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	<title>Polonia mon amour &#187; 1989-2004 polonia verso ovest</title>
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		<title>Domani era il 13 dicembre 1981</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 10:15:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
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		<description><![CDATA[MILANO 12 dicembre 2011, ore 18.00 Sala Buzzati , Via Balzan 3, angolo via S.Marco, Milano 1981- 2011 La Polonia e l’Europa da Solidarnosc alla presidenza dell’UE saluto introduttivo Krzysztof Strzałka, Console Generale della Repubblica di Polonia intervengono Vittorio Da Rold, Il Sole 24 ore Paolo Galli, già Ambasciatore d’Italia a Varsavia Luigi Geninazzi, Avvenire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>MILANO 12 dicembre 2011, ore 18.00<br />
Sala Buzzati , Via Balzan 3, angolo via S.Marco, Milano</p>
<p><strong><a href="http://fondazionecorriere.corriere.it/iniziative/polonia-l-europa_ad9cdd4e-1a96-11e1-a0da-00d265bd2fc6.shtml">1981- 2011 La Polonia e l’Europa<br />
da Solidarnosc alla presidenza dell’UE</a></strong></p>
<p>saluto introduttivo<br />
Krzysztof Strzałka, Console Generale della Repubblica di Polonia</p>
<p>intervengono</p>
<p>Vittorio Da Rold, Il Sole 24 ore</p>
<p>Paolo Galli, già Ambasciatore d’Italia a Varsavia</p>
<p>Luigi Geninazzi, Avvenire</p>
<p>Tadeusz Konopka, ANSA di Varsavia</p>
<p>Paolo Morawski, <a href="http://www.poloniaeuropae.eu/">Poloniaeuropae</a></p>
<p>Sandro Scabello, già inviato del Corriere della Sera</p>
<p>Franco Venturini, Corriere della Sera</p>
<p>coordina<br />
Beppe Severgnini</p>

                            <div id="aspdf">
                                <a href="http://www.polonia-mon-amour.eu/wp-content/plugins/as-pdf/generate.php?post=6315">
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		<title>Due passi a Varsavia, metà anni Novanta</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 09:50:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
				<category><![CDATA[1989-2004 polonia verso ovest]]></category>
		<category><![CDATA[pl-città]]></category>
		<category><![CDATA[post in italiano]]></category>

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		<description><![CDATA[Passeggiata mattutina di RYSZARD KAPUSCINSKI Passeggiata mattutina,  inedito in Italia, è un reportage ritrovato negli archivi di Kapuscinski nel 2004 e pubblicato in Polonia nel 2007, due giorni dopo la scomparsa dell&#8217;autore. Si tratta di un dattiloscritto di sei pagine, corretto più volte dall&#8217;autore, corredato da uno schizzo dei luoghi menzionati nel reportage e da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Passeggiata mattutina<br />
</strong>di RYSZARD KAPUSCINSKI<br />
Passeggiata mattutina<em>,  inedito in Italia, è un reportage ritrovato negli archivi di Kapuscinski nel 2004 e pubblicato in Polonia nel 2007, due giorni dopo la scomparsa dell&#8217;autore. Si tratta di un dattiloscritto di sei pagine, corretto più volte dall&#8217;autore, corredato da uno schizzo dei luoghi menzionati nel reportage e da alcune fotografie. Da alcune notazioni contenute nel testo si presume sia stato scritto nel 1995. Il periodo a cui fa riferimento l&#8217;autore è quello che intercorre tra la fine del regime comunista e l&#8217;ingresso della Polonia nell&#8217;Unione Europea (2004), un&#8217;epoca ormai conclusa e lontana, in cui erano ancora vivi i ricordi del passato regime e regnavano ancora caos e incertezza. Da qualche anno il percorso della Passeggiata mattutina è ricordato da una lapide celebrativa posta nei luoghi descritti dal grande reporter.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</em><br />
Mi sveglio di mattina, mi prendo il caffè e vado a farmi una passeggiata. Sono le sette. Cammino lungo la strada nella quale abito  -  via Prokuratorska fino a via Wawelska. Passo il consolato britannico: a quell&#8217;ora davanti al cancello c&#8217;è già una folla di gente. Alloggiano qua, dormono nelle macchine e sui prati lungo la strada, sulle panchine, aspettano per lasciare la domanda per il visto. Mi rendo conto subito di essere nel Terzo mondo. Uno spettacolo mattutino del genere non c&#8217;è né a Oslo né a Berna. Invece lo posso vedere a Kampala e a Kuala Lumpur. Gli abitanti dei paesi più poveri  -  come, per esempio, la Polonia  -  offrono le loro braccia a poco prezzo per il lavoro, i paesi ricchi si difendono, hanno abbondanza di braccia. Affamati, ma non fino al punto da non potersi muovere (come i miei poveracci del Sahel), invadono l&#8217;Occidente, dove è ancora possibile, se si riesce a trovare lavoro, avere un buon stipendio (se al vicino di mia madre, il signor Kucharski, muratore di una certa età, venisse chiesto quale fosse il suo sogno, risponderebbe senza esitare: &#8220;Sa, vorrei almeno una volta guadagnare bene!&#8221;). Il sogno di un buon stipendio non è il semplice desiderio di riempirsi le tasche. È piuttosto il bisogno di dimostrare le proprie capacità,  una pubblicazione dimostrazione di quanto valgo, della mia posizione nella gerarchia sociale. Lo stipendio è piuttosto una questione di come mi vedono e come mi apprezzano, come mi giudicano e come vengo qualificato.<br />
Appena dopo il consolato c&#8217;è l&#8217;incrocio tra la Wawelska e Viale Niepodleglosci, il punto dove si congiungono tre quartieri &#8211; Mochotów, Ochota e Ródmiescie. Davanti a me, di fronte alla sede del Gus (Glówny urzad statystyczny, l&#8217;ufficio centrale di statistica), vedo l&#8217;edificio nel quale abitava prima della guerra l&#8217;autore di Ludzi Podziemnych, il grande massone e senatore Andrzej Strug, proprio nel suo appartamento Wytkacy conobbe Czeslawa Okninska, l&#8217;ultima fiamma della sua vita. Era l&#8217;anno 1929. Dieci anni più tardi, nel settembre del 1939, si erano diretti entrambi verso il Polesie. Lì, nel bosco vicino al villaggio Jeziory, hanno commesso il loro suicidio (dal quale la Okninska venne tratta in salvo).<br />
Taglio via Wawelska ed entro nel Campo di Mokotów. Da lontano vedo l&#8217;edificio della Biblioteca Nazionale, un eterno cantiere. Faccio notare che prima di aver cominciato la ricostruzione della biblioteca, sistemarono prima l&#8217;intero complesso dei  prefabbricati e delle solide baracche per la burocrazia della ditta edile, come se dall&#8217;inizio prevedessero che il non grande edificio della biblioteca sarebbe stato costruito in lunghi anni, per intere generazioni. E così, in effetti, è. I prefabbricati amministrativi dalla mattina erano pieni di funzionari e accanto al cantiere, sui ponteggi un po&#8217; malconci c&#8217;è un operaio, un altro mescola il cemento nella betoniera rovinata.<br />
Ora (è la fine di maggio) entro nel verde del Campo di Mokotów. Qui, all&#8217;angolo tra Via Wawelska e Viale Niepodleglosci nel 1945 hanno costruito un isolato di piccole case finniche unifamiliari di legno. Subito dopo la guerra ci hanno assegnato una casa del genere, perché mio padre lavorava in una impresa di edilizia popolare. Quella piccola casa senza bagno e senza riscaldamento centralizzato era un lusso, era la felicità, perché fino ad allora eravamo accampati (una famiglia di quattro persone) in una piccola cucina tra le rovine sul terreno dei magazzini del cemento e dei mattoni vicino alla Via Srebrna, non lontano dallo scalo chiamato Siberia (da qua un tempo deportavano la gente in Siberia).<br />
La nostra casetta (indirizzo: terza colonia, sesta casa) poggiava su un terrapieno di sabbia dalla quale i bambini durante l&#8217;inverno scendevano sulle slitte. Su questo terrapieno, nell&#8217;anno 1939, si ergeva il fusto sul quale venne trasportata la bara di Pilsudski. Da lì il Maresciallo di Polonia presiedeva la sua ultima parata, prima che il corteo funebre si dirigesse verso il Wawel, a Cracovia.<br />
Cammino lungo il sentiero tra i prati argentati per la brina scintillante di mattina tra gli alti pioppi. Mi ricordo di quando piantavano questi pioppi appena dopo la guerra. Degli arbusti fragili e gracili, che si sono trasformati ora in alberi alti e robusti. E qui, all&#8217;improvviso, un frutteto di meli, pere e prugne, che fioriscono proprio adesso, e spargono profumi dolci e forti. Il frutteto qui nel parco pubblico? Sì, perché sono gli alberi che ha piantato intorno alla sua casetta il Signor Stelmach, il conduttore del tram, il quale a quanto pare fu un giardiniere e ortolano. Il Signor Stelmach non c&#8217;è più, ma ci sono i suoi alberi e le sue mele, le pere e le prugne verranno raccolte dai bambini di qui. E anche dagli ubriaconi di passaggio, che si raccolgono qui per bere in un&#8217;amena ombra una bottiglia di qualche vino scadente.<br />
Purtroppo il mio sentiero passa anche vicino a un luogo molto triste. Oggi questo è un bel prato, ma allora, dopo la guerra, qui c&#8217;erano le fosse d&#8217;argilla e dentro spuntavano quattro listelli legati con un filo di ferro. Questo significava che lì era interrata una mina. E mi ricordo che vado a scuola mezzo addormentato e mezzo congelato e vedo un bambino, seduto tra questi listelli, e prima di destarmi e pensare qualsiasi cosa, ho visto improvvisamente il bagliore del fuoco, ho udito il secco e acuto fragore e ho visto come questo ragazzino si era inchinato, si era ripiegato ed era diventato immobile. Immediatamente era accorsa la gente dalle case vicine, cominciò un tumulto e una corsa caotica e nervosa, ma quando siamo arrivati sul luogo dell&#8217;esplosione, il bambino seduto era già morto in una pozza di sangue. Questo doveva essere successo qua, accanto a questo pioppo, ma dove precisamente? C&#8217;è erba dappertutto, ovunque rigogliosa.<br />
Entro sulla stradina principale del nostro isolato. Si chiama Leszczowa, non è né asfaltata né lastricata. La strada è nera, cosparsa di pezzetti di carbone e quando piove si creano delle pozzanghere sporche e catramose. In un punto in mezzo alla strada è disteso un cane nero di razza bastarda. È sempre sdraiato e sempre nello stesso posto, quando passo, il cane abbaia, senza muoversi. È un abbaiare passivo, un abbaiare al vento. Sembra quasi che non sia un essere vivo e sensibile, ma solo un giocattolo caricato per abbaiare. Come se, camminando, avessi improvvisamente spinto un bottone nascosto per la strada e avessi innescato il meccanismo di quel deprimente e monotono abbaiare.<br />
Ad entrambi i lati di via Leszczowa si estendono gli orti municipali. Una volta qui c&#8217;erano dappertutto le casette, ma alla metà degli anni Settanta vennero riprese e vendute a poco prezzo ai pupilli del regime del tempo di Gierek. Adesso si possono vedere i posti dove riposava la vecchia nomenklatura, invece ai vecchi abitanti hanno lasciato solo i giardinetti e gli orti. Tutti gli orti sono molto miseri. Le recinzioni sono improvvisate con rami, vari fili e reticolati arrugginiti. I casotti dentro gli orti non erano in condizioni migliori. Ognuno si inventava i materiali con quello che aveva. Se aveva tavole di legno, le faceva con quelle, se aveva lamiere di metallo, usava quelle, e c&#8217;erano anche le pareti fatte semplicemente di truciolato, anche di quello più grezzo, oppure di carta catramata.<br />
Quelli che avevano la vernice, un pennello e il cosiddetto &#8220;gusto estetico&#8221;, avevano  dipinto con cura quelle baracche provvisorie costruite in modo amatoriale. Ci sono baracche gialle e verde pistacchio, azzurre e color mattone, ma più di tutte, quelle verdi.  Molto spesso  -  quello che hanno in comune  -  questi colori, una volta freschi e vivaci, oggi sono sbiaditi, graffiati e scrostati. Malgrado ciò, i cancelli d&#8217;ingresso sono un miscuglio di vera e propria poesia di bruttezza e povertà con una sorprendente fantasia e un happening plastico-artistico. Ce ne sono alcune decine, ognuno è diverso, singolare e originale, nel suo design e nelle sue forme grottesche. &#8230;<br />
Leggi tutto su  <a href="http://www.ilreportage.com/">&#8220;il Reportage&#8221;</a>, numero 6, aprile-giugno 2011. La rivista è diretta da Riccardo De Gennaro<br />
(Traduzione di Lorenzo Pompeo)<br />
<em>Copyright © 2009 by the Estate of Ryszard Kapuscinski. Original Polish title: Spacer Poranny. First published by Biblioteka Gazety Wyborczej, Warszawa, 2009</em><em><br />
</em></p>

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		<title>La transizione polacca e il presente arabo</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 16:20:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8230; Poland, which takes over the rotating presidency of the European Union on July 1, can provide a special perspective for the Middle East and North Africa, specifically helping “in the transformation and democratization process,” the foreign minister, Radek Sikorski, said in an interview. The idea is that Poland, as a former Communist country that [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#8230; Poland, which takes over the rotating presidency of the European Union on July 1, can provide a special perspective for the Middle East and North Africa, specifically helping “in the transformation and democratization process,” the foreign minister, Radek Sikorski, said in an interview. The idea is that Poland, as a former Communist country that went through enormous social, economic and political upheaval throughout the 1990s, could share ideas with the emerging political powers in the Middle East. “Poland sees a value-added aspect by passing on to our friends in the southern neighborhood the transitional experience that we went through,” Mr. Sikorski said&#8230; “We believe we have the relevant experience when it comes to making such a transition in which the agenda is immense and complex,” Mr. Sikorski said. He referred to several issues that emerging democracies would have to deal with. One was how to regulate the relationship between religion and the state&#8230; Mr. Sikorski also said the Arab countries had to deal with the former ruling parties, how to organize elections, what to do with the security apparatus that functioned under the previous regimes, and how to control the police and the armed forces democratically&#8230;<br />
<em>IL MESSAGGIO è: &#8230;</em> when Poland takes over the E.U. presidency, it intends to push Brussels to give its European Neighborhood Policy much more attention&#8230;.<br />
<a href="http://www.nytimes.com/2011/04/14/world/europe/14iht-poland14.html?_r=1&amp;scp=2&amp;sq=judy%20dempsey&amp;st=cse">Leggi tutto</a> in <strong>Poland Looks to Its Past in Assessing Arab Present,</strong> By <a href="http://www.nytimes.com/2011/04/14/world/europe/14iht-poland14.html?_r=1&amp;scp=2&amp;sq=judy%20dempsey&amp;st=cse">JUDY DEMPSEY</a>, International Herald Tribune, Published: April 13, 2011</p>

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		<title>La Polonia del 1992: un documentario</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Mar 2011 14:55:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Desidero segnalarvi un documentario seppur del 1992 forse ancora interessante oggi GUARDA QUI Buona visione Cordiali saluti Enzo Labor pdf]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Desidero segnalarvi un documentario seppur del 1992 forse ancora interessante oggi<br />
<a href="http://www.youtube.com/user/TheEnzoLaborChannel#p/u/17/KuyF2Ip_YF4">GUARDA QUI<br />
</a>Buona visione<br />
Cordiali saluti<br />
Enzo Labor</p>

                            <div id="aspdf">
                                <a href="http://www.polonia-mon-amour.eu/wp-content/plugins/as-pdf/generate.php?post=5938">
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		<title>La politica estera polacca dopo il 1989</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Feb 2011 17:36:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Lo scorso 2 febbraio 2011 presso l’Università degli Studi de Firenze, in collaborazione con l’Istituto Polacco di Roma, si è svolto un ciclo di incontri di studio sul tema: “La Polonia in Europa” . Ecco di seguito l&#8217;intervento del prof. Leszek Kuk, dell&#8217;Università di Toruń, Direttore della Biblioteca e del Centro di Studi di Roma dell’Accademia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em><em>Lo scorso 2 febbraio 2011 presso l’Università degli Studi de Firenze, in collaborazione con l’Istituto Polacco di Roma, si è svolto un ciclo di incontri di studio sul tema: “La Polonia in Europa” . Ecco di seguito l&#8217;intervento del prof. <strong>Leszek Kuk</strong>, dell&#8217;Università di Toruń, Direttore della </em>Biblioteca e del Centro di Studi di Roma dell’Accademia Polacca delle Scienze, <em>che qui ringraziamo per la sua cortese disponibilità.<br />
Il testo è stato tradotto dal polacco da </em>Beata Bròzda.<br />
<em>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<br />
</em><strong>La politica estera polacca dopo la svolta del 1989: nuove sfide, nuovi orizzonti.<br />
</strong>di Leszek KUK</p>
<p></em></p>
<p style="text-align: justify;">              Il tema della politica estera della nuova e democratica Polonia, nata dopo la caduta del regime comunista, rimane molto vasto e, naturalmente, non pretendo, in questa sede, di presentarne tutti i dettagli, questo sarebbe impossibile. Vi presenterò, piuttosto, le principali idee, i successi e le sconfitte, poiché anche queste ci sono state, nella politica estera del mio Paese. Tuttavia, ci tengo in modo particolare a presentare e a definire le condizioni, sia interne che esterne, che la nuova e democratica Polonia ha dovuto affrontare nella sua politica estera, a mostrarvi le sfide di fronte alle quali si è trovata, e prima di tutto, a delineare il contesto internazionale  in cui si sono mosse le sue azioni rivolte all’estero. In altre parole, la mia relazione dovrebbe essere considerata un tentativo di introduzione all’argomento, sia per tutti coloro che vogliano intraprendere gli studi in materia o semplicemente approfondire gli argomenti della politica estera polacca, sia per coloro che dimostrino un particolare interesse per il posto occupato dalla Polonia contemporanea nei rapporti politici internazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">La posizione della Polonia risulta molto difficile da definire considerando la sua collocazione geopolitica.  Sinora sono state usate molte denominazioni che cercano di indicare quella parte dell’Europa, tra questi troviamo: Europa orientale, Europa centrale, sia nella sua versione „mittel” che „centrale” o Europa centro-orientale, ma anche Europa intermedia (dal francese <em>mediane</em>) e così via. Adottando una definizione molto approssimativa, si può indicare, in questo modo, un insieme di Paesi e Nazioni che occupano una vasta area che si estende tra la Germania e la Russia. Tale definizione, ed è difficile trovarne una migliore, è tuttavia imprecisa per due ragioni: primo, sia i confini della Germania che della Russia, soprattutto nell’arco del sec. XX, sono cambiati spesso e notevolmente, e secondo, i confini degli Stati nazionali, o considerati tali, non sempre corrispondevano esattamente alle aree etniche occupate da tali Nazioni. Sia nel periodo tra le guerre, che nel dopoguerra, e quasi fino ai nostri giorni, si può considerare quale Europa centrale quella parte del nostro continente che viene delimitata ad occidente dalle frontiere orientali dei due paesi di madrelingua tedesca (l’Austria e la Germania) e dall’Italia, mentre ad oriente dai confini occidentali della Russia, e fino a non molti anni addietro, da quelli dell’Unione Sovietica. I confini di quest’area sono stati spesso sottoposti a variazioni. Vorrei, inoltre, farvi notare che anche la definizione di “Europa occidentale”, considerata molto più trasparente e omogenea, tutto sommato, risulta altrettanto imprecisa e convenzionale.   </p>
<p style="text-align: justify;">La Polonia è collocata in questa parte d’Europa che non è mai stata l’oggetto di particolare interesse, e tanto meno, di stima dei popoli e dei governi occidentali. Le Nazioni dell’Europa occidentale si concentravano di solito su se stesse ed il loro interesse non oltrepassava i propri confini. La parte centro orientale del continente europeo, spesso, e non senza ragione, era considerata più lontana, più povera, più difficile da raggiungere e meno attraente nei confronti dei Paesi occidentali, e -per di più- abitata da popoli molto diversi da questi ultimi, le cui lingue per un occidentale medio risultavano incomprensibili ed impossibili da imparare. Negli occhi dell’Occidente si trattava dell’Europa abitata da piccoli popoli, il cui contributo alla civilizzazione europea era assai modesto, e cosa ancor più grave, questi piccoli Paesi spesso rimanevano  in conflitto tra di loro e, quindi, risultavano pericolosi anche per i propri vicini. Tuttora, nonostante l’adesione all’Unione Europea ed alla NATO della maggior parte dei Paesi collocati in questa parte dell’Europa, possiamo ancora osservare numerosi esempi di approccio piuttosto pretenzioso dei grandi Paesi occidentali nei confronti dei loro partner europei centro orientali.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Europa centrale ed i suoi popoli, in effetti, nei confronti della parte occidentale del continente mantengono molti tratti periferici e sinora rimangono, rispetto a questa ultima area, in gran parte in ritardo. Naturalmente, tutte queste affermazioni sono assai semplificate e si deve tenere presente che l’intera area dell’Europa centro orientale è molto diseguale, e che i singoli Paesi si differenziano molto tra di loro. Tuttavia, anche nell’Europa occidentale, la situazione è piuttosto complessa, se pensiamo a quanto difficile sia fare i confronti tra due Paesi come, per esempio, il Portogallo e la Danimarca. Riandando quasi agli inizi della lunga e complicata storia che coinvolge la vasta area dell’Europa centro orientale, possiamo notare, senza alcuna difficoltà, che anche il cristianesimo vi è giunto e si è diffuso molto più tardi rispetto all’Europa occidentale. Anche il sistema politico e le istituzioni non hanno mai raggiunto lo stesso livello di sviluppo e di complessità di quelle occidentali. I Paesi dell’area centro orientale per molto tempo hanno conservato il loro carattere di Paesi basati sull’agricoltura, e di conseguenza vi era presente una forte maggioranza di ceti e gruppi sociali legati alla terra, ovvero la nobiltà terriera e i contadini. La nobiltà terriera era molto numerosa (in Polonia fino al 10% della popolazione) e raccoglieva in generale le grandi proprietà terriere di tipo feudale e post feudale; la sudditanza contadina è durata a lungo e molto tardi sono sorte le città vere e proprie, con le loro istituzioni che, tuttavia, erano deboli e rare. Il capitalismo, e a seguito il liberalismo, le strutture parlamentari e le nuove tendenze democratiche sono arrivati tardi a causa della debolezza delle città e della piccola borghesia. Infine, anche il socialismo e l’ideologia comunista si sono manifestate e presentate in modo diverso.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista economico, il ruolo dell’Europa centrale nello scambio economico è sempre stato limitato. Il commercio nei confronti dei Paesi dell’Europa occidentale ha avuto un ruolo secondario, e quello marittimo non è quasi esistito. Vale la pena di osservare che gli Stati dell’Europa centrale sono in prevalenza lontani dai mari e, per di più, sin dall’inizio della loro storia hanno acconsentito a un tale allontanamento, nonostante che prima ne avessero avuto piuttosto ampio e facile accesso. Questo fattore costituisce la principale differenza che li distingue dalle popolazioni dell’Occidente, le quali consideravano il mare una forza naturale molto importante, ma dall’altra parte si distanziano e differenziano fortemente anche dalla Russia.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Europa centrale è spesso denominata “slava” per la forte presenza dei popoli slavi a differenza dell’Europa occidentale considerata romano-germanica. Tuttavia, la caratteristica predominante consiste nel fatto che essa può essere definita l’Europa delle piccole e delle medie Nazioni. Da questo punto di vista, è molto diversa dall’Europa occidentale, abitata dalle Nazioni forti e numerose, densamente popolate, quali, per esempio, la Germania, la Francia, l’Italia, la Spagna, la Gran Bretagna o perfino, <em>toutes proportions gardées</em>, la Svezia. Questi Stati occupano vasti territori, sono demograficamente forti ed hanno svolto un ruolo importante nella storia generale. Simile osservazione può essere estesa anche a Paesi relativamente piccoli appartenenti all’Europa occidentale, quali il Portogallo o i Paesi Bassi.</p>
<p style="text-align: justify;">In Occidente, i piccoli Stati hanno resistito tra i grandi, in una specie di „nicchia geopolitica”, grazie ai complessi meccanismi delle trasformazioni storiche a lungo termine oppure alla diretta competizione tra le potenze. Nell’Europa centrale, invece, la situazione si delinea in modo esattamente opposto, qui sono presenti sopratutto le Nazioni piccole. Possiamo parlare nel migliore dei casi, tenendo conto anche dell’Ucraina, di tre nazioni di media grandezza e di tanti piccoli Stati i cui abitanti contano circa 10 milioni, aggiungendo ancora altrettanto numerosi Paesi la cui popolazione oscilla da un milione e mezzo fino a massimo di 5 milioni di cittadini. Alcuni tra questi Stati, ovvero la Slovacchia, la Moldavia, la Slovenia, la Croazia, la Bosnia-Erzegovina, l’Albania e il Kosovo sono tra i più piccoli dell’Europa, con eccezione dei cosiddetti “Stati esigui” (ad esempio, Andorra, San Marino, Principato di Monaco, Città del Vaticano).</p>
<p style="text-align: justify;">Le aree geografiche occupate da questi Stati sono molto piccole ed in più, a causa di una grande mescolanza di popoli, raramente presente nella stessa misura in Europa occidentale, sono difficili da delineare, su base nazionale. Le debolezze e insufficienze della maggior parte delle nazioni centroeuropee, ha causato frequenti invasioni e lunghi periodi di dominio straniero spesso devastante.  Fino al sec. XX, molte delle popolazioni centroeuropee  non disponevano di propri Stati nazionali o nemmeno quasi nazionali, alcuni di questi si sono costituiti addirittura soltanto verso la fine del XX sec. Tuttavia, disporre di un proprio Stato nazionale in questa area geopolitica  costituiva un grande privilegio. Basti osservare la mappa politica della metà del XIX sec. riferita a questa parte del continente europeo: non vi si trova nessuno Stato nazionale, e l’intero territorio è suddiviso tra alcuni grandi potenze imperiali (la Prussia, l’Austria, la Russia e la Turchia) che avevano i loro centri di potere fuori dell’area centroeuropea, e vi sono entrate, nella maggior parte dei casi, grazie all’espansione militare. Si può, infine, osservare che la cosiddetta “cortina di ferro” che ha diviso i due blocchi militari e politici durante il periodo di guerra fredda, correva lungo la linea di antiche divisioni storiche presenti nell’Europa per oltre mille anni. Tra questi la più diffusa e nota è la divisione dell’Europa in quella a est ed a ovest del fiume Elba. Inoltre, dobbiamo ricordare che l’area centroeuropea, dopo la caduta del regime comunista e del blocco orientale, risulta ancora più divisa e frammentata. I tre grandi e forti stati slavi, ovvero l’Unione Sovietica, la Jugoslavia e la Cecoslovacchia hanno cessato di esistere.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i Paesi e le Nazioni dell’Europa centrale, la Polonia si trova in una situazione diversa e particolare. Prima di tutto, è uno Stato grande e popolato, supera la media di altre Nazioni di quest’area, cedendo il primato soltanto all’Ucraina che –tuttavia- come Stato nazionale attraversa ancora, almeno così sembra, la fase di transizione e formazione. Dal punto di vista della superficie e del numero di abitanti, il secondo paese dopo la Polonia, per grandezza è la Romania, tuttavia sia il territorio sia la popolazione di quest’ultima risultano, comunque, di circa 30-40% inferiori alla Polonia.  Ricordiamo, quindi, che in questa parte d’Europa prevalgono in media i Paesi circa tre volte più piccoli della Polonia considerando la superficie occupata o il numero degli abitanti o addirittura entrambe le cose, nonché Paesi ancora più piccoli. La Polonia, quindi, è l’unico Stato dell’Europa centrale, non considerando il caso specifico dell’Ucraina, paragonabile in un certo senso a uno dei grandi Paesi, anche se non il maggiore, dell’Europa Occidentale, ovvero alla Spagna, ma di questo tratterò più avanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra caratteristica molto importante che distingue la Polonia da altri paesi dell’area,  è la stabilità e la tradizione dell’idea di stato, intesa come continuità e lunga durata dello Stato polacco. Lo Stato polacco è nato a metà del X sec. ed è esistito ininterrottamente per oltre otto secoli, fino alla fine del Settecento. Per un periodo che corre dalla fine del Quattrocento fino a metà del Seicento, la Repubblica delle Due Nazioni (il Regno di Polonia e il Gran Ducato di Lituania uniti in un solo Stato) costituiva una vera e propria potenza politica in questa regione dell’Europa occupando un esteso territorio. Persino nel periodo in cui lo Stato polacco non esisteva politicamente (periodo delle spartizioni dal 1772 al 1918) funzionavano tuttavia in alcune aree del suo precedente territorio degli organismi quasi statali che costituivano un sostituto dello stato, spesso dotate di un’ampia autonomia.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa posizione, relativamente forte, della Polonia nell’area centroeuropea fa sì, che da almeno due secoli, importanti eventi politici che la riguardano condizionino in modo considerevole l’evoluzione politica dell’intera area, o almeno influiscano sulle Nazioni a diretto contatto con la Polonia e unite ad essa con una specie di comune sorte storica. Il miglior esempio di tale influenza è illustrato dagli eventi polacchi del 1989. I motivi della caduta del regime comunista e la disgregazione dell’Unione Sovietica sono naturalmente molto complessi, ma senza alcun dubbio l’accordo della “tavola rotonda” in Polonia e le prime elezioni democratiche che ne erano la conseguenza, avevano messo in moto una reazione a catena che, in pochi mesi, ha portato alla caduta del comunismo. </p>
<p style="text-align: justify;">Questa forte posizione della Polonia richiede ancora un altro commento. Lo Stato relativamente forte e munito di una propria identità così evoluta, quale la Polonia, trova come vicini, ad est e ad ovest, delle Nazioni ancor più forti, ovvero la Germania e la Russia, con le quali -del resto- per lunghi periodi nella storia era rimasta in conflitto. Una profonda sfiducia ed inimicizia, che è durata per secoli, verso queste due grandi Nazioni, insieme al profondo attaccamento del popolo polacco e delle élite polacche alla Chiesa e alla religione cattolica romana, non possono mancare nella descrizione delle più importanti caratteristiche che definiscono la specificità della Polonia tra gli altri Paesi dell’Europa centrale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’immagine della Polonia nell’Europa contemporanea sarà più completa dopo aver richiamato alcuni elementari fattori socio-economici che possono perfezionare il quadro descritto. Serviamoci di un contesto di confronto. Tra i grandi Paesi occidentali la Spagna è l’unico Stato, almeno sotto alcuni aspetti, a cui possiamo paragonare la Polonia, sia dal punto di vista delle vicissitudini storiche, sia per le condizioni socio-economiche. La popolazione della Spagna e quella della Polonia grosso modo corrispondono (rispettivamente 38,1 e 45,9 mln di abitanti) con una differenza che in Spagna si registra anche un alto numero di immigrati. Aggiungiamo, inoltre, che ancora fino a circa vent’anni fa entrambi i Paesi avevano quasi lo stesso numero di cittadini. Un altro dato riguarda la superficie della Polonia, che è più estesa di altri due Stati molto più importanti all’interno dell’UE, ovvero la Gran Bretagna e l’Italia, e non ha niente da invidiare sotto questo aspetto alla Germania. E soltanto quando confrontiamo il PIL (Prodotto Interno Lordo) della Polonia con quello dei grandi Paesi occidentali dell’Unione Europea ci accorgiamo che la Polonia rimane ancora, come in altri secoli, lo Stato che non regge il confronto, perfino con la Spagna.        </p>
<p style="text-align: justify;">Attualmente, dopo vent’anni dalle trasformazioni del sistema politico, osserviamo la seguente situazione in Polonia: nel 2009 il PIL polacco ha raggiunto ca. 480 mld USD, che si traduce in ca. 12,5 mila USD pro capite, mentre il PIL in Spagna era pari a 1 430 mld, quindi oltre due volte e mezza in più; calcolando pro capite, nel caso spagnolo si trattava quindi di 31,2 mila USD, quindi anche in questo caso di circa due volte e mezza in più rispetto al dato polacco. Anche nei confronti degli altri Paesi mediterranei la Polonia risulta uno Stato appena medio benestante; tenendo conto del reddito nazionale pro capite si colloca soltanto in mezzo tra questo gruppo e piuttosto lontano da altri Stati della regione quali per esempio la Slovenia o la Repubblica Ceca. D’altra parte, si deve considerare che la Polonia è tra quegli degli stati dell’UE che gode della più sicura prospettiva di crescita e sviluppo. Il nostro Paese è uscito vincitore dalla crisi iniziata nel 2008. Nel 2009, la Polonia è stata l’unico Paese dell’UE in cui si è registrata una crescita economica, mentre negli altri 26 Paesi vi è stato un PIL negativo. In più, non di rado si può sentire l’opinione che l’economia polacca fortemente unita all’economia tedesca, può costituire, grazie a questi legami e al proprio potenziale, un elemento fondamentale per l’economia dell’intera UE.</p>
<p style="text-align: justify;">L’attuale Polonia deve la sua struttura direttamente e soprattutto alle trasformazioni avvenute nel periodo 1989-1991, che hanno portato ad una totale caduta del regime comunista in tutti i Paesi a est dal fiume Elba, portando alla disgregazione del blocco orientale ed infine alla caduta dell’Unione Sovietica. La Polonia è stata il precursore dei cambiamenti e delle trasformazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la Polonia, gli eventi del 1989, che si devono considerare davvero rivoluzionari, hanno costituito il quarto, burrascoso, cambio del corso della storia nazionale di un cosiddetto breve XX secolo (1917/1918 – 1991). Fino alla prima guerra  mondiale, lo Stato polacco indipendente non esisteva e le terre erano spartite tra le tre grandi potenze europee. La Polonia ha riconquistato l’indipendenza nel 1918, dopo oltre cento anni di schiavitù nazionale. Nel 1939, quindi appena vent’anni dopo la riconquista dell’indipendenza, lo Stato polacco aveva subito un altro disastro nazionale che ha portato a una totale disgregazione dello Stato, seguita da una difficile e lunga occupazione tedesca durata cinque anni. Lo Stato polacco è risorto nel 1945, in confini completamente diversi rispetto a quelli dell’anteguerra e con un sistema sociale e politico che ha infranto la tradizione e il patrimonio fino a un tale punto, che sinora rimane abbastanza diffusa l’opinione che la cosiddetta Polonia Popolare non sia degna di essere chiamata uno Stato polacco.       Come abbiamo detto, l’anno 1989 segna il quarto profondo cambiamento storico, ovvero la riconquista dell’indipendenza; questa volta il cambiamento è pacifico e tranquillo, e per di più avviene in condizioni internazionali particolarmente favorevoli. Si può dire che il regime comunista sia caduto proprio nel momento in cui, alla sua caduta, non era più associato il pericolo del grande rischio politico. A quanto pare, appena dieci anni prima, un simile scenario pacifico sarebbe stato molto più difficile, se non impossibile, da realizzare.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutti e quattro i casi delle trasformazioni molto impetuose, avvenute nel corso della storia polacca, la loro immensità si rifletteva nell’ambiente esterno circostante. L’ultimo caso, quello che riguarda la caduta del regime comunista, che in questa sede ci interessa in modo particolare, lo dimostra evidentemente: tutti e tre i Paesi confinanti con la Polonia comunista hanno cessato di esistere poco dopo il 1989, e nell’arco di tre anni, nel 1992 la Repubblica Democratica Tedesca è stata assorbita dalla Germania occidentale, mentre la Cecoslovacchia si è divisa in due Stati indipendenti, ed infine l’Unione Sovietica si è disgregata in una quindicina di Stati indipendenti. In questo modo, al posto di tre Stati, la Polonia – dall’inizio degli anni novanta – si è trovata ad avere sette vicini. Insieme alla Polonia, tutti questi Paesi hanno intrapreso un difficile percorso di profonda trasformazione del sistema politico. Già questo segna, in modo piuttosto evidente, le difficoltà incontrate dalla nuova Polonia e dalla sua giovane diplomazia.</p>
<p style="text-align: justify;">La fine della sottomissione all’URSS ha significato il ritorno all’indipendenza, o almeno alla libertà di azione nell’ambito della politica estera che quasi subito è diventata il domino dei politici provenienti dall’opposizione anticomunista e dal sindacato Solidarność. Alla fine, sono stati proprio loro a subentrare al potere e ad avere abbastanza coraggio e immaginazione politica per rompere con l’eredità dell’epoca comunista. Come in altri campi di attività sociale e politica, tali decisioni erano facilitate dall’avversione e dal disprezzo e spesso esplicitamente dall’inimicizia e dallo sdegno nutriti nei confronti del regime caduto e della sua eredità politica e sociale. Infine, soltanto loro, almeno per i primi anni dopo la presa del potere nel 1989, potevano contare sulla simpatia, sul sostegno e sulla collaborazione del mondo occidentale, che è uscito vincitore dal confronto con il cosiddetto blocco socialista. Persino quando il potere statale era quasi totalmente monopolizzato dalle cosiddette forze postcomuniste, nel periodo in cui sia il presidente che i governi provenivano dalla cosiddetta sinistra postcomunista, gli ambienti legati alla Solidarność hanno conservato la maggiore influenza sulla politica estera della Polonia, ed i loro successori postcomunisti non hanno deviato il corso da loro stabilito. Ogni prova della limitazione delle influenze degli uomini legati alla Solidarność nel campo della politica estera era presentata come un tentativo di colpo di mano da parte degli ambienti postcomunisti  contro l’oggettività, l’apoliticità e l’apartiticità della politica estera. L’influenza che gli ambienti della Solidarność esercitavano sulla politica estera per l’intero periodo a partire dal 1989, spiega il fatto, che tale politica dipendeva non tanto dalla distribuzione delle forze politiche nel Paese, e nemmeno dalle preferenze delle forze politiche, ma dall’evoluzione delle relazioni politiche internazionali e dalla nuova distribuzione di forze che si è creata dopo il 1990, questa – invece – a sua volta, ha favorito esplicitamente ambienti provenienti dall’opposizione anticomunista. Presto in Polonia, e quasi nell’intera Europa, si è capito, che per l’avvicinamento politico con l’Occidente e per l’integrazione con le sue due strutture più importanti, ovvero la NATO e L’Unione Europea, non vi erano alternative. Non ci sono state allora, non ci sono adesso. Si deve riconoscere che i postcomunisti l’hanno capito presto, non più tardi dei loro avversari dell’opposizione, e presto sono diventati prima imitatori e poi abili allievi di quest’ultimi, e in breve partner ed addirittura continuatori del loro pensiero nell’ambito della politica internazionale e non soltanto. Con il passare degli anni, i postcomunisti si distinguevano sempre meno dai loro rivali provenienti dalla Solidarność. Per avere più chiarezza, elenchiamo, quindi, le principali differenze che si sono invece mantenute tra di loro in materia di politica estera sino ai giorni nostri. I postcomunisti sono stati molto più a lungo prudenti e scettici nei confronti dei tedeschi e della conciliazione polacco-tedesca, sono stati decisamente meno pro americani, e nella prima metà degli anni Novanta manifestavano un certo scetticismo nei confronti dell’idea di adesione alla NATO, per poi velocemente -ed in modo spettacolare- cambiare decisamente la rotta in materia. Sottolineavano in modo particolarmente forte la necessità di mantenere buoni rapporti con la Russia, ed infine hanno dimostrato più comprensione nei confronti delle sue difficoltà interne, mentre nel caso delle aspirazioni europee della Polonia le hanno sostenute molto presto e senza esitazioni, e nel loro sostegno sono stati persino più solidali e meno divisi rispetto ai loro avversari anticomunisti. Quest’ultima posizione, si spiega  con il fatto che, nell’ordine legale, nelle norme politiche ed in alcuni indici etici rispettati o vigenti nell’Unione hanno visto gli strumenti di difesa nei confronti delle azioni radicali e discriminanti adottate contro di loro dalla destra politica proveniente dal movimento Solidarność. Nelle idee e nelle azioni di quest’ultima, spesso si può osservare la tendenza a ragionare secondo le categorie della vendetta politica o a scambiare l’inimicizia verso il regime, che ormai era caduto irrevocabilmente con l’inimicizia verso coloro che servivano questo regime o che sono semplicemente stati i suoi <em>civil servants</em>.   </p>
<p style="text-align: justify;">I principali cambiamenti nella vita politica del Paese, e soprattutto il burrascoso cambiamento della sua politica estera, hanno preteso una veloce e profonda riorganizzazione del corpo diplomatico.  Il processo è stato lungo e difficile. Nel corso della formazione alla diplomazia polacca non sono state risparmiate molte difficoltà, ma sono invece state evitate grandi scosse. Nel complesso, il processo della trasformazione della diplomazia polacca può ritenersi riuscito. I problemi e le difficoltà nascevano più dai conflitti politici che la Polonia sperimentava dopo le esperienze del 1989, che dall’impossibilità di sconfiggere l’eredità del vecchio regime. Lo riflette bene il numero dei cambi nella carica di Ministro degli affari esteri. L’attuale ministro, Radosław Sikorski,  è l’undicesimo (uno dei suoi predecessori, bisogna ammetterlo, ha coperto questo incarico ben due volte). Soltanto tre tra i Ministri degli affari esteri, compreso il presente, hanno svolto l’incarico affidato per più di tre anni. In media, quindi, negli ultimi due decenni il Ministro cambiava ogni due anni, e &#8211; nel periodo dal 1994 al 2007 – persino ogni anno e mezzo. Vi faccio presente che la nuova Russia ha soltanto il quarto Ministro degli affari esteri, e la Germania unita il quinto. Inoltre, le frequenti riorganizzazioni della struttura del ministero costituiscono un altro fattore che rende instabile il lavoro del Ministro degli esteri polacco. L’ultimo è semplicemente la modestia dei mezzi lasciati a  sua disposizione. Il bilancio del ministero degli affari esteri polacco è molto limitato. In confronto alla maggioranza dei paesi europei la Polonia spende solo una piccola parte del suo bilancio per la sua politica estera, minore persino a confronto con altri Paesi detti postcomunisti, anche se negli ultimi due-tre anni la situazione sta leggermente migliorando.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, il problema più grande di fronte al quale si sono trovati i capi dei successivi governi, e soprattutto quelli della diplomazia polacca, è stato quello di trovare una sostituzione del personale del ministero, resasi necessaria dopo le trasformazioni del sistema politico. E’ diventata urgente la risposta alla richiesta di competenze, ed ancor più immediato, di affidabilità politica di persone che lavoravano nel Ministero degli Affari esteri (MAE) polacco prima della caduta del regime comunista. E’ divenuto indispensabile stabilire dei criteri di tale affidabilità e delle procedure di verifica etc. E’ facile indovinare che si trattava di questioni molto difficili che sollevavano molte emozioni, anche delle peggiori. Per gli ex attivisti e sostenitori della Solidarność sono stati creati dei percorsi e delle possibilità di avanzare in carriera, il che comportava alcuni pericoli. E’ emersa la questione delle competenze e della preparazione dei nuovi quadri. Non rari sono stati i casi in cui i nuovi dipendenti approdati al MAE avevano un’esagerata idea delle proprie competenze ed erano profondamente convinti di avere una missione speciale da compiere che in breve si potrebbe definire quale una „pulizia delle stalle di Augia”, celebre fatica erculea. In questo modo, si sono create le tensioni e le animosità tra i due gruppi opposti; si sono liberati alcuni meccanismi di insana rivalità e di falsa valutazione reciproca.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla fine degli anni Novanta, nel MAE abbiamo ormai una prevalenza numerica del personale assunto dopo il 1989. Attualmente, sono davvero rari i casi nel MAE polacco di incontrare persone che abbiano iniziato la loro carriera diplomatica ancora ai tempi della Repubblica Popolare Polacca agli incarichi più alti (ovvero quegli di ambasciatori e simili), ed è persino molto difficile trovare persone che abbiano occupato all’interno del Ministero i posti importanti prima della caduta del sistema politico precedente. Tuttavia, la formazione dei nuovi quadri destinati al servizio diplomatico del nostro Paese è risultato un compito più difficile di quanto si pensasse.</p>
<p style="text-align: justify;">La più importante caratteristica di questa grande trasformazione geopolitica e internazionale che la Polonia ha subito oltre vent’anni fa, è stato il veloce e deciso distacco del nostro Paese dall’Est europeo identificato con l’Unione Sovietica sia nella sua integrità statale, sia come un insieme di singoli Stati, Russia inclusa. A questa rottura con l’Est, si associava un altrettanto veloce e decisa svolta della Polonia verso l’Occidente, inteso sia come Europa occidentale, sia  come USA. E’un paradosso della storia, che questo grande cambiamento delle direzioni, risultato della reazione all’eredità della Polonia comunista, che è stato possibile grazie alla caduta del comunismo, dal punto di vista geopolitico era stato preparato proprio dall’Unione Sovietica e dalla Polonia comunista, attraverso lo spostamento delle frontiere polacche di duecento chilometri da est a ovest e l’adesione dei vasti territori appartenenti prima alla Germania.</p>
<p style="text-align: justify;">I nuovi elementari fini della politica estera polacca presto hanno smesso di suscitare le controversie nell’ambito della nuova élite politica polacca indipendentemente dalle sue origini. Presto si è arrivato ad un comune accordo tra i gruppi opposti circa le principali priorità di tale politica che includevano: l’adesione della Polonia alla NATO, l’alleanza con gli Stati uniti, la politica di conciliazione con la Germania, l’adesione della Polonia all’UE. Le più significative differenze riguardavano soltanto le modalità e gli strumenti adottati per raggiungere gli obiettivi. Si sottolineava volentieri nel dibattito politico questa essenziale sintonia riguardo i fini strategici. Essa è stata perfino l’oggetto di un certo tipo di orgoglio nazionale, soprattutto per il fatto che gli obiettivi prestabiliti sono stati grosso modo raggiunti, o almeno si è notato un grande passo in avanti verso la loro realizzazione. Condizioni simili sono durate per circa quindici anni. A rompere questa sintonia nazionale creatasi al di sopra delle divisioni politiche è stato il governo dominato dal partito „Diritto e Giustizia” (“Prawo i Sprawiedliwość”), che è salito al potere nel 2005 e ha governato per due anni. E’ difficile accusare direttamente il governo dell’intenzione di abbandonare la politica pro occidentale condotta dal 1989, o tanto meno dell’intenzione di ritirare gli impegni già decisi soprattutto che si trattava degli impegni vincolanti dal trattato. Tuttavia, la critica della politica adottata dai predecessori, nonché degli impegni decisi, è stata talmente forte e profonda che sembrava annunciare una totale rottura con la linea sin allora adottata. Non c’è stata interruzione della continuità, ma si è verificato una frenata nelle relazioni con i più importanti partner e nelle più importanti linee, e persino si è notato un certo isolamento della Polonia nell’arena internazionale, soprattutto europea.     Richiamo, infine, la vostra attenzione sul fatto che la crisi di questa comune sintonia nazionale, riguardo i principali obbiettivi e indirizzi della politica estera polacca, è avvenuta come conseguenza di una vivace discussione politica che ha portato ad una violenta divisione tra i due grandi partiti politici che ricorrevano al patrimonio dell’opposizione anticomunista e della Solidarność, e – tutto sommato – non erano molto diversi tra di loro per i programmi proposti. La discussione non ha diviso i gruppi nati dall’opposizione post Solidarność da quelli post comunisti. In più, essa poteva sorgere solo dopo un grande indebolimento politico di quest’ultimi, e, d’altra parte, come conseguenza di una totale emarginazione delle forze della sinistra e del centro sinistra liberale all’interno dei gruppi post Solidarność. Per fortuna, la rottura di questa sintonia nazionale, nell’ambito della politica estera,  si è presentata già dopo il raggiungimento degli elementari obbiettivi. L’ammissione della Polonia alla NATO e all’Unione Europea ha portato non soltanto a molte soddisfazione della classe politica polacca, ma ha anche accresciuto la fiducia in se stessi. Nel caso di alcuni partiti di destra tuttavia tale sicurezza di se stessi è risultata persino eccessiva e unita a una esagerata immagine delle possibilità di proprio paese ha provocato in questi gruppi l’incapacità di vedere e capire in modo chiaro gli impegni della Polonia nei confronti della comunità occidentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo dei grandi obbiettivi della nuova politica estera polacca è stato quello di allacciare i normali rapporti di vicinanza e collaborazione con tutti i Paesi confinanti con la Polonia. Come si è già detto, la Polonia dopo il 1989 aveva solo i nuovi vicini. Questi rapporti si sono stabiliti assai velocemente e senza destare ansie. Analizzando le attività della diplomazia polacca e quella dei Paesi vicini, nonché gli accordi firmati si può avere l’impressione che si trattasse soltanto di operazioni di routine. Lo stesso non si può, però, dire nei confronti di due Paesi, uno piccolo e uno grande. Il piccolo è stata la Lituania con la quale le trattative per la firma dell’accordo reciproco sono durate più a lungo ed hanno incontrato più difficoltà, nonostante i forti legami storici che uniscono entrambi i Paesi. Paradossalmente, sono state proprio le differenze nelle interpretazioni nella gran parte del patrimonio storico comune a prolungare, fino alla primavera del 1994, i lavori sulla normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. Il trattato polacco-lituano è l’ultimo dei trattati firmati dalla nuova Polonia con i Paesi confinanti. Il primo, invece, è stato stipulato già nel giugno 1991 e riguardava il più importante dei nostri vicini, la Germania.</p>
<p style="text-align: justify;">La velocità con la quale il trattato è stato firmato non deve essere, tuttavia, considerata come una prova della completa sintonia delle posizioni di entrambi i Paesi. Al contrario, il trattato polacco-tedesco è il frutto di negoziati intensi e inflessibili, spesso molto difficili per entrambe le parti, intrecciato in un contesto internazionale molto complesso in cui è stato regolato il problema dell’unità tedesca.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ noto che le relazioni polacco-tedesche hanno un passato molto difficile e -per di più- diventavano sempre più difficili man mano che ci si avvicinava ai nostri giorni, per trovare il suo tragico apice durante la seconda guerra mondiale. L’occupazione del territorio polacco da parte delle truppe di Hitler è stata particolarmente grave e sanguinosa. Tra i sei milioni di vittime in Polonia, la metà erano Ebrei polacchi e altri tre milioni cattolici polacchi. L’odio nei confronti dei tedeschi e di tutto quello che in qualche modo si associava alla Germania, verso la fine della guerra, è stato molto diffuso. Le soluzioni pacifiste decise a Potsdam sono state dettate da ancora vivi ricordi della tragedia della II guerra mondiale, ma anche dagli interessi contraddittori delle potenze vincitrici. Segnalavano l’arrivo della futura guerra fredda. Stalin aveva costretto gli alleati ad accettare l’annessione alla Polonia di ampi territori orientali della Germania, spesso e nella grande maggioranza, di carattere nazionale tedesco. Questo radicale spostamento dei confini, unito allo sgombero forzato della popolazione tedesca rimasta nei territori orientali del Reich dopo la ritirata della Wehrmacht, hanno fatto sì che le relazioni polacco-tedesche dovessero essere costruite praticamente dall’inizio. Il processo è stato particolarmente difficile anche per le condizioni in cui ha avuto luogo, poiché nessuno degli stati interessati, ovvero né la DDR, né la Polonia e neanche la Germania occidentale era uno Stato indipendente. La Polonia interpretava come definitive le decisioni di Potsdam relative ai suoi confini, come la dimostrazione della giustizia storica, mentre la Germania occidentale le interpretava al contrario. Agli occhi dei tedeschi, si trattava di una soluzione temporanea, condizionata e prima di tutto punitiva. Il futuro ha dimostrato che dal punto di vista materiale la Polonia ha avuto ragione, e dal punto di vista formale, le ragioni sono state fortemente divise. La frontiera polacca sull’Oder-Neisse è stata immediatamente riconosciuta dalla DDR non appena istituita nel 1949 e che si è trovata sotto il protettorato sovietico. La Germania occidentale ha riconosciuto invece questa frontiera soltanto nel 1970. Questa decisone, molto sofferta da parte della Germania, era considerata limitata e condizionata, di questo in Polonia o non si rendevano conto o per motivi propagandistici non volevano rendersi conto. Le decisioni del cosiddetto “Trattato di Varsavia” del dicembre 1970 erano interpretate in Germania come il riconoscimento della nuova frontiera da parte della Germania occidentale, quindi, non impegnative per la futura Germania unita. La stessa frontiera dell’Oder-Neisse era considerata soltanto la frontiera occidentale della Polonia, e non la frontiera orientale della Germania. A margine, si deve annotare che il trattato sui confini lo hanno stipulato due Paesi che non sono mai stati vicini.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla luce delle trasformazioni che ormai si delineavano nel 1989 e per lo stupore dell’opinione pubblica polacca  per la posizione della Germania occidentale espressa dal cancelliere Kohl si potevano scorgere molte tracce di tale unilaterale comprensione delle decisioni del trattato riguardo la frontiera polacco tedesca. In Polonia, l’atteggiamento del cancelliere Kohl in merito alla frontiera dell’Oder-Neisse durante l’unificazione della Germania è stato definito senza mezzi termini come falso e contorto. La più grande delusione ha suscitato, notato in tutta l’Europa, il mancato cenno sulla frontiera orientale della Germania in un cosiddetto programma dei 10 punti delineato da Kohl il 28 novembre, atteggiamento tanto più grave per la parte polacca, tenuto conto che il programma appena citato è stato presentato appena due settimane dopo la visita di Kohl in Polonia, durante la quale ha avuto luogo il famoso gesto di conciliazione a Krzyżowa/Kreisau.  Proprio quella visita che il cancelliere tedesco ha interrotto a causa della caduta del muro di Berlino. Lo stupore e la delusione si notava soprattutto negli ambienti provenienti dalla Solidarność e dall’opposizione anticomunista, poiché essa – a differenza delle autorità della Repubblica Popolare Polacca – è sempre stata del parere che l’unificazione della Germania è in sintonia con la ragion di stato polacca. Ha, tuttavia, sempre sottolineato la necessità di riconoscere incondizionatamente la frontiera occidentale polacca definita a Potsdam da parte della Germania unita. Invece, la Germania, spingendo con tanta energia e con grande abilità verso l’unificazione, e in merito al riconoscimento della frontiera dell’Oder-Neisse, manteneva una pericolosa “astinenza dichiarativa”, incomprensibile per la Polonia. La DDR esprimeva comprensione e dichiarava il proprio sostegno alle richieste polacche, ma per primo, era uno Stato in decomposizione, e per secondo, per motivi ideologici, non era un partner stimato, né rispettato, dalle nuove élite politiche polacche.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, le angosce polacche aumentavano la consapevolezza di una grande sproporzione delle forze e dei mezzi a disposizione della Polonia e della Germania, anche se si sarebbe trattato solo della Germania federale. La <em>Bundesrepublik</em> era il più potente Stato d’Europa dal punto di vista economico, aveva un sistema politico democratico consolidato ed efficace, era politicamente forte ed era un membro della CEE e della NATO. Il caso della Polonia era esattamente opposto. </p>
<p style="text-align: justify;">In tale situazione la reazione polacca è stata veloce e immediata, anche se non pensata fino ai minimi particolari. Tuttavia, la posizione e la vivacità della diplomazia polacca hanno irritato il cancelliere Kohl.</p>
<p style="text-align: justify;">Il trattato che riconosceva la frontiera dell’Oder-Neisse è stato firmato della Germania unita immediatamente dopo la definitiva risoluzione della questione dell’unità tedesca e appena dopo la sua proclamazione, ossia ancora nel novembre 1990. Questo documento insieme al trattato di buon vicinato menzionato sopra costituisce finora la base dei rapporti polacco-tedeschi. </p>
<p style="text-align: justify;">La veloce ed efficiente normalizzazione dei rapporti tra la Germania e la Polonia è stata possibile, non soltanto grazie ad una particolarmente favorevole congiuntura internazionale, ma, anche, ad una posizione solidale della classe politica polacca e ad un forte sostegno del governo da parte della società civile. In quel momento chiave, a capo del governo e del ministero degli affari esteri, si sono trovati due eccellenti rappresentanti dell’opposizione anticomunista, legati alla Chiesa cattolica, rispettivamente Tadeusz Mazowiecki e Krzysztof Skubiszewski. Il generale Jaruzelski, considerato quasi un simbolo del regime passato, era invece il Presidente della Repubblica di Polonia. La collaborazione tra i tre politici proseguiva, e non soltanto nell’ambito delle questioni tedesche, in modo armonioso. La posizione della Polonia, come è già stato menzionato, ha trovato un ampio e deciso sostegno da parte delle quattro potenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Tenendo conto delle esperienze maturate, è diventato ovvio per la nuova classe politica polacca, pensare che la Polonia non potesse rimanere abbandonata a se stessa nel processo di formazione di una nuova e completamente diversa realtà politica. Tale punto di vista era motivato dalla convinzione, non ammessa esplicitamente, che la Polonia non poteva permettersi una politica estera completamente autonoma. Questa posizione era comprensibile e giustificata considerando la profonda crisi socio-economica del Paese e la situazione molto instabile nella quale si trovava allora l’Unione Sovietica, e dopo la sua disgregazione, la Russia.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio per questo motivo, si può notare nella politica estera della nuova Polonia una evidente priorità nelle azioni che si ponevano quale obiettivo la sicurezza del Paese e  precedevano tutte le altre. Ciò si esprimeva, prima di tutto, nella volontà di entrare a far parte di tutti i nuovi sistemi alleati. In realtà si trattava esclusivamente dell’Alleanza Atlantica (NATO), che era appena uscita vincitrice da quarant’anni di rivalità contro il blocco comunista. La NATO concentrava nelle sue strutture tutte le grandi ed importanti democrazie occidentali e sembrava alla società civile, e ancor di più alle nuove élite politiche polacche, l’incarnazione di tutti quei valori ai quali la nuova Polonia aspirava. I concetti alternativi della politica di sicurezza polacca, tra questi la richiesta di condurre la politica di neutralità, apparivano di rado ed risultavano marginali.</p>
<p style="text-align: justify;">La Polonia ha aderito alla NATO in un arco di tempo abbastanza breve considerando la complessità delle condizioni storiche e politiche relative alla sua adesione. L’idea di accettare la Polonia nella NATO è nata ufficialmente contemporaneamente alla caduta del regime comunista. Inizialmente, essa è sembrata talmente rivoluzionaria, che persino i suoi maggiori sostenitori, ebbero difficoltà e timori a proporla. Dalla primavera del 1990, si sono intensificati invece i contatti tra la Polonia e la NATO, ma soltanto gli eventi avvenuti a metà del 1991 hanno portato ad un netto cambiamento di rotta: lo scioglimento del Patto di Varsavia e un tentativo non riuscito di colpo di stato nell’Unione Sovietica che testimoniava l’inizio della fine di questa grande potenza. A partire dal 1992, i rappresentanti delle autorità polacche parlavano ormai apertamente dell’adesione polacca alla NATO. Tuttavia, la posizione dell’Alleanza Atlantica è rimasta per molto tempo ancora piuttosto prudente e ambigua. Ne è stata una prova tangibile la proclamazione, verso la fine del 1993, di un’iniziativa chiamata „il Partenariato per la Pace”. Tale iniziativa è stata percepita in Polonia come un tentativo di allontanare nel tempo la prospettiva di adesione polacca alle strutture della NATO. La questione è stata risolta definitivamente soltanto nel 1996 negli Stati Uniti. Lo status di membro della NATO è stato proposto alla Polonia, come del resto anche alla Repubblica Ceca e alla Ungheria, nel luglio 1997, e già nel marzo 1999 la Polonia ha fatto parte dell’Alleanza Atlantica. Inoltre, dobbiamo aggiungere che l’idea di entrare nelle strutture della NATO ha avuto in Polonia un continuo sostegno della società civile che risultava molto più forte che in altri Paesi dell’Europa centrale.</p>
<p style="text-align: justify;">La decisione dei paesi membri della NATO, relativa all’accettazione della Polonia e degli altri Paesi postcomunisti è stata motivata dalla convinzione che tale gesto poteva assicurare, in modo più sicuro, l’ampliamento verso est dell’area di sicurezza militare e consolidare la stabilizzazione politica dell’Occidente, corrispondendo anche alle aspettative polacche. Occorre, tuttavia, puntualizzare che la Polonia insieme ad altri Paesi postcomunisti è stata ammessa all’Alleanza Atlantica soltanto quando quest’ultima ha raggiunto la certezza di non essere esposta all’aperto conflitto con chiunque a causa della eventuale adesione dello Stato polacco. La Polonia ha aderito alla NATO in contrasto con la Russia, e persino con l’obiettivo di opporsi a quest’ultima, fatto spesso taciuto, o per vergogna o per timore di nuocere alla causa. Invece, la NATO ha rispettato la posizione della Russia, ed ha accolto la Polonia nelle sue strutture soltanto dopo aver ricevuto un tacito consenso della Russia relativo all’ampliamento a est, concesso tuttavia completamente <em>à contre coeur</em>. Vale la pena qui di notare che, entrambe le decisioni, sia quella riguardo l’ammissione dei tre Paesi post comunisti nella NATO, che quella che istituiva nuovi rapporti tra la NATO e la Russia, siano state prese nello stesso periodo, ovvero all’inizio dell’estate 1997.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’intero processo dell’ammissione della Polonia alla Nato il ruolo principale da parte dell’Alleanza  Atlantica è spettato, ovviamente, agli Stati Uniti.  Questo Paese all’inizio degli anni Novanta, è diventato all’improvviso, di giorno in giorno, l’unica super potenza mondiale. Gli Stati Uniti sembravano avere tutte le carte in regola per essere considerati un alleato quasi ideale della nuova Polonia. Lo confermavano sia aspetti politici che storici. La profonda simpatia per la nazione americana si è potuta notare in Polonia sin dal lontano sec. XIX. Per i milioni di immigrati polacchi gli Stati Uniti sono diventati un Paese di grandi promesse, spesso realizzate. Perfino ai tempi del regime comunista non è mai diminuita, né la simpatia della società polacca per gli USA, né il fascino e prestigio che questo immenso Paese ha goduto nella società polacca. La propaganda ufficiale dello stato comunista, ad esclusione del periodo stalinista, evitava attacchi impetuosi nei confronti dell’America, rendendosi conto dei risultati incerti e ambigui di tali azioni. Alla luce delle trasformazioni iniziate con gli eventi avvenuti nel 1989, il culto dell’America è aumentato ulteriormente. Come unica potenza mondiale, gli Stati Uniti sono stati ritenuti capaci di proteggere la Polonia contro un eventuale ritorno dell’egemonia russa, mentre in quanto egemone del patto atlantico, capaci e propensi di fermare ambizioni espansionistiche e revisionistiche della politica tedesca, se dovessero mai presentarsi. Non c’è stata nessuna alternativa considerando le alleanze non riuscite della Polonia con la Francia e la Gran Bretagna, risalenti al periodo anteguerra, dalle quali la Polonia si aspettava tanto, ottenendo invece nel 1939 un amara delusione. La Polonia si è vista molto suscettibile alle influenze americane sia nella loro versione <em>hard</em> che <em>soft</em>. I rapporti polacco-americani sono stati sottoposti a una sorprendente idealizzazione per quanto riguardava il passato, stupiva la enorme capacità di comprensione delle ragioni di stato americane nel mondo in corso di trasformazioni, e perfino l’arrendevolezza nei loro confronti. In nessun altro dei grandi Paesi post comunisti gli indici di appoggio per la politica americana hanno raggiunto livelli così alti come in Polonia. Caratteristico è anche il fatto che la società polacca di regola favoriva e sceglieva tra i leader americani, quelli che l’idea della <em>leadership </em>americana realizzavano nel modo più autoritario e guerrigliero. Sia Reagan che Bush junior sono stati apprezzati molto di più di Clinton, nonostante sia stato quest’ultimo a prendere le decisioni conclusive che hanno permesso l’ammissione della Polonia alla NATO. Una volta ammessa alla NATO, prima di tutto grazie al sostegno degli Stati Uniti, la Polonia presto è diventata uno degli alleati americani più devoti nel mondo. Il suo zelo nell’adempiere ai requisiti risultanti da impegni alleati in breve è diventato l’oggetto di commenti maligni. Sembra che soltanto di recente si sia osservata in Polonia una tendenza di raggiungere un equilibrio nei rapporti con l’America, tanto più che la popolarità degli Stati Uniti nella società polacca poco a poco, ma in modo sistematico, sta calando.</p>
<p style="text-align: justify;">La diplomazia polacca ha dimostrato, con le sue azioni energiche e veloci, mirate all’introduzione del Paese nelle strutture del Patto Atlantico, molta intraprendenza. Essa -spesso e volentieri- richiamava gli argomenti storici e morali, sottolineando i meriti del proprio Paese nella lotta della democrazia e libertà, soprattutto contro il comunismo, e suggerendo che tali meriti infliggono all’Occidente alcuni impegni di natura politica. Tali argomenti sono stati usati dalla parte polacca anche durante i negoziati che avevano per oggetto l’adesione della Polonia all’Unione Europea. Tuttavia la loro efficacia è risultata assai limitata.</p>
<p style="text-align: justify;">Le attività che miravano ad accettare la Polonia nell’Unione Europea venivano tenute parallelamente alle operazioni che dovevano portare all’ammissione alla NATO. Presto saranno dodici anni dal momento in cui la Polonia è diventata membro della NATO e sette dall’adesione a tutti gli effetti all’Unione Europea. Analizzando oggi l’appartenenza del Paese a entrambe le importanti strutture, le quali fino a un certo punto si completano reciprocamente, si nota facilmente che l’adesione della Polonia all’UE è stata più auspicabile e ha portato più vantaggi rispetto all’ammissione alle strutture della NATO, almeno dal punto di vista dello sviluppo del Paese. Tuttavia, all’inizio degli anni Novanta si ragionava diversamente, almeno in Polonia, e tale ragionamento non era privo di ragioni, soprattutto la presenza della Polonia nella NATO sembrava costituire un argomento supplementare ed importante per l’accettazione della Polonia all’UE.</p>
<p style="text-align: justify;">La Polonia, molto presto, ha cominciato a segnalare apertamente la volontà di adesione all’Unione Europea (allora ancora Comunità Economica Europea). A dir la verità, ancora nel settembre 1989, il governo comunista aveva allacciato le relazioni diplomatiche con i Paesi della CEE. Dopo la caduta del sistema comunista, la parte polacca ha avanzato una serie di esplicite dichiarazioni indirizzate proprio alla CEE: nel maggio 1990, la Polonia ha presentato una richiesta di stipulare un accordo di associazione che era pronto nel dicembre 1991, ma che è entrato in vigore soltanto nel febbraio 1994. La richiesta dell’adesione all’UE, la Polonia l’ha presentata nell’aprile 1994. I negoziati diretti sono iniziati esattamente quattro anni dopo. All’inizio, le trattative si svolgevano senza difficoltà e in modo promettente, ma dopo i primi due anni si è creato un’impasse. Dal 2001, ha avuto luogo una netta “controffensiva” del governo polacco. La decisione sull’adesione della Polonia all’UE è stata presa durante il vertice a Copenaghen a metà dicembre 2002, ma ancora poco prima dell’incontro al vertice si sentivano le voci che la Polonia, a causa di mancata accettazione di alcuni impegni, non sarebbe stata nemmeno invitata a quel vertice.</p>
<p style="text-align: justify;">La via che ha portato la Polonia all’UE è risultata molto più lunga e difficile di quella terminata con l’approdo alla NATO. Per percorrerla ci è voluto quasi il doppio del tempo. L’UE è risultata un partner molto più esigente della NATO, mentre la Polonia in quel caso è stata meno arrendevole e paziente. E’ stato più difficile adempiere ai requisiti richiesti dall’UE che a quelli della NATO. Teniamo anche presente il fatto che le dimensioni della Polonia, di cui ho parlato all’inizio di questa relazione, costituivano una ragione sia „pro” che „contro”. L’esperienza ha insegnato che l’integrazione all’UE avveniva più facilmente nel caso dei Paesi piccoli. L’accettazione della Polonia all’UE, come nel caso dell’ammissione alla NATO, era dovuta prima di tutto alla volontà politica di entrambe le parti. Da parte polacca spesso si contestava ai grandi Paesi dell’UE uno scarso coinvolgimento e sostegno nella causa di adesione della Polonia all’UE, dimenticando spesso tuttavia, che il sostegno da parte della propria società civile e delle proprie élite politiche era molto più debole e ambiguo che nel caso dell’adesione alla NATO. </p>
<p style="text-align: justify;">L’adesione all’UE ha posto e pone la Polonia di fronte a sfide e ad esigenze ben maggiori che la sola appartenenza al Patto Atlantico. Lo si sente in tutti i campi e su tutti i livelli della vita sociale e nella organizzazione politica del Paese. Il sostegno per la presenza della Polonia nell’UE non è mai stato altrettanto alto quanto quello per l’adesione alla NATO: oscillava intono al 50-65%, mentre nel caso della NATO ha raggiunto quasi l’80%. Il risultato del referendum di adesione del giugno 2003(affluenza 59%, di cui 77% favorevole), che si  temeva molto, è stato accolto con grande sollievo. L’adesione della Polonia all’UE ha trovato nel Paese molti e importanti oppositori, soprattutto negli ambienti della destra anticomunista radicale. L’adesione alla NATO invece non ha registrato simili reazioni. </p>
<p style="text-align: justify;">La vittima di questa radicale e benefica svolta della Polonia verso l’Occidente, avvenuta oltre vent’anni fa,  è invece il rapporto con l’Europa orientale e soprattutto con la Russia. Ma questo costituisce un argomento da approfondire in sede separata. Basti ricordare che l’eredità storica delle relazioni polacco-russe sia colmo di questioni molto difficili. Tuttavia, nessuno dei problemi di natura storica può giustificare un’impasse presente nei rapporti polacco-russi durata almeno dieci anni, la cui dannosità entrambe le parti cominciano a capire, cercando -di recente-  di aumentare i tentativi di superamento di tale situazione. Comunque, fermiamoci alla costatazione che la Polonia, rimanendo in buoni rapporti con i Paesi dell’Europa orientale, inclusa soprattutto la Russia, potrà di sicuro diventare un membro ancora più importante, di quanto lo sia adesso, nell’ambito di entrambi le grandi strutture del mondo occidentale, e di seguito consolidare ulteriormente la sua posizione in entrambi. </p>
<p style="text-align: justify;">Attualmente dopo vent’anni dalla grande trasformazione si deve ammettere che il bilancio della politica estera della nuova Polonia risulta positivo. La situazione geopolitica e internazionale non desta particolari rischi per la Polonia. Inoltre assolutamente impossibile sembra una prospettiva di un’invasione o dominazione straniera, e altrettanto improbabile una limitazione della posizione raggiunta dalla Polonia nell’arena internazionale. Al contrario, piuttosto, si può aspettare un consolidamento della posizione della Polonia dovuto allo sviluppo del paese. Sembra che un rischio maggiore possa invece costituire un particolarmente sfavorevole cambiamento interno, tuttavia, l’appartenenza della Polonia alla NATO e all’Unione Europea costituisce una specie di scudo stabilizzante capace di proteggere il Paese da un qualsiasi tetro scenario. Non possiamo comunque sottovalutare il fatto che viviamo in un mondo irrequieto la cui evoluzione politica avviene sempre più velocemente e in modo meno prevedibile. Tutto ciò può comportare alcuni rischi o pericoli e presentare importanti sfide. Saranno le sfide e i rischi cui dovrà far fronte l’intera comunità euro atlantica con la quale la Polonia, vent’anni fa, ha legato le sue sorti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(traduzione Beata Bròzda)</em></p>

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		<title>Polonia 1989-2010: ancora post-comunista?</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 09:25:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
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<p>Grazie al Prof. <strong>Grzegorz J. KACZYŃSKI</strong>, dell’Università di Catania,  per averci reso disponibile il testo della sua conferenza tenuta martedì, 11 gennaio 2011, alle ore 18.30, presso la Biblioteca del Centro di Studi dell’Accademia Polacca delle Scienze, in Roma, Vicolo Doria, 2 (Piazza Venezia).<br />
<em>Grzegorz J. Kaczyński è professore di sociologia presso l’Università di Catania; e visiting professor all’Università di Stettino, già professore all’Accademia Polacca delle Scienze di Varsavia. La sua formazione sociologica è legata alla tradizione della scuola di Znaniecki in Polonia, in seguito, approfondita con le esperienze di studio alla London School of Economics, all’École Pratique des Hautes Études (Sorbona) di Parigi e all’Università “La Sapienza” di Roma. Tra le sue pubblicazioni più recenti ricordiamo: </em>Il sacro ribelle. Contatto culturale e movimenti religiosi in Africa<em> (Bonanno 2005), </em>Processo migratorio e dinamiche identitarie<em> (FrancoAngeli 2008), </em>La connaissance comme profession. La démarche sociologique de Florian Znaniecki<em> (L’Harmattan 2008), e tra i volumi da lui curati: </em>Stranieri come immigrati. Fra integrazione ed emarginazione<em> (Bonanno 2006), </em>Il paesaggio multiculturale. Immigrazione, contatto culturale e società locale<em> (FrancoAngeli 2008)</em>.<br />
<em>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<br />
</em><strong>L’<em>intellighenzia</em> e la ricostruzione della società civile in Polonia</strong></p>
</div>
<p style="text-align: justify;">Come noto, nel 1989 la Polonia mediante una rivoluzione pacifica, incruenta di Solidarność, aprì la strada per abbattere il regime comunista e costruire una società moderna, ovvero democratica e di libero mercato di tipo capitalista. Allora l’improvviso realizzarsi di un’utopia coltivata per decenni rese tutti ottimisti e uniti. Nessuno dubitava che il passaggio dal comunismo alla democrazia, che subito fu definita nel nuovo linguaggio accademico e politico come <em>trasformazione</em>, sarebbe durato tanti anni rivelando dei tratti finanche paradossali.</p>
<p style="text-align: justify;">Zbigniew Brzeziński, consigliere del presidente degli Stati Uniti Carter, scriveva in quel periodo che ci sarebbero voluti quarant’anni per fondare la democrazia nei paesi postcomunisti, come a Mosè che guidava il suo popolo nel deserto, finché non morirono quelli che si ricordavano della schiavitù<a href="#_ftn1">[1]</a>. Ralf Dahrendorf<a href="#_ftn2">[2]</a> era più pessimista; parlava perfino di sessant’anni necessari per la trasformazione della società post-comunista alla società civile robusta (<em>robust civil society</em>). Questa fosca profezia si è avverata in parte anche in Polonia. Oggi, dopo vent’anni, tempo di una generazione, la realtà sociale e politica in Polonia si presenta inquietante e per certi versi preoccupante. Cercherò di evidenziare solo alcuni fattori che, a mio parere, l’hanno condizionata o perfino determinata. L’ipotesi di fondo di questa mia relazione è l’affermazione secondo cui la società polacca in trasformazione è ancora profondamente postcomunista; essa è democratica di libero mercato ma ancora lontana dal modello della società civile per il fatto di allontanarsi dall’<em>ethos</em> dell’intellighenzia tradizionale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, se è vero che la democrazia e il libero mercato, come condizione e, nello stesso tempo, espressione della società civile sono strettamente legati, alla volontà e decisione politica, è altrettanto vero che tale volontà non basta se essa si non realizza in un contesto adeguato. Quindi è una società civile non è una conseguenza inevitabile della democrazia e del libero mercato; è una società i cui legami si basano, per definizione, sui valori civili quindi non vincolati da relazioni tradizionali, familiari, di parentela ed altri. E questo per il semplice motivo che i partecipanti di tale società si sentono uniti nella comune consapevolezza di essere soggetto politico, per cui lo Stato viene percepito da loro non come forza esterna ma come espressione politica dell’autogestione della società. Tale condizione si è sviluppata storicamente nella struttura sociale in cui domina il ceto medio composto dalla piccola, media ed alta borghesia. Tale ceto sia per il livello che per la coscienza e l’ampiezza sociale costituisce il fondamento dell’ordine sociale, economico e politico della società moderna. Proprio nel suo interno si forma un’<em>élite</em> della società civile (in cui troviamo imprenditori, liberi professionisti, impiegati, docenti e studiosi, artisti e i cosiddetti intellettuali), che oggi possiamo indicare come <em>knowledge class</em>, o forse meglio come «ceto medio riflessivo»<a href="#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad ogni modo, in Polonia, il processo di formazione della società civile è stato non solo tardivo ma del tutto diverso. Soprattutto perché lo sviluppo storico delle città, quindi della borghesia, è stato sempre frenato dal dominante ceto nobiliare (<em>szlachta</em>), con un’ideologia tradizionale di carattere fisiocratico ed autotelico. Inoltre, proprio quando il ruolo della borghesia, cominciando dalla fine del Settecento, si stava rafforzando ottenendo visibilità sociale, la Polonia perse l’indipendenza per effetto della sua spartizione nel 1795. In tale contesto la questione della riconquista dell’indipendenza e della dignità nazionale si è posto come valore primario accanto alle altre questioni sociali. In tale contesto &#8211; parliamo degli anni Venti e Trenta dell’Ottocento &#8211; cominciò a configurarsi l<em>’intellighenzia</em>, una formazione sociale costituita dalle persone istruite, colte, impegnate nel lavoro intellettuale che proponevano come nuove guide nazionali adeguate alle nuove esigenze sociali e politiche..</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante avesse un carattere chiaramente ibrido, l’intellighenzia, col tempo, si è trasformata in un vero e proprio ceto con caratteristiche ben distinte nella struttura sociale della Polonia. Il suo sistema valoriale non era una semplice ideologia ma un vero e proprio <em>ethos</em> sociale in cui accanto al valore di fondo, il patriottismo, e cioè l’idea della libertà nazionale, si ritrovavano valori universali come la coerenza fra le idee e l’agire, il culto del coraggio civile, il rispetto verso la dignità di ogni uomo, il nonconformismo sociale e politico e l’imperativo morale di solidarietà con chi soffre l’ingiustizia, che nelle situazioni concrete si manifestava nella solidarietà con altri popoli sofferenti e oppressi<a href="#_ftn4">[4]</a>. Il motto «Per la vostra e la nostra libertà» fu motto per eccellenza dell’intellighenzia. Quindi, in sintesi, si può sostenere che l’intellighenzia costituiva un nucleo storico della società civile in Polonia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, se nel 1918 la Polonia tornò libera, il merito va all’intellighenzia che ha saputo incitare la società polacca oppressa alla lotta per l’indipendenza e, dopo averla conquistata, alla ricostruzione del paese e della nuova società civile. È stato anche il merito dell’intellighenzia che durante l’occupazione tedesca funzionava uno Stato clandestino (sopravviveva lo Stato polacco) con un esercito e una vita culturale clandestini; in tal modo essa si è maggiormente esposta alle repressioni. Si calcola che soltanto il 60% circa dell’intellighenzia sia sopravvissuto alla guerra<a href="#_ftn5">[5]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1945 ebbe inizio<em> la catastrofe comunista</em>. Nell’ambito del programma di distruzione della cosiddetta società borghese, indicata come nemica della classe operaia, e la costruzione della <em>nuova società</em>, il regime totalitario intraprese un’azione sistematica il cui obiettivo era la decomposizione e la destabilizzazione sociale dell’intellighenzia tradizionale come ceto guida. In tal modo il potere comunista si assicurava un totale dominio sulla società stessa. Tuttavia, per non creare un vuoto strutturale venne imposto un nuovo concetto d’intellighenzia, la cosiddetta <em>intellighenzia lavorativa</em> (<em>inteligencja pracująca</em>), messo subito in atto. Essa era legata strettamente alla struttura professionale statale: industria, amministrazione, sanità, istruzione e cultura. Così si formò un ceto amorfo, dipendente nella sua esistenza dall’economia statale ma con certi privilegi. In tal modo compiva due funzioni latenti: assicurava il consenso e l’appoggio al potere e trasformava la percezione dell’intellighenzia nella coscienza sociale emarginando quello dell’intellighenzia tradizionale. Quest’ultima, di conseguenza, si collocava nella struttura della nuova intellighenzia in modo manifesto o latente, formando in tal caso una sorta di cripto-intellighenzia tradizionale. Tuttavia, l’intellighenzia tradizionale, formando spesso una sorta di cripto-intellighenzia, era, sì, molto indebolita nella sua integrazione sociale, ma non nella sua ideologia. La cripto-intellighenzia creava delle nicchie di solidarietà familiari, di amicizia e di vicinato trasmettendo alla giovane generazione il proprio <em>ethos</em> in cui i valori patriottici occupavano il primo posto. Infatti, dietro l’opposizione attiva e organizzata in diversi ambienti sociali contro il regime e l’ideologia marxista statale che risale già agli primi anni del dopoguerra<a href="#_ftn6">[6]</a> non è difficile indicare un manifesto o latente ruolo dell’intellighenzia tradizionale<a href="#_ftn7">[7]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Per queste ed altre ragioni, la nota posizione di Adam Michnik, secondo la quale l’opposizione contro il regime in Polonia è stata iniziata dalla <em>sinistra laica</em><a href="#_ftn8">[8]</a><em> </em>risulta poco credibile. È troppo generalizzata e politicamente autoreferenziale. Del resto lo stesso termine &#8211; <em>sinistra laica</em> &#8211; è un eufemismo per indicare gli ex-membri del partito comunista, cosiddetti revisionisti quindi sembra improprio e fuorviante. Da esso molti anni dopo lo stesso Michnik ha preso le distanze<a href="#_ftn9">[9]</a>. Ma la questione non si riduce né al tempo né alla divergenza ideologica e neppure alla diversità sociale; ciò che va indicato come divergenza essenziale in questo caso è la questione indipendentista. In breve, si può affermare che una parte dell’opposizione (possiamo dire: conservativa o di destra, ma in realtà esprimeva, come si è rivelato durante il periodo di <em>Solidarność</em>, lo spirito dell’uomo comune) poneva la questione dell’indipendenza del paese assieme alla questione della democrazia. «Non c’è pane senza libertà» gridavano gli studenti nel 1968; «Non c’è libertà senza Solidarność» (<em>Nie ma wolności bez Solidarności</em>) era il motto più diffuso nel periodo dal 1980-1l 1989, anche perché faceva rima.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altra opposizione invece, quella laica e di sinistra, non legava la questione della democratizzazione della vita a quella dell’indipendenza [cfr. Jacek Kuroń <em>Principi ideologici</em> (<em>Zasady ideowe</em>)]. In altri termini, era un’opposizione per la quale la questione indipendentista non esisteva e il sistema comunista era riformabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra questione che fino agli anni Settanta divideva profondamente le due opposizioni era l’opinione sul ruolo della Chiesa nella società polacca e in genere sulla religione. L’opposizione formatasi nell’ambiente dell’intellighenzia tradizionale si è rivelata leale e di rispetto; la sinistra laica, al contrario, si è rivelata molto aggressiva su questo campo, cosa che sintonizzava con la linea politica del partito comunista e cioè il potere. Soltanto negli anni Settanta si poté notare un cambio dell’atteggiamento in proposito riconoscendo il ruolo della Chiesa quale espressione dell’resistenza culturale e sociale. Infatti, essa non era la <em>Chiesa del silenzio</em> ma la <em>Chiesa del dialogo<a href="#_ftn10">[10]</a></em>.</p>
<p style="text-align: justify;">In poche parole, l’evoluzione ideologica della sinistra laica poc’anzi delineata l’ha fatto avvicinare a posizioni più sentite dalla gran parte della società e che erano più a cuore all’intellighenzia tradizionale. La protesta degli operai di Danzica e in seguito la nascita della <em>Solidarność</em> nel 1980-81 è stata un campo di battaglia in cui il sentimento di comunanza nella protesta democratica e antigovernativa che si è creato fra gli operai, i vari ambienti d’intellighenzia e la sinistra laica va identificato con lo storico <em>ethos</em> dell’intellighenzia polacca. Quel periodo, periodo della «prima» <em>Solidarność</em> (1980-1981), può essere considerato come il primo ritorno dell’intellighenzia al suo tradizionale ruolo sociale e politico con la quale ha dimostrato la valenza del suo <em>ethos</em> e dei metodi di affrontare le questioni importanti.</p>
<p style="text-align: justify;">I risultati dei negoziati della Tavola Rotonda del 1989 superarono tutte le aspettative di ambedue le parti in questione. Il governo vi partecipava con nessun intento di cedere il potere, la <em>Solidarność</em> con nessun intento di prendere il potere. Tuttavia, seguendo certi fonti, si ha impressione che la Tavola Rotonda non era composta del tutto per via delle consultazioni democratiche, ma anche come effetto di una sorta di contratto tacito o occulto fra la nomenclatura comunista e certi ambienti di opposizione. Si ha l’impressione che la rappresentanza dell’intellighenzia tradizionale sia stata insufficientemente rispettata.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, si può costatare che anche nei modi di agire della <em>Solidarność</em> durante la Tavola Rotonda traspare lo spirito dell’<em>ethos</em> tradizionale che ha influenzato la posizione di altre frazioni dell’opposizione. È stato un riferimento valoriale comune che ha fatto integrare l’opposizione in un gruppo compatto davanti al comune avversario. Questo legame di comunanza, come risulta dagli eventi successivi, è durato ben poco. Già durante le elezioni presidenziali nell’autunno del 1990 vinte da Wałęsa, la <em>vecchia</em> opposizione si è presentata già frantumata con segni di contrapposizione ideologica e politica. Da quel momento è cominciato il caos morale nella politica e, di conseguenza l’allontanamento dell’èlite politica dalla gente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra assai evidente che la causa della disgregazione dell’opposizione, dell’ambiente di <em>Solidarność</em> compreso, avvenuta dopo la sua salita al potere, sia stato l’abbandono dell’<em>ethos</em> tradizionale nel quale l’impegno civile è posto come missione. Questo sillogismo, però, non approfondito ulteriormente, sarebbe una semplice tautologia. Da qui un’ipotesi esplicativa &#8211; ipotesi che in diverse formulazioni possiamo rintracciare nella bibliografia in proposito e che è, a mio parere, più plausibile &#8211; secondo cui il fatto in oggetto è avvenuto per il progressivo indebolimento del ruolo dell’intellighenzia in seno alla società polacca. Si possono individuare tre tipi di fattori in proposito: (1) congiunturali, (2) strutturali e (3) culturali che agiscono in modo interattivo e retroattivo. Cercherò di presentarli in modo sintetico.</p>
<p style="text-align: justify;">(1) Fra i gruppi sociali esiste un tipo di gruppo la cui nascita e integrazione è dovuta a un comune sentimento d’opposizione dei suoi membri verso un comune nemico; è una forma di <em>legame negativo</em> che diventa dominante nella identità di gruppo. Tuttavia, nel momento in cui scompare il nemico, il gruppo rischia di dissolversi se nel frattempo non si sono creati e rafforzati altri legami (<em>legami positivi</em>) al suo interno. Più il gruppo è eterogeneo più esso segue questa sindrome. Tale sindrome, infatti, distingueva <em>Solidarność</em>: la sua eterogeneità sociale, culturale e ideologica era subordinata al comune sentimento di opposizione contro il regime comunista. Un forte richiamo ai valori dell’<em>ethos</em> tradizionale e un contributo dell’intellighenzia alla guida del movimento nato nell’ambiente operaio spiegano la larga legittimazione sociale da esso ottenuta e, di conseguenza, il riconoscimento del governo come partner per i negoziati sulle riforme del paese. Ma questo non è bastato a creare un <em>legame positivo</em> che ne avrebbe potuto rafforzare l’integrazione; per causa sia della sua forte eterogeneità sociale, sia dell’indebolimento subito durante gli anni di attività clandestina (1981-1989). Nel momento in cui l’avversario, cioè il regime, è stato sconfitto, quindi scomparso, è scomparsa anche la ragion dell’integrazione del movimento. Tutte le forze sociali che componevano <em>Solidarność</em> sono tornate, gradualmente, alle loro posizioni di partenza ritenute più congeniali ai loro interessi socio-politici (gli operai, i contadini, la sinistra laica ecc.) e hanno stretto alleanze trasversali per ottenere il potere. <em>Solidarność</em> da movimento sociale è tornato (1997) alle posizioni sindacali a esso congeniali. Per di più, l’intellighenzia era troppo debole socialmente e perfino demograficamente, come già sappiamo, per costituire una forza socio-politica forte, decisiva nel nuovo <em>establishment</em> politico.</p>
<p style="text-align: justify;">Stefan Bratkowski, confrontando i due contesti in cui rinasceva la Polonia indipendente, gli anni 1918 e 1989, osserva in modo laconico ma non privo d’ironia: «Nel 1918 in ciascun settore necessario per governare lo stato, la Polonia aveva degli esperti di livello europeo. Nel 1989 non si sapeva neanche che doveva averli»<a href="#_ftn11">[11]</a>. I fondatori della II Repubblica (1918), furono capaci di coinvolgere e di mobilitare i diversi ambienti sociali attorno alla causa della ricostruzione del paese, l’emigrazione compresa; i fondatori della III Repubblica, invece, non lo sapevano apprezzare. Soprattutto l’enorme capitale culturale della’emigrazione è stato ignorato; se fosse stato accolto ed impiegato nel processo di trasformazione del paese avrebbe fatto evitare molti danni politici, sociali ed economici subiti dalla società a causa di decisioni incompetenti degli uomini di potere.</p>
<p style="text-align: justify;">La progressiva emarginazione dell’intellighenzia è stata l’effetto di una congiuntura creatasi nel mondo del potere in cui è prevalso il concetto di democrazia partitica e di liberalismo selvaggio, del più forte. Un contributo, diremmo con effetti perversi, a tal proposito è stato, senza alcun dubbio, la decisione del governo di Mazowiecki, come prima cosa, di non introdurre il decreto sulla decomunizzazione e verifica della nomenclatura e dei collaboratori del regime comunista  simile a quelli attuati in Germania e nella Repubblica Ceca (detta <em>lustracja</em> che in seguito è diventata oggetto di manipolazione politica e mediatica, spesso di bassa moralità, questione tanto importante che ha fatto cadere perfino i due governi formati dall’opposizione <em>anti-postcomunista</em> nel 1992 e 2007). Come seconda cosa, non è stata colta l’occasione dello scioglimento del partito comunista (PZPR), avvenuto nel 1990, per incamerare e statalizzare il suo enorme patrimonio che in poco tempo è scomparso formalmente, ma in realtà è finito in modo misterioso, illegale nelle mani della vecchia nomenclatura.</p>
<p style="text-align: justify;">Di conseguenza, la nuova configurazione fra il potere, la società e l’economia assomigliava a un <em>iceberg</em>; sotto la visibile e istituzionale realtà democratica e liberale si nascondeva e si nasconde un’altra realtà in cui primeggiavano gli uomini della vecchia nomenclatura comunista, agiati e appoggiati dalla rete di vecchie conoscenze di partito, formali e informali in diversi settori della vita del paese per avvantaggiarsi del profitto. In altre parole, molti ex-membri della nomenclatura comunista sono diventati uomini d’affari. Essi, legati alla vecchia subordinazione al partito hanno formato una forte <em>lobby</em> postcomunista che ancora funziona in modo latente come si evince dai mass media. Insomma, l’ombra della PRL (Repubblica Popolare Polacca) ancora si trascina nel <em>paesaggio polacco</em>, sociale e politico.</p>
<p style="text-align: justify;">(2) Lo smarrimento delle forze sociali dell’intellighenzia è stato anche determinato profondamente dal mutamento strutturale della società polacca. Anche se questo processo nel suo percorso reale sembra complicato, la sua logica è semplice. È una conseguenza del liberalismo imposto dal potere ovvero un effetto dell’introduzione del mercato libero con i metodi politico-amministrativi. In tal modo il processo di liberalizzazione del mercato è stato sconvolto; invece di essere un risultato della struttura socio-economica, come ci insegna l’economia politica, è stata la struttura socio-economica di adattarsi al mercato imposta dall’alto. Con tutte le conseguenze perverse e paradossali. Una di queste è, appunto, la pauperizzazione e la degenerazione dell’intellighenzia.</p>
<p style="text-align: justify;">La pauperizzazione dell’intellighenzia è una conseguenza, in particolar modo, delle regole del mercato che impongono le regole di profitto come regole di fondo alle quali si possono applicare, in forma complementare o preferenziale, correzioni ossia interventi non economici ma di importanza cruciale a livello sociale, politico, sanitario e così via. L’intellighenzia, in senso lato, costituisce quasi per definizione un ceto la cui attività professionale è soggetta a tali interventi giacché riguarda settori poco produttivi in termini economici, di profitto diretto e immediato (scienza, arte, scuola e in genere il settore chiamato cultura) e soprattutto quando non trovano fonti alternative e aggiuntive tramite le donazioni, le fondazioni e la capacità di commercializzare i propri prodotti e servizi. Di conseguenza, la mancanza di un mecenate qualsiasi in un contesto determinato dal neo-liberismo e la ristrettezza dei fondi si ripercuotono negativamente sulla condizione dell’intellighenzia determinando la sua progressiva pauperizzazione. Pertanto si nota un fenomeno definito «fuga dal campo»<a href="#_ftn12">[12]</a> e cioè l’abbandono delle professioni ed attività congeniali all’intellighenzia o all’emigrazione. Questo si è verificato soprattutto fra i giovani e nel mondo accademico. Secondo le stime recenti il 30% circa dei ricercatori ha abbandonato la propria attività.</p>
<p style="text-align: justify;">Di conseguenza, com’è facile intuire, ha luogo un processo di disintegrazione e di degenerazione dell’intellighenzia a livello sia del suo tessuto sociale sia ideologico, dell’<em>ethos</em>. Il sentimento di comunanza di ceto viene meno; viene meno anche perché si fa notare, sempre di più, la sua ristrutturazione interna causata dal progressivo aumento della presenza fra i suoi ranghi di persone provenienti da altri ambienti sociali, spesso per via dell’avanzamento sociale. Tale processo che da una parte segna la fine di una formazione sociale, senza la quale non si può per intendere la Polonia degli ultimi secoli, dall’altra dovrebbe incentivare la nascita, come effetto della trasformazione dell’intellighenzia, di una nuova e moderna formazione corrispondente a quella occidentale <em>knowledge class</em>. In Polonia tutto ciò non avviene per diversi motivi; soprattutto per l’attuale inefficienza del sistema dell’istruzione universitaria e perché tale ceto, come osserva Edmund Mokrzycki, è considerato nella spesa pubblica come «uno spazio sociale (il termine prestato da Thomas Heller) sempre meno difeso, ovvero spazio che non attira l’attenzione degli attori politici forti e dei forti gruppi d’interesse»<a href="#_ftn13">[13]</a>. Eppure l’intellighenzia modernizzata poteva essere un fattore socio-culturale del <em>modello polacco di sviluppo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">(3) Infine, il nostro discorso richiede alcune osservazioni che riguardano il contesto culturale configuratosi nel periodo post-comunista. A mio parere, esso sia condizionato da tre orientamenti: dalla persistenza dei modelli di cultura comunista, dall’occidentalizzazione e dalla commercializzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il programma di costruzione del comunismo era allo stesso tempo il programma di formazione dell’uomo nuovo, quello comunista, si intende. Il potere aveva a disposizione tutti i mezzi di persuasione coercitiva; decideva sulla soggettività politica e civile del cittadino, sulla sua identità che di conseguenza diventava una copia polacca dell’<em>homo sovieticus</em>. Seguendo il linguaggio sociologico, potremmo dire che dominava una condizione sociale indicata a sua volta da Stefan Nowak come <em>vuoto sociale</em> ovvero una mancanza di legami orizzontali, legami sociali basati su fiducia e solidarietà. La <em>vera</em> vita sociale era ridotta alla dimensione quotidiana e si svolgeva nelle nicchie familiari, di amicizia e parrocchiali, specie nelle comunità rurali.</p>
<p style="text-align: justify;">Pertanto ancora oggi nelle strutture dello Stato, nelle istituzioni, nella nuova nomenclatura, e perfino a livello di atteggiamenti individuali è facile rintracciare la presenza dello stile di pensiero e di agire comunista. In particolar modo nelle generazioni maturate prima del 1989. Lo si nota nella cultura civile diffusa in cui lo Stato e il bene pubblico sono percepito come una struttura esterna dalla quale ci si aspetta tutto; il concetto di libertà è anomico, dominato dal familismo, dall’individualismo e, in certi settori assediato dalle comunità sporche (<em>dirty togetherness</em>), come dice Adam Podgórecki.</p>
<p style="text-align: justify;">Ryszard Legutko<a href="#_ftn14">[14]</a>, paragonando i meccanismi sociali, prima e dopo il 1989, osserva senza mezzi termini che nel socialismo reale il potere era detenuto da <em>cafoni</em> e <em>sbirri</em>, evocando Machiavelli; il comunista era un profeta armato. Dopo, ovvero oggi, egli continua, sono scomparsi il cafone e lo sbirro ma il loro posto è stato occupato dal <em>villano</em>. In altri termini, potremmo dire che fra la cultura dell’<em>elite</em> di potere e la cultura del <em>demos</em> si creata una sintonia, ma di basso livello, di livello populista.</p>
<p style="text-align: justify;">Sappiamo, però, che la gente istruita è pochissimo incline al populismo. Quindi è comprensibile che in tale spazio culturale e sociale l’intellighenzia difficilmente riesce a trovare un posto a lei congeniale; di conseguenza, a mano a mano scompare come tratto inscindibile dal paesaggio culturale polacco. Prof. Piotr Gliński, in veste del presidente dell’Associazione Sociologica Polacca, osserva: «Sembra che non sia una tragedia in sé il fatto che ci sentiamo sempre più deboli come l’èlite d’intellighenzia, cosa che una volta era per noi la più importante giacché ci distingueva dal mondo ‘della dittatura degli ignorantoni’ (<em>dyktatura ciemniaków</em>). Il peggio è che perdiamo sempre di più il contatto con l’<em>ethos</em> d’intellighenzia, che non sappiamo trasmettere i veri valori d’intellighenzia al mondo onnipresente di ‘democrazia degli ignorantoni’ (<em>demokracja ciemniaków</em>), di cui noi tutti, come effetto dei processi accennati, diventiamo parte sempre in maggior misura»<a href="#_ftn15">[15]</a>. Wacław Wilczyński è stato ancora più severo affermando che «la democrazia polacca si trasforma in una semplice anarchia dei cafoni, nella legge del più forte e più sfacciato»<a href="#_ftn16">[16]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che in tale contesto culturale ha luogo un forte orientamento verso l’occidentalizzazione non sorprende considerando che già nel periodo del regime comunista i prodotti della cultura materiale occidentale facevano parte dei beni comunemente desiderati ed apprezzati a prescindere dell’appartenenza sociale ed ideologica. Sappiamo che in Polonia l’accesso al mercato dei beni di relativo lusso era limitato per tutti salvo per la nomenclatura. Quest’ultima creò per sé un sistema chiuso e interno di distribuzione di tali prodotti come ad es. la rete dei <em>negozi delle tende gialle</em> (<em>za żółtymi firankami</em>). In altri termini, la nomenclatura costituiva già molto prima una sorta di classe agiata, latente, per la quale la perdita del potere allo stesso tempo significava una liberazione del desiderio d’ostentazione oppressa per motivi ideologici. E non a caso che proprio loro, forti dei fondi e beni occultati, subito si sono rivelati gli agili <em>businessmen</em>. Invece l’intellighenzia nella maggior parte si è trovata già in partenza fuori gara,  impossibilitata in tal modo, ad introdurre regole razionali ed etiche adeguate alla nascente economia di mercato. Di conseguenza, non pochi dei primi hanno costruito delle fortune milionarie, sempre sull’onda della <em>trasformazione</em>; e al contrario, molte fasce dell’intellighenzia sono state ridotte alla povertà sociale (soprattutto impiegate nell’istruzione, nella sanità e nell’amministrazione).</p>
<p style="text-align: justify;">Di seguito, gli artefatti della cultura occidentale si stanno impossessando sempre di più della mentalità, dell’<em>habitus polacco</em> in quanto intesi come simboli di una cultura più moderna, di riferimento valoriale centrale, lasciando da parte <em>en bloc</em> quella tradizionale intesa come inadeguata e perfino arretrata. È in atto un’omologazione culturale che gradualmente entra nella logica dello stile di vita, quasi in modo irriflessivo creando un meccanismo psichico motivazionale che dà la sensazione, quasi il conforto, che tutto ciò che è accettato sia frutto di una scelta libera, incondizionata, individuale. Il valore del successo, intrinseco della cultura occidentale in quanto espressione della società industriale, si esprime soprattutto tramite i valori materialisti basati sul reddito, sulla agiatezza economica, sul livello di consumo e sulla posizione sociale. L’arricchimento è l’obiettivo principale della vita, senza badare che il suo costo in termini di emigrazione ha fatto sì che la popolazione nel periodo della trasformazione sia diminuita di qualche milione di persone. In tale cultura non c’è spazio per l’<em>ethos</em> tradizionale, la missione, l’altruismo, la solidarietà, l’onore, la pazienza, la coerenza, il senso di colpa, l’onesta, la lealtà, la riconoscenza, il lavoro organico, il coraggio civile e il patriottismo. Quest’ultimo riempie soprattutto gli stadi sportivi e le manifestazioni organizzate dal potere per le ricorrenze storiche, ma non la vita quotidiana. Quindi, non c’è spazio per l’intellighenzia perché i suoi valori perdono plausibilità sociale; non danno risonanza, non fanno notizia quindi non esistono.</p>
<p style="text-align: justify;">A tutti questi fattori si aggiunge la commercializzazione della cultura che costituisce un tratto endemico dell’occidentalizzazione. Al posto di valori forti, anzi con la paura di questi motivata dal principio della libertà, si sta configurando una sorta di <em>fondamentalismo di mercato</em>. Perfino i valori etici, estetici, civici e religiosi vengono commercializzati, sempre accostandosi all’Occidente nella sua versione di massa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Søren Kierkegaard, riflettendo sull’angoscia esistenziale dell’uomo e servendosi di una metafora marina, ebbe a osservare: «La nave ormai è in mano del cuoco di bordo. Ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta ma quello che mangeremo domani». É un adagio metaforico che, penso, si addice alla Polonia d’oggi. La Polonia d’oggi assomiglia a una nave i cui passeggeri seguono il <em>menu</em> fornito dal cuoco di bordo piuttosto che le disposizioni del capitano sulla rotta della nave. Seguendo la logica di questa metafora, dobbiamo ammettere, però, che finché la nave è robusta e costruita a regola d’arte, frutto di una ricca tradizione, tutto può cambiare, i passeggeri, il capitano e il cuoco; cambiare in meglio si intende. Infatti, indipendenza, democrazia, libertà di coscienza e di parola, libertà politica, sociale ed economica; tutti questi valori &#8211; che non sono stati importati ma li troviamo nell’<em>ethos</em> tradizionale custodito dall’intellighenzia &#8211; costituiscono la potenziale robustezza della Polonia attuale in quanto sono iscritti nella sua struttura costituzionale ed istituzionale. Questo solido <em>capitale civile</em> diventa un fruttuoso futuro soltanto se la sua giovane generazione saprà rivalorizzare la propria tradizione culturale  conciliandola con i tempi moderni.</p>
<p style="text-align: justify;">Grzegorz J. KACZYŃSKI<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[1]</a> Da: S. Bratkowski, <em>Kim chcą być Polacy</em>, Prószyński i S-ka, Warszawa 2007, p. 42.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[2]</a> R. Dahrendorf, <em>Reflections on the Revolution in Europe</em>, Chatto and Windus, London 1990.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[3]</a> Cfr. Francesco Piccolo, <em>Oltre il populismo</em>, «Il Sole 24 Ore», 24 Ottobre 2010, nr. 292, p. 31.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[4]</a> Cfr. A. Gella, (ed.), <em>The Intelligentsia and Intellectuals</em>, Sage Publications, London 1976.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[5]</a> W. Kwaśniewicz, <em>Sociological Dilemmas of Intelligentsia: The Case of Poland</em>, Conference paper presented in Radzyna, 27-29 November 1989, p. 11.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[6]</a> Cfr. ad es. A. Podgórecki, <em>Społeczeństwo polskie</em>, WSP, Rzeszów 1995 (edizione polacca di <em>Polish Society</em>. Praeger-Greenwood, Westport, Connecticut-London 1994); J. Drewnowski, <em>Rozkład i upadek sowietyzmu w Polsce</em>, Norbertinum, Lublin 1991.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[7]</a> Cfr. ad es. W. Świetlik, <em>Bronisław Komorowski. Pierwsza niezależna biografia</em>, The Facto, Warszawa 2010.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[8]</a> A. Michnik, <em>Kościół, lewica, dialog</em>, Instytut Literacki, Parigi 1977 (ed. italiana: <em>La Chiesa e la sinistra in Polonia,</em> Queriniana, Brescia, 1980).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[9]</a> Cfr. <em>Kościół, chrześcijanie, dialog</em>, «Gazeta Wyborcza», 16 marzo 1990, n. 64/231, p. 5.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[10]</a> Cfr. G. Kaczyński,  M. Tedeschi, <em>La Chiesa del dialogo in Polonia</em>, Rubbettino, Soveria Mannelli 1986.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[11]</a> Bratkowski, op. cit., p. 37.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[12]</a> Mokrzycki, <em>Bilans niesentymentalny</em>, op. cit., pp. 44-47.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[13]</a> <em>Ibidem</em>, p. 47.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[14]</a> R. Legutko, <em>Esej o duszy polskiej</em>, Ośrodek Myśli Politycznej, Kraków 2008, pp. 35-43, 105-106.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[15]</a> P. Gliński, <em>Socjologia polska i Polskie Towarzystwo Socjologiczne w roku 2007, in: Co nas łączy, so nas dzieli?</em>, red. J. Mucha, E. Narkiewicz-Niedbalec, M. Zielińska, Oficyna Wydawnicza Uniwersytetu Zielonogórskiego, Zielona Góra 2008, p. 22.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref">[16]</a> W. Wilczyński, <em>Demokracja czy anarchia</em>, «Wprost», 15 VIII 1999.</p>

                            <div id="aspdf">
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		<title>Meno polacchi all&#8217;orizzonte</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 12:39:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
				<category><![CDATA[1945-1989 prl-polska ludowa]]></category>
		<category><![CDATA[1989-2004 polonia verso ovest]]></category>
		<category><![CDATA[2004-oggi nuova polonia]]></category>
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		<category><![CDATA[post in polacco]]></category>

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		<description><![CDATA[Ecco in sintesi le tendenze demografiche dominanti dal 1945 a oggi secondo il GUS: - Po powojennym boomie urodzeniowym = 1945-1955 nascite salgono. - od końca lat pięćdziesiątych dzietność w Polsce zmniejszała się do około 1970 roku = 1955-1968/70 nascite in diminuzione. - W latach siedemdziesiątych w wiek największej aktywności prokreacyjnej weszły roczniki kobiet z [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Ecco in sintesi le tendenze demografiche dominanti dal 1945 a oggi secondo il <a href="http://www.stat.gov.pl/cps/rde/xbcr/gus/PUBL_P_Population_projection_for_Poland_2008_2035.pdf">GUS</a>:<br />
</em>- Po <strong>powojennym boomie</strong> urodzeniowym = <span style="color: #0000ff;">1945-1955 nascite salgono.<br />
</span>- od <strong>końca lat pięćdziesiątych</strong> dzietność w Polsce zmniejszała się do <strong>około 1970 roku</strong> = <span style="color: #0000ff;">1955-1968/70 nascite in diminuzione.<br />
</span>- W <strong>latach siedemdziesiątych</strong> w wiek największej aktywności prokreacyjnej weszły roczniki kobiet z wyżu lat pięćdziesiątych, co w konsekwencji spowodowało znaczny wzrost liczby urodzeń. Dekada ta charakteryzowała się wysokim, względnie stabilnym poziomem dzietności w skali kraju. W końcu tego okresu zaobserwowano wzrost dzietności, który utrzymywał się do 1983 r. (TFR = 2,205 w 1978 i 2,416 w 1983). Implikacją sytuacji społecznej i ekonomicznej oraz zmian w systemie zasiłków na początku lat osiemdziesiątych był wzrost dzietności, którego szczyt nastąpił <strong>w 1983</strong> = <span style="color: #0000ff;">1968/70-1983 nascite in aumento.<br />
</span>(- Intorno al <strong>1975 </strong>s’inverte di più il <span style="color: #0000ff;">rapporto tra città e campagna</span>: fino al 1975 si nasceva più in campagna che in città, dal 1975 si nasce di più in città che in campagna).<br />
- Liczba i natężenie urodzeń systematycznie się zmniejszały <strong>w kolejnych latach</strong>. W <strong>latach dziewięćdziesiątych</strong> tempo spadku dzietności uległo przyśpieszeniu. Zmiany płodności i natężenia urodzeń według wieku, a także wzrost liczby i odsetka urodzeń pozamałżeńskich wiąże się z wpływem przekształceń społeczno-ekonomicznych. <strong>Ostatnie trzy lata</strong> przyniosły zahamowanie spadku urodzeń. Dane z ostatnich lat wskazują na stopniowe wygasanie spadkowej tendencji płodności = <span style="color: #0000ff;">dal 1983 nascite in diminuzione fino al 2004 circa.<br />
</span>Il risultato è che la Polonia ha <strong>oggi</strong> <strong>38 milioni</strong> di abitanti e Varsavia è la città più popolosa con gli attuali 1,72 milioni di abitanti. Tuttavia secondo le ultime stime del GUS, a causa del calo del tasso di natalità, dell&#8217;emigrazione (specie giovanile) e di visioni politiche &#8220;miopi&#8221; di breve termine, la popolazione della Polonia passerà a 37, 8 milioni nel 2010; 36,7 nel 2025; <strong>35,9 nel 2035</strong>, diminuendo più nelle aree urbane che in quelle rurali. <a href="http://www.stat.gov.pl/cps/rde/xbcr/gus/PUBL_P_Population_projection_for_Poland_2008_2035.pdf">Leggi tutto</a></p>

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		<title>La Chiesa polacca dopo il 1989</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 15:34:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
				<category><![CDATA[1989-2004 polonia verso ovest]]></category>
		<category><![CDATA[pl-chiesa-religione-fede-gp2]]></category>
		<category><![CDATA[post in italiano]]></category>

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		<description><![CDATA[La Chiesa polacca vista da Adam Boniecki di Elzbieta Cywiak (che ringrazio per aver messo a disposizione i suoi appunti sulla conferenza che Don Adam Boniecki ha tenuto presso l&#8217;Istituto polacco di Roma lunedì 22 Novembre 2010, alle ore 18.00, sul tema: &#8220;Il contesto religioso in Polonia dopo il 1989&#8243;) &#8212;&#8212;&#8212; “Senza il Cristo non è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La Chiesa polacca vista da Adam Boniecki<br />
</strong>di <strong>Elzbieta Cywiak<br />
</strong><em>(che ringrazio per aver messo a disposizione i suoi appunti sulla conferenza che Don Adam Boniecki ha tenuto presso </em><a><em>l&#8217;Istituto polacco di Roma lunedì 22 Novembre 2010</em></a><em>, alle ore 18.00, sul tema: &#8220;Il contesto religioso in Polonia dopo il 1989&#8243;)<br />
</em><strong>&#8212;&#8212;&#8212;</strong><br />
<em>“Senza il Cristo non è possibile capire la storia della Polonia”.</em> Questa affermazione, ormai famosa, pronunciata da Giovanni Paolo II il 2 giugno 1979 a Varsavia, davanti ad una sterminata folla di connazionali, ha contrassegnato il ciclo di conferenze “Il Cristianesimo in Polonia”, organizzato dall’Istituto Polacco di Cultura a Roma. Gli incontri che hanno esaminato dal punto di vista prettamente storico l’affermarsi in Polonia della tradizione cattolica latina oltre alla formazione del suo pluralismo religioso, sono stati conclusi da Don Adam Boniecki che ha dedicato il suo intervento al contesto religioso in Polonia dopo il 1989. <br />
Questo sacerdote-giornalista (per undici anni direttore dell’edizione polacca dell’“Osservatore Romano” e attualmente direttore di “Tygodnik Powszechny”, settimanale cattolico di taglio socio-culturale e d’opinione), amico di Wojtyla sin dai tempi dell’episcopato a Cracovia, ha confermato, nella sua articolata e disinvolta esposizione, il suo fascino oratorio e la sua fama di fautore di un cattolicesimo aperto al dialogo. Come punto di partenza Don Boniecki ha scelto di mettere in rilievo il contributo essenziale offerto da Papa Wojtyla per liberare la Polonia e la sua Chiesa dal regime ateo-comunista, ma forse ancora di più la straordinaria rivoluzione spirituale che egli estese al cattolicesimo polacco.<br />
Così la Chiesa polacca, dopo la svolta del 1989, non solo ha acquistato in tutto il paese la sua piena visibilità, ma ha anche assunto un carattere meno provinciale, rifacendosi ad una dimensione più universalista. E’ utile alla comprensione richiamare uno degli esempi più pregnanti indicati da Don Boniecki, quello secondo cui, dopo le aperture compiute da Giovanni Paolo II dal soglio pontificio agli ebrei, certi atteggiamenti e discorsi a volte tradizionalmente presenti tra il clero polacco (come il complesso problema dell’antisemitismo nel paese) hanno cominciato ad essere percepite come del tutto fuori luogo.<br />
Ma è la nuova situazione in cui si è trovata la Chiesa polacca con le profonde trasformazioni dell’intero sistema politico ed economico della Polonia che ha richiamato maggiormente l’attenzione del sacerdote-giornalista. Soprattutto dopo la firma del Concordato tra la Santa Sede e la Repubblica di Polonia (1993), ratificato ben cinque anni dopo (1998) quando già fu promulgata la nuova Costituzione nel 1997. In questo modo la disciplina statale in Polonia ha acquistato in materia religiosa una certa stabilità e si è avvicinata ai modelli elaborati nei paesi a democrazia liberale. Tuttavia Don Boniecki con la franchezza che gli è propria, non ha sottaciuto alcuni aspetti del Concordato che, agli occhi di ampi strati della società polacca, sembrano garantire alla Chiesa privilegi sia giuridici sia finanziari. Così come non ha tralasciato il difficile e delicato capitolo della cosiddetta &#8220;lustracja&#8221;, cioè quel processo di verifica il cui obiettivo era quello di svelare chi avesse intenzionalmente collaborato con la polizia segreta comunista e che ha portato alla scoperta delle carte riguardanti il clero (da ricordare il caso del Presule Wielgus costretto a rinunciare alla carica di arcivescovo di Varsavia).<br />
Nessuno sconto comunque ha voluto concedere Don Boniecki nel giudicare l’attuale Chiesa polacca messa di fronte alle sfide del dialogo del cattolicesimo con l’altro pensiero sviluppatosi in Europa, quello laico, illuminista e liberale, anche nei temi dell’etica sessuale. Ha lodato uno dei vescovi polacchi, Tadeusz Pieronek per aver escluso la scomunica da parte della Chiesa di coloro che si esprimono a favore della fecondazione “in vitro” a differenza di altri esponenti dell’Episcopato, ma ha stigmatizzato “il profilo basso” assunto dalla Chiesa polacca riguardo al conflitto manifestatosi tra i polacchi sulla collocazione pubblica della Croce davanti al Palazzo presidenziale di Varsavia per commemorare la tragedia dell’aereo avvenuta nei pressi di Katyn  nell’aprile scorso. Poiché la Chiesa avrebbe dovuto intendere la Croce come segno di riconciliazione, del sacrificio e della solidarietà umana e invece, in quel caso, ciò aveva assunto un significato molto più che confessionale, addirittura del logo di un partito politico, del segno di lotta e di contrapposizione. L’incontro con Don Boniecki ha confermato in pieno, quindi, il  ruolo preminente della Chiesa in quella parte della religiosità cattolica polacca che si rivela la più aperta e rispettosa per chi crede e pensa diversamente, tollerante in base proprio al precetto di amore verso il prossimo, anche se diverso.<br />
Roma, 24 novembre 2010, Elzbieta Cywiak</p>

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		<title>Festa indipendenza polacca (1918-1989-2010)</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Nov 2010 13:38:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
				<category><![CDATA[1918-1939 tra due guerre in pl]]></category>
		<category><![CDATA[1989-1991 la cesura epocale]]></category>
		<category><![CDATA[1989-2004 polonia verso ovest]]></category>
		<category><![CDATA[2004-oggi nuova polonia]]></category>
		<category><![CDATA[pl-politica della memoria]]></category>
		<category><![CDATA[post in polacco]]></category>

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		<description><![CDATA[Wystąpienie prezydenta Bronisława Komorowskiego podczas obchodów Święta Niepodległości na Placu Piłsudskiego w Warszawie, Czwartek, 11 listopada 2010 Dzisiaj mamy wielkie święto narodu, święto radości po długiej, ciężkiej nocy cierpień – tak mówił Józef Piłsudski podczas pierwszego posiedzenia Sejmu Ustawodawczego. Kiedy po 123 latach zniewolenia nam Polakom nagle „wybuchła” niepodległa Ojczyzna. Wyrosła przed nimi już nie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><strong>Wystąpienie prezydenta </strong><a href="http://www.prezydent.pl/aktualnosci/wypowiedzi-prezydenta/wystapienia/art,21,wystapienie-prezydenta-z-okazji-swieta-niepodleglosci.html"><strong>Bronisława Komorowskiego</strong></a><strong> podczas obchodów Święta Niepodległości na Placu Piłsudskiego w Warszawie, Czwartek, 11 listopada 2010<br />
</strong>Dzisiaj mamy wielkie święto narodu, święto radości po długiej, ciężkiej nocy cierpień – tak mówił Józef Piłsudski podczas pierwszego posiedzenia Sejmu Ustawodawczego. Kiedy po <strong>123 </strong>latach zniewolenia nam Polakom nagle „wybuchła” niepodległa Ojczyzna. Wyrosła przed nimi już nie tylko jako piękna wizja poetów, nie tylko jako wyśniony ideał i marzenie powstańców, zesłańców i emigrantów – ale jako prawdziwe, rzeczywiste polskie państwo.<br />
Kształtowanie tego państwa to była nie tylko walka na frontach. To było budowanie sprawnych instytucji, wprowadzanie nowoczesnego porządku administracyjnego, spajanie rozerwanej na części przez zaborców Polski w jedną całość. I to się nam udało. To się udało II Rzeczypospolitej. <em>Było to możliwe m.in. dlatego, że w pierwszych latach II Rzeczpospolitej jej ojcowie-założyciele potrafili ze sobą współpracować. Odłożyli na bok osobiste urazy i antypatie. Poskromili partyjne egoizmy. Kierowali się narodowym interesem i polską racją stanu. Podający sobie ręce w służbie dla Rzeczypospolitej dwaj wielcy adwersarze – Józef Piłsudski i Roman Dmowski – są najlepszym potwierdzeniem hasła, że tylko zgoda buduje i że tylko ona winna być natchnieniem dla tych, dla których Polska jest najważniejsza. Ten wielki, zgodny wysiłek trudnych lat budowy</em> suwerennej Drugiej Rzeczypospolitej powinien być drogowskazem dla nas, jakim szlakiem dzisiaj podążać, by najlepiej służyć Polsce i Polakom.<br />
Szanowni Państwo,<br />
Dzisiaj, gdy my, urodzeni o wiele później, patrzymy na entuzjazm pokolenia roku <strong>1918</strong>, w naszym współodczuwaniu z nimi tamtej radości czujemy także i nutę goryczy. Bo przecież wiemy, że zgodę nierozważnie porzucono i zastąpiono piłsudczykowsko-endecką wojną polsko-polską. Wiemy, że po 21 latach niepodległości na II Rzeczpospolitą spadły ciosy hitlerowskiego i stalinowskiego najazdu. Wiemy, że potem nadeszła długa noc okupacji, a po niej niemal pół wieku ułomnego bytu państwowego z narzuconym z zewnątrz politycznym porządkiem. <em>Dopiero w <strong>1989</strong> roku, dzięki zwycięstwu „Solidarności”, dzięki mądrości dialogu oraz odwadze walki i odwadze porozumienia, Polska odzyskała suwerenność, odzyskała prawo do samodzielnego decydowania o swoim losie.<br />
</em>Czyż wtedy, 21 lat temu, nie cieszyliśmy się tak samo, jak nasi przodkowie w <strong>1918</strong> roku? Czy nie cieszyliśmy się, gdy nasze państwo znów przybrało dostojne imię Rzeczypospolitej Polskiej, gdy biały orzeł znów przywdział królewską koronę? Tak, cieszyliśmy się i byliśmy dumni! Bo mamy prawo być dumni z odzyskanej, wolnej ojczyzny. Dziś Rzeczpospolita nie musi drżeć o swoją suwerenność, z niepokojem spoglądać na swoje granice, tak jak jej poprzedniczka w okresie międzywojennym. Naszymi sojusznikami są największe, najstabilniejsze demokracje świata. Ze wszystkimi sąsiadami prowadzimy dialog. Z wieloma spośród nich mamy nienaganne, przyjacielskie relacje. Wszyscy też pamiętamy te dowody życzliwości, które spotkały nas i naszą ojczyznę w chwilach żałoby po katastrofie smoleńskiej, kiedy z całej Europy, z całego świat płynęły zapewnienia: Polacy, w dniu śmierci Prezydenta i tak wielu ważnych osobistości życia publicznego nie jesteście sami!<br />
Popatrzmy więc, jak wiele zmieniło się <strong>w ostatnich dwu dekadach</strong>. Nasza zachodnia granica, zza której przez setki lat nadciągały zagrożenia, przestała dzielić, a zaczęła łączyć. Od Suwałk po Lizbonę możemy podróżować przez Europę nie wydobywając z kieszeni paszportu. Przewodniczącym Parlamentu, skupiającego deputowanych z całej unijnej Europy, jest nasz Rodak.<br />
Ktoś powie: my to wszystko wiemy. Tak, ale 11 listopada, właśnie w ten jeden jedyny, szczególny dzień, trzeba to jeszcze raz przypomnieć: <em>Polska wróciła do swojego dobrego miejsca w Europie! Polska jest bezpieczna i stabilna! Polska odniosła sukces! I my musimy ten sukces dalej budować.</em><br />
Dlatego apeluję: kiedy się spieramy, spierajmy się mądrze. <em>Nie wrzucajmy wielkiego sukcesu naszego pokolenia, pokolenia ludzi „Solidarności” w ogień domowych kłótni i swarów!</em> Nie pozwólmy, by ojczyzna wolna, bezpieczna i coraz zamożniejsza spowszedniała nam do tego stopnia, że przestaniemy umieć cieszyć się tym, o czym śniły tylko poprzednie polskie pokolenia. Radujmy się Polską – tą współczesną, tą naszą, tą wspólną. Klejnot niepodległości, który odzyskaliśmy ponownie 21 lat temu, na pewno wymaga jeszcze oszlifowania. Ale za nic, za żadną cenę, nie wolno nam go zagubić w swarach!<br />
To jasne, że nie jesteśmy identyczni, że różnimy się pod wieloma wzgledami. Mamy i będziemy mieć różne poglądy polityczne i odmienne wyobrażenia, jak rozwiązywać konkretne, polskie sprawy. Różnorodność jest normalnością. Różnorodność jest wartością. Jest nieodłączną cechą demokracji. Ważne jest jednak, <em>by wielobarwność poglądów i wyobrażeń o polskiej pomyślności, o polskich sprawach nie zamieniła się w piekło wojny polsko-polskiej, która niczego nie potrafi zbudować, a może bardzo wiele zniszczyć.<br />
Utożsamiać się z własnym państwem wcale nie znaczy zawsze i wszędzie je chwalić.</em> Czasem miłość własnej Ojczyzny przyjmuje formę niezadowolenia, krytyki, domagania się zmian. Ale <em>horyzontem każdej takiej krytyki musi pozostawać służba państwu jako dobru wspólnemu.</em> Marszałek Piłsudski z właściwą sobie swadą powiedział kiedyś: Choć nieraz (&#8230;) wymyślam na Polskę i Polaków, to przecież tylko Polsce służę. Wsłuchajmy się wszyscy w te słowa, gdziekolwiek stoimy – na lewicy, w centrum, na prawicy. Każdy z nas bowiem trzyma w ręku jeden z tysięcy wątków, z jakich utkane jest polskie życie narodowe.<br />
I to od każdego z nas zależy, czy będą się one splatać w sposób mocny, logiczny i trwały, czy też będą pękać i rozchodzić się w przeciwne strony. Bo nie żelazne prawa historii, lecz <em>odpowiedzialność Polaków decyduje o istnieniu i rozwoju Rzeczypospolitej</em>.<br />
Rodacy,<br />
Dzisiaj, u progu trzeciej dekady wolnej i suwerennej Polski, powinniśmy znaleźć w sobie wystarczająco wiele determinacji i mocy, aby nie dać się zepchnąć z drogi współdziałania, która pozwoliła położyć tak solidne fundamenty nie tylko pod II, ale i pod III Rzeczpospolitą. Tylko w ten sposób stawimy czoła wielkim wyzwaniom, jakie niesie współczesny, dynamicznie zmieniający się świat.<br />
Dlatego dyskutujmy, dlatego spierajmy się. Mądry spór jest solą demokracji, jest naturą jej dnia codziennego. Ale niech przedmiotem naszych polskich debat będzie przyszłość naszego kraju i społeczeństwa. Niech przedmiotem tych sporów będzie kwestia unowocześniania i konkurencyjności polskiej gospodarki. Niech będzie nim edukacja uskrzydlająca talenty polskiej młodzieży. Niech będzie budowanie społeczeństwa obywatelskiego. Niech będzie uzdrowienie finansów publicznych. Stworzenie wydajnego i skutecznego systemu ochrony zdrowia. Niech będzie wreszcie: skuteczne zabezpieczenie milionów obywateli na jesień ich życia.<br />
Szanowni Państwo,<br />
W miejscu, w którym stoimy, pochowany jest nieznany obrońca Lwowa z 1918 roku. Ten ochotnik, młody, prawdopodobnie 14-letni chłopak ,oddał swoje życie za wyśnioną Polskę. Za taką Polskę, którą nie dane mu było się nacieszyć. Z nami historia obchodzi się o wiele bardziej łaskawie. Nam dane jest cieszyć się wolną ojczyzną. Ale każdy z nas może jej z pewnością jakąś ważną ofiarę złożyć. Czasem będzie to zwykła, codzienna praca. Czasami wyciągnięcie ręki do skłóconego brata. Czasami – pomoc innym, zaangażowanie się w jakieś wspólne działanie.<br />
Bo niepodległość to nie jest jednorazowe wydarzenie, dekret czy stronica z podręcznika historii. Niepodległość to wyraz naszej woli. <em>To odpowiedź na pytanie: jakimi chcemy być Polakami.</em> Niech każdy z nas w tym wielkim i wspólnie malowanym obrazie, jakim jest Rzeczpospolita, postawi swój choćby drobny, ale jasny akcent. A wtedy ten obraz – za rok, gdy się tu znów spotkamy – zajaśnieje jeszcze piękniejszym blaskiem starej, pięknej Rzeczpospolitej.<br />
Chciałem wyrazić ogromną satysfakcję, że możemy dzisiaj, w czasie polskiej uroczystości, upamiętniającej polską niepodległość, powitać także panią Prezydent Republiki Litewskiej. Chciałem w ten sposób podkreślić, że jest w dalszym ciągu utrzymywany dobry zwyczaj, że razem z naszymi braćmi Litwinami cieszymy się wolnością, bo razem ją – czasami przeciw sobie, ale w tym samym czasie, w tych samych okolicznościach – zyskiwaliśmy i traciliśmy. Jestem głęboko przekonany, że ta wspólnota losów oznacza także zdolność do umacniania naszej wspólnej, polskiej i litewskiej wolności, polskiego i litewskiego bezpieczeństwa, ale także stanowi zachętę do rozwiązywanie wszystkich problemów. Współczesnych problemów Polaków i Litwinów. Dziękuję serdecznie.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<br />
Commento: <a href="http://wyborcza.pl/1,75248,8648251,Byc_jak_Pilsudski_i_Dmowski.html?utm_source=Nlt&amp;utm_medium=Nlt&amp;utm_campaign=2015058">Być jak Piłsudski i Dmowski</a></div>

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		<title>Ricordando Geremek</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 13:48:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
				<category><![CDATA[1989-2004 polonia verso ovest]]></category>
		<category><![CDATA[2004-oggi polonia-ue]]></category>
		<category><![CDATA[personaggi]]></category>
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		<description><![CDATA[Bronisław Geremek. Grande patriota polacco e grande patriota europeo di Paolo Morawski Accademia Nazionale dei Lincei Roma, 21 aprile 2009 &#8212;&#8212;&#8212;- Grande patriota polacco e grande patriota europeo – così, in estrema sintesi, la ricca esistenza di Bronisław Geremek. Polacco: talvolta lo sottolineava lui stesso cominciando una frase con: “in quanto polacco le dirò…”, quasi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Bronisław Geremek. Grande patriota polacco e grande patriota europeo </strong><br />
di Paolo Morawski<br />
Accademia Nazionale dei Lincei<br />
Roma, 21 aprile 2009<br />
&#8212;&#8212;&#8212;-<br />
Grande patriota polacco e grande patriota europeo – così, in estrema sintesi, la ricca esistenza di Bronisław Geremek.<br />
Polacco: talvolta lo sottolineava lui stesso cominciando una frase con: “in quanto polacco le dirò…”, quasi mettendo le mani avanti, creando interessanti giochi di prospettive identitarie.<br />
Europeo: egli lo fu per tragedie vissute e per positive esperienze di vita, per scelte politiche, per le sue idee. Europeo con passione, per convinzione. Comunicava con fervore la sua gioia di vivere in un’Europa riunificata, il suo entusiasmo per una UE politica, l’UE dei cittadini, l’UE dal volto umano. Credeva nell’Europa spazio di libertà (al plurale), spazio di incontri, di condivisione. Chi l’ha conosciuto lo ricorda trasmettere una fantastica voglia di costruire l’Europa di domani. Aveva un talento internazionale innato arricchito da una conoscenza profonda delle vicissitudini di questo continente. Celebri alcune sue battute. Quella in cui parafrasava il piemontese Massimo D’Azeglio: “abbiamo l’Europa, ora si tratta di fare gli europei, se non vogliamo perdere la prima e i secondi”. O il suo ironico: “studio le direttive europee ascoltando Bach. Aiuta sempre”.<br />
Europeo Geremek lo diventò poco a poco sulla scia delle letture, dei studi, dei viaggi all’estero. Per molti aspetti il lievito fu il suo amore per la Francia e la rete dei contatti con gli storici francesi (Fernand Braudel, Georges Duby, Jacques Le Goff) stretti in maggioranza attorno alla cosidetta “scuola della rivista delle Annales”. Attraverso il suo disincanto dal comunismo e dopo la sua uscita dal POUP (1968), il suo sentire europeo giunse a maturazione assai tardi, sicuramente a partire dall’agosto 1980, con Solidarność. Fu allora che, per la prima volta, egli sentì l’Europa vibrare come un insieme unico. Per dirla con le sue parole: “Uno dei grandi momenti di gioia in questa battaglia per la libertà è stato quando i polacchi non si sono sentiti soli, ma sapevano di contare sul sostegno degli altri europei”, di “tutti coloro i quali, nel cuore e nell’anima, erano convinti che l’Europa dovesse essere libera”. Nei 500 giorni di attività vittoriosa di Solidarność e poi negli anni della sua repressione e clandestinità, a stringersi ai polacchi furono le persone, non gli Stati, con immediatezza, spontaneità, generosità senza precedenti. Frotte di sindacalisti, giornalisti, politici e giovani europei scoprirono attraverso Solidarność il socialismo reale e l’opposizione al socialismo reale; e sullo sfondo, la Polonia e i suoi abitanti. Geremek divenne subito una sorta di ministro degli Esteri dell’opposizione polacca, un punto di riferimento dello spazio pubblico europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il suo battesimo politico europeo avvenne, dunque, nella solidarietà a Solidarność, l’avventura europea di Bronisław Geremek cominciò veramente nel 1989 col “passaggio nonviolento dal regime totalitario alle libertà democratiche”. A partire dal governo di Tadeusz Mazowiecki, Geremek divenne tra l’altro presidente della Commissione degli Affari Esteri del Parlamento polacco. Esercitò tale funzione fino al 1997, quando fu nominato ministro degli Affari Esteri della Polonia (fino al 2000). Svolgendo anche, nel 1998, la carica di presidente dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa; e poi, dal 2000 al 2001, quella di presidente della Commissione per il Diritto Europeo del Parlamento polacco. In tutto quel periodo, in modo diretto o dietro le quinte, egli contribuì a spingere la diplomazia polacca verso cinque priorità principali tese a “proteggere l’indipendenza nuovamente riconquistata e assicurare la prosperità materiale”:<br />
1) la stabilità delle frontiere del 1945. La questione ridivenne particolarmente sensibile dopo l’Ottantanove tra i diversi paesi dell’Europa centrorientale (nella regione – osservò – “ci sono nostalgie storiche ma anche sogni pericolosi”) e con la riunificazione tedesca. In proposito Geremek ammonì duramente: “un cambiamento dei confini orientali della Germania, cioè della frontiera tedesco-polacca, non può essere ottenuto che con la guerra”.<br />
2) la riconciliazione con la Germania (sul modello della riconciliazione franco-tedesca). Riconciliazione facilitata dalla nascita nel 1991 di una struttura di consultazione nota come il Triangolo di Weimar tra Polonia-Germania-Francia. Proprio Germania e Francia avrebbero in seguito appoggiato con calore l’ingresso della Polonia nell’UE.<br />
3) l’ancoraggio della Polonia alle strutture euro-atlantiche: alla NATO (nel 1992 Geremek era scettico circa la reale possibilità di adesione della Polonia al Patto Atlantico, ma fu poi lui a formalizzarne l’ingresso nel marzo 1999) e all’Unione Europea (fu Geremek ad avviare i negoziati finali per accedere all’UE). Ottenemmo questi due successi – disse più tardi – “anche perché avevamo dalla nostra un capitale storico, un capitale morale che ci derivava da Solidarność”. All’ingresso nella NATO fece sempre da pendant una politica estera tesa ad assicurare la presenza duratura degli Stati Uniti nelle strutture di sicurezza europee.<br />
4) la collaborazione centroeuropea tra Polonia, Cecoslovacchia (poi divisa in Repubblica Ceca e Slovacchia) e Ungheria nell’ambito del cosiddetto Gruppo di Visegrad, che faceva leva sul sentimento della “comunità storica di destino” e prendeva a modello l’esperienza europea del Benelux. I risultati furono tuttavia inferiori alle aspettative.<br />
5) infine l’invenzione di una politica orientale della Polonia, rivolta fin dal 1989 (ecco la novità!) non più verso la sola URSS, ma verso diverse entità statali distinte. La Russia: la Russia non fa parte dell’Europa, la Russia vuole contenere il vento di libertà che viene da Ovest, la Russia è fuori dallo Stato di diritto, ma con la Russia bisogna dialogare, bisogna augurarsi che la Russia possa esprimere in un futuro abbastanza ravvicinato la sua potenzialità europea – diceva Geremek). L’Ucraina: con l’obiettivo della reciproca riconciliazione e di appoggio alle sue aspirazioni europee. La Bielorussia: nella speranza di addolcirne il regime. La Lituania: di cui la Polonia sostenne l’ingresso nella NATO e nell’UE.<br />
Per il suo impegno per l’unificazione europea, nel 1998 Geremek ricevette il Premio Internazionale Carlo Magno di Aix la Chapelle. Nel 2002, dopo aver insegnato al Collège de France e al Collegio d’Europa di Bruges, fondò il Collegio d’Europa di Natolin presso Varsavia, dove sarà titolare fino al 2008 della cattedra di Civiltà Europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Un nuovo salto di qualità nel suo impegno europeista avviene il primo maggio 2004, quando la Polonia entra nell’UE. Geremek descrive l’emozione intensa che prova alla vista delle due bandiere, polacca ed europea, appaiate. Un mese dopo stravince, nel collegio di Varsavia, le prime elezioni dell’UE allargata. È deputato europeo. In luglio l’Alleanza dei liberali e dei democratici europei, di cui è membro, e i Verdi lo candidano, spiazzando tutti, a presidente dell’Assemblea di Strasburgo in quanto simbolo ideale della fine della guerra fredda e della nuova UE a 25. Chiedendo il voto ai colleghi dirà: “Martin Luther King ha detto che è impossibile impegnarsi in politica senza avere un sogno… anch’io ho un sogno: il sogno di un’Europa fondata sulla solidarietà… e sulla giustizia… La mia ambizione è quella di servire un’Europa sempre più unita”. Non ha alcuna possibilità di vittoria dati gli accordi tra il Partito Socialista Europeo e il Partito Popolare Europeo, i due gruppi politici più numerosi, ma raccoglie molti più voti del numero di deputati membri dei gruppi parlamentari che lo hanno sostenuto. Commenterà: “partecipavo per vincere, comunque non ho l’impressione di aver perso”.<br />
La sua mancata elezione fu un’occasione persa per il Parlamento Europeo, per la crescita dell’UE, per il rafforzamento dell’unità psicologica e culturale comunitaria, per il senso di appartenenza a un’Europa al tempo stesso unificata e riunificata: “ambedue i termini hanno la loro giustificazione” – osservava Geremek. Unificata, perché non vi è alcun precedente o parallelo nella storia: nel 2004 l’Est e l’Ovest per la prima volta si sono uniti con un atto di volontà. Riunificata perché la mitologia e la storia europee da tempo hanno espresso l’idea che esiste una comunità di destino dell’Europa che nel corso dei secoli è riuscita a almeno due riprese a formare una unità culturale: con la comunità cristiana medievale (“prima unificazione europea”) e, successivamente, con la comunità creata dalla Repubblica delle lettere nel periodo che va dal secolo di Erasmo al secolo dell’Illuminismo. Richiamarsi a questi due grandi momenti storici unitari è un arricchimento e rende giustizia alla storia – dirà Geremek intervendo nel dibattito sulle radici cristiane d’Europa.<br />
A partire dal 2004 Geremek consacra gran parte delle sue energie alla sfida europea, dentro e fuori dal Parlamento Europeo. Dal 2004 al 2008 è vice presidente della Fondazione per l’innovazione politica, think-tank europeo. E nel 2006 diventa presidente della Fondazione Jean Monnet per l’Europa, dove moltiplica le iniziative. Creando, ad esempio, a Lausanna i “Dialoghi europei” ad alto livello in cui si affrontano temi “spinosi”. Quale fosse la sua fama internazionale lo si vide nell’aprile 2007, quando egli rifiutò platealmente dalla sede del Parlamento Europeo di piegarsi in Polonia alla legge della cosiddetta lustracja, che intimava a centinaia di migliaia di quadri dirigenti polacchi di autodenunciare la propria eventuale collaborazione con i servizi di sicurezza dell’èra comunista. Senza entrare nel merito della questione si osserverà che, col suo gesto di accusa contro la lustracja polacca, Geremek europeizzò il problema facendone oggetto di dibattito in tutto il continente. Il rischio di farsi privare del suo mandato di europarlamentare gli ottenne l’appoggio della maggioranza del Parlamento Europeo, che lo applaudì lungamente, alzandosi in piedi, in segno di sostegno.<br />
Nel Parlamento Europeo Geremek fu membro di varie Commissioni, tra cui quella degli Affari Esteri, degli Affari costituzionali, e della cooperazione parlamentare UE-Russia; e pure membro della Delegazione alla commissione di cooperazione parlamentare UE-Moldavia, della Sottocommissione per la sicurezza e la difesa, della Delegazione per le relazioni con gli Stati Uniti. Ma assai più ricca fu la gamma dei suoi interessi e impegni, che spaziavano su vari fronti: dai “Provvedimenti di liberalizzazione dei visti per l&#8217;Ucraina” alle “Libertà di azione delle ONG nel Caucaso settentrionale ed efficacia dell&#8217;aiuto umanitario dell&#8217;UE”, dalla “Liberalizzazione del mercato dei servizi” alla “Discussione sull’avvenire dell’Europa”, dalla “Situazione in Tibet” alle “Prospettive della politica estera comune”, dalla “Discriminazione delle persone colpite da sclerosi a placche nei nuovi Stati membri in seguito all&#8217;allargamento del 2004” alla “Eliminazione della povertà in Europa quale base per un modello sociale europeo più equo” alla “Ricerca pubblica in materia di software libero”.<br />
Una piccola precisazione. Geremek ha sempre pensato che l’UE si fa con e non contro gli Stati nazionali. Non si può integrare l’Europa contro l’identità nazionale, bisogna rispettare il sentimento nazionale di ciascun popolo – diceva. Al tempo stesso egli invitava a ragionare, nell’ambito del Parlamento Europeo, non solo e non tanto in termini di appartenenze nazionali, quanto di partiti politici europei. L’europeizzazione dei partiti presenti nel PE era parte del suo progetto di servire l’Europa superando la logica dei singoli Stati; serviva a potenziare la dimensione politica dell’UE creando uno spazio effettivo di dibattito europeo. Altro aspetto molto importante per Geremek era il “pensare l’Europa”, dopo cinque allargamenti, senza preoccuparsi delle frontiere geografiche: “Cercando, al contrario, di definire l’Europa come un continente aperto, la cui caratteristica principale sia il rispetto della libertà. Il rispetto dell’individuo (i diritti dell’uomo) e anche il rispetto dell’economia di mercato. E il tutto fa un insieme aperto”, al quale chiunque può aderire “a condizione che accetti questa definizione europea e la realizzi”.<br />
Ciò premesso dalla lettura delle sue innumerevoli interrogazioni parlamentari, proposte, interventi e dichiarazioni scritte al PE è possibile desumere tre possibili profili:<br />
Uno: Geremek rappresentante – cito – “di una patria che si è trovata al centro di tutti i drammatici eventi del XX secolo”, ovvero ambasciatore di preoccupazioni e interessi “polacchi”. Ne troviamo traccia nei vari dibattiti che riguardano “L&#8217;anniversario del 17 settembre 1939 relativo all’invasione della Polonia da parte dell’Armata Rossa”; e poi nella “Risoluzione del Parlamento Europeo sul 25° anniversario di Solidarność e il suo messaggio all&#8217;Europa”; e ancora nelle discussioni sulla “Possibile chiusura dei cantieri navali di Gdańsk”.<br />
Due: Geremek rappresentante – cito – “di quella parte d’Europa che, contro la propria volontà, per mezzo secolo è rimasta segregata dal resto del continente”. Tracce della sua sensibilità est-europea in senso lato si ritrovano nelle discussioni sulla “Situazione in Ucraina” (dicembre 2004-gennaio 2005); nelle riflessioni sulle “Conseguenze a lungo termine della seconda guerra mondiale”; quindi durante la “Commemorazione dell’insurrezione ungherese del 1956”; infine nella “Commemorazione dell&#8217;Holodomor”, la carestia artificiale del 1932-1933 in Ucraina sovietica che fece milioni di morti – commemorazione fortemente voluta da Geremek ma alla quale egli purtroppo non partecipò.<br />
Tre: Geremek rappresentante – cito – “di un’Europa cui va il merito di una delle più importanti realizzazioni del ventesimo secolo: la creazione dell’Unione Europea”. Lo vediamo all’opera nella “Risoluzione del Parlamento Europeo sul sessantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale in Europa, l&#8217;8 maggio 1945”; e nella “Condanna del regime di Franco in Spagna nel 70° anniversario del colpo di Stato, nel giugno 1936”.</p>
<p style="text-align: justify;">La griglia di lettura appena proposta disegna chiaramente un percorso, di cui Geremek è stato protagonista. Un percorso da cui, data l’importanza attribuita alla storia – “L’identità dell’Europa è fondata sulla storia, sulle tradizioni che abbiano ereditato e sull’adesione a un insieme di valori fondamentali” – si possono trarre alcune idee chiave sul suo rapporto tra memorie storiche e costruzione europea. Possiamo evidenziare alcuni punti significativi:<br />
- inestimabile è il successo dell’integrazione europea che ha contribuito ad abbattere quasi tutte le dittature del dopoguerra sul continente europeo, prima in Spagna, Portogallo e Grecia, poi nei Paesi dell&#8217;Europa centrorientale. Il passo successivo è contrastare gli effetti del dominio dei regimi totalitari che hanno inasprito le disparità di sviluppo del continente portando al ritardo economico delle aree interessate, dalla Spagna alla Lettonia. Sanare queste disparità è una delle grandi sfide del XXI secolo;<br />
- l&#8217;allargamento dell&#8217;Unione Europea avvenuto il 1° maggio 2004 è stato l’atto che ha unificato l’Est e l’Ovest dell&#8217;Europa: “L’allargamento consente di pensare l’integrazione europea in termini di unificazione del continente” – scriveva. Tale unificazione è stata avviata da Solidarność che ha tolto la prima pietra dal Muro di Berlino. Danzica è dunque un luogo della memoria europea e Solidarność va iscritta tra le leggende fondanti dell’Europa che si unifica;<br />
- dall’Ottantanove in poi si assiste a un duplice processo di europeizzazione: le memorie particolari si aprono all’Europa e l’Europa integra progressivamente le memorie particolari. Ma l’unificazione delle memorie su scala continentale non è avvenuta. Nelle teste resta conficcata una cortina di ferro mentale. L’Ovest non ha idea di cosa sia veramente successo a Est nel XX secolo, di che cosa abbia significato la duplice esperienza del comunismo e del nazismo; mentre i paesi dell’Est devono ancora uscire, ciascuno e collettivamente, dal “egoismo del proprio dolore”. Le commemorazioni, dunque, più che a regolare i conti con il passato servono a radicare i fatti e le tragedie di ieri nell’immaginario europeo;<br />
- il Parlamento Europeo non può legiferare sul passato, non detiene la verità sul passato. È tuttavia importante, per il futuro dell’integrazione europea, che il Parlamento si senta responsabile della memoria collettiva dell’Europa, perché essa è il principale fattore costitutivo dell’unità europea. Non vi è coscienza europea senza memoria comune: “È il XX secolo che ha creato l’Europa, che ci ha dato l’idea di un’Europa a venire. Ma la formazione dell’idea d’Europa ha una profondità storica senza di cui non vi sarebbe mai stata una prospettiva europea”. Detto in altre parole, l’UE non sarà tale fino a quando non sarà in grado di conseguire una visione comune, oltre che del proprio futuro, della propria storia. Negli ultimi tempi tuttavia Geremek era più consapevole di prima di quanto fosse difficile unificare le memorie. Pertanto considerava che la vera sfida del XXI secolo fosse di natura culturale e mentale: creare una comunità di pensiero in cui ognuno si sentisse a casa. Egli riteneva che il cittadino europeo dovesse operare una consapevole e responsabile scelta critica su quale memoria collettiva onorare e quale no. In proposito egli era dell’idea che ne il fascismo ne il comunismo fossero estranei all’Europa. Ambedue queste ideologie sono al contrario il prodotto della civiltà europea: “Non si dirà mai abbastanza fino a che punto i due sistemi totalitari sono legati alla nostra civiltà”. Ma in un patrimonio storico ci sono glorie che si accettano e vergogne che si rifiutano, “dipende da noi. Voglio dire – affermava Geremek – che il totalitarismo in forme rinnovate sarà sempre un pericolo per il nostro continente”;<br />
- infine, non può esservi riconciliazione fra le nazioni senza verità, il che presuppone che si aprano gli archivi e si sollevi il velo di tutti i silenzi. L’obiettivo è la costruzione di un futuro europeo fondato su valori comuni, quelli già racchiusi nel 2001 nella Carta dei Diritti Fondamentali, bussola ideale dell’UE. Il valore fondante della civiltà europea è il riferimento alla dignità della persona umana. Tra i valori vi è anche una specifica etica della particolarità, per cui le differenze non sono pricipio di separazione, ma fonte di fecondazione, occasione di infiniti arricchimenti per chi, come l’UE, promuove il dialogo tra le culture.</p>
<p style="text-align: justify;">Le prese di posizione europee di Geremek erano spesso minoritarie ma non per questo meno autorevoli e incisive. La politica lo interessava se gli consentiva di sognare: “Il mio sogno europeo è un sogno che Victor Hugo definiva gli Stati Uniti d’Europa, un sogno che non si è realizzato sotto quel nome, bensì sotto il nome di Comunità… è la denominazione ufficiale dell’integrazione europea… Per quanto riguarda la Polonia, il mio sogno si è avverato, visto che la Polonia è membro dell’Europa. Il mio sogno per quanto riguarda l’UE è soprattutto che sia capace di uscire dall’atmosfera cupa che è calata in seguito alla crisi costituzionale, che ritrovi il suo spirito di promozione, che sia una civiltà dell’innovazione, una società aperta e che diventi la più grande democrazia del mondo”. Negli ultimi tempi sognava anche la possibilità di una sorta di Erasmus dei lavoratori, dei mestieri, delle professioni – come disse durante le assise europee di Lille nella primavera 2008.<br />
La politica lo interessava se gli consentiva di volare alto. Ben lo si vede nel suo ragionare sulla crisi, per lui duplice crisi: della civiltà europea e dell’UE. Nel caso dell’Europa – notava – si tratta di una crisi nella prosperità: crisi della natalità, crisi psicologica e culturale che si esprime nella paura dell’avvenire e nell’incapacità ad affrontare le nuove sfide. Nel caso dell’UE è una crisi radicata nel successo stesso della costruzione comunitaria. Successo immenso per Geremek ma non irreversibile come rivelava – a suo dire – lo scarto tra la formula attuale dell’UE e le aspettative degli europei, tra le élite e la platea dei cittadini. Duplice crisi, dunque, pertanto veramente pericolosa (come nel 1954-57, per fare un paragone). Crisi di legittimità e crisi di identità, di profonda stanchezza, di sfiducia dei cittadini, crisi del progetto politico, angoscia sul futuro dell’UE. “Una delle debolezze della situazione attuale è l’assenza di un motore nella costruzione europea”. Ciònonostante, “Sappiamo che l’Europa uscirà da questa crisi. Sono tra coloro che credono nella forza delle idee europee e nelle istituzioni comunitarie” – dichiarò in uno dei suoi ultimi interventi al Parlamento Europeo.<br />
Nei dibattiti sulla Convenzione (che egli riteneva essere “uno dei grandi momenti dell’integrazione europea”), sul Trattato costituzionale e sul Trattato di Lisbona Geremek ha costantemente ribadito l’esigenza di una UE forte, efficace, unita “come una squadra”, dotata di una esplicita dimensione politica. Egli ha sempre avuto però l’acuto sentimento della fragilità delle costruzioni politiche, mai acquisite una volta per tutte. Donde la sua costante preoccupazione a mettere insieme, a unire, a mediare, a tessere reti di relazioni fra uomini, idee, progetti. Fragile è la riconciliazione polacco-tedesca, minata dal risorgere del revisionismo storico. Fragile è l’UE, tra le più grandi democrazie al mondo, assediata dalle tendenze al ripiegamento interno e dal populismo – “Non bisogna aver paura del popolo, ma del populismo che sfrutta l’assenza del popolo sulla scena pubblica”. Debole è per definizione, anzi per eccellenza il regime democratico che, per effetto dei suoi propri principi, produce il pericolo antidemocratico ovvero genera il pericolo autoritario. Oggi, disse nel 2007 in un appassionato intervento all’università di Torino: “La democrazia ci sfida nell’Europa stessa, dove i concetti di libertà stato di diritto, diritti dell’uomo sono nati e dove si sono maggiormente impiantati”.<br />
All’allargamento del 2004-2007 Geremek ha dedicato molte riflessioni. Fin dall’Ottantanove giudicava l’aspirazione dei paesi dell’Est a entrare nella CEE (come allora si chiamava) una prova dell’innegabile successo della costruzione europea. Quindici anni dopo considerava l’allargamento dell’UE “una decisione ammirevole per coraggio e immaginazione”, viste le sue dimensioni. Eppure lo riteneva un’occasione persa: perché non era stato frutto di una stategia deliberata da parte di Bruxelles, ma piuttosto un fatto imposto dalla forza delle cose, dalla pressione degli eventi. Come altri analisti anche Geremek meditava sulla “dura verità” che la Comunità Europea non avesse inizialmente saputo rispondere alla caduta del comunismo. E che nel 2004 l’allargamento dell’UE non avesse suscitato l’entusiasmo dovuto. É stato un colpo d’ala mal preparato e poco celebrato – affermava. Non si è capita la portata storica e positiva dell’atto che chiudeva definitivamente la seconda guerra mondiale “ricucendo” le due Europe ovvero due parti d’Europa con esperienze alle spalle così diverse. Non si è capito che un paese come per esempio la Polonia non ha solo dei punti di vista da difendere, ma porta anche una dote con sé, dà degli apporti, dei contributi all’UE. Per esempio l’insistenza su un certo modello sociale europeo, vicino ai cittadini: “proprio alla Polonia si deve l’ingresso della parola solidarietà nel nostro lessico politico” – ricordava spesso. Per innumerevoli ragioni il 2004 avrebbe dovuto essere vissuto come una grande festa: la festa della libertà, con la gioia del ritrovarsi in famiglia. All&#8217;opposto – osservava con una certa delusione – all’insieme delle classi dirigenti è mancata l’immaginazione per dare nuova dimensione all’intero processo d’integrazione europea. Così, per mancanza di un dibattito pubblico europeo, le società del continente hanno sostenuto di meno in meno questo allargamento. Alla fine, invece di un sentimento di rinnovamento, ha prevalso l’indifferenza.<br />
Se nel momento in cui l’allargamento si è compiuto “l’Europa ha avuto paura del suo proprio coraggio”, cosa può unire oggi gli europei? Quali minacce, sfide, opportunità? Fin dall’inizio l’integrazione europea è stata una risposta alle sofferenze inflitte da due guerre mondiali e dalla tirannia nazista che ha comportato l’Olocausto. E una risposta, pure, all’espansione dei regimi comunisti totalitari e non democratici nell’Europa centrorientale. Ma oggi – chiedeva Geremek – cosa potrebbe rafforzare la nostra unione? La modernizzazione economica e sociale ovvero l’obiettivo di sanare le differenze di prosperità all’interno dell’Unione e, in particolare, il divario economico tra l’Est e l’Ovest dell’Europa? O a cementare gli europei saranno i prossimi allargamenti previsti nei Balcani e in Turchia? Difficile crederlo. Oggi si tende a frenare l’allargamento, a posticipare il suo completamento. La prospettiva auspicata da Geremek (dentro i Balcani, dentro la Turchia, dentro l’Ucraina e dentro l’UE anche lo Stato di Israele e i Territori palestinesi) appare decisamente lontana. Cosa, dunque, potrebbe spingerci a voler essere insieme? La definizione di una chiara politica di vicinato nei confronti del mondo che ci attornia? L’allargamento dei diritti e vantaggi sociali per il cittadino? La minaccia dei cambiamenti climatici? La sfida della mondializzazione? La difesa dell’ambiente? Le questioni energetiche? L’esigenza di sicurezza?<br />
La soluzione – egli ragionava – è ripensare l’Europa cominciando con il sentire l’UE come una comunità. Comunità parola forte, calda, da riscoprire, perché allude in modo diretto ai rapporti umani: “Vorrei che fosse una comunità con una dimensione politica, economica e che sia anche una comunità di valori. Una società aperta, che accetti la diversità, la tolleranza e che agisca in questo senso”. La soluzione è creare una cittadinanza europea, che Geremek amava confrontare alla cittadinanza romana, con i suoi diritti e doveri. La soluzione è stimolare la partecipazione dei cittadini – fattore “capitale” – convincendoli che il progetto europeo risponde alle loro preoccupazioni e aspirazioni quotidiane. La soluzione sta nel promuovere un sentimento politico “caldo” capace di generare speranze. Come? Realizzando politiche di solidarietà in campo sociale a vantaggio dei più poveri e meno fortunati, era la risposta di Geremek. Puntando senza retorica sui giovani, sulla generazione Internet. “I giovani s’interessano all’Europa, occorre che l’Europa si interessi ai giovani” – dichiarava nel maggio 2008 a Lille chiedendo con l’occasione più Erasmus, più mobilità universitaria, più circolazione delle persone e delle idee. E ancora: creando una agorà politica paneuropea capace di incrementare la legittimità dei processi decisionali nell’UE. Dando vita a degli spazi aperti ai cittadini in cui si parli anche “la lingua dei sentimenti e delle emozioni” – parole di Geremek. L’unità dell’Europa, ripeteva, è una visione del nostro futuro, per realizzare la quale occorrono scelte complesse di prospettiva, capacità di tradurre in pratica quel quid inafferrabile che è lo “spirito europeo”, nonché arte e fatica della persuasione. L’Europa non è un insieme definito dall’origine etnica, ma “dalla cultura e dall’educazione, dalla storia e dalla visione dell’avvenire comuni”. Quindi bisogna “apprendere l’Europa per sentirsene corresponsabili”.</p>
<p style="text-align: justify;">Bronisław Geremek si è battuto con forza negli ultimi anni perché l’Europa riannodasse il suo legame con la scienza, con il sapere, con lo spirito di innovazione; perché gli europei reagissero al prestigio declinante dei loro centri accademici, alla crescente mancanza di fondi necessari alla ricerca o destinati all’università. Ne faceva una questione di sopravvivenza della costruzione europea e della stessa civiltà europea. “Sono le scienze e l’avventura prometeica che hanno formato l’identità europea” – scriveva, sottolineando quanto la cultura europea fosse profondamente impregnata di “insoddisfazione creatrice”, di “inquietudine” e di “autocritica”, di incessante rimessa in discussione delle proprie certezze. Puntare sulla cultura e sull’educazione come ambiti prioritari d’azione dell’UE, fare dell’Europa un progetto educativo – proponeva.<br />
È questo il senso del suo ultimo progetto: creare una università europea (a Strasburgo). Si badi, non una università qualsiasi, non la cinghia di trasmissione delle istituzioni europee avviluppate nella loro routine, ma l’ambizioso progetto pilota, il prototipo di una università di tipo nuovo, di nuova generazione. Ne aveva tracciato le caratteristiche originali, poi presentate dai suoi partner al PE nel luglio scorso. Sognava una università aperta a tutte le età, a tutti i saperi, a tutti i popoli del continente fino alle rive del Mediterraneo. Una fucina della società aperta, dove forgiare, riformare e ricreare le competenze adatte al XXI secolo. Lo colpiva, ad esempio, l’inquietudine etica sui limiti dell’ingegneria genetica. Un centro, dunque, di eccellenza transdisciplinare, di formazione continua, dedicato ai saperi dell’avvenire: dalle nano alle biotecnologie all’ICT, dall’economia dello sviluppo all’economia dell’innovazione, dalle scienze giuridiche alla gestione delle scienze umane (demografia, urbanistica, salute). Con un’idea di fondo, molto personale. Per uscire dalla crisi, affermava, l’Europa ha assoluto bisogno di rompere il suo conformismo mentale. Gli europei devono rinnovare lo spazio politico continentale e, soprattutto, ritrovare l’ambizione dell’Europa. Per questo hanno urgenza di uscire fuori dai sentieri battuti, dai binari usuali, oltre la miseria delle ideologie chiuse. Gli europei hanno bisogno di luoghi in cui elaborare le categorie e le parole per dire e pensare l’avvenire (si pensi – ricordava Geremek – alla potenza mobilitante della parola solidarność negli anni Ottanta). Luoghi che siano anche di dissenso politico, crogioli dove si discuta veramente, dove si concentri la forza del dibattito, dove si possa immaginare altro che non sia l’esistente; dove, insomma, tendere oltre il tran tran dell’ideale europeo.</p>
<p>Per rilanciare la costruzione europea serve una nuova forma di dissenso intellettuale. All’alba di un nuovo grande cambiamento, gli europei hanno bisogno di una nuova dissidenza, a misura delle sfide della nostra epoca – è, questo, l’ultimo degli stimolanti messaggi che ci ha lanciato Bronisław Geremek.</p>
<p><em>Principali riferimenti (tra quelli consultati, si elencano qui solo i titoli non polacchi)</em></p>
<p style="text-align: justify;">• Ralf Dahrendorf, François Furet, Bronisław Geremek, <em>La democrazia in Europa,</em> a cura di Lucio Caracciolo, Editori Laterza, Roma-Bari 1992<br />
• <em>Les frontières de l&#8217;Europe,</em> Dialogue entre Michel Foucher et Bronisław Geremek, «Politiques», Éditions Quai Voltaire, n. 2, printemps 1992, pp. 121-142<br />
• Georges Duby, Bronisław Geremek, <em>Passions communes</em>. Entretiens avec Philippe Sainteny, Editions du Seuil, Paris 1992<br />
• Text: <em>Polish Foreign Minister Bronisław Geremek at NATO, Address at accession accords signing ceremony</em>, 16 December 1997, USIS Washington File<br />
• <em>L’historien et le politique</em>. Entretiens avec Bronisław Geremek recueillis par Juan Carlos Vidal, Traduit de l’espagnol par Nicolas Véron, Les Éditions Noir sur Blanc, Montricher (Suisse) 1999<br />
• Bronisław Geremek, <em>The Transformation of Central Europe</em>, «Journal of Democracy», vol. 10, n. 3, July 1999, pp. 115-120<br />
• Bronisław Geremek, <em>Europe &#8211; united we stand</em>, discourse at The Hague, February 5th, 2003<br />
• <em>L’Europe est un état d’esprit</em>, entretien avec Bronisław Geremek, propos recueillis par Yann Mens, «Alternatives Internationales», no 7, mars-avril 2003<br />
• Bronisław Geremek, <em>Penser l’Europe en tant que communauté de valeurs</em>, in <em>Quelles valeurs pour quelle Europe</em>?, supplément à la revue «Esprit», octobre 2003, pp. 5-12 (intervention prononcée pendant la conférence «Quelles valeurs pour quelle Europe?», Paris, 20 juin 2003)<br />
• Bronisław Geremek, <em>Contre l&#8217;«élargoscepticisme». L&#8217;élargissement de I&#8217;UE et ses adversaires</em>, «Commentaire», Automne 2003<br />
• Bronisław Geremek, <em>L’élargissement et l’unité de l’Europe</em>, intervention pendant la conférence sur «L’élargissement et l’unité de l’Europe», Fondation Robert Schuman, 27 janvier 2004<br />
• Bronisław Geremek, <em>Devenir européen et défi prométhéen</em>, «Les Cahiers du débat», 10 décembre 2004 (Intervention prononcée au Collège de France, le 26 novembre 2004 dans le cadre du Colloque: «Science et Conscience Européennes»)<br />
• <em>La Constitution et l&#8217;avenir de l&#8217;Europe</em>, Débat entre lycéens sur l’avenir de l’Union européenne et de son projet de Constitution, sous la présidence de M. le Professeur Bronisław Geremek, Lycée Français de Varsovie, Mardi 17 mai 2005<br />
• Geremek: <em>«Il faut redéfinir le projet européen»,</em> interview de Albert Salarich, «Cafébabel», 03/10/05<br />
• Bronisław Geremek, <em>The Intrinsic Society of United Europe</em>, text of a lecture delivered at 2nd Brentano Lecture in Berlin, 3 November 2005.<br />
• Bronisław Geremek, Jean-Didier Vincent, <em>Pour une Université de l&#8217;Europe,</em> «Le Monde», 19 janvier 2006<br />
• <em>Visions d’Europe</em>, a cura di Bronisław Geremek, Robert Picht, Odile Jacob, Paris 2007<br />
• Bronisław Geremek, <em>L’Europa e la sfida della democrazia</em>, Lecture Altiero Spinelli, 30 ottobre 2007, Università degli Studi di Torino e Centro studi sul federalismo<br />
• Bronisław Geremek, <em>European Foreign Policy and the Challenges of the 21st century</em>, in Open Europe. An anthology about liberal values in modern Europe, compiled by Lena Ek, Mediahavet AB, Sweden, 2007<br />
• Bronisław Geremek, Jean-Didier Vincent, <em>Lettre ouverte à M. José Manuel Barroso</em>, Président de la Commission européenne, «Le nouvel Economiste», 27 mars 2008<br />
• Bronisław Geremek, <em>L’intégration européenne après l’élargissement. Les craintes et les défis</em>, intervento al convegno «Allargamento europeo. Nuove cittadinanze, nuove sfide», Unidea-UniCredit Foundation, Milano, 16 giugno 2008<br />
• <em>Interview with Bronisław Geremek</em>, by Aziliz Gouez and Katarzyna Biniaszczyk, spring 2008, in «Rencontre européenne», n. 9, July 2008<br />
• Bronisław Geremek, <em>Europe, et si l’on changeait de contexte?,</em> «Le Monde», 28/06/2008<br />
• <em>Prof. Bronisław Geremek (1932-2008),</em> Alliance of Liberals and Democrats for Europe, October 2008<br />
• <em>Tribute to Prof. Bronisław Geremek</em>, Alliance of Liberals and Democrats for Europe, s.d.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Principali siti consultati</em></p>
<p><a href="http://www.alde.eu">ALDE-Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa</a><br />
<a href="http://www.geremek.pl/">Bronisław Geremek</a><br />
College of Europe, <a href="http://www.chair.coleurop.pl/">Chair of European Civilisation</a><br />
<a href="http://www.uw.org.pl/geremek/">Demokraci.pl</a><br />
<a href="http://www.jean-monnet.ch/">Fondation Jean Monnet pour l’Europe</a><br />
<a href="http://www.fondapol.org">Fondation pour l’innovation politique </a><br />
Parlamento Europeo, <a href="http://www.europarl.europa.eu/members/public/inOut/viewOutgoing.do?language=IT&amp;id=28384">Bronisław Geremek </a></p>
<p><em>Video interviste</em></p>
<p>• <em>Bronisław Geremek répond aux questions de Maurice Huelin</em>, pour l&#8217;émission &#8220;Les grands entretiens&#8221;, 11 et 18 septembre 2003, Les archives de la TSR, langue: Français (fr),<br />
<a href="http://archives.tsr.ch/player/personnalite-geremek1">1ère partie, durée: 62m 06s</a> &#8212; <a href="http://archives.tsr.ch/player/personnalite-geremek2">2ème partie, durée: 52m 19s<br />
</a>• <a href="http://www.canalc2.tv/video.asp?idVideo=6116&amp;voir=oui">Bronisław Geremek</a>, intervention au colloque <em>«Trajectoires de l’Europe, unie dans la diversité depuis 50 ans</em>», 17 mars 2007, Université Toulouse 1-Sciences Sociales,Toulouse II-Le Mirail-Maison des Sciences de l&#8217;Homme et de la Société de Toulouse, langue: Français (fr), durée: 0h 31m 38s, Production: Université Louis Pasteur de Strasbourg<br />
• <a href="http://www.ena.lu/">Bronisław Geremek</a> interviewé par Serge Thines, Bruxelles, 11 juin 2008, Centre Virtuel de la Connaissance sur l&#8217;Europe (CVCE), Sanem (Luxembourg), langue: Français (fr), durée: 01h 13m 25s, couleur, son original,<br />
• Interview de M. <a href="http://www.jean-monnet.ch/libs/scripts/video.php?id=39&amp;code1=d67d8&amp;code2=9133c">Bronisław Geremek</a>, le 27 juin 2008, Fondation Jean Monnet pour l&#8217;Europe, langue: Français (fr), durée : 3m 32s</p>

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