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Olek Mincer e il suo racconto “Leopoli” a puntate – 5a e 6a e 7a puntata

E’ già nelle sale cinematografiche In Darkness / W ciemnosci, un film di Agnieszka Holland, distribuito da Good Films e interpretato tra altri da Robert Więckiewicz, Benno Fürmann, Agnieszka Grochowska, Maria Schrader, Herbert Knaup, Olek Mincer, tratto dal romanzo In The Sewers of Lvov di Robert Marshall.

Dopo l’esperienza del film, Olek Mincer ha scritto il seguente racconto, a puntate: PUOI LEGGERE LE PRECEDENTI 4 PUNTATE qui

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 Olek Mincer — Quinta parte

 «Papà, ma come sono veramente andate le cose?»

 «Ci ho provato, non è stato possibile».

Con una voce così tranquilla, così delicata, debole e già privo di forze, debellato dalla malattia mi ha fatto questa confessione. Ho visto la vergogna della sua incapacità a salvare i suoi, un cuore spezzato per il resto della vita. Un dolore immenso, attutito da litri di alcol, dal lavoro nella trincea dell’acciaieria, dalle sue follie in una bulimica ricerca del piacere – per non tornare con la mente da loro.

Io non so cosa abbia fatto o tentato di fare per salvare la sua prima moglie e loro figlio … mio fratello. So invece che alla notizia della formazione dell’esercito di Anders, con l’appoggio convinto del suo superiore all’ospedale militarizzato dove lavorava, era partito per arruolarsi. Ma qualcosa è andata  storto: il treno con cui viaggiava, uno dei treni che doveva dirigersi verso sud, ha preso la direzione opposta. I pochi anni  vissuti in URSS avevano acuito in mio padre la sensibilità a riguardo della verità sovietica. Decise di scendere da quel treno e di tornare all’ospedale. Anche se in tempo di guerra non si poteva cambiare idea. La sua razione di cibo (paiok) era stata assegnata a un altro. Il suo capo però chiuse un occhio, forse era contento di non perdere uno specialista. Era capitato veramente che dei volontari di Anders fossero stati mandati direttamente ai lavori forzati. Forse lui era capitato nel convoglio sbagliato o forse, ma questo non me l’ha raccontato, aveva  incontrato qualcuno  respinto dalla commissione di leva perché  ebreo, non voleva correre il rischio di subire questa umiliazione. Una storia così l’ho sentita raccontare da Jakub Rotbaum, uno dei più importanti registi del teatro ebraico, che, all’inizio della guerra, aveva deciso di non arruolarsi nell’ esercito polacco in Francia, dopo aver visto che era stato respinto il poeta Julian Tuwim.

La mamma parlava più volentieri di papà. Del suo lavoro in un sovchos  a Kislovodsk, tra mungiture di mucche e raccolte di patate, di come si alzava a notte fonda per camminare per ore fino alla riva del mar Caspio, dove, con un spazzola di setola di riso, raccoglieva il sale depositato  sulla  spiaggia  in un grande sacco che poi trascinava, bruciandosi le spalle, schiacciata dal peso, e rivendeva al mercato, in cambio di qualche verdura o vestito; doveva mantenere  suo padre e aiutare le due sorelle della cognata.

Oppure le storie delle notti nel dormitorio comune. Lei non conosceva ancora bene il russo e quando una delle donne, tornando dal massacrante turno di lavoro, aveva sospirato U menja net muči, la mamma volle aiutarla consigliandole di bere un infuso di radice di prezzemolo, ignara che la donna dicesse russo: non ho più forza. Ma parola muci in polacco sembra mocz , urina.  Come risultato la povera donna invece di riposare dovette più volte alzarsi la notte per urinare, ogni volta imprecando:  «maledetta polacca, cosa mi ha fatto bere!»

Un’altra notte tutte si erano svegliate per un terribile fracasso di pentole cadute.

 «Scusatemi tutte! Ho dimenticato di lasciare al ratto la sua porzione di lardo per la notte – disse una delle compagne di stanza – fa sempre così quando non trova da mangiare…». Non era un animale addomesticato, ma un semplice ratto di fogna.

Anche sul set ci sono dei ratti. Sono veri ratti di casa, addestrati per il cinema. Sono tranquillissimi, si fanno spostare dai ragazzi, non si arrabbiano e non mordono, ma hanno un perfetto physique  du rôle. Hanno un solo difetto: non sanno nuotare. Quando torno per girare qualche giorno più tardi, il loro allevatore e padrone è tristissimo. Mi raccontano che la scena dell’alluvione  è stata pagata da un ratto  con il prezzo estremo.

La mamma nei suoi racconti di guerra delle retrovie sovietiche  era sempre allegra, le piaceva cantare e ballare; giovane e aperta, era simpatica a tutti.

Ora è vecchia ed è ritornata al suo peso di quel tempo. Si lascia imboccare, fa le smorfie, ogni tanto sorride. Non riesce più a parlare con frasi complete; sono solo frammenti, poche parole intercalate da suoni trovati ad hoc. Riesce comunque a farsi capire. Le sue comunicazioni riguardano il cibo: che un boccone è troppo grande o caldo o che deve ancora inghiottire il precedente. Dopo mangiato si passeggia: un figlio da una parte, l’altro dall’altra. Non si deve andare troppo in fretta, procediamo lenti, a passi strascinati (l’anca non è ancora completamente guarita) attraversiamo il corridoio, dalle porte si intravvedono le stanze con altri ospiti. La maggior parte sono donne, alcune apparentemente in salute sono sedute davanti al televisore del salotto ricavato dalla parte più larga del corridoio; altre, sdraiate sui letti, sospirano, emettono muggiti di dolore e di morte vicina. Questa non è una casa di cura, è un posto dove si attende di morire. Ma chi vi risiede non è più abbastanza lucido per valutare la situazione, almeno così sembra. Ci sono anche alcuni uomini. Lo scopo della nostra passeggiata è andare a trovare il signor Zygmunt, che ha la stanza alla fine del corridoio. Arriviamo da lui che è apparentemente  lucido, è contento della visita, ci scambiamo qualche sorriso e torniamo indietro.  La mamma, nella sua stanzetta divisa con un’altra signora, non ha quasi niente, solo qualche vestito, un foto di papà, dei biscotti,  nulla. Come altre volte nella vita, non le è rimasto più niente: come quando era fuggita da Leopoli e poi era tornata nella sua, nella nostra città natale, dal mar Caspio via Mosca. Nella metropolitana più bella del mondo le avevano rubato le sue due valigie di vestiti, cuciti e preparati per il ritorno alla vita borghese. Cosi che papà dopo aveva potuto cantarle una delle sue canzoni russe preferite:  «vzjal tebja kurnosuju, goluju i bosuju»: ti ho presa col nasino piccolo, nuda e scalza. Per fortuna, verso la fine e subito dopo la guerra, c’erano gli aiuti dell’ UNRRA; alla mamma capitarono delle bellissime scarpe di cuoi da uomo. Tutta felice era andata a venderle al mercato. I suoi maldestri tentativi di commercio avevano fatto intenerire un uomo che, dopo aver pagato il prezzo irrisorio che lei chiedeva, con un fortissimo accento georgiano le aveva detto:  «Budeš takoj česnoj – budeš goloj žopoj blestet’» ovvero: se continuerai a essere così onesta, rimarrai con il culo al vento. Guardami e impara, terminò, e rivendette subito le scarpe della mamma a un prezzo più che raddoppiato. Prima ancora ne aveva tolto le stringhe di cuoio, che aveva rivenduto a loro volta.

 «Ciao Mamma, torno presto, sto ancora girando il film sulla tua Leopoli».

Questa volta viaggio in treno, arrivo alla stazione Centrale di Varsavia. Mi aspettano i colleghi del film. Appena saliti e depositato il bagaglio mi dicono:  «Olek, vieni con noi al vagone ristorante, non c’è modo migliore per passare tutte queste ore. Loro, che hanno questo viaggio più volte con lo stesso treno, qui sono di casa  «Capo, il solito anche per il nostro collega! Il doppio!»
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Sesta parte

In un baleno mi appaiono davanti agli occhi una grande aringa marinata ripulita e tagliata a metà e due bicchierini da 50 ml di vodka ghiacciata. Beviamo «alla nostra» e poi subito dopo «al film!» Il cameriere è gentile e soddisfatto di star servendo delle star della TV polacca.

Passiamo attraverso un paesaggio invernale, anche se siamo solo a novembre. Pianura, sempre pianura, alberi spogli. Neve. Città. Kutno; un’aringa e una doppia vodka. Poznań (chiamo al telefono un amico che mi saluta sbracciandosi dal giardino di casa. Brindiamo a distanza: io al finestrino del treno, lui davanti al cancello di casa); Rzepin – l’ultima aringa e l’ultimo bicchiere. Berlino.

Andiamo verso occidente, a girare un film su una città della ex Polonia orientale. La mia città natale, Leopoli, Lemberg, Lwów in polacco. A Varsavia vive i suoi ultimi mesi mia mamma in una terribile casa di riposo e io vado a girare una storia che potrebbe essere quella dei miei famigliari, che però di quelli rimasti a Leopoli non se n’è salvato nessuno! Domani forse sarò ucciso per finta – ma non per finta dovrò alzarmi all’alba. Brindo per questo viaggio senza passaporti e frontiere, come se fossimo noi veri nazisti in una Germania senza soluzione di continuità, in un Reich millenario. O, forse, soldati dell’Armata Rossa durante la marcia vittoriosa del 1945 fino a Berlino. Brindo all’aringa e alla vodka che rendono tutto sopportabile e, orrore, persino piacevole.

Per fortuna alla stazione ci aspettano un pulmino e un autista sobrio che ci porterà nel nostro albergo di Lipsia.

Non ho capito, perche dovrei morire? Secondo le mie ricerche il personaggio da me interpretato si era salvato. Nel nostro film la realtà si intreccia alla finzione. Non è un documentario. Ma le situazioni descritte sono reali.

Voglio ricordarmi che cosa mi diceva mia mamma sull’occupazione nazista a Leopoli. Solo poche storie di seconda mano, raccontatele da qualche conoscente. Sua madre, mia nonna, si nascondeva con la figlia e il nipotino Adaś fuori dal ghetto, ma venne denunciata poco prima della ritirata tedesca. Poi il lager Janowski, forse il campo di sterminio di Bełżec … Qualcuno aveva visto una vicina di casa con addosso la pelliccia di mia madre, si pavoneggiava avanti e indietro sul balcone. La storia di una donna che lavorava nei bagni pubblici e si spalmava la faccia di escrementi per nascondere i tratti ebraici. In questa maniera si era salvata. Una conoscente ucraina di Wrocław raccontava di un suo parente, un poliziotto che si lasciava «corrompere» dagli ebrei e sotto la scrivania teneva un secchio pieno di gioielli. Quelli erano comunque destinati a morire, ma prima bisognava spremerli. Una simile storia l’ho conosciuta a Roma, dove i nazisti avevano chiesto alla Comunità Ebraica 50 kili d’oro, e si sarebbero salvati dalla deportazione; l’oro, è noto, è stato raccolto, ma tutto si era rivelato inutile, gli ebrei erano stati ugualmente deportati nel mio paese, il paese prescelto per uccidere gli ebrei d’Europa. E per trasformali in polvere e cenere. Ellade ha vinto su Israele, gli ebrei si sono pagati il passaggio nel aldilà con un obolo tenuto in bocca, un obolo che non è stato bruciato nei forni crematori: i denti d’oro dimenticati dalle guardie naziste.

Quando ero ancora piccolo, ma nell’età giusta per fissare il ricordo nella mente, ascoltai una storia che sembrava inventata. La mamma raccontava a mio nonno Jakub un episodio appena ascoltato dalla nonna dei vicini. La famiglia dei vicini somigliava alla nostra: un marito che lavorava all’acciaieria, due ragazzi, di cui il più piccolo era compagno delle elementari di Witek… l’unica differenza: al posto del nonno, da loro c’era la nonna, che a noi mancava, e avevano anche una stanza in più. Anche loro non erano di Varsavia, venivano dalla zona dei monti di Santa Croce – Góry Świętokrzyskie. Erano proprio nostri dirimpettai e spesso ci scambiavamo piccoli favori, come capita tra i vicini di casa. A casa nostra festeggiavamo i compleanni, e non gli onomastici come usano i cattolici in Polonia; per caso la nostra vicina festeggiava il santo patrono proprio il giorno del compleanno della mamma. Era una consuetudine tra loro di scambiarsi fiori e farsi gli auguri a vicenda. La signora lavorava nell’ospedale del nostro quartiere e se poteva ci aiutava nei momenti di bisogno. Il ragazzo più piccolo, quando eravamo bambini, veniva spesso da noi, era una cosa normale. Anch’io ricordo l’odore del loro parquet tirato a lucido, le tendine di pizzo di cotone alle finestre, il sapore del barszcz quando mi era capitato di mangiare da loro. Un barszcz cucinato proprio dalla nonna che ora aveva raccontato questa storia, ai suoi occhi esempio di un’ingiustizia e di una testardaggine inspiegabili. Forse pensava che la vicenda potesse interessarci perché parlava di ebrei, o forse, chissà, la raccontava a tutti. E in effetti per noi era molto interessante – ma da congelare il sangue nelle vene. C’era una prigione in un commissariato, erano tempi di guerra, e in una cella era chiuso un vecchio ebreo. Non era una prigione nazista, ma della polizia polacca costretta a collaborare con gli occupanti. Attraverso le grate era possibile comunicare con quel signore. E c’era un famigliare della nostra vicina che andò a chiedergli un favore. Ora questo vecchio ebreo incarcerato sapeva benissimo, così raccontava la nonna, di essere condannato a morte; lo stesso sapeva anche il suo interlocutore. Ma nonostante questo non volle acconsentire. E non doveva mica regalare un tesoro nascosto o chissà cosa! L’ebreo ai piedi aveva un paio di stivali di pelle, belli e lucidi. Un oggetto pregiatissimo in campagna e anche in città, figuriamoci al tempo di guerra! Una richiesta cosi facile da esaudire. Quei pochi passi dal carcere polacco a quello nazista, e poi fino davanti al plotone d’esecuzione, poteva anche farli scalzo! O con le scarpe scalcagnate del parente dei nostri vicini. Perché stivali così belli, per un semplice puntiglio, dovevano cadere in mano al nemico, mentre un conoscente e compatriota poteva farne buon uso? Ma l’ebreo non si voleva separare dai suoi stivali a nessun costo. Forse era stupido? Ma no, era semplicemente cattivo, non voleva regalare i suoi stivali, non voleva aiutare il suo prossimo, non voleva dare una mano a una persona troppo povera per comprarsi da solo calzature del genere, troppo onesto per rubarle … «Signora Mincer, ma perché non glieli ha dati, questi stivali? Sono più di vent’anni che ci penso, a come certe persone possono essere cattive e testarde fino all’ultimo. Perché poco dopo l’hanno veramente fucilato. E il mio parente era povero, e ne avrebbe proprio avuto bisogno, di quegli stivali».
Fine sesta parte
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Settima parte

Avessero avuto degli stivali così i ragazzi italiani spediti al fronte orientale, come quel soldato di stanza a Leopoli che a tutti costi voleva sposare mia zia Ida e portarla in Italia, ma non poteva prendere anche il bambino e mia zia non voleva separarsi né da lui né dalla madre. Mia mamma raccontava che questo stesso soldato aveva salvato un’altra ragazza ebrea, una certa Lusia, ed era riuscito  portarla in Italia.

A proposito della campagna di Russia: una volte durante delle prove in un teatro di Milano fui stato costretto ad ascoltare la reprimenda di un uomo anziano, noto principe delle scene: «Voi ebrei non fate altro che lamentarvi, eppure la nostra sofferenza quando, praticamente scalzi, tornavamo dal fronte, mezzi congelati, è stata ben più grande, ma non importa niente a nessuno!».  Invece importa! come la sorte di duemila soldati italiani uccisi dai nazisti proprio a Leopoli all’indomani dell’ 8 settembre del 1943, o come questo mio ricordo d’infanzia a Varsavia. 

La signora Stenia vendeva biancheria intima in un piccolo negozio del nostro quartiere. La mamma mi rendeva partecipe delle sue spese femminili. Del resto, non frequentando l’asilo, le stavo sempre appiccicato. Avevo intuito che fra la mamma e la signora Stenia esisteva una sorta di legame. Una era avida delle storie  di guerra dell’altra. I lunghi minuti trascorsi nel negozio finivano sempre con un piccolo acquisto: degli slip avvolti nel giornale, «Express Wieczorny» o «Trybuna Ludu» – l’organo del partito operaio, oppure con la commissione  per un reggiseno fatto su misura. «La signora Stenia era una cavia». «Che vuol dire cavia?» «Non capisci, una cavia, un topolino da laboratorio» «Mamma, ma Stenia è una signora, non un animale!» «I nazisti facevano sperimentazioni su carne viva, spesso uccidevano le persone per vedere il risultato. Nei casi migliori ci si ammalava per sempre. La signora Stenia è passata attraverso questi esperimenti, è viva quasi per miracolo,  è molto malata».  Stenia aveva  un numero sul braccio. Io non riuscivo a immaginarmela diversamente che come un topolino.  La sognavo di notte  e quando capitavamo nel suo negozio mi aspettavo di veder spuntare un pezzo di coda o un orecchio peloso e rotondo. Mi ricordo anche che si parlava di un possibile risarcimento e di una pensione d’invalidità assegnata dal governo tedesco occidentale. La questione era se il governo polacco avrebbe acconsentito di prendere questi soldi per la signora Stenia  o no.

A casa nostra di risarcimenti non si era mai parlato.

Papà guadagnava abbastanza per le nostre esigenze. I miei non erano stati cavie da laboratorio e non erano stati nei lager nazisti. Siamo potuti tornare in Polonia nell’ambito di un accordo fra i due stati e ricostruirci la vita da capo. Siamo arrivati a Varsavia dopo un breve soggiorno in Slesia. Qui abbiamo trascorso qualche mese nella Casa dell’Operaio, dove ora c’è l’ufficio delle tasse del nostro quartiere; secondo mio fratello Witek, che se ne ricorda meglio, per richiedere certi documenti siamo dovuti andare proprio nella stanza dove abitavamo.

Più tardi l’Acciaieria Warszawa  ci ha assegnato la nostra casa “per sempre” in via Żeromskiego 4A.

Qui ospitavamo per brevissimi periodi i conoscenti di Leopoli dei nostri  genitori. Sono passati da noi anche gli amici di mio nonno con la figlia Irena, che da Wrocław partivano per l’America. E c’era anche Żenia, con il fratello e i genitori, diretti in Israele. Żenia anni dopo era andata ad abitare a Philadelfia e poi con il marito e i molti figli si era trasferita a Gerusalemme, per morire uccisa in un attentato contro un autobus di linea.

Per anni i suoi genitori ci mandavano arance sistemate in cassettine di legno, che mio padre immagazzinava perché «tutto può tornare utile». Per via di questa abitudine la cantina in poco tempo era diventata un luogo inaccessibile, stracolmo di cianfrusaglie di ogni genere. La mamma ogni tanto tentava di ripulirla ma mio padre con il suo sesto senso avvertiva la minaccia e regolarmente le ordinava di rificcare tutto dentro. L’ultima volta era successo pochi mesi prima che morisse.

«Olek,  devi andare al più presto all’ospedale; mi hanno chiamato per dire che la mamma è scivolata e si è rotta il bacino. La mamma è già là, l’hanno portata dalla casa di riposo in ambulanza, io arrivo più tardi.»

Sono  al pronto soccorso. «Sua madre deve aspettare» . «Va bene, ma dov’è?»  «È qui dentro, ma lei deve attendere fuori!» «Ma qual è la diagnosi? Non riesce a parlare bene, è molto anziana, non potrei entrare?»  «No!» «Signor Mincer, deve entrare, sua madre non ci capisce e bisogna che risponda ad alcune domande prima della visita, venga» «Mamma, come va? Fa male? Non ti preoccupare!»  Passa qualcuno, un medico, entra nella stanza accanto a quella dell’ortopedico.  «Bisogna fare la lastra e poi vediamo» «Mamma, sono qui» «Witek?» «Sono Olek, Witek arriverà appena possibile». Un signore senza camice, alto, dai capelli grigi  e dalle foltissime sopraciglia dello stesso colore entra nella stanza del medico di prima. L’ho già visto, ma dove? «Sua madre ha la testa del femore rotta, la devo visitare». «Olek, che ci fai qui?»  Sono sempre gli altri che  stanno al posto loro e solo io sembro sempre cadere dal cielo  «Io… ma tu sei… Karol! Ma tu che ci fai qui? Io assisto mia madre…» «Vengo qui per farmi prescrivere delle ricette e parlare di cinema con il mio amico Bronek, vieni, te lo presento» «Ciao, ti ho visto prima, ero rimasto colpito, di rado si vedono persone così premurose. È tua madre, vero? che cosa ha?» «Il femore rotto.» «Se hai bisogno di qualcosa ti lascio il mio numero. Chiama senza problemi.»

 «La signora  ha anche qualche problema di sangue, la dobbiamo portare al reparto, per la frattura a questa età non c’è niente da fare».

Al reparto la mamma è stata sistemata in corridoio, nelle stanze non c’era posto. Bisognava aspettare il medico responsabile del reparto per sapere cosa fare. Il compagno delle elementari di Witek che lavorava per caso nello stesso ospedale era sparito. Io ero uscito a fare due passi per riprendermi. «Olek, vogliono trasferirla in un altro ospedale … ma solo qua la conoscono, è una tragedia» «Aspetta» «Bronek? Scusa, non pensavo di doverti chiamare …» «Non ti preoccupare, ci penso io! Mi raccomando, fatela operare subito, altrimenti è la fine». «Olek, sono impazziti tutti: non solo hanno strappato l’ordine di trasferimento, ma le hanno anche trovato posto in una stanza, cosa hai fatto?» «Io niente, semplicemente la sceneggiatura è stata scritta così».
Fine 7 parte – Continua Olek Mincer

2 commenti per Olek Mincer e il suo racconto “Leopoli” a puntate – 5a e 6a e 7a puntata

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