ci troviamo nella città musicale per antonomasia. La neve sopra le sedie forma dei veri, invitanti cuscini; nonostante l’umidità mi siedo, ma non resisto a lungo. L’unica cosa che non sembrano, queste sedie, è una sinagoga… a me comunque fanno venire in mente i mobili borghesi accatastati, presi da case abbandonate, sicuramente anche ebraiche, che avevo visto dentro una chiesa, in un viaggio fatto con i miei genitori a Leopoli, in uno dei musei dell’ateismo di cui era piena l’Unione Sovietica.

Nel nostro film gli ebrei sono recitati da tedeschi: il protagonista Mundek, il riccone Chiger con la moglie. Comparse, piccoli ruoli: tutti tedeschi. È semplice, il film è coprodotto dai tedeschi. C’è però Jurek, il mio collego di Varsavia, lui si che è un vero discendente di ebrei tedeschi, qui travestito da chassid, e poi c’è anche Ethel anche lei una vecchia conoscenza del teatro. Ha portato suo figlio sul set, «è ebreo anche lui, chiaro!?». Però ha i capelli rasta… durante la guerra, nel ghetto? Nel film se ne vedrà soltanto una gamba. C’è anche Marek, pure lui amico del teatro ebraico, ha una lunghissima esperienza nel vestire abiti ebraici, è un ebreo ad honorem, non di rado capita di vederlo negli album fotografici sugli ebrei di Varsavia … Un giorno arriva sul set il ragazzo che interpreta il poliziotto ucraino ed esclama: «Proprio ieri ho saputo di essere per metà ebreo; bello, no? eppure la mia famiglia, la parte non ebraica si intende, ha una solida tradizione antisemita!» — continua Olek Mincer

Il cuore di Leopoli — Quarta parte

Due tedeschi, “ebrei di Leopoli”, hanno gli iPhone, con cui entrambi giocano durante le lunghe pause. Uno in maniera discreta, l’altro, il più grosso, per farsi vedere. La sua faccia esprime tutto l’orgoglio e la felicità del suo giocattolo. Ogni tanto canticchia e si può sentire un accenno di jodel tirolese o bavarese, che si accompagna benissimo alle sue guancie paonazze, all’alta statura, alla sicurezza di se. Anche sua moglie, la moglie del film, possiede un iPhone, ma lo usa esclusivamente per telefonare. Tutti e tre pronunciano il cognome del protagonista alla tedesca: Socha, con la “s” dolce, che in polacco suona come  nome Sofia. Nel film però  la loro lingua non stona. Leopoli per decenni era stata parte dell’Impero Austro-ungarico; si chiamava Lemberg e tutti sapevano parlare in tedesco. Mio nonno era è soldato nell’esercito asburgico. È strano, non ricordo che mio nonno avesse un accento di Leopoli così marcato come i miei genitori. Nonno Jakub, chiamato Zygmunt da suoi amici (ne ho conosciuto soltanto uno, Iźku, era stato suo allievo nell’arte artigiana del verniciatore di mobili; abitava a Wrocław, città d’adozione di tanti leopoliti) l’unico nonno che ho conosciuto, con i suoi baffi e quel perenne sorriso ironico immortalato anche sulla tomba al cimitero ebraico (a dispetto del divieto di fare immagini, ma negli anni Settanta nessuno ci badava). È sempre stato fedele al suo credo socialista e. Quando mio zio, ancora prima della guerra, diventò comunista, si guadagno uno schiaffo e alcuni mesi di silenzio da parte del padre. E mia madre, ancora adolescente, aveva ha seguito l’esempio del fratello maggiore e militava nel Pionier, un’organizzazione giovanile comunista clandestina. Ma le erano bastati i primi mesi dell’occupazione sovietica a  Leopoli per farle passare il comunismo una volta per tutte. Aveva visto con i propri occhi come funziona la macchina oppressiva e totalitaria del paradiso del proletariato. Nel Pionier aveva lavorato con ragazzi di strada, piccoli ladri, spaccapietre, marmisti, operai delle fognature. Prototipi di Socha. Certo, i “suoi” ragazzi erano poco più grandi di lei che aveva compiuto 18 anni a maggio del 1939. Era mingherlina e aveva due lunghissime trecce nere che, al momento di arruolarsi nell’ esercito, il parrucchiere si era rifiutato di tagliare tanto erano belle, e stupendi occhi grigiazzurri, uguali a quelli del padre. Socha,l’eroe polacco del film, all’epoca aveva già una famiglia, una moglie e una figlia.

Una volta, eravamo già a Varsavia, la mamma era tornata a casa con la spesa, un po’ su di giri ma molto contenta. Nella fila davanti al negozio un tizio forse un po’ brillo voleva passare davanti agli altri e spostava le persone a forza. La mamma, per difendere la fila e se stessa, gli aveva detto in puro bałak, il  dialetto usato nel nostro film, con un fraseggio degno dei peggiori bassifondi di Leopoli: “Takich jak pan ta u nas we Lwowi to my na latarniach wiszali”, “ Uno come lei da noi a Leopoli lo appendevamo ai lampioni”. Ce lo raccontò  cinguettando, tutta contenta della sua birichinata.

La mamma sembrava molto sicura di sé. Era sempre loquace, poteva parlare senza sosta per ore intere. Non aveva paura di niente. Ma c’era una cosa che non riusciva a dimenticare e a superare: il suo distacco dalla madre nel 1941 durante la fuga da Leopoli invasa dai nazisti. Sua madre, mia nonna Helena, volle restare con la figlia maggiore, Ida. Ida in realtà era figlia della prima moglie di nonno Jakub, morta curando il marito malato di tifo. Anche zio Bronek era figlio della prima moglie. E mia mamma diceva, parlando a se stessa ma davanti a me: “Ma come ho fatto io a scappare, e lei mi ha lasciata per stare con una figlia non sua, con il nipotino di un’altra donna”. Non era un rimprovero verso la madre ma verso se stessa, che non era stata in grado di provvedere a tutti, lei combattente per la giustizia sociale, lei mancata pilota e attrice, lei mancata tiratrice scelta, radiotelegrafista, infermiera, allieva modello, campionessa  della scuola di ping pong, la cocca del catecheta alle elementari, anche se ebrea.

Ma forse sua madre aveva deciso di restare con la figlia maggiore perché non c’era più un posto sull’automobile che aveva procurato zio Bronek. Qualcuno doveva restare,  e lei s’era sacrificata. E poi un bambino piccolo ha i suoi bisogni e: “chi potrebbe far del male a due donne inermi con un lattante?”

Nella vecchia cantina della ex fabbrica di qualcosa della DDR, nella ex fabbrica del che cavolo ne so della Germania nazista, in quella cantina dove piove dai vecchi tubi e l’attrezzista tedesco si pavoneggia perché ha lavorato una volta con Tarantino e spruzza ancora acqua sulle pareti per far sembrare questa stanza ancora più fogna della fogna, in questa stanza che si trova veramente sotto terra, che per raggiungerla bisogna superare lunghe scale di ferro scendendo e scendendo e poi superare vuoti vani con passerelle di ferro per non finire dentro le pozzanghere, attenti a non sbagliare direzione per non andare a finire in un ex magazzino o qualcosa cosa del genere, e in fine arrivare nella camera dove sono sistemate tutte le attrezzature tecniche che servono per girare la scena delle finte fogne di Leopoli, e che per uscirci dopo tante ore di attesa bisogna rifare tutta la strada per risalire, dove magari piove o nevica, per andare a un toi toi per pisciare – si gira la scena della selezione: chi deve vivere e chi morire. Socha non può salvare tutti, nella fogna c’è troppa gente, decine o forse centinaia di persone scappate fuggendo dalla liquidazione del ghetto, dalla deportazione. Socha dice quante persone ha la possibilità di salvare, gli altri devono decidere a chi toccherà. La nostra stanza é piena di gente, in un angolo vicino all’entrata sono sistemati personaggi che si scambiano le battute sottovoce, sul lato opposto ci siamo noi io e Piotr, il mio compagno della fogna. Gli altri devono decidere se vivrò o no, non voglio sentire la loro discussione, anche se ne conosco l’esito. Io, attore , so che è solo una recita, ho letto il copione, ho altre scene da girare, cose successe prima e anche dopo. Dunque so che sarò scelto, mi difenderà Mundek, io, Szlomo Landsberg, sarò scelto per vivere, ma io, Olek, non sopporto questa attesa e il loro parlottare e per non sentirli, anche se è vietato perché bisogna registrare i dialoghi, parlo a bassa voce, senza sosta, con Piotr, parlo dopo il ciak e durante le prove, ma continuo anche durante l’attesa, è un fiume di parole, sono in uno stato febbrile  estremo. Racconto barzellette yiddish, che conoscevo già quando ero in Polonia ma che per la maggior parte ho sentito recitare da Moni in italiano. Le traduco, cerco le parole giuste in polacco, Piotr ride piano piano, ma più che ridere mi guarda stupito e curioso. Quando ci si avvicina la cinepresa, la seconda,  perché la prima gira i dialoghi dei protagonisti, vedo Piotr recitare, è attento al movimento della camera che ci riprende e pure io, grazie a lui, riesco a lavorare ma mi costa fatica: per me ora è più importante non sentire quello che dicono, è più importante soffocare la paura di pensare alla scelta di vita o di morte vissuta da mia madre e anche, forse, ma questo forse sta ancora nel profondo del mio inconscio, più profondo della fogna finta di Leopoli che è una cantina vera della fabbrica abbandonata del cavolo nella Lipsia post comunista, alla scelta (o meglio all’impossibilità di scegliere) di mio padre, in quegli stessi anni.

Fine della quarta parte, Olek Mincer

 

3 commenti per Olek Mincer a puntate (1 e 2 e 3 e 4)

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