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Un racconto su Leopoli in 10 puntate – ecco l’ultima

Leggi le precedenti puntate: prima qui, poi qua, infine qui.

La 10 parte

Alla fine siamo rimasti a Varsavia. Papà diceva: «Non posso più cambiare paese, ormai il nostro destino é qui. I ragazzi decideranno per conto loro quando saranno grandi.»

Era l’epoca in cui sparivano le bottiglie di vetro con  il latte portate all’alba sotto la nostra porta. Ovviamente degli aranci erano rimasti soltanto le assi delle cassette in cantina, i rapporti diplomatici con lo stato d’Israele erano stati interrotti e dunque niente spedizioni postali. D’ora in poi gli aranci li avrei veduti solo nei pacchi dono natalizi natale, distribuiti  dall’ufficio sociale dell’acciaieria. Qualcuno ha disegnato una stella di Davide sulla nostra porta e ha rubato lo zerbino. Invece gli strani movimenti intorno alla nostra cassetta postale erano iniziati già da prima. Per coincidenza a un indirizzo uguale al nostro, però senza la A finale, affittava una stanza un giovane pianista inglese di nome George che studiava in Polonia dal famoso maestro Zbigniew Drzewiecki,  esperto di Chopin.

Il postino, vedendo l’indirizzo Żeromskiego 4 interno 19, spesso metteva nella nostra buca le lettere destinate a George. La padrona di casa del pianista a volte ci riportava le nostre lettere che erano finite a lei. Apparteneva a una famosa casata nobiliare polacca, il che non rendeva la vita più facile durante il regime comunista. Era compito di Witek invece riportare le lettere non nostre al destinatario.

A un certo punto smettemmo di ricevere le lettere sbagliate, e pensammo che il postino avesse finalmente imparato i nostri nomi. Ma dopo un po’ il pianista George si trasferì dai nostri vicini di pianerottolo. È vero, doveva dormire sotto al pianoforte (come erano riusciti a infilare un pianoforte a coda in una stanza così piccola?), ma il cibo preparato dalla nonna ripagava di ogni sacrificio. Poi scoprimmo che uno dei ragazzi dei nostri vicini sfilava le lettere di George dalla nostra cassetta per riportargliele lui e in tal modo guadagnarsi l’amicizia del pianista e convincerlo a trasferirsi da loro. Non che i nostri vicini fossero furbi – eravamo noi a essere stupidi! Come non approfittare di una simile manna dal cielo?

Come diceva papà, in modo forse poco signorile: «Nie chcieli Żydzi manny jeść, niech jedzą gówno» (Gli ebrei non volevano mangiare la manna, che adesso si mangino la merda)….

Un giorno la mamma ci portò al cimitero, e ci fece vedere due tombe belle nuove: erano la sua e quella di papà. «Vedi, non dovrete spenderci neanche un centesimo, ho pensato anche alla scritta, basterà mettere soltanto la data. «Mamma, ma che dici?, vivrete ancora a lungo…. Mi metti in imbarazzo, non voglio pensare alla vostra morte …». Ma un’occhiata alla tomba la getto lo stesso; ha fatto anche incidere una scritta in ricordo dei nostri famigliari uccisi a Leopoli durante la guerra: Helena, Ida, Adaś, Rot, Mincer, Szapiro, Adler, Berger.

Il film è quasi finito, resta ancora da girare a Varsavia la scena del rastrellamento  del ghetto di Leopoli, ma io ho terminato la mia parte. D’estate tornerò di nuovo, stavolta con Laura  ed Emanuele; anche lui vuole vedere la nonna e poi ha fatto delle amicizie nel cortile di via Żeromskiego.

Saluto Witek davanti al busto di Chopin, patrono dell’aeroporto.  Già in cabina la hostess offre da bere, scelgo la vodka. Accanto a me siede una suora cieca con un rosario in mano.  L’acqua della nuvola attraversata dal nostro aereo scivola velocemente dall’altra parte del finestrino, nelle vene si insinua un fuoco ghiacciato  a 45 gradi etilici … la suora cieca non parla, mormora soltanto le sue preghiere sgranando il rosario, sembra terrorizzata dal volo. Le consiglierei della vodka, ma non oso farlo. Chissà se conosce la suora dell’Istituto per i Ciechi di Laski, che divideva la stanza con mia madre all’ospedale? A Laski, durante la guerra, hanno salvato molti bambini ebrei.

A Varsavia c’erano sette suore italiane, di cui quattro finte; erano ebree polacche e una di loro, Sulamita  Kacyzne, subito dopo la guerra ha sposato l’ambasciatore italiano Reale… ma forse era la moglie del re Salomone, no, ha sposato mio zio Marek, il padre di Adaś, hanno avuto un figlio, un gatto di nome  Boris. Mia madre odia i gatti e i bambini visti in sogno  perché  preannunciano malattie, o ancora peggio.  Boris è morto perché ha saputo di mio padre che l’aveva portato a uno strip-tease  nel ristorante nei sotterranei del grande tempio bizantino di Varsavia. A me papà li non ci ha portato mai, cioè nel tempio sì, per la cerimonia delle medaglie degli inventori, ma nei sotterranei mai …

«Papà, che albero è questo?» «È un tiglio» «E questo?» «Anche questo è un tiglio» «Sono tutti tigli?». Tiglio, ovvero lipa, ovvero qualcosa che non vale nulla. «Bravo, qui tutto è lipa, vieni ci facciamo un po’ di szypuczka, guarda come frizza  nel bicchiere, bevi velocemente altrimenti scappa via, questo non è lipa». «Dorotka, perché in Germania mettono l’ananas sopra la pizza margherita? Mi fa venire la nausea. Peccato che non abbiamo più giocato insieme con la sabbia nel nostro cortile».

 «Janek, fammi uscire da questa buca! Mi sono pisciato addosso, ho la calzamaglia bagnata!» «No, non ancora… se vuoi ti porto delle cicche di sigarette, oppure la mandibola di un cavallo che poi la buttiamo nella soda caustica. Tieni questa lampada a carburo, ti terrà compagnia, se vedi che si sta spegnendo  allora esci, ma solo per farla girare per fare il vento».  Come è dura salire fino al secondo piano senza farsi vedere da nessuno; le pareti non ti assorbono, la ringhiera è fatta di sbarre di ferro, mostra tutta la tua vergogna. Come è difficile scendere giù nella cantina buia dove ti aspetta il mostro che ti mangia il cuore e la testa. Ma se c’è la luce è ancora peggio, perché vuol dire che oltre al mostro c’è anche un vicino di casa che vede quanta paura hai, e ne hai quasi a sufficienza da riempire tutto il secchio che serve per prendere le patate. Le patate stanno al buio dentro la nostra cantina e anche loro hanno paura e cercano la luce tendendo sottili manine bianche per aggrapparsi a te, per essere portate via, e non sanno che la salvezza per loro vuol dire morte. Ma forse proprio per questo che cercano di essere cotte e mangiate e vivere dentro di noi insieme alle cosce di pollo e i crauti e la senape e la vodka.  Mi fa male la testa …

Mamma… sette dottori sono venuti, sette dottori: il primo dottore con i baffi grandi ha ordinato la purga allo stomaco, non gli hai creduto… il secondo dottore, con la maschera dal becco lungo, ha ordinato il lassativo… non gli hai creduto;  il terzo dottore con un alto chignon ha proclamato: «Sintomi influenzali: una settimana e passa tutto!»… non le hai creduto. Il quarto dottore era tanto gentile: aveva baffetti largi due dita sotto al naso e ha decretato: «Un’infezione da vermi…»: non l’hai creduto. Il quinto dottore, biondo e alto, ha riflettuto a lungo e ha dichiarato: «Il bambino deve aver mangiato qualche schifezza, domani gli passa». Non gli hai creduto. Il sesto era in verità il secondo ma aveva una maschera diversa e un lungo ciuffo solitario in cima alla testa; questa volta ha deciso che è un problema ai reni, «se fra tre giorni non passa portiamo il bambino all’ospedale». Non gli hai creduto. Ha suonato alla porta una maga africana: veniva da Atimpoku sul  fiume Volta, vicino al ponte Adomi, e anche se era della pianura si é presentata come Elena delle Montagne e ha detto: «Ho saputo che qui una madre vuole salvare un bambino malato e non crede a nessun medico bianco, a me crederà!» Mi ha guardato, mi ha toccato la pancia con la sua mano magica da maga esperta e ha proseguito: «Il bimbo sta morendo ma se, grazie alla mia magia, riusciremo a portarlo subito a Gerusalemme e là a togliere il male dalla pancia, vivrà! Ma Lei, signora, prima dovrà fare tre cose: smettere di studiare inglese, la lingua dei nostri colonizzatori, cacciare via il gattino che ha preso dalla strada perché in verità  è un piccolo demonio e  donarmi il suo guanto della mano del cuore, di quelli lunghi che tiene per le grandi occasioni. L’altro lo terrà per non scordarmi mai.. finché sarà possibile, ovviamente. E ora chiami il taxi per portare il bimbo all’ospedale di Viale di Gerusalemme nel centro di Varsavia, la sala operatoria è già preparata, tutti credono che Olek sia un mio figlioccio. Anche la magia ha bisogno dei suoi trucchi…» A lei hai creduto.

«Liuli liuli la, i gattini dormono e i cagnolini dormono, liuli liuli la». Ma perché  Szlomo si faceva di morfina, non gli poteva bastare la vodka? «Signor Mincer?» «Si.. » «Qualcuno vuole parlarle»  «Sono il padre di Krysia,  cioè Mila, la bambina che recita con voi nel film». «Dottore …» «Forse è meglio dire angelo, ho anche le ali. Sono  il secondo pilota, glielo avevo detto a Lipsia. Volevo solo salutarla. Buon ritorno a Roma, siamo atterrati, ci vediamo alla prima!»

«Witek, ti ricordi il nostro primo volo? Era la linea Varsavia-Stettino, andavamo in vacanza con i genitori su un’isola del Baltico… Eravamo cosi piccoli, e il pilota ci aveva fatto entrare nella sua cabina…Witek».

FINE

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