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	<title>Polonia mon amour &#187; polacchi-ebrei</title>
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		<title>Incontro a Firenze con Adam Michnik</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Feb 2011 21:18:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
				<category><![CDATA[polacchi-ebrei]]></category>
		<category><![CDATA[post in italiano]]></category>
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		<description><![CDATA[Incontro a Firenze venerdì scorso con Adam Michnik. Appunti - La Polonia è il Paese più antisemita d&#8217;Europa come si sente talvolta affermare? - No, risponde Michnik, questa affermazione è assurda. Tra l&#8217;altro &#8220;pogrom&#8221; è parola russa. Esistono 2 stereotipi da combattere: 1) stereotipo polacco: in Polonia non c&#8217;è mai stato antisemitismo; 2) stereotipo ebraico: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Incontro a Firenze venerdì scorso con Adam Michnik. Appunti<br />
</strong><em>- La Polonia è il Paese più antisemita d&#8217;Europa come si sente talvolta affermare?<br />
</em>- No, risponde Michnik, questa affermazione è assurda. Tra l&#8217;altro &#8220;pogrom&#8221; è parola russa.<br />
Esistono 2 stereotipi da combattere: 1) stereotipo polacco: in Polonia non c&#8217;è mai stato antisemitismo; 2) stereotipo ebraico: i polacchi hanno succhiato antisemitismo col latte della mamma. Come documenta ampiamente un&#8217;antologia di testi polacchi in 3 volumi curata dallo stesso Michnik (<a href="http://wyborcza.pl/1,76842,8934669,Bolacy_zab__Michnika_dluzsza_rozmowa_o_antysemityzmie.html">Przeciw antysemityzmowi 1936-2009</a>), 1) i polacchi per natura non sono affatto antisemiti; 2) si, ci sono stati casi di antisemitismo in Polonia.<br />
Tra polacchi ed ebrei è una storia lunga e complessa. C&#8217;erano 2 nazioni sulla stessa terra, ciascuna credeva di essere la nazione eletta. In uno spazio che era stato spartito ed era scomparso dalle carte (1795-1918), in un Paese senza Stato, nel XIX secolo si sviluppano il nazionalismo polacco e il nazionalismo ebraico, donde conflitti. Ma non c&#8217;era simmetria. Se molti polacchi hanno accusato gli ebrei di dominare il mondo, nessun ebreo ha mai accusato i polacchi di comandare il mondo. Il problema ha cessato di esistere nel 1943 quando Hitler ha deciso di eliminare gli ebrei europei. Da allora non c&#8217;è più un conflitto tra polacchi ed ebrei, ma c&#8217;è un conflitto polacco-polacco. Conflitto strano, in un Paese senza più ebrei. E&#8217; un antisemitismo virtuale, il che dimostra che gli antisemiti se la cavano benissimo da soli, con o senza ebrei.  I conflitti non riguardano gli ebrei in quanto tali ma è la domanda: come dev&#8217;essere la Polonia?, che fa problema. Ci sono due campi, due tradizioni: 1) una nazionalista/centripeda che ha il suo perno nel XX secolo nella ND (Endecja) di Roman Dmowski e che attinge idealmente fino alla dinastia medievale dei Piast; 2) una più plurale/federale che ha il suo perno nel XX secolo in Józef Piłsudski e che attinge idealmente alla dinastia degli Jagelloni. Quali delle due tradizioni vincerà. Perchè vinca la 2) c&#8217;è ancora molto lavoro da fare. <br />
Intanto però dal 1989 la Polonia è lo Stato più a favore di Israele dopo la Germania. E dopo il 1989 la Polonia è l&#8217;unico Paese dell&#8217;Europa del Centro e dell&#8217;Est ad avere preso il toro per le corna. Si è verificato un cambio di paradigma storico. I polacchi hanno smesso di pensare che la Polonia è un Paese solo per i polacchi-polacchi, che la Polonia deve essere una nazione etnicamente unica, omogenea. Dopo l&#8217;89 ha prevalso una visione più aperta: nei confronti degli ebrei, degli ucraini, dei bielorussi, dei tedeschi. Fiorire dell&#8217;editoria su temi ebraici, di festival di musica e teatro ebraici, vi è nuovo interesse da parte delle giovani generazioni di polacchi per la componente ebraica del loro passato. Da questo punto di vista si registra un grande successo della cultura polacca dopo l&#8217;89, con la fine della censura.<br />
Anche se la fine della censura non è l&#8217;unico motivo. Bisogna risalire più indietro. Il fatto è che gli ambienti antisemiti polacchi non hanno collaborato con Hitler durante la seconda guerra mondiale. Sono stati eroi della guerra antinazista. Dopo la guerra sono stati repressi dai comunisti al potere come antisemiti (donde lo stereotipo), ma in realtà furono repressi dai comunisti per il loro anticomunismo con la scusa dell&#8217;antisemitismo. Dopo Yalta l&#8217;accusa di antisemitismo era un buon argomento per mantenere la Polonia sotto il tallone dell&#8217;URSS. Si tratta dunque di un nodo molto complesso. Nel 68 furono gli stessi comunisti polacchi a fare dell&#8217;antisemitismo la loro bandiera, il che rese difficile a chi era anticomunista di destra di essere antisemita dal momento che era una bandiera comunista.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<br />
LEGGI ANCHE: &#8230; Michnik tłumaczył, dlaczego zajął się wyborem tekstów: &#8211; Kilkanaście lat temu w Australii usłyszałem, że Polacy antysemityzm wyssali z mlekiem matki, że cała kultura polska jest przesiąknięta antysemityzmem. Autor tych słów nie znał nawet polskiego. Zapytałem, czy zna Mickiewicza, Słowackiego, Szymborską. Odpowiedział, że to temat na dłuższą rozmowę. Na dłuższą rozmowę jest właśnie ta książka&#8230;<br />
&#8230; Michnik odpierał zarzuty: &#8211; Nie napisałem książki o tym, jak Polacy sprzeciwiali się antysemityzmowi albo mu ulegali. To antologia tekstów, której nikt inny przede mną nie zrobił. Mogłem zrobić podobną antologię tekstów antysemickich, ale zdaję sobie sprawę, że polscy antysemici sami świetnie dają sobie radę. Prasy KPP nie ma, co nie znaczy, że w antologii komuniści są nieobecni. Są w niej Kruczkowski, Wasilewska, Dembiński. Są też teksty Jastruna, Wyki czy Przybosia z prasy oficjalnej, które w odróżnieniu od intelektualnie nieciekawej propagandy, podejmowały tematykę ważną&#8230;<br />
&#8230;  &#8211; Ostatnie dwadzieścia lat było przełomowe &#8211; przyznał Michnik. &#8211; Polska zaczęła się zmagać z demonami historii. Temat antysemityzmu nie przestał istnieć. Jest jak bolący ząb &#8211; wystarczy lekko podrażnić, by znów bolało mocno. Dla nas to jest ból pamięci żydowskiej i ból pamięci polskiej&#8230;<br />
&#8230; Michnik dodawał: &#8211; Pierwsze zerwanie wspólnoty nastąpiło wtedy, kiedy powstały getta, a po Żydach zostały puste domy, mieszkania, meble. Trudno mieć pretensje do tych, którzy się tam wprowadzali. Ale powstał problem psychologiczny&#8230; <a href="http://wyborcza.pl/1,76842,8934669,Bolacy_zab__Michnika_dluzsza_rozmowa_o_antysemityzmie.html">Leggi tutto</a>.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;<br />
Sondaggio: W porównaniu z 2002 r. zasięg antysemityzmu wyraźnie się skurczył, i to we wszystkich grupach wiekowych, <a href="http://wyborcza.pl/1,75478,9063597,Nie_boje_sie_ciebie__zydzie.html">vedi</a> </p>

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		<title>Ebrei, tedeschi, polacchi insieme il 27</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 11:24:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
				<category><![CDATA[cartine]]></category>
		<category><![CDATA[europa-politica della memoria]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio-shoah-auschwitz]]></category>
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		<description><![CDATA[Non capita ogni giorno: il presidente polacco Bronisław Komorowski e il presidente tedesco Christian Wulff,  insieme nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau.  Fonte: il sito del Presidente della Repubblica di Polonia. Thursday saw the 66th anniversary of the liberation of the German concentration camp Auschwitz being commemorated by Bronisław Komorowski, the President of Poland, and [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Non capita ogni giorno: il presidente polacco Bronisław Komorowski e il presidente tedesco Christian Wulff,  insieme nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. <br />
</em>Fonte: <a href="http://www.president.pl/en/news/news/art,173,auschwitz-is-the-symbol-of-a-tragedy.html">il sito del Presidente della Repubblica di Polonia</a>.<br />
Thursday saw the 66th anniversary of the liberation of the German concentration camp Auschwitz being commemorated by Bronisław Komorowski, the President of Poland, and Christian Wulff, the President of Germany&#8221;The two presidents agreed that the atrocities of the Nazis must not be forgotten while at the same time their nations need to reconcile&#8221;&#8230;<br />
- The Polish President: &#8220;we are now, after many years (…) closer to removing from modern history of nations, states, and the world at large all those dreadful things which burdened the shoulders of at least several generations of people inhabiting this part of Europe. The venom of hatred and the unbearable pain will be no more,&#8221; he said.<br />
- The <a href="http://www.bundespraesident.de/-,2.671240/Bundespraesident-Christian-Wul.htm">President of Germany</a>, said that the very name of Auschwitz symbolises the evil and harm Germans have done to millions of human beings. &#8220;These crimes fill us, Germans, with disgust and shame. We are all historically responsible for them, regardless of the fault of particular individuals. It is our duty to make sure that such atrocities never haunt this world again,&#8221; he <a href="http://www.bundespraesident.de/-,2.671252/Reise-nach-Polen.htm">said</a>.<br />
<a href="http://www.polonia-mon-amour.eu/wp-content/uploads/2011/02/obozy.jpg" rel="lightbox[5654]"><img class="alignnone size-full wp-image-5664" title="obozy" src="http://www.polonia-mon-amour.eu/wp-content/uploads/2011/02/obozy.jpg" alt="" width="510" height="333" /></a><br />
- Former inmates of the Auschwitz camp took part in a debate called &#8220;What is not forgotten&#8230; History of Europe, hope for Europe (Co pozostaje w pamięci&#8230; Historia Europy, nadzieja Europy).&#8221; <br />
&#8220;Co pozostaje w pamięci… Historia Europy, nadzieja Europy&#8221;. Debata jest elementem uroczystości obchodów 66. rocznicy wyzwolenia obozu koncentracyjnego Auschwitz-Birkenau. &#8211; Tytuł debaty jasno wskazuje, że dotyczy ona refleksji związanych z tematem Auschwitz. Trudno tego uniknąć w Oświęcimiu i w tym szczególnym dniu, ale na pewno nie tylko historia młodzież interesuje &#8211; mówiła Alicja Bartoś, dyrektor Międzynarodowego Domu Spotkań Młodzieży. Szefowa tego ośrodka ma nadzieję, że tego typu spotkania będą wpływały na następne pokolenia by &#8220;nie przechodziły obojętnie wobec doniesień mówiących o tym co się dzieje na innych kontynentach&#8221;. W debacie uczestniczyło trzynastu byłych więźniów obozu Auschwitz-Birkenau oraz uczniowie między innymi z Oświęcimia, Bierunia, Bielska Białej oraz z Wolfsburga i Kassel. <a href="http://www.rp.pl/artykul/600565.html">Fonte</a><br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;<br />
Oprócz byłych więźniów, wśród których byli między innymi Zofia Posmysz-Piasecka, Władysław Bartoszewski, August Kowalczyk, Kazimierz Albin i Tadeusz Sobolewicz, uczestniczyła młodzież ze szkół ponadgimnazjalnych z Oświęcimia i Niemiec.<br />
- To bardzo ważne, że spotykamy się tu z młodzieżą, która przyjeżdża nieprzymuszona, z własnej woli, bo chce wiedzieć. Mam nadzieję, że oni będą uodpornieni na zbrodnicze ideologie, które rodziły takie twory jak Auschwitz &#8211; powiedziała była więźniarka Zofia Posmysz-Piasecka.<br />
W tegorocznych obchodach bierze udział kilkudziesięciu byłych więźniów. &#8211; To oni są najważniejszymi gośćmi tych uroczystości. Wszyscy boimy się tego momentu, kiedy za kilka lat umrze ostatni ze świadków. Dlatego dopóki możemy słuchać o ich doświadczeniu to są niezwykle cenne momenty &#8211; podkreśla Paweł Sawicki z Państwowego Muzeum Auschwitz-Birkenau.<br />
Podczas obchodów został wystosowany specjalny apel do świata o pomoc w zachowaniu autentyzmu Miejsca Pamięci Auschwitz. Państwowe Muzeum Auschwitz-Birkenau jest najczęściej odwiedzaną placówką muzealną w Polsce. W ubiegłym roku przyjechało tam prawie milion czterysta tysięcy osób.<br />
Międzynarodowy Dzień Pamięci Ofiar Holocaustu został uchwalony w rezolucji ONZ w 2005 roku. Dokument potępia kłamstwo oświęcimskie, czyli negowanie zbrodni hitlerowskich oraz nietolerancję i przemoc ze względów religijnych lub etnicznych. Zobowiązuje kraje członkowskie do realizacji programów edukacyjnych, które przybliżą przyszłym pokoleniom problem ludobójstwa i będą przed nim przestrzegały. Rezolucja wzywa też do ochrony miejsc upamiętniających Holocaust.<br />
Szacuje się, że hitlerowcy zgładzili w okresie II wojny światowej około 6 milionów Żydów, co stanowiło 1/3 wszystkich Żydów na świecie, a połowa zamordowanych to Żydzi polscy. Holocaust przetrwało 10 procent żydowskiej społeczności w Polsce. Dwa miliony ofiar Holocaustu to dzieci. <a href="http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:iGbBKfzT0A4J:www.polskieradio.pl/5/3/Artykul/304088,Prezydenci-w-Auschwitz-Mamy-obowiazek-znac-historie-tej-wojny+Co+pozostaje+w+pami%C4%99ci...+Historia+Europy,+nadzieja&amp;cd=7&amp;hl=it&amp;ct=clnk&amp;gl=it&amp;source=www.google.it">Leggi.</a></p>

                            <div id="aspdf">
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		<title>Isaac Bashevis Singer a Roma</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Jan 2011 12:57:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
				<category><![CDATA[eventi-appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[polacchi-ebrei]]></category>
		<category><![CDATA[post in italiano]]></category>

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		<description><![CDATA[sabato 22 gennaio 2011, ore 21 In occasione della Giornata della Memoria Centrale Preneste &#8211; Teatro per la Nuove Generazioni Municipio Roma VI, via Alberto da Giussano 58 Ruota Libera Teatro presenta A SHED, IL DEMONE DI TISHEVITZ, di e con OLEK MINCER liberamente tratto dal racconto L&#8217;ultimo demone (Mayse Tishevitz) di Isaac Bashevis Singer [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #0000ff;">sabato 22 gennaio 2011, ore 21<br />
</span>In occasione della Giornata della Memoria<br />
Centrale Preneste &#8211; Teatro per la Nuove Generazioni<br />
Municipio Roma VI, via Alberto da Giussano 58<br />
Ruota Libera Teatro presenta<br />
<strong>A SHED, IL DEMONE DI TISHEVITZ, di e con OLEK MINCER</strong><br />
liberamente tratto dal racconto <em>L&#8217;ultimo demone</em> (Mayse Tishevitz) di Isaac Bashevis Singer<br />
&#8212;&#8212;<br />
Il racconto, uno dei più importanti e perfetti  di Singer, tratta degli eventi della Seconda Guerra Mondiale dal punto di vista di una creatura sovrannaturale, un demone. La vicenda, benché sia impregnata di elementi del mondo ebraico orientale, come sempre nei racconti di questo autore, ha allo stesso tempo valori così universali da essere anche tristemente attuale. Nel suo racconto–monologo Singer  ha dato voce ad una creatura proveniente dal mondo degli abissi, a un demone, uno<em> shed </em>in yiddish, un demone ebreo e appartenente alla specie di demoni che hanno riconosciuto la Torà, la Bibbia. Come ha scritto David Roskies, si tratta di un demone cantastorie che, per sopravvivere, gioca con le lettere dell’alfabeto ebraico. Il demone oggi racconta del suo passato, della distruzione del mondo ebraico, che comprende anche il mondo demoniaco, e del suo presente. Il presente d’un sopravvissuto. Il demone è un alter-ego di Singer stesso, perché che cosa fa uno scrittore yiddish, se non giocare con le lettere ebraiche? E, come il suo demone, Singer descrive e lamenta un mondo che aveva conosciuto di persona. <br />
Le musiche registrate dal violinista Massimo Coen, fondatore e anima dei &#8220;Solisti di Roma&#8221; e suo figlio, Gabriele, sassofonista, clarinettista e leader del gruppo klezmer romano “Klezroim”. Musiche elettroniche sono di Claudio Mapelli, da anni attivo nel mondo della sperimentazione.  Brani tradizionali folclorici e religiosi convivono  con i suoni elettronici e si intrecciano al testo, in un insieme allo stesso tempo evocativo e intensamente rivolto al presente.<br />
Suono: Paolo Modugno.<br />
Scene e costumi sono di due artisti rinomati : Luisa Taravella e Lillo Bartoloni.<br />
<em>A Shed </em>è realizzato grazie alla sovvenzione della <strong>European Association for Jewish Culture </strong>di Londra. La EAJC ha definito il progetto di A SHED uno dei migliori progetti teatrali europei da realizzare nella stagione 2003/2004. <br />
“<em>Fare teatro, essere un attore professionista: credo che tutto ciò dovrebbe essere inteso come un gioco serio e rigoroso, certo, ma  come un gioco (del resto, non sono appunto ‘seri e rigorosi’ anche i  giochi dei bambini?). </em><em>Nella tradizione ebraica è proprio nella festa di Purìm, detto ‘il Carnevale ebraico’,  che si è soliti riconoscere gli inizi della storia del teatro. Durante questa festa bisogna travestirsi in qualcos&#8217;altro, addirittura nell&#8217;opposto di quello che si è. Anche il teatro è un travestirsi, un raccontare le storie di un altro. Ma per un attore di cultura  yiddish, che si occupa di temi ebraici nel nostro presente, nel mondo del dopo Shoà, fare teatro è un anche un tentativo di tornare &#8211; o meglio di ritrovarsi dentro – a quel mondo così violentemente distrutto dalla furia nazista. Un tentativo forse sempre maldestro e condannato al fallimento, ma che finisce per venir sempre ripetuto, in una sorta di coazione a ripetere…” </em> Olek Mincer<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<br />
prenotazioni: tel 06 25393527 &#8212; tel/fax 06 27801063<br />
<strong>Il cortile invisibile<br />
</strong><em>Diavoli, spiriti, angeli e fantasmi abitavano con noi. Erano la prova che non solo gli esseri umani hanno bisogno dell&#8217;invisibile, ma che esso era implicato con noi. Che fosse per insidia o per protezione l&#8217;aldilà si curava dei vivi. Una generale disinfestazione di quello che non è certificato dai sensi ha sterilizzato la vita dalla contaminazione con le presenze. Oggi il fantastico è compito del cinema e degli effetti speciali. E&#8217; una luccicante contraffazione.<br />
In &#8220;Questi fantasmi&#8221; Eduardo De Filippo mette in scena il doppiofondo che stava intorno alla vita, al quale il napoletano si rivolgeva con supplica di aiuto. La narrativa e il teatro yiddish sono frequentati da fantasmi. Il dibbùk, dal verbo ebraico &#8220;davàk&#8221; attaccare, &#8220;l&#8217;appiccicato addosso&#8221;, lo spirito di un defunto che si artiglia a un vivo e lo governa. Il malocchio, l&#8217;&#8221;ain ha ra&#8221; è ossessione che minaccia il linguaggio e mette a rischio anche la pronuncia di un augurio. La creatura umana era attenta all&#8217;invisibile non per superstizione ma per sviluppo di centri nervosi di rilevazione di presenze. Così il giovane rabbi di Tishevitz sa che il pensiero di vanagloria che s&#8217;intrufola in lui mentre studia in lingua sacra è opera al nero, interferenza esterna di sobillatore al quale chiedere subito: &#8220;Chi sei ?&#8221; Oggi un tale comportamento rientra nel caso clinico di uno sdoppiamento della personalità, un disturbo della percezione. Abbiamo ospedalizzato l&#8217;invisibile. E&#8217; questo il nostro disturbo. Pretendiamo di attenerci al sensibile e non ci accorgiamo che si restringe, si richiude a sacco su di noi. Ridotto a se stesso, privo di relazione con l&#8217;aldilà dei sensi, il sensibile si ammala di solitudine e si rattrappisce. Il racconto di Singer e la cura di Olek Mincer nel restituircelo sono un rimedio omeopatico alla nostra paralisi d’immaginazione. Quello che accade in scena, accade in noi da sempre. Riapriamo almeno per una sera la finestra che abbiamo murato, affacciata sul cortile invisibile. </em>Erri De Luca</p>

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		<title>Su Jan Karski, il testimone</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Jan 2011 09:46:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
				<category><![CDATA[genocidio-shoah-auschwitz]]></category>
		<category><![CDATA[polacchi-ebrei]]></category>
		<category><![CDATA[post in italiano]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Karski di Haenel: gli ebrei si potevano salvare di Jacopo Guerriero, la Bussola Quotidiana 31-12-2010 Come un&#8217;Odissea dei tempi moderni, un viaggio nella memoria dell’oppressione perfezionata. Al centro un protagonista tra i cortocircuiti della storia: è Jan Karski – cattolico, militare, membro di spicco della Resistenza antinazista in Polonia – Il testimone inascoltato (Guanda, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il Karski di Haenel: gli ebrei si potevano salvare<br />
</strong>di <a href="http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-il-karski-di-haenel-gli-ebrei-si-potevano-salvare-364.htm">Jacopo Guerriero</a>, la Bussola Quotidiana 31-12-2010<br />
Come un&#8217;Odissea dei tempi moderni, un viaggio nella memoria dell’oppressione perfezionata. Al centro un protagonista tra i cortocircuiti della storia: è <strong>Jan Karski</strong> – cattolico, militare, membro di spicco della Resistenza antinazista in Polonia – <em>Il testimone inascoltato</em> (Guanda, €15,00, pp.163) di <strong>Yannick Haenel</strong>. Romanzo, &#8220;oggetto narrativo&#8221; che sta facendo litigare la Francia, perché viola un tabù: avvicina (anche) la Shoa attraverso il racconto, per di più mettendo in scena una figura chiave, realmente esistita, politicamente scorretta e poco amabile agli occhi del secolo: il cattolico che, alla Casa Bianca, nel 1942, urlava in faccia a Roosevelt – ricambiato da un sostanziale disinteresse &#8211; l’enormità della Sterminio di massa.<br />
&#8230; Lo sanno tutti, tanto in Francia quanto in Polonia: è Lanzmann che ha falsificato l’immagine di Karski censurando il racconto della sua missione presso gli Alleati. Il problema è tutto politico: Lanzmann non vuole ammettere che il mondo occidentale avrebbe potuto salvare gli ebrei d’Europa; non vuole, per ideologia, che si attacchi la politica americana. Al contrario si vuole far credere che la mia visione di Karski sia una bugia, che sia scandalosa. Ma Karski ha veramente pensato che gli Alleati avessero abbandonato gli ebrei d’Europa. Egli l’ha anche scritto, nell’86, nella rivista <em>Esprit</em>: «I governi alleati che, soli, avevano i mezzi di venire in aiuto agli Ebrei li hanno abbandonati alla loro sorte».<br />
&#8230; La passività degli Alleati di fronte allo sterminio degli Ebrei è conosciuta. È stata stabilita dagli storici. Io ho molto apprezzato il libro di Wyman, <em>The Abandonment of the Jews: America and the Holocaust, 1941-1945 </em>con la prefazione di Wiesel. Non si tratta in alcun modo di ridurre la colpevolezza dei nazisti. Io mostro, attraverso l’esperienza di cui è vittima Karski, che gli Alleati non sono innocenti. E che, oggi, se si tenta di farlo credere, è per interesse. Gli Inglesi e gli Americani si sono macchiati di una colpa maggiore rispetto a quella di tacere: hanno deciso di non accogliere i rifugiati ebrei. E’ questa chiusura che ha condannato a morte gli Ebrei d’Europa. Che lo si voglia o no Karski è stato un testimone di tutto questo.<br />
&#8230; «Polacco»,  nel mio libro, significa il totalmente minoritario&#8230;. <a href="http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-il-karski-di-haenel-gli-ebrei-si-potevano-salvare-364.htm">leggi tutto</a></p>

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		<title>Letteratura ebraica del dopoguerra in Italia e in Polonia</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Nov 2010 12:10:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
				<category><![CDATA[eventi-appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio-shoah-auschwitz]]></category>
		<category><![CDATA[polacchi-ebrei]]></category>
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		<description><![CDATA[Università degli Studi ROMA TRE Dipartimento di Letterature Comparate CIRCOLO SLAVISTICO Il 05 novembre 2010, venerdì, dalle ore 16 nella Sala conferenze“Ignazio Ambrogio” del Dipartimento di Letterature Comparate si terrà il prossimo incontro del Circolo Slavistico Romano. Presentazione del volume di Laura Quercioli Mincer, Patrie dei superstiti. Letteratura ebraica del dopoguerra in Italia e in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Università degli Studi ROMA TRE<br />
Dipartimento di Letterature Comparate<br />
CIRCOLO SLAVISTICO<br />
<strong>Il 05 novembre 2010, venerdì, dalle ore 16 nella Sala conferenze</strong>“Ignazio Ambrogio” del Dipartimento di Letterature Comparate<br />
si terrà il prossimo incontro del Circolo Slavistico Romano.<br />
Presentazione del volume di<br />
<strong>Laura Quercioli Mincer</strong>, <em>Patrie dei superstiti. Letteratura ebraica del dopoguerra in Italia e in Polonia</em> (Ed. Lithos, Roma 2010)<br />
versione polacca: <em>Ojczyzny ocalonych. Powojenna literatura żydowska w Polsce i we Włoszech</em> (Wydawnictwo Uniwersytetu Marii Curie-Skłodowskiej, Lublin 2009)<br />
Interventi di<br />
Marina Beer, Paolo Morawski, Emanuela Sgambati<br />
Coordina Luigi Marinelli<br />
<em>Drink<br />
</em>Via del Valco di S. Paolo 19, 2° piano (ingresso anche da Via Ostiense 234); fermata “Marconi” della metro B.</p>

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		<title>Su Witold Pilecki, infiltrato ad Auschwitz</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 06:45:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
				<category><![CDATA[crimini-nazismo-fascismo-franchismo]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio-shoah-auschwitz]]></category>
		<category><![CDATA[memoria ritrovata-a-est]]></category>
		<category><![CDATA[polacchi-ebrei]]></category>
		<category><![CDATA[post in polacco]]></category>

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		<description><![CDATA[Marco Patricelli (ur.1963) jako pierwszy we Włoszech zainteresował się historią i postacią rotmistrza Witolda Pileckiego, który z własnej woli dał się zamknąć w 1940 r. w obozie Auschwitz, by organizować tam ruch oporu. Zbiegł w 1943 r., walczył w Powstaniu Warszawskim. Był autorem pierwszych na świecie raportów o Holokauście. Schwytany w 1947 r. jako emisariusz [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Marco Patricelli</strong> (ur.1963) jako pierwszy we Włoszech zainteresował się historią i postacią rotmistrza Witolda Pileckiego, który z własnej woli dał się zamknąć w 1940 r. w obozie Auschwitz, by organizować tam ruch oporu. Zbiegł w 1943 r., walczył w Powstaniu Warszawskim. Był autorem pierwszych na świecie raportów o Holokauście. Schwytany w 1947 r. jako emisariusz gen. Andersa został skazany na śmierć przez władze komunistyczne i zamordowany w 1948 r.<br />
Książka nosi tytuł <a href="http://www.laterza.it/schedalibro.asp?isbn=9788842091882">„Il Volontario” </a>(Ochotnik) &#8211; Editori Laterza, 303 str., 20 euro. Historię Pileckiego autor rzucił na bardzo starannie i wnikliwie opisane tło polskiej rzeczywistości, historii i polityki tamtych lat. Innym walorem książki jest żywy język i wartka narracja.<br />
Patricelli jest profesorem historii współczesnej uniwersytetu w Chieti i Pescarze, a równocześnie dziennikarzem „Il Tempo”. Dotychczas napisał 12 książek.<br />
Z autorem w Rzymie rozmawiał <strong>Piotr Kowalczuk: Jak Pan wpadł na ślad historii Witolda Pileckiego?</strong><br />
Półtora roku temu. Pojechałem na spotkanie z Andrzejem Wajdą w związku z premierą filmu „Katyń”. Poszedłem przy okazji do IPNu i zupełnie przypadkiem natknąłem się na tę nieprawdopodobną historię. Absolutnie sensacyjne było dla mnie to, co zrobił Pilecki i co się z nim potem stało, ale jeszcze bardziej sensacyjne wydało mi się to, że świat o tym nie wie. Natychmiast więc, jeszcze w Warszawie, postanowiłem, że muszę napisać książkę o Pileckim. Wróciłem do Włoch i jeszcze tego samego dnia zadzwoniłem do mojego wydawnictwa „Laterza”. Zamówili książkę na pniu. Według mnie historię Pileckiego powinna znać cała Europa. Wszyscy. I pewnie znaliby, gdyby Pilecki był Amerykaninem, Francuzem czy Anglikiem. Z pewnością byłby bohaterem jakiejś wielkiej hollywoodzkiej produkcji.<br />
<strong>Dlaczego Pana zdaniem nikt we Włoszech się dotychczas historią Pileckiego nie zainteresował?</strong><br />
We Włoszech do czasu upadku Muru Berlińskiego wszystko za żelazną kurtyną było jak marmolada tego samego smaku. Nikt nie starał się dostrzec różnic. Nikogo kraje tam leżące, ich historia, nie obchodziły. Zresztą do dziś we Włoszech mówi się, że Polska to kraj Wschodu. Tymczasem Polska leży w środku Europy. W 2004 r., inaczej niż się o tym do dziś we Włoszech pisze, Polska nie „weszła do Europy”. Polska wróciła do Europy. Zawsze w niej w była. I odegrała ogromną rolę. Jako historyk nie potrafię zrozumieć dlaczego w Europie praktycznie nikt nie wie o tym, że Sobieski uchronił Europę przed islamem – Europę, nie tylko Wiedeń &#8211; a potem Polska Piłsudskiego zatrzymała sowiecką nawałę. Przecież to jest część historii Europy, naszych wspólnych europejskich korzeni, a nie tylko część historii Polski. Każdy Europejczyk powinien o tym wiedzieć, a nie wie. To dla mnie niepojęte.<br />
<strong>Teoria spiskowa mówi, że we Włoszech prawda o zbrodniach komunistycznych ze względów ideologicznych za sprawą włoskiej lewicy, jej wpływów w świecie nauki i kultury przebija się ciężko. Dlatego ponoć filmy „Katyń” i „Popiełuszko” nie doczekały się profesjonalnej dystrybucji i reklamy. Może podobnie było z Pileckim, zamordowanym przez polskich komunistów?</strong><br />
Nie wiem tego. Jeśli to prawda, byłoby to bardzo groźne. Ale powiem tak: we Włoszech z powodów idelogicznych manipulowano historią nie raz. Z jednej strony jeszcze do niedawna panował tu mit o „dobrym włoskiem kolonizatorze”. Dopiero od niedawna zaczęło się mówić o potwornych włoskich zbrodniach w Afryce, później w Jugosławii. Z drugiej – kilkanaście tysięcy Włochów wymordowanych przez partyzantów Tity w rejonie Triestu było z powodów ideologicznych i wpływów lewicy tematem tabu przez kilkadziesiąt lat. Choć to nie do wiary, pamięć tych pomordowanych czci się we Włoszech dopiero od 2004 roku! Więc rozumiem te podejrzenia.<br />
<strong>Cztery lata temu we Włoszech wyszła książka Frediano Sessi „Auschwitz 1940-45”. Nie ma w niej słowa o Pileckim, za to jest sporo o roli Józefa Cyrankiewicza, czyli zgodnie z zakłamaną polską propagandą komunistyczną. Czy zdaniem Pana to efekt intelektualnego lenistwa czy ideologicznego zaślepienia?</strong><br />
Myślę, że i jedno i drugie, ale nie chcę oceniać innych.<br />
<strong>Dzięki Pana książce o Pileckim napisały niedawno wszystkie najważniejsze włoskie dzienniki, było kilka programów w telewizji. Czy tylko dlatego, że to tak sensacyjna historia? </strong><br />
Oprócz dramatycznej historii losów Pileckiego chyba po raz pierwszy Włosi dowiedzieli się, że Auschwitz to był nie tylko obóz zagłady Żydów. We Włoszech, jak i niemal wszędzie zagranicą, Auschwitz równa się shoah. Nikt nie wie, że ginęli tam rownież Polacy, że organizowali ruch oporu. W ogóle o wielkim polskim ruchu oporu w czasie wojny we Włoszech wie się bardzo mało. Włosi niestety nie znają historii Polski.<br />
<strong>Jest Pan profesorem historii współczesnej na Uniwersytecie w Chieti i Pescarze. Czy włoska młodzież interesuje się tą historią? </strong><br />
Z moich obserwacji wynika, że bardzo. Problem w tym, że w szkołach raczej zniechęcają uczniów do historii. Nauczają jej jak ciąg dat i lista nazwisk. Tymczasem wszystko zależy od tego jak się tę historię pokazuje. Moi studenci są pełni entuzjazmu. Naturalnie staram się im otworzyć oczy również na historię Polski czy zdarzeń związanych z Polską. I wielu pisze prace magisterskie właśnie z historii Polski. Ostatnie seminaria poświęciłem zbrodni katyńskiej i armii generała Andersa.<br />
<strong>Na pewno w związku z wydaniem książki jeździ Pan na spotkania autorskie. Jak Włosi reagują na historię rotmistrza Pileckiego?</strong><br />
Nie biorę udziału w promocji własnej książki. Napisałem ją w poczuciu misji, jako hołd pamięci Pileckiego, niejako po to, by przywrócić Go pamięci. Robię co innego: odwiedzam włoskie szkoły średnie i opowiadam uczniom o Pileckim. Słuchają z otwartymi ustami. Jest totalna cisza. A kiedy nie zdążę przed dzwonkiem, to uczniowie zostają i błagają, żebym dokończył.<br />
<strong>A skąd u Pana zainteresowanie historią Polski? Sześć lat temu napisał Pan książkę „Papierowe lance. Jak Polska doprowadziła Europę do wojny” (Le lance di cartone. Come la Polonia porto’  l’Europa alla guerra – Utet, Torino).</strong><br />
Na początek konieczne wyjaśnienie: Tytuł jest prowokacyjny. Broń Boże nie obwiniałem Polski o rozpętanie wojny. A moje osobiste zainteresowanie historią Polski zaczęło się bardzo wcześnie. Ukoćzyłem też konserwatorium w klasie fortepianu. Więc zaczęło się oczywiście od Chopina. Moim zdaniem nie można dobrze grać Chopina nie znając historii Polski. On swoją muzyką opowiada też historię Polski. Potem studiowałem prawo i napisałem pracę z historii dyplomacji, w pewnym stopniu dotyczącą i Polski. I skończyłem jako profesor historii.</p>

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		<title>Dall&#8217;Osservatore Romano due articoli sulla seconda guerra mondiale e la Shoah</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 13:30:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
				<category><![CDATA[1939-1945 ww2]]></category>
		<category><![CDATA[crimini-comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[crimini-nazismo-fascismo-franchismo]]></category>
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		<category><![CDATA[polacchi-ebrei]]></category>
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		<description><![CDATA[Volontario per Auschwitz offresi Wlodzimierz Redzioch, L&#8217;Osservatore Romano, venerdì 23 aprile 2010 «Chi può andare volontario ad Auschwitz?». Sembra una battuta irriverente e di cattivo gusto, invece era la serissima domanda che nel 1940 si ponevano i vertici della resistenza polacca nella Polonia occupata dai nazisti intenti a scoprire che cosa succedeva nel famigerato lager. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Volontario per Auschwitz offresi</strong><br />
<a href="http://www.vatican.va/news_services/or/home_ita.html">Wlodzimierz Redzioch</a>, L&#8217;Osservatore Romano, venerdì 23 aprile 2010<br />
«Chi può andare volontario ad Auschwitz?». Sembra una battuta irriverente e di cattivo gusto, invece era la serissima domanda che nel 1940 si ponevano i vertici della resistenza polacca nella Polonia occupata dai nazisti intenti a scoprire che cosa succedeva nel famigerato lager. Il volontario che accettò quella missione, apparentemente impossibile, si chiamava Witold Pilecki, capitano di cavalleria, nella resistenza dopo la disfatta della Polonia nel 1939. Pilecki, da militare, lo fece per grande senso del dovere e per l&#8217;amore della patria che contemplava anche l&#8217;estremo sacrificio.<br />
Non era un uomo dalla vita spericolata. Questo soldato esemplare era felicemente sposato, padre di due figli, amava l&#8217;arte (scriveva poesie e dipingeva), parlava perfettamente francese, tedesco e russo. Ma quest&#8217;uomo «normale» fece ciò che nessuno aveva fatto prima di lui: scese nell&#8217;inferno di Auschwitz per raccontare al mondo, cosa accadeva in quei gironi danteschi concepiti dalla follia nazista.<br />
Il 19 settembre 1940, a 38 anni, si fece arrestare sotto falso nome dalla Gestapo. Qualche giorno più tardi davanti a questo «prigioniero volontario» si spalancarono le porte del campo di concentramento con la famosa scritta: <em>Arbeit macht frei.</em> Lo scopo della missione era di organizzare il movimento di resistenza anche lì, in quel luogo dannato, e di far sapere all&#8217;esterno cosa succedeva esattamente nel campo.<br />
Il suo fu il primo documento arrivato dai campi di concentramento agli Alleati. I suoi rapporti venivano recapitati, tramite una catena di corrieri, al Governo polacco in esilio a Londra, che successivamente informava le cancellerie dei Paesi alleati, in primo luogo quelle della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Tali rapporti riguardavano le sorti dei prigionieri di guerra e lo sterminio degli ebrei.<br />
Malgrado fame, lavoro massacrante, percosse, polmonite e tifo, Pilecki riuscì nella sua «missione impossibile» grazie alla sua salute di ferro, astuzia, abilità e tanta, tanta fortuna. Nel 1943 riuscì a evadere da Auschwitz e, successivamente, partecipò alla rivolta di Varsavia del 1944.<br />
Purtroppo, la rivolta dei polacchi finì con la sconfitta e la distruzione della capitale che divenne un gigantesco cumulo di macerie. Pilecki fu di nuovo imprigionato dai nazisti, questa volta a Lamsdorf e Murnau, dove rimase fino alla fine della seconda guerra mondiale. Tornò poi in Polonia, ma non sarebbe stata la patria — libera e democratica — dei suoi ideali: il totalitarismo comunista aveva sostituito quello nazista.<br />
Giovanni Paolo II nel suo messaggio per il 50° anniversario della conquista di Montecassino così scrive della situazione della Polonia in quel periodo: «(Noi Polacchi) ci siamo trovati, pur alleati della coalizione vincente, nella situazione degli sconfitti, ai quali è stato imposto per oltre quarant&#8217;anni il dominio dell&#8217;Est nell&#8217;ambito del blocco sovietico. E così per noi la lotta non ha avuto termine nel 1945; è stato necessario riprenderla daccapo».<br />
Ma contrastare il regime comunista fu difficile e pericoloso. Presto Pilecki si trovò nel mirino dell&#8217;apparato repressivo comunista: fu imprigionato e, in un processo farsa, condannato a morte come traditore», «agente imperialista», «nemico del popolo». Il 25 maggio 1948 fu ammazzato con un colpo alla nuca nella squallida cella della prigione di Varsavia: la fine di Pilecki è identica a quella delle decine di migliaia di ufficiali polacchi trucidati a Katyń. Per il regime comunista le persone come Pilecki erano pericolose anche da morte: per questo motivo il corpo del valoroso capitano fu sepolto di nascosto in un prato del cimitero di Varsavia e non si sa dove si trovino i suoi resti mortali.<br />
Per di più egli fu condannato alla damnatio memoriae perché ritenuto da tutti eroe scomodo: Pilecki testimonia che le cancellerie del mondo sapevano benissimo, tramite lui e la resistenza polacca, cosa succedeva. Sapevano e non reagivano. Nel già ricordato messaggio Giovanni Paolo II dice ancora: «Bisogna ricordare quanti furono uccisi per mano anche delle istituzioni polacche e dei servizi di sicurezza, rimasti al servizio del sistema imposto dall&#8217;Est. Bisogna almeno ricordarli davanti a Dio e alla storia».<br />
Un valido contributo per ricordare Witold Pilecki oggi lo dà il volume di Marco Patricelli<em> Il Volontario</em> (Roma-Bari, Laterza, 2010) che ricostruisce la vicenda di quest&#8217;uomo straordinario ritenuto dallo storico Michael Foot uno dei sei più grandi eroi della seconda guerra mondiale. Nondimeno l’anno scorso un gruppo di europarlamentari polacchi propose di stabilire una Giornata Internazionale degli Eroi della Lotta contro i Totalitarismi, nel giorno della morte di Pilecki, il 25 maggio. Ma il Parlamento Europeo bocciò la proposta.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<br />
<strong>La cattiva coscienza di chi accusa Pio XII</strong><br />
<em>La spartizione della Polonia del 1939 e i silenzi consapevoli degli Alleati di fronte alla tragedia della Shoah</em><br />
di <a href="http://www.vatican.va/news_services/or/home_ita.html">Raffaele Alessandrini</a>, tratto da L&#8217;Osservatore Romano del 23 aprile 2010<br />
L&#8217;antica favola del lupo e dell&#8217;agnello insegna che quando il forte si lagna lanciando accuse al più debole, magari strepitando di aver subito da lui improbabili torti, sta preparandosi a divorarlo. Le corrispondenze storiche sono numerose sia pure con le debite varianti: talvolta i lupi sono più di uno. Per di più alla scena cruenta possono esservi altri testimoni diversamente cointeressati. Questi ultimi, pur essendo consapevoli che il debole, ormai privato brutalmente dei propri diritti, sta soccombendo alle brame fameliche del prepotente, restano a guardarne il sacrificio con calcolata inerzia. E dire che avrebbero argomenti e mezzi per impedire o limitare lo scempio. Quando poi il precipitare degli eventi li costringe a intervenire &#8211; poiché la fame del predatore non si placa &#8211; si trovano a loro volta prigionieri della logica pragmatica della violenza e della sopraffazione per la quale vi saranno moltissimi altri deboli e innocenti a pagare il prezzo più alto e atroce. L&#8217;invasione nazista della Polonia del 1° settembre 1939 che diede l&#8217;avvio alla seconda guerra mondiale è certo un esempio evidente di questo. Ma lo sono anche il disinteresse per gli ebrei e il loro consapevole abbandono da parte degli Alleati nonostante fossero pienamente al corrente dei piani hitleriani di &#8220;soluzione finale&#8221;. Lo ha ricordato anche un ampio servizio di Claude Weill su &#8220;Le Nouvel Observateur&#8221; del 4-10 marzo 2010 (pp. 16-28) nel quale risalta la polemica tra il regista e intellettuale parigino Claude Lanzmann, l&#8217;autore del famoso lungometraggio-fiume &#8211; nove ore &#8211; Shoah (1985) e il romanziere Yannik Haenel che nel settembre 2009 ha pubblicato il volume Jan Karski (Gallimard) dedicato a un eroe della resistenza polacca al nazismo che &#8211; infiltratosi in un campo di sterminio (e non sarebbe stato il solo polacco a farlo) &#8211; mise sull&#8217;avviso il presidente Franklin D. Roosevelt alla Casa Bianca degli orrori in atto.<br />
Haenel sostiene pertanto che &#8220;nel 1945 non ci furono vincitori né vinti, ma solo dei complici e dei mentitori&#8221;. Lanzmann ribatte dal canto suo che gli ebrei durante il conflitto non erano il &#8220;centro del mondo&#8221;". Ora è indubbio che gli Alleati conoscessero da tempo la mostruosa realtà della Shoah come pure la sua entità. Come è stato ricordato a suo tempo anche dal nostro giornale (14 agosto 2009), Henry Morgenthau junior, ministro del Tesoro statunitense durante la guerra, disponeva di prove sufficienti per dire che fin dall&#8217;agosto del 1942 a Washington si sapeva che i nazisti avevano progettato di sterminare tutti gli ebrei dall&#8217;Europa e che &#8220;solo l&#8217;incapacità, l&#8217;indolenza e gli indugi burocratici dell&#8217;America impedirono la salvezza di migliaia di vittime di Hitler&#8221; mentre, oltre Atlantico, &#8220;il Ministero degli Esteri inglese si preoccupava di più di politica che di carità umana&#8221;.<br />
Vi è inoltre da considerare come la cattiva coscienza storiografica, o parastoriografica, al servizio delle potenze, tenda a celare talune responsabilità e coperture dettate dal più gelido e spregiudicato pragmatismo politico, sviando per quanto possibile l&#8217;attenzione pubblica su più indifesi capri espiatori.<br />
Le maggiori potenze d&#8217;Europa, Inghilterra e Francia, che avevano tenuto un contegno inerte e perfino acquiescente di fronte all&#8217;Anschluss (l&#8217;annessione dell&#8217;Austria del marzo 1938) e all&#8217;invasione della Cecoslovacchia &#8211; prima la conquista dei Sudeti, poi, nel marzo 1939, fu la volta della Boemia e della Moravia &#8211; non si discostarono dalla loro condotta passiva. Ora l&#8217;intesa Molotov-Ribbentrop conteneva anche clausole segrete in base alle quali di lì a poco i due lupi si sarebbero ferocemente spartiti le spoglie sanguinanti della Polonia oltreché i territori della Finlandia, dell&#8217;Estonia, della Lettonia, della Lituania e della Bessarabia rumena. E tuttavia il pretesto per aggredire la Polonia era evidente e consisteva com&#8217;è noto, nel rifiuto polacco di subire un torto lasciando includere nella Germania la città di Danzica con l&#8217;autostrada extraterritoriale e la linea ferroviaria che univa la Germania e la Prussia Orientale.<br />
Il 24 agosto 1939 vi fu solo un&#8217;unica autorità mondiale a levare alta la voce e a incitare gli uomini di buona volontà alla riconciliazione e al dialogo: &#8220;Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra!&#8221;. Ma più che parlare alle coscienze e a spendersi in una articolata e intensissima azione diplomatica, protrattasi perfino nel crepuscolo stesso delle speranze, il Papa Pio XII e i suoi più stretti collaboratori non potevano fare, e rimasero inascoltati.<br />
Il Vaticano &#8211; come Stalin avrebbe un giorno sarcasticamente osservato &#8211; non ha divisioni da mettere in campo. Invece il 1° settembre 1939 la Germania aggredì la Polonia senza preavviso e il 17 settembre, da est, scattò l&#8217;aggressione sovietica. I tedeschi forti di un milione e mezzo di soldati misero in campo 2800 carri armati, 2000 aerei e 11000 cannoni; i sovietici attaccarono con cinquecentomila uomini, 5000 carri armati, 3000 aerei e 13. 500 cannoni. I polacchi potevano opporre un milione di uomini, 800 carri armati, 400 aerei e 4500 cannoni. E tuttavia resistettero per 35 giorni a fronteggiare da soli forze tanto soverchianti.<br />
Vale la pena ripercorrere alcuni momenti anticipatori dello scoppio della seconda guerra mondiale alla luce dei documenti. Nel recente volume <em>Polish documents on Foreign Policy</em> curato da Wlodzmierz Borodziej e Slawomir Debski (Warsaw, The Polish Institute of International Affairs, 2009) è trascritto in data 2 agosto 1939 il rapporto dell&#8217;ambasciatore di Polonia presso la Santa Sede Kaziermiez Papée al ministro degli Affari esteri dell&#8217;udienza avuta con Pio XII il 24 luglio precedente in occasione della presentazione delle sue credenziali. Dopo il discorso ufficiale il Papa si era trattenuto con l&#8217;ambasciatore per un&#8217;altra mezz&#8217;ora a parlare in termini informali della situazione internazionale illustrando gli sforzi di mediazione della Santa Sede in favore della pace benché fosse &#8220;molto difficile fare qualcosa a Berlino&#8221;. Ma il Papa diceva di più. Egli non manifestava alcuna fiducia ricordando &#8211; sono parole dell&#8217;ambasciatore &#8211; come l&#8217;anno precedente, alla fine di settembre, il cancelliere Hitler dopo l&#8217;annessione dei Sudeti avesse detto che la Germania non avrebbe avanzato altre rivendicazioni sui territori europei. Ma che cosa resta di tutto questo oggi? si chiedeva Pio XII. &#8220;Al momento è Danzica, ma domani sarà altro&#8221;.<br />
Le rassicurazioni verbali sulle quali Hitler diceva di basare la propria politica erano infatti state regolarmente smentite per ben due volte: prima con l&#8217;occupazione della Boemia e della Moravia e poi riguardo all&#8217;atteggiamento tenuto nei confronti del Sud Tirolo dove il cancelliere Hitler si stava mostrando pronto a strumentalizzare a proprio favore il concetto della purezza razziale germanica della popolazione. La Chiesa in Germania e soprattutto l&#8217;Azione cattolica &#8211; lamentava Pio XII &#8211; dovevano fare i conti con ostacoli continui: ci si poteva esprimere solo in ambito religioso e &#8220;neppure tanto&#8221;. Ma ciò che veramente risulta al vertice delle preoccupazioni di Papa Pacelli è la sorte della Polonia che tanto dall&#8217;est come dall&#8217;ovest egli vedeva ormai stretta tra due blocchi: l&#8217;uno anticristiano e l&#8217;altro acristiano. In poche parole egli temeva che un avvicinamento germano-sovietico avrebbe portato non solo alla guerra in Europa. ma che, in caso di uno scontro portato dalla Germania alle altre potenze del continente, vi sarebbe stato alla fine il bolscevismo a rivestire le parti del tertius gaudens che, tenutosi inizialmente ai margini del conflitto, avrebbe potuto godere dei vantaggi della situazione intervenendo al momento opportuno ai danni degli altri due contendenti sfiancati dalla lotta per imporsi definitivamente sull&#8217;Europa (cfr. pp. 335-338).<br />
In una nota in data 16 agosto 1939 il cardinale Luigi Maglione, segretario di Stato di Pio XII, riferisce di un colloquio con l&#8217;ambasciatore di Polonia che lo ha messo al corrente dello scambio di note di protesta tra il suo Paese e la Germania e si ribadisce che la questione di Danzica non è altro che un pretesto per attaccare la Polonia. &#8220;La Polonia è calma, attende con tranquillità l&#8217;attacco ed è sicura di essere soccorsa dalle Potenze occidentali. L&#8217;ambasciatore non teme complicazioni da parte della Russia&#8221;. Poi la nota del cardinale Maglione prosegue: &#8220;Notizie d&#8217;altra fonte mi confermano che la questione di Danzica è un pretesto per la Germania e che questa si propone di fare una guerra di sterminio alla Polonia. Si pensa che è d&#8217;intesa con la Russia per una spartizione della povera Polonia.<br />
Si illudono a Berlino che né l&#8217;Inghilterra, né la Francia interverranno per la Polonia&#8221; (cfr. <em>Actes et documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale</em>, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1970, ristampa corretta e ampliata, i, pp. 214-215). In realtà Berlino non s&#8217;illudeva affatto, poiché sapeva di poter agire senza disturbi esterni.<br />
Nel suo intervento agli ufficiali della Wehrmacht del 22 agosto 1939, Hitler così aveva presentato gli obbiettivi da realizzare in Polonia: &#8220;La nostra forza è la nostra rapidità e la nostra brutalità (&#8230;) mi è indifferente quali voci farà circolare su di me la debole civilizzazione occidentale. Ho dato l&#8217;ordine e farò sparare a chiunque vorrà, anche con una sola parola, criticare l&#8217;affermazione che l&#8217;obbiettivo della guerra non sia raggiungere determinate linee, ma la distruzione fisica del nemico. A questo fine ho predisposto, per ora solo all&#8217;est, le mie truppe Totenkopf, ordinando loro di uccidere senza pietà e senza misericordia uomini, donne e bambini di origine polacca e di lingua polacca. Solo in questo modo acquisteremo lo spazio vitale di cui abbiamo bisogno. Chi oggi parla ancora della strage degli armeni?&#8221; (cfr. Robert Szuchta, Campi tedeschi dei nazisti sulla terra polacca occupata durante la ii Guerra mondiale, Ministero degli Affari Esteri di Polonia, Dipartimento di promozione, senza data, p. 9).<br />
I territori polacchi incorporati dal Reich furono sottoposti a un&#8217;intensa germanizzazione sin dall&#8217;inizio della guerra. E bisogna ricordare che gli ebrei polacchi erano prima del conflitto tre milioni e quattrocentomila: ne sopravvisse solo il dieci per cento. Com&#8217;è noto i campi di concentramento e di sterminio in Polonia furono otto a cominciare da Auschwitz-Birkenau.<br />
Anche la Chiesa cattolica polacca fu sottoposta a dure persecuzioni: numerosi sacerdoti cattolici furono arrestati e deportati in campi di concentramento tedeschi, per lo più a Dachau. Molti di essi furono uccisi: in alcune diocesi quasi la metà. (cfr. Robert Szuchta, cit., pp. 7-9). I prigionieri arrivati ad Auschwitz-Birkenau durante il primo appello così venivano salutati dal capo del campo Karl Fritzsch: &#8220;Vi avverto che qui siete arrivati non in una casa di cura, ma in un campo di concentramento dal quale si esce solo dal camino del forno crematorio. Se a qualcuno non piace può buttarsi subito sul filo ad alta tensione. Se nel gruppo ci sono ebrei quelli non hanno diritto di rimanere in vita per più di due settimane, i preti per un mese, gli altri per tre mesi&#8221; (ivi, p. 23).<br />
In questi giorni la cronaca internazionale ci ha costretto &#8211; dolorosamente &#8211; a ricordare i massacri di Katyn perpetrati dai sovietici nel marzo del 1940: ventiduemila ufficiali polacchi furono trucidati per ordine di Stalin su consiglio del suo duro braccio destro Lavrentij Berija e gettati in fosse comuni. Per lungo tempo il crimine, scoperto nel 1943, fu scaricato sui nazisti. E neppure Joseph Goebbels il capo della propaganda nazionalsocialista riuscì a inchiodare Stalin grazie anche al silenzio complice di Churchill e Roosevelt che non vollero rischiare di incrinare l&#8217;alleanza antihitleriana formatasi dopo il 1941. Le responsabilità comuniste furono ammesse ufficialmente solo nel 1990, in piena glasnost gorbaceviana.<br />
Indicativo per opposte ragioni lo spietato processo mediatico a cui è stato esposto Pio XII per i suoi silenzi, dai tempi di <em>Der Stellvertreter</em> di Rolf Hochhuth (1963) ai nostri giorni. Il Papa non aveva difese se non quelle fornitegli dalla fragile sovranità acquisita nel 1929 con i Patti Lateranensi e &#8211; in una Roma occupata da un nemico che stava attendendo solo il momento più opportuno per schiacciare la Chiesa &#8220;come un rospo&#8221;, per usare un espressione dello stesso Hitler &#8211; doveva ottemperare a due imperativi categorici. L&#8217;uno di ordine spirituale derivante dal mandato petrino, l&#8217;altro di ordine morale e umanitario. Il Vicario di Cristo, in ogni caso, non può fare distinzioni o preferenze tra gli uomini, può solo battersi per la giustizia e la pace; senonché tutta la storia del Novecento pone di fronte nazioni e popoli ferocemente in lotta gli uni contro gli altri. Dovrebbe essere ormai chiaro che Papa Pacelli e la Santa Sede furono tenuti a mantenere sostanzialmente un contegno diplomatico prudente &#8211; nondimeno il radiomessaggio natalizio del 24 dicembre 1942 contiene esplicite e intense allusioni alle persecuzioni razziali &#8211; poiché anche da questo dipendeva la fragile sovranità di un piccolo Stato, unica garanzia di quel minimo di libertà di azione e di movimento che per altri versi permise di recare soccorso e protezione al maggior numero possibile di perseguitati, tra cui moltissimi ebrei.<br />
Eppure ancora oggi, incredibilmente, sono molti quanti levano l&#8217;indice accusatore su Pio XII. Incappa nell&#8217;errore pure &#8220;Le Nouvel Observateur&#8221;. Anche in tal senso la guerra è il trionfo dell&#8217;ingiustizia.<br />
Non per nulla appena salito sul Soglio di Pietro proprio Papa Pacelli aveva assunto un motto eloquente: <em>Opus iustitiae pax</em> (&#8220;la pace è opera della giustizia&#8221;). Un concetto non casuale poiché da decenni ormai la Chiesa si stava battendo per la pace nel mondo. Pio x (1903-1914) che a suo tempo, aveva scelto il motto Instaurare omnia in Christo, contemplando il volgere degli eventi internazionali nella prima decade del secolo xx, aveva presagito il funesto incombere del &#8220;guerrone&#8221; &#8211; il primo conflitto mondiale &#8211; morendo poi di dolore alla vigilia delle ormai inevitabili ostilità. Il suo successore Benedetto xv (1914-1922) &#8211; che tanto si sarebbe prodigato per le vittime e per i prigionieri di ogni nazionalità, dopo la <em>Nota ai Paesi belligeranti</em> del 1° agosto 1917 in cui egli condannò l&#8217;&#8221;inutile strage&#8221; e tratteggiò i presupposti di fondo, anticipando in qualche modo i famosi &#8220;quattordici punti&#8221; del presidente statunitense Woodrow Wilson, per una pace basata su una sincera riconciliazione senza vincitori né vinti, nonché per un nuovo, e più giusto, ordine tra le nazioni &#8211; fu ripagato con l&#8217;incomprensione, l&#8217;offesa e il dileggio delle varie parti in lotta.<br />
Venne poi Pio XI. Anch&#8217;egli nel suo motto volle ribadire il programma di pace della Chiesa di Dio: <em>Pax Christi in regno Christi.</em> Papa Ratti dopo aver seguito con sofferta trepidazione nei diciassette anni del suo pontificato l&#8217;evoluzione della questione sociale &#8211; con il dilagante sviluppo del capitalismo selvaggio e la diffusione delle visioni materialistiche dialettiche e pratiche che minavano l&#8217;integrità interiore dell&#8217;uomo, della famiglia e dei popoli &#8211; avendo considerato con occhio profetico il minaccioso imporsi dei sistemi totalitari sulla scena mondiale e sentendosi venir meno, offriva a Dio la propria vita affinché l&#8217;umanità fosse risparmiata dalla guerra. Gli succedette il suo più diretto e fedele collaboratore: il cardinale Eugenio Pacelli che significativamente volle anch&#8217;egli assumere il nome di Pio. Ma quel 23 agosto 1939 in cui la Germania di Hitler e l&#8217;Unione Sovietica di Stalin siglarono il loro famigerato patto di non aggressione le sorti del mondo erano già segnate.</p>

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		<title>L&#8217;Europa centrorientale svelata da un libro</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 17:11:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
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SABATO 27 MARZO 2010<br />
Garage &#8211; Officina 4, ore 17<br />
Una produzione Fondazione Musica per Roma<br />
in collaborazione con Centro per il Libro e la Lettura, Radio3<br />
NARRARE LA STORIA <strong>Vado a vedere se di là è meglio</strong> di <a href="http://www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-cataluccio_francesco/isbn-9788838924743/vado_a_vedere_se_di_la_e_meglio_viaggio_tra_i_fantasmi_dell_europa_centrale_.htm">Francesco Cataluccio<br />
</a>Il &#8220;motore&#8221; libro. Il Garage. Un evento di Libri come. Festa del Libro e della Lettura<br />
Ingresso libero<br />
NARRARE LA STORIA Viaggio tra i fantasmi dell’Europa Centrale Franco Marcoaldi presenta Francesco Cataluccio, autore di <strong>Vado a vedere se di là è meglio</strong> a cura di <a href="http://www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-cataluccio_francesco/isbn-9788838924743/vado_a_vedere_se_di_la_e_meglio_viaggio_tra_i_fantasmi_dell_europa_centrale_.htm">Sellerio Editore</a><br />
Un libro che è allo stesso tempo un saggio e una miniera di storie, narrate spesso in forma autobiografica, dove si racconta di un mondo straordinario, quello dell&#8217;Europa centrale, abitato ormai quasi soltanto da fantasmi. Un vortice di vicende e personaggi, notizie e immagini, che offre l’occasione di scoprire come spesso letteratura e poesia hanno salvato la vita, la memoria e la dignità. Una storia che inizia a Firenze, tra due compagni di banco e una nonna di Leopoli, scampata all’Olocausto, che raccontava misteriose storie di Giusti nascosti (secondo la Tradizione ebraica sono la salvezza del mondo), e termina in un piccolo paesino polacco (oggi ucraino) di nome Drohobycz, dove visse e morì tragicamente lo scrittore ebreo Bruno Schulz.<br />
<strong>Francesco M. Cataluccio</strong> (1955) ha studiato Filosofia e Letteratura a Firenze e a Varsavia. Ha viaggiato in lungo e largo per l’Europa Centrale e, dal 1989, ha lavorato nell’editoria (Feltrinelli, Bruno Mondadori, Bollati Boringhieri). E’ autore di numerosi saggi sulla cultura e la storia della Polonia e del Centro Europa. Ha scritto <strong>Immaturità. La malattia del nostro tempo</strong> (Einaudi, Torino 2004; tradotto in spagnolo e polacco) ed è curatore delle opere di Witold Gombrowicz (presso Feltrinelli) e Bruno Schulz (presso Einaudi e Siruela, Madrid).</p>

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		<title>Giornate della memoria</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 12:31:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>giovedi&#8217; 28 gennaio 2010</strong><br />
Cinema Farnese &#8211; Piazza Campo de&#8217; Fiori, 56 &#8211; Roma &#8211; ingresso libero<br />
<strong>C&#8217;ERA L&#8217;AMORE NEL GHETTO</strong><br />
ricordo di <strong>Marek Edelman</strong>, l&#8217;ultimo comandante dell&#8217;Insurrezione nel ghetto di Varsavia scomparso il 2 ottobre 2009<br />
<strong>ore 17.00 -</strong> proiezione del film &#8220;Cronaca dell&#8217;Insurrezione nel Ghetto di Varsavia secondo Marek Edelman&#8221; (Kronika powstania w Getcie warszawskim wg Marka Edelmana) di Jolanta Dylewska, Pol, 1993, 74&#8242;, v.o.sott.it<br />
<strong>ore 18.15 -</strong> colloquio fra Rudi Assuntino, Francesco M. Cataluccio, Wlodek Goldkorn, Julia Hartwig, Gad Lerner, Adam Michnik, Ludmila Ryba, Paula Sawicka<br />
Durante l&#8217;incontro verrà presentato il libro di Marek Edelman <em>&#8220;C&#8217;era l&#8217;amore nel ghetto&#8221;,</em> a cura di Wlodek Goldkorn, Ludmila Ryba e Adriano Sofri, pubblicato da Sellerio Editore<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<br />
<strong>Geografia della vita nel ghetto</strong><br />
di <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2010/giorno-della-memoria/storia/geografia-vita-ghetto-varsavia.shtml?uuid=a6a43c8c-04de-11df-9833-731e880466d4&amp;DocRulesView=Libero">Sergio Luzzato, il Sole 24 ore </a>, 16 gennaio 2010<br />
Il 27 gennaio di quest&#8217;anno, il Giorno della Memoria non somiglierà a nessuno dei precedenti per almeno una ragione: perché nel frattempo è scomparso <strong>Marek Edelman</strong>. Il più rappresentativo degli ebrei sopravvissuti all&#8217;insurrezione del ghetto di Varsavia aveva novant&#8217;anni al momento della morte, nell&#8217;ottobre scorso. Era dunque molto vecchio, ma ancora pochi mesi prima, il 19 aprile 2009, aveva commemorato alla sua maniera il 66º anniversario dell&#8217;insurrezione: separatamente da ogni celebrazione ufficiale, percorrendo a piedi (da ultimo, in carrozzella) le strade dei quartieri varsoviti divenuti ghetto sotto l&#8217;occupazione tedesca, raccogliendosi a meditare davanti a certe lapidi. Fedele alla memoria dei compagni caduti, ma fedele altrettanto agli ideali socialisti del Bund, il partito operaio ebraico della sua giovinezza: i medesimi ideali per cui aveva da sempre rigettato il sionismo e per cui aveva rinunciato, dopo la guerra, a emigrare in Israele.<br />
La morte di <strong>Marek Edelman</strong> segna un momento simbolico di svolta nel rapporto fra la storia del ghetto di Varsavia e la sua memoria. Conclude &#8220;l&#8217;era del testimone&#8221;, la stagione di una memoria intesa come esperienza vissuta. Consegna definitamente alla storia i due anni e mezzo intercorsi fra il novembre 1940 e il maggio 1943, durante i quali 450mila ebrei di Polonia vennero rinchiusi in tre chilometri quadrati al centro della capitale, uscendone vivi soltanto per essere gasati a Treblinka. Quest&#8217;anno, il Giorno della Memoria deve misurarsi con la scomparsa di colui che della memoria polacca della Shoah si sentiva, a buon diritto, Il guardiano (così il titolo di una riflessione autobiografica di Edelman pubblicata da Sellerio nel 1998).<br />
Ma quest&#8217;anno, come per un risarcimento della perdita, i lettori occidentali dispongono di un nuovo, meraviglioso strumento per avvicinarsi alla storia del ghetto di Varsavia. È l&#8217;edizione americana di un librone di novecento pagine, uscito in Polonia nel 2001 per opera di due specialisti locali della Shoah, Barbara Engelking e Jacek Leociak. Se in inglese il titolo suona asciutto, puramente descrittivo, il sottotitolo riesce tanto suggestivo quanto esatto: <em>The Warsaw Ghetto. A Guide to the Perished City</em>. Proprio di questo si tratta, di una guida alla città ebraica dapprima riempita e sigillata, poi svuotata e distrutta dagli uomini del Terzo Reich.<br />
Grazie a una varietà di mappe, si ritrovano nel volume i confini geografici del ghetto, la topografia delle strade, il percorso dei mezzi di trasporto. Ma soprattutto si ritrova la dislocazione precisa, infallibile – sembra di stare su Google Maps – di ogni singolo luogo, più o meno pulsante di vita o di morte. Case private, uffici pubblici, sinagoghe, commissariati di polizia, caserme dei pompieri, parcheggi delle ambulanze, ospedali, farmacie, laboratori, scuole dichiarate o segrete, cimiteri, giardinetti, mense popolari, orfanotrofi, bagni comuni e bagni rituali, ricoveri per profughi, uffici postali, buche delle lettere, saloni di coiffure, lavanderie, sartorie, calzolerie, gioiellerie, negozi di alimentari, pompe funebri, imprese artigianali, biblioteche legali o illegali, librerie, stamperie clandestine, teatri, ristoranti ordinari o kosher, scuole rabbiniche, caffè, cabaret, sedi di riunione delle forze di resistenza, depositi di armi, bunkers&#8230; per il lettore di questa guida, la geografia del ghetto non ha più misteri.<br />
Ritrovare la storia nel segno della geografia è tanto più importante, in quanto la dimensione spaziale fu costitutiva dell&#8217;esperienza del ghetto di Varsavia. Onnipresenti, i muri di recinzione conferivano all&#8217;enclave ebraica l&#8217;aspetto inatteso di una città orientale. E fino all&#8217;estate 1942, pareva che ogni cosa lì dentro succedesse all&#8217;aperto, davanti a tutti. Il ghetto brulicava di gente in perpetuo andirivieni, risuonava delle voci dei passanti come delle urla dei gendarmi, vibrava dei traffici nei mercati dell&#8217;usato, sussultava a ogni movimento dei militari tedeschi, celava a malapena l&#8217;indaffararsi dei contrabbandieri, ed esibiva ininterrottamente – suo malgrado – lo spettacolo della morte: cadaveri nudi sul marciapiede, vinti dal tifo, dalla fame, dagli stenti. Solo nell&#8217;autunno del &#8217;42, dopo la prima ondata di deportazioni verso Treblinka, il ghetto avrebbe assunto l&#8217;aspetto di una città non più strapiena ma deserta, non più vociante ma silenziosa. E solo nella primavera del &#8217;43, dopo il soffocamento della disperata insurrezione, i tedeschi ne avrebbero fatto un paesaggio vuoto, immobile, lunare: il paesaggio che ci è rimasto negli occhi attraverso il film di un superstite del ghetto di Cracovia, Il pianista di Roman Polanski.<br />
Quasi tutte le fotografie del ghetto di Varsavia pervenute sino a noi furono scattate dagli occupanti tedeschi: compresa quella – dolorosamente celebre – del bambino che alza le mani mentre viene trascinato con altri fuori da un rifugio. In compenso, furono gli ebrei polacchi a raccogliere la maggioranza dei documenti non fotografici che hanno consentito a Engelking e Leociak di ricostruire la vita e la morte del ghetto nei più minuti dettagli. Riunendosi intorno alla figura di uno storico di professione, Emanuel Ringelblum, un gruppo di intellettuali fondò allora un&#8217;istituzione unica nella storia dell&#8217;Europa occupata: l&#8217;archivio clandestino del ghetto, dove si radunavano materiali sulla storia del presente destinati alla memoria del futuro.<br />
Diari, poesie, lettere, volantini, carte d&#8217;identità, ricette mediche, biglietti del tram, bracciali con la stella di David, menù di ristoranti, quaderni di scuola, disegni di bambini, dépliants pubblicitari, locandine di spettacoli, verbali di riunioni politiche, giornali clandestini, contabilità commerciale, statistiche demografiche: Ringelblum e i suoi compagni ebbero la lucidità di riconoscere in questo il lascito più prezioso che fosse dato ai morituri di trasmettere alla posterità. Dopo l&#8217;avvio delle deportazioni di massa verso Treblinka, infilarono migliaia di documenti in dodici contenitori metallici e li seppellirono di nascosto sotto le cantine di due edifici del ghetto, dove vennero ritrovati fra il 1946 e il 1950.<br />
Da duemila anni in qua, i muri hanno rivestito una funzione decisiva nella storia del popolo ebraico: dall&#8217;inizio della Diaspora al ritorno nella Terra Promessa, dalla rovinosa distruzione del tempio di Gerusalemme alle misure di sicurezza dell&#8217;Israele di oggi, insomma dal Muro del Pianto al muro di Sharon, il destino delle comunità israelitiche è stato spesso quello di una separazione coatta dal mondo circostante. Ma nella tragedia di tale destino, il popolo ebraico ha trovato la forza per non vivere i muri soltanto come un limite: per viverli anche come una risorsa. Facendo degli spazi chiusi mondi aperti, e dei giorni contati giorni regalati. È stato così nella Varsavia stessa del 1940-43, dove gli ebrei reclusi nel ghetto e destinati allo sterminio riuscirono a cimentarsi con le arti della vita.<br />
Uomini più o meno atletici si guadagnavano il pane pedalando, autisti di un mezzo di trasporto rudimentale eppure diffuso: il risciò. Donne più o meno fascinose percorrevano le strade da coquettes, in precario equilibrio su tacchi sorprendentemente alti. Musicisti di rango o di dozzina suonavano nei caffè, agli angoli delle vie, nei cortili delle case. La programmazione teatrale era intensa, in yiddish come in polacco, e capitava che gli spettacoli durassero tutta la notte per aggirare le regole del coprifuoco. Se costretti in casa, molti cittadini-prigionieri si tenevano occupati leggendo, giocando a scacchi, sfidandosi a carte (il bridge la faceva da padrone). Quanto al proverbiale humour ebraico, si tradusse addirittura nella circolazione, in forma manoscritta, di una Guida turistica del ghetto&#8230;<br />
Agli ebrei di Varsavia capitava pure di innamorarsi: anche questo, in fondo, un modo per opporre resistenza morale all&#8217;orrore della Soluzione finale. Alla vigilia dell&#8217;insurrezione, rimanevano nel ghetto soprattutto giovani &#8220;single&#8221; che avevano appena perduto i genitori, i nonni, i fratelli più piccoli. Ragazzi e ragazze cui il destino aveva sottratto ogni cosa, salvo la voglia di resistere fino all&#8217;ultimo, e salvo il bisogno di amare ed essere amati. Studente di medicina, Marek Edelman era uno fra loro. Non avrebbe mai dimenticato certi idilli sbocciati nella Varsavia della morte. Li ha raccontati in conversazioni della vecchiaia, recentemente raccolte da Sellerio in un libro che va letto come il suo testamento, e che va assaporato fin dal titolo: C&#8217;era l&#8217;amore nel ghetto.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;<br />
Barbara Engelking e Jacek Leociak, <em>«The Warsaw ghetto. A guide to the perished city», </em>Yale University Press, pagg. 902, $ 75,00.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<br />
16 gennaio 2010<br />
<strong>NOI EBREI POLACCHI<br />
</strong>Tuwim e Szlengel &#8211; due poeti, due testimonianze<br />
<strong>giovedi&#8217; 4 febbraio 2010</strong> | ore 17,00<br />
Teatro Belli &#8211; Piazza Sant&#8217;Apollonia, 11/a &#8211; Roma &#8211; ingresso libero<br />
Durante la serata verranno presentati:<br />
<em>Noi ebrei polacchi</em> &#8211; saggio di Julian Tuwim con introduzione di Moni Ovadia e uno scritto di Piotr Matywiecki (a cura di Giovanna Tomassucci, Livello 4, 2009)<br />
<em>Cosa leggevo ai morti &#8211; poesie e prose del ghetto di Varsavia</em> di Wladyslaw Szlengel, (a cura di Laura Quercioli Mincer, &#8220;I racconti di Minima&#8221; di Sipintegrazioni Editore, 2010)<br />
Interverranno: Adelia Battista, Julia Hartwig, Piotr Matywiecki, Laura Mincer, Olek Mincer, Moni Ovadia, Giovanna Tomassucci<br />
Info: Istituto Polacco di Roma, Via Vittoria Colonna, 1 &#8211; Roma &#8211; tel. 06 36 00 07 23 &#8211; fax 06 36 00 07 21 &#8212; <a href="http://www.istitutopolacco.it/">www.istitutopolacco.it/</a></p>

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		<title>E se&#8230; il Regno Unito fosse invaso dai nazisti e dai sovietici</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2009 19:28:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Morawski</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Unoccupied Britain. It looks simpler from across the Channel Dal BLOG di Edward Lucas, From Economist.com, Oct 15th 2009 TWEAK history a bit. Imagine that in 1940 Hitler and Stalin divide Britain between them. Both occupying powers behave abominably but in different ways. After a rigged election, Scotland is declared part of the Soviet Union. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Unoccupied Britain. It looks simpler from across the Channel</strong><br />
Dal BLOG di <a href="http://edwardlucas.blogspot.com/2009/10/british-waffen-ss-legion-not-likely.html">Edward Lucas</a>, From Economist.com, Oct 15th 2009<br />
TWEAK history a bit. Imagine that in 1940 Hitler and Stalin divide Britain between them. Both occupying powers behave abominably but in different ways. After a rigged election, Scotland is declared part of the Soviet Union. Stalin imposes a one-party state and planned economy with a terrifying secret-police apparatus, liquidating normal life and decapitating the country. Tens of thousands of people—lawyers, teachers, businessmen, priests, journalists, and even philatelists—are woken in the small hours, given ten minutes to pack and then deported to slave labour camps in northern Norway. Few ever return.<br />
South of the border, the Nazi military dictatorship rounds up England&#8217;s Jews, supported by local anti-Semitic collaborators. Industry is commandeered by the Nazi war machine. Anti-Nazi activity is lethal; thousands are shipped off to work as forced labourers. Others, disgracefully, even volunteer as concentration-camp guards and for auxiliary police battalions in the hope of gaining privileges or settling scores. Life is dire, but for most of the non-Jewish population it is much less awful than in the Scottish Soviet Socialist Republic.<br />
In 1941 Hitler attacks Stalin. As the Red Army flees Scotland, Jews suffer terrible pogroms. Many Scots blame them, quite unfairly, for being allied with the communists. (In fact, though many Scottish communists are indeed Jewish, Jews feature prominently among the &#8220;bourgeois elements&#8221; deported to Norway). Many Jews die of starvation or typhus in the Glasgow ghetto. Most are gassed in death camps, some on British soil, some further afield.<br />
As the Nazis start losing the war they conscript thousands of teenagers into a &#8220;British legion&#8221; of the Waffen-SS. About one-third of this unit are volunteers, desperate to stave off another Soviet occupation at least for long enough for their families to escape to neutral Ireland. Some have ardently helped the Nazis. Despite last-ditch resistance, Soviet power is restored in Britain by 1944, with implacable vengeance. A doomed underground army fights on (its last partisan is killed only in 1975). Britain regains its freedom only when the evil empire collapses.<br />
Digesting that historical trauma would take time. Britons&#8217; views of their country&#8217;s SS troops would probably be rather ambiguous: few would call them heroes, but few would condemn them outright either. Many British people might focus more on their own suffering than that of the all-but vanished Jewish population. Outsiders would do well not to jump to conclusions. Stereotypes linking the Holocaust in Britain to &#8220;endemic anti-Semitism&#8221; before the war would clearly be ludicrously simplistic.<br />
Amid the current row about the Conservative Party&#8217;s new alliance with Poland&#8217;s socially conservative Law and Justice party and Latvia&#8217;s nationalist Fatherland and Freedom/LNNK party, British commentators would do well to bear some history in mind. Fatherland and Freedom (which has roots in the anti-Soviet dissident movement) says Latvian SS veterans have the right to pensions and public gatherings. Yet Jon Snow, a British television presenter, misleadingly dubbed the party &#8220;neo-Fascist&#8221;. Also on the same programme, he failed to challenge a British comedian, Stephen Fry, who deplored Poland&#8217;s history of &#8220;right-wing Catholicism&#8221;, terming it &#8220;deeply disturbing for those of us who know a little history, and remember which side of the border Auschwitz was on&#8221;.<br />
Mr Fry is entitled to criticise Poland&#8217;s record on gay rights and the Tories&#8217; choice of friends. But it is horribly unfair to mention Auschwitz (a death camp run by German Nazis in an occupied country) in the same breath. The million-plus Poles, both Gentile and Jewish, who perished there deserve better. And commentators from Britain, which escaped the war unoccupied, should try approaching other countries&#8217; wartime history with more humility and less self-satisfaction.</p>

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