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Olek Mincer racconta su Leopoli, a puntate (8 e 9)

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Ecco la puntata numero 8 — Ottava parte

«Vedi, Olek, lei mangia, cammina, lentamente ma cammina, le do il braccio, mi sorride, deve fare delle trasfusioni di sangue però solo ogni qualche mese, potrebbe vivere ancora a lungo. Speriamo. Lo so che magari si confonde e non mi riconosce più, ma solo il pensiero di poterla trovare qui, in questa oasi, quando me ne viene la voglia mi da forza … Che fortuna che fai questo film, grazie»

Io devo morire, così è scritto nella sceneggiatura.

 Non sarà la prima volta: mi è già successo in altri film, sempre in situazioni di guerra. In Austeria di Jerzy Kawalerowicz ero ucciso dai cosacchi, falciato con una sciabola nell’acqua di un fiume insieme a un gruppo di altri chassidim, durante la prima guerra mondiale. Poi nelle fiamme del ghetto di Varsavia, come un eroe dell’insurrezione: buttavo una granata contro i tedeschi in un film di Jerzy Hoffman. Una volta ho sostituito un manichino-cadavere nello stesso ghetto in un docu-fiction girato a Varsavia. Il regista, lo scrittore russo e israeliano Efraim Sevela, mi portava sul set sulle sue spalle per non farmi prendere freddo, perché ero scalzo ed era inverno. Sempre in un film sulla seconda guerra mondiale mi hanno ucciso per finta e trascinato su un pianerottolo davvero, perché non si voleva staccare il filo elettrico attaccato all’esplosivo che mi apriva la finta ferita sul petto. Ero nella casa romana dove abitava don Pappagallo e dove io, soldato polacco fuggito dal carcere tedesco, mi nascondevo. Nel film mi hanno dato il nome vero di un giovane soldato, Dariusz Dabrowski di Tykocin, la cittadina nella Polonia orientale celebre per la sua magnifica sinagoga sopravissuta alla guerra e da poco riportata agli antichi splendori. Il vero Dabrowski era morto nella battaglia di Monte Cassino, quasi un anno più tardi. Nel Teatro Ebraico, a Varsavia, ero morto recitando Pianeta Ro di Ryszard Marek Gronski nella doppia finzione del teatro nel teatro: impersonavo uno dei bambini dell’orfanotrofio di Korczak, quello che interpreta Amal nella piéce La posta di Rabindranath Tagore. Amal muore nella messa in scena, e il bambino che lo recita poi muore davvero, a Treblinka. Ero il fantasma dello sposo del Dibbuk e, nella peculiare versione di questo classico del teatro yiddish diretta da Moni Ovadia, entravo più volte nella camera gas assieme a un orchestra immaginaria del campo di Auschwitz.

Siamo in tre a fuggire, abbandonare gli altri e cercare la fortuna fuori, per conto nostro. Abbiamo bisogno di soldi. L’unico a possederli è Chiger. Ora sta dormendo come tutti gli altri del gruppo a parte noi tre, i fuggiaschi. Tocca a me a rubargli il portafoglio.

«Ciak, si gira!» escono Marcin, Piotr, poi tocca a me.

«Stop» «Olek, dove sei, devi uscire dietro di loro, e svelto!».

«Ciak, la seconda!» escono, io allungo la mano per prendere il portafoglio dalla tasca del paltò avvolto nel quale dorme Chiger, ma lui per la seconda volta mi prende la mano, farò di nuovo tardi!

«Non posso permettere che mi si rubino i soldi, io devo difendere la nostra sopravvivenza!»

«Ma questa azione non c’è nel copione! Chiger sa che gli devo rubare i soldi o no?».

«Stop!» Ma che succede? Perché la scena non è preparata, come si fa a lavorare in queste condizioni? Agnieszka mantiene la calma, io sono frastornato.

«Olek, la situazione è semplice, siete appena illuminati, fate la scena e andiamo a pranzo Vedrai, adesso Chiger si lascerà derubare…».

Stiamo finendo di girare in Germania, la scena della nostra morte si farà a Łódź dove abbiamo a disposizione un pezzo delle vere fognature cittadine, dismesse. Il fiume Łódka di Łódź, come a Leopoli il fiume Pełtew, è stato coperto e incluso nel sistema fognario cittadino. Per entrare bisogna infilarsi in aperture rotonde dalle pesantissime coperture, coperti di pesantissimi cerchi uguali in tutto il mondo, credo. La scaletta e ripida e c’è sempre qualcuno che ci aiuta a entrare e uscire. Per precauzione tutto lo staff tecnico indossa tute bianche di tessuto non tessuto per essere ben visibili nell’ ambiente non sempre luminoso. Dobbiamo girare le scene estive ma fuori nevica e anche qui da noi, sotto terra, si insinua la neve attraverso le aperture rotonde. Il tratto della fogna misura forse un centinaio di metri, lungo le pareti coperte di umidità e di strane escrescenze si possono girare scene con molte persone e i piani lunghi. Siamo sotto la città, precisamente sotto una fabbrica tessile dismessa del più importante industriale ebreo di Łódź, Izrael Poznański. Una città nella città, ora ripulita e rimodernata ma anche ritornata alla vecchia elegante semplicità architettonica, ospita oggi una galleria commerciale, una galleria d’arte, un albergo, un grande cinema multisala. È una rondine che può annunciare la trasformazione di questa città un tempo leader dell’industria tessile, sia nel l’Impero russo che poi nella Polonia tra le due guerre e in quella comunista, ma il cui futuro ora è incerto.

Le macchine, le roulotte e i camper della solita carovana cinematografica sono disposti a pochi metri dall’ingresso della fogna di fronte a una scritta composta da enormi lettere gialle posate a terra: M-A-N-U-F-A-K-T-U-R-A. In questo corridoio proibito agli estranei, un giorno è passato un gruppetto di giovanotti con le kippot sulla testa … Una comitiva di turisti israeliani, religiosi, adolescenti. Guardano con incredulità le nostre fasce con la stella di Davide al braccio …. Leggo nei loro occhi un sospetto e un giudizio: «perché questi goim si mascherano da ebrei, tanto noi lo sappiamo, non mostreranno mai le cose come sono andate veramente”. Fermo il più anziano del gruppo, forse un insegnante, gli spiego cosa stiamo facendo, e che in verità ci troviamo a Leopoli. Lui ha le origine lituane e sembra avermi creduto, mi ringrazia per la spiegazione. Intanto proseguono il loro tour nella Łódź ebraica, ora vanno al cimitero, uno dei più bei cimiteri ebraici al mondo, fondato anch’esso da Izrael Poznański.

Fine 8 parte — Continua, Olek Mincer
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9 parte

Nei momenti di attesa possiamo fare due passi tra i vialetti e gli edifici in mattoni rossi della Manufaktura. Peccato che il museo d’arte moderna sia chiuso quando sono libero io, e non potrò vedere le sculture di Alina Szapocznikow, ma posso guardare i negozi e spulciare nello Empik – una grande rete distributiva di libri e giornali. Sulla piazzetta della città ideale di Poznański cade la neve, ma io posso andare al cinema a vedere un film dove il protagonista è Robert, lo stesso Robert con cui lavoro adesso. Ho finito il mio turno stamattina, è strano tornare sul set nel tempo libero, ho la sensazione di essere di troppo.

È già buio, l’ingresso che porta giù sul nostro set fognario è illuminato e coperto di un tettuccio provvisorio di plastica, per non far cadere la neve dentro.

Sbuca fuori un essere coperto di candido piumaggio bianco. Se non fosse per la strana luce che emana dalla parte superiore del suo morbido corpo d’animale, per la sua andatura zoppicante sulle estremità posteriori, potrebbe far sospettare un’appartenenza alla specie umana. Ma la sua somiglianza agli uomini non è maggiore di quella di certi pinguini, o dei neonati di ornitorinco.

Ce ne sono anche altri, di varie forme e misure, alti e bassi, tutti piuttosto grassi per adattarsi meglio alle intemperie artiche. Tutti con delle maschere, malfatte, imprecise, evidentemente eseguite da un artista dilettante o cucciolo, con evidente penuria di materiali di alta qualità. Maschere che dovrebbero farci credere che le creature che le indossano sono veramente umane, o almeno umanoidi. Alcune hanno una barbetta incollata, tutti hanno nasi finti con gli occhiali poggiati sopra, orecchie evidentemente sproporzionate e di colore sbagliato. Ma qualsiasi dubbio, se ce ne fossero, sulla loro sostanza umanoide, svanisce quando dal buco illuminato, questo diaframma osmotico che fa passare solo i predestinati, spunta fuori una specie di androide (questo si che è fatto con una certa ingegnosità), assolutamente fuori misura, dire una gru sarebbe un eufemismo, a dire il vero potrebbe essere l’unico esemplare, ovviamente un prototipo costruito per un’ urgenza, di un automa dalle vaghe sembianze di un terrestre. Anche lui ricoperto dello stesso piumaggio bianco, e con un’estremità luminosa situata molto più in alto degli altri esseri che escono ed entrano dal buco, a conferma che si tratta di un esemplare unico e irrepetibile. Ma dopo questo andare e venire verticale di esseri bianchi vedo i miei colleghi vestiti di normali stracci d’ordinanza, in un pietoso stato di sottomissione, farsi guidare da loro e, tenuti per mano, spuntare dal buio della notte e scendere giù inghiottiti anche loro dalle fauci della misteriosa caverna. Qualcuno fuma, ma subito prima del pertugio è costretto a buttare via la sigaretta; a volte sono i piumati bianchi a strappargliela di bocca, sgridandolo in una lingua incomprensibile, con tono gracchiante, che perfora i timpani. I piumati portano dentro e fuori dal foro strani macchinari e attrezzi, forse strumenti di torture e vivisezioni. Avvicinandomi più all’ingresso sento come un brusio di acqua che scorre, e mi viene un’idea inquietante. E se là sotto ci fosse un fiume, se le strane creature piumate fossero uccelli acquatici che trasportano la gente dall’altra parte di una sorta di Stige, e chi ne fa ritorno fosse soltanto un’ombra senza vita?

«Cosa succede ai miei colleghi là sotto? Domani toccherà forse anche a me?»

La neve si fa sempre più fitta, a sottolineare che, d’ora in poi, oltre al buio, regnerà sulla terra anche il grigio-bianco-scintillante.

Per scappare da questo orrore corro per intrufolarmi nel mondo reale del film proiettato in una delle sale cinematografiche della Manufaktura. È la storia di una relazione amorosa, ambientata in un paese dove regna la delazione totalitaria degli anni più bui dell’era comunista polacca. Tutto finisce nel 1968, quando io avevo 11 anni. Il perfido protagonista è un poliziotto che trama e fila la rete dell’imbroglio, sfruttando la cristallina passione di un vecchio scrittore per una fanciulla telecomandata dal poliziotto stesso. Nell’ultima scena si rivela che il poliziotto è un ebreo che emigrerà in Israele. A sigillare il film una scritta sulla partecipazione ebraica alla polizia segreta comunista.

Esco dalla sala furibondo, nella disperazione chiedo, non senza timore, al primo e unico piumato incontrato per caso vicino alle lettere  A-K-U-R-A-T-U-F-N-A-M: «Perché proprio lui, perché proprio il peggiore doveva essere ebreo?». E lui, che nel mio delirio pieno di sbornia cinefila mi sembra Caronte con la maschera di Agnieszka, mi risponde: «Non ti arrabbiare! Anche io ne ho conosciuto uno cosi …»  e ciò detto scompare nella nuvoletta bianca che galleggia sopra la terribile entrata all’umido regno del inimmaginabile che scorre sotto terra, come un fluido vitale che divide il nostro mondo dall’altro.

Vado in albergo, pieno di pensieri e ricordi del ’68 a casa nostra. Le nottate dei miei genitori passate a discutere: «Dobbiamo andarcene, ma dove? In Svezia, in Danimarca, negli Stati Uniti, in Israele?»  E papà che dice: «C’è tempo, ancora non mi hanno licenziato … ma che dolore, il mio miglior amico mi ha voltato le spalle.» E la mamma: «Basta! non li voglio vedere più, ipocriti dal grugno di maiale ubriaco.»  E, su un conoscente: «Hai capito che serpe, doveva scrivere un articolo antisionista per ripulirsi della fidanzata ebrea, che gli danneggia la carriera diplomatica. Basta, siamo ebrei e voglio essere seppellita al cimitero ebraico». Si, era allora che i miei ci hanno portato al Teatro Ebraico. Era già dopo la partenza della direttrice Ida Kaminska la prima Madre Coraggio polacca, e vincitrice di un premio Oscar. E allora ci hanno mandati a Włocławek, dove c’era l’ultima colonia ebraica della Polonia comunista. Era là che ho cantato in un coro le mie prime canzoni in yiddish, e per la prima volta ho incontrato altri ragazzi ebrei. Da li a poco sarebbero partiti quasi tutti dalla stazione Warszawa Gdańska, diretti a Vienna, tappa obbligata verso la libertà.

Continua – Olek Mincer

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